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Radio
Vaticana 18 ottobre 2010
Ieri
il concerto in Aula Paolo VI per il Papa e i padri
sinodali: Verdi si definiva ateo - dice il Papa – ma la
sua Messa da Requiem è un grande appello a Dio
“Un
grande appello all’Eterno Padre nel tentativo di
superare il grido di disperazione davanti alla morte”:
è la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi nelle parole di
Benedetto XVI che ne ha seguito ieri sera l’esecuzione
in Aula Paolo VI. Il Concerto alla presenza dei padri
sinodali, è stato offerto al Pontefice dal direttore e
compositore Enoch Zu Guttenberg che ha guidato la comunità
Corale di Neubeuern e l’Orchestra Klang-Verwaltung. Il
servizio è di Gabriella Ceraso.
(musica)
“Un momento di vera bellezza in grado di elevare il
nostro spirito”: parlando brevemente in tedesco alla
platea e agli interpreti ringraziati più volte, il Papa
così definisce l’esecuzione verdiana sentita come
“eccellente”. Da fine conoscitore della musica, nel
suo intervento Benedetto XVI è tornato all’origine
della Messa scritta nel 1873 per la morte di Alessandro
Manzoni che Verdi, ha ricordato il Papa, ammirava e quasi
venerava:
“Nella mente del grande compositore, quest’opera
doveva essere il culmine, il momento finale della sua
produzione musicale. Non era solo l’omaggio al grande
scrittore, ma anche la risposta ad un’esigenza artistica
interiore e spirituale che il confronto con la statura
umana e cristiana del Manzoni aveva in lui suscitato”.
Poi il Papa va al cuore della Messa che, come le altre
opere verdiane, sottolinea, riecheggia la visione tragica
dei destini umani. In particolare, dice, qui tocchiamo la
realtà ineluttabile della morte e la questione
fondamentale del mondo trascendente:
“Verdi, libero dagli elementi della scena,
rappresenta, con le sole parole della liturgia cattolica e
con la musica, la gamma dei sentimenti umani davanti al
termine della vita, l’angoscia dell’uomo nel confronto
con la propria fragile natura, il senso di ribellione
davanti alla morte, lo sgomento alle soglie dell’eternità”.
Dunque una musica, che invita a riflettere sulle realtà
ultime con tutti i contrastanti stati d’animo del cuore
umano tra dramma e speranze. La riflessione di Benedetto
XVI va quindi al senso più profondo della Messa stretta
tra il pianissimo iniziale Requiem aeternam… e il
sommesso ma reiterato Libera me finale:
“Giuseppe Verdi, che in una famosa lettera
all’editore Ricordi si definiva un po’ ateo, scrive
questa Messa, che ci appare come un grande appello
all’eterno Padre, nel tentativo di superare il grido
della disperazione davanti alla morte, per ritrovare
l’anelito di vita che diventa silenziosa ed accorata
preghiera: Libera me, Domine”.
E’ la descrizione, conclude il Pontefice, del dramma
spirituale dell’uomo al cospetto di Dio cui anela nel
profondo del suo animo e in cui solo può trovare pace e
riposo.
(musica)
UDIENZA
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DI STUDIO PROMOSSO DAL
PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI PER IL XX
ANNIVERSARIO DELLA PROMULGAZIONE DEL CODEX CANONUM
ECCLESIARUM ORIENTALIUM , 09.10.2010
DISCORSO
DEL SANTO PADRE
Signori
Cardinali,
Venerati
Patriarchi, Arcivescovi Maggiori,
Cari
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri
Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali,
Egregi Operatori del Diritto Canonico Orientale,
con
grande gioia vi accolgo a conclusione del Convegno di
studio, col quale si è voluto opportunamente celebrare il
ventesimo anniversario della promulgazione del Codex
Canonum Ecclesiarum Orientalium. Vi saluto tutti
cordialmente ad iniziare da Mons. Francesco Coccopalmerio,
che ringrazio per le parole che mi ha rivolto anche a nome
dei presenti. Un pensiero riconoscente alla Congregazione
per le Chiese Orientali, al Pontificio Consiglio per la
Promozione dell’Unità dei Cristiani e al Pontificio
Istituto Orientale, che hanno collaborato con il
Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
nell’organizzare questo Convegno. Desidero esprimere
cordiale apprezzamento ai Relatori per il competente
apporto scientifico a questa iniziativa ecclesiale.
A
vent’anni dalla promulgazione del Codex Canonum
Ecclesiarum Orientalium vogliamo rendere omaggio
all’intuizione del Venerabile Giovanni Paolo II, il
quale, nella sua sollecitudine affinché le Chiese
orientali cattoliche «fioriscano e assolvano con nuovo
vigore apostolico la missione loro affidata» (Conc. Ecum.
Vat. II, Decr. Orientalium Ecclesiarum, 1), ha
voluto dotare queste venerande Chiese di un Codice
completo, comune e adatto ai tempi. Così si è adempiuta
«la stessa costante volontà dei romani pontefici di
promulgare due Codici, uno per la Chiesa latina e
l’altro per le Chiese orientali cattoliche» (Cost. ap. Sacri
canones). Al tempo stesso, si è riaffermata «chiarissima
l’intenzione costante e ferma del supremo legislatore
nella Chiesa a riguardo della fedele custodia e diligente
osservanza di tutti i riti» (Ibid.)
Il Codex
Canonum Ecclesiarum Orientalium è stato seguito da
due altri importanti documenti del magistero di Giovanni
Paolo II: la Lettera enciclica Ut unum sint (1995)
e la Lettera apostolica Orientale Lumen (1995).
Inoltre, non possiamo dimenticare il Direttorio per
l’applicazione dei principi e delle norme
sull’ecumenismo, pubblicato dal Pontificio Consiglio
per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (1993) e l’Istruzione
della Congregazione per le Chiese Orientali circa l’applicazione
delle prescrizioni liturgiche del Codice (1996).
In questi autorevoli documenti del Magistero diversi
canoni del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium,
come del Codex Iuris Canonici vengono quasi
testualmente citati, commentati ed applicati alla vita
della Chiesa.
Questa
ricorrenza ventennale non è solo evento celebrativo per
conservarne la memoria, bensì provvida occasione di
verifica, alla quale sono chiamate anzitutto le Chiese
orientali cattoliche sui iuris e le loro
istituzioni, specie le Gerarchie. Al riguardo, la
Costituzione Apostolica Sacri canones già
prevedeva gli ambiti di verifica. Si tratta di vedere in
quale misura il Codice abbia avuto effettivamente forza di
legge per tutte le Chiese orientali cattoliche sui
iuris e come sia stato tradotto nell’attività della
vita quotidiana delle Chiese orientali; come pure in quale
misura la potestà legislativa di ciascuna Chiesa sui
iuris abbia provveduto alla promulgazione del
proprio diritto particolare, tenendo presenti le
tradizioni del proprio rito, come pure le disposizioni del
Concilio Vaticano II.
Le
tematiche del vostro Convegno, articolate in tre unità:
la storia, le legislazioni particolari, le prospettive
ecumeniche, indicano un iter quanto mai
significativo da seguire in questa verifica. Essa deve
partire dalla consapevolezza che il nuovo Codex Canonum
Ecclesiarum Orientalium ha creato per i fedeli
orientali cattolici una situazione disciplinare in parte
nuova, diventando valido strumento per custodire e
promuovere il proprio rito inteso come «patrimonio
liturgico, teologico, spirituale e disciplinare, distinto
per cultura e circostanze storiche di popoli, che si
esprime in un modo di vivere la fede che è proprio di
ciascuna Chiesa sui iuris» (can. 28, § 1).
In
proposito, i sacri canones della Chiesa antica, che
ispirano la vigente codificazione orientale, stimolano
tutte le Chiese orientali a conservare la propria identità,
che è allo stesso tempo orientale e cattolica. Nel
mantenere la comunione cattolica, le Chiese orientali
cattoliche non intendevano affatto rinnegare la fedeltà
alla loro tradizione. Come più volte è stato ribadito,
la già realizzata unione piena delle Chiese orientali
cattoliche con la Chiesa di Roma non deve comportare per
esse una diminuzione nella coscienza della propria
autenticità ed originalità. Pertanto, compito di tutte
le Chiese orientali cattoliche è quello di conservare il
comune patrimonio disciplinare e alimentare le tradizioni
proprie, ricchezza per tutta la Chiesa.
Gli
stessi sacri canones dei primi secoli della Chiesa
costituiscono in larga misura il fondamentale e medesimo
patrimonio di disciplina canonica che regola anche le
Chiese ortodosse. Pertanto, le Chiese orientali cattoliche
possono offrire un peculiare e rilevante contributo al
cammino ecumenico. Sono lieto che nel corso del vostro
simposio abbiate tenuto conto di questo particolare
aspetto e vi incoraggio a farne oggetto di ulteriori
studi, cooperando così, da parte vostra al comune impegno
di aderire alla preghiera del Signore: «Tutti siano una
cosa sola…perché il mondo creda…» (Gv 17,21).
Cari
amici, nell’ambito dell’attuale impegno della Chiesa
per una nuova evangelizzazione, il diritto canonico, come
ordinamento peculiare ed indispensabile della compagine
ecclesiale, non mancherà di contribuire efficacemente
alla vita e alla missione della Chiesa nel mondo, se tutte
le componenti del Popolo di Dio sapranno saggiamente
interpretarlo e fedelmente applicarlo. Esorto perciò,
come fece il Venerabile Giovanni Paolo II, tutti i diletti
figli orientali «a osservare i precetti indicati con
animo sincero e con umile volontà, non dubitando
minimamente che le Chiese orientali provvederanno nel
miglior modo possibile al bene delle anime dei fedeli
cristiani con una rinnovata disciplina, e che sempre
fioriranno e assolveranno il compito loro affidato sotto
la protezione della gloriosa e benedetta sempre vergine
Maria che con piena verità è chiamata Theothokos e
che rifulge come madre eccelsa della Chiesa universale»
(Cost. ap. Sacri
canones).
Accompagno
questo auspicio con la Benedizione Apostolica, che imparto
a voi e a quanti recano il proprio contributo nei vari
campi connessi con il diritto canonico orientale.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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