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ALLA
DOTTRINA DELLA FEDE (26 GENNAIO 2012) |
Radio
Vaticana, 27 gennaio 2012
Il Papa
alla Dottrina della Fede: ecumenismo nella verità,
cristiani uniti per riportare Dio all'uomo
◊
La crisi della fede è la più grande sfida per la Chiesa
di oggi: per questo è più che mai necessaria l'unità
dei cristiani. Così, in sintesi, il Papa che stamani ha
ricevuto in udienza, nella sala Clementina in Vaticano,
circa 70 partecipanti alla plenaria della Congregazione
per la Dottrina della Fede. Benedetto XVI si è soffermato
su alcuni aspetti del cammino ecumenico, sul quale ha
riflettuto la stessa plenaria del dicastero in coincidenza
con la conclusione della Settimana di Preghiera per
l’Unità dei cristiani. Il servizio di Debora Donnini:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
“Siamo davanti ad una profonda crisi di fede” in
vaste zone del mondo, “ad una perdita del senso
religioso che costituisce la più grande sfida per la
Chiesa di oggi”. Parte da questa considerazione il Papa
sottolineando che la priorità nell’impegno della Chiesa
intera deve essere “il rinnovamento della fede”:
“Auspico che l’Anno della fede possa
contribuire, con la collaborazione cordiale di tutti i
componenti del Popolo di Dio, a rendere Dio nuovamente
presente in questo mondo e ad aprire agli uomini
l’accesso alla fede, all’affidarsi a quel Dio che ci
ha amati sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e
risorto”.
Un compito, questo, strettamente legato al tema
dell’unità dei cristiani. Benedetto XVI si sofferma su
alcuni aspetti dottrinali che riguardano il cammino
ecumenico della Chiesa, sul quale ha riflettuto la stessa
plenaria della Congregazione in coincidenza con la
conclusione della Settimana di preghiera per l’unità
dei cristiani. I dialoghi ecumenici, ricorda, hanno
portato “non pochi buoni frutti” ma esige “la nostra
vigilanza” il rischio di “un falso irenismo e di un
indifferentismo, del tutto alieno alla mente del Concilio
Vaticano II”:
“Questo indifferentismo è causato dall’opinione
sempre più diffusa che la verità non sarebbe accessibile
all’uomo; sarebbe quindi necessario limitarsi a trovare
regole per una prassi in grado di migliorare il mondo. E
così la fede sarebbe sostituita da un moralismo senza
fondamento profondo. Il centro del vero ecumenismo è
invece la fede nella quale l’uomo incontra la verità
che si rivela nella Parola di Dio”.
“Senza la fede – prosegue il Papa – tutto il
movimento ecumenico sarebbe ridotto ad una forma di
‘contratto sociale’ cui aderire per un interesse
comune mentre la logica del Concilio Vaticano II è
diversa: “la ricerca sincera della piena unità di tutti
i cristiani è un dinamismo animato dalla Parola di Dio,
dalla Verità divina che ci parla in questa Parola”.
Per il Pontefice, “il problema cruciale” nei vari
dialoghi ecumenici è “la questione della struttura
della rivelazione – la relazione tra Sacra Scrittura, la
Tradizione viva nella Santa Chiesa e il Ministero dei
successori degli Apostoli come testimone della vera
fede”. Qui è implicita, sottolinea ancora, “la
problematica dell’ecclesiologia che fa parte di questo
problema: come arriva la verità di Dio a noi”. E
fondamentale, fra l’altro, è qui il discernimento tra
la Tradizione e le tradizioni. E Benedetto XVI ricorda che
“un importante passo di tale discernimento” è stato
compiuto nell’applicazione dei provvedimenti per gruppi
di fedeli provenienti dall’anglicanesimo, che desiderano
entrare nella piena comunione della Chiesa, conservando le
proprie tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali, che
sono conformi alla fede cattolica. Il Papa riconosce,
infatti, “una ricchezza spirituale nelle diverse
Confessioni cristiane, che è espressione dell’unica
fede e dono da condividere e da trovare insieme nella
Tradizione della Chiesa”.
Un’altra questione fondamentale è quella dei
“metodi adottati nei vari dialoghi ecumenici”, che
devono anche questi riflettere “la priorità della
fede”:
"In questo senso, occorre affrontare con
coraggio anche le questioni controverse, sempre nello
spirito di fraternità e di rispetto reciproco”.
Bisogna anche “offrire un’interpretazione corretta
di quell’ordine o 'gerarchia' nelle verità della
dottrina cattolica, rilevato nel Decreto Unitatis
redintegratio". Il Papa poi sottolinea la rilevanza
dei “documenti di studi” prodotti dai vari dialoghi
ecumenici ribadendo però che sono contributi offerti alla
competente autorità della Chiesa che “sola è chiamata
a giudicarli in modo definitivo”. Ascrivergli invece
“un peso vincolante o quasi conclusivo delle spinose
questioni dei dialoghi”, senza la valutazione
dell’Autorità ecclesiale, “in ultima analisi, non
aiuterebbe il cammino verso una piena unità nella
fede”.
Per Benedetto XVI sarà anche importante parlare “con
una voce sola” sulle “grandi questioni morali circa la
vita umana, la famiglia, la sessualità, la bioetica, la
libertà, la giustizia e la pace”. E questo attingendo
alla Scrittura e alla tradizione della Chiesa.
“Difendendo – dice – i valori fondamentali della
grande tradizione della Chiesa, difendiamo l’uomo,
difendiamo il creato”.
Quindi il Papa auspica collaborazione fra la
Congregazione per la Dottrina della Fede e il Pontifico
Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani
per “promuovere efficacemente il ristabilimento della
piena unità fra tutti i cristiani”. La divisione fra i
cristiani, infatti, è di scandalo al mondo e si oppone
alla volontà di Cristo, conclude il Pontefice ricordando
che l’unità è “non solo il frutto della fede” ma
anche “un mezzo e quasi un presupposto per annunciare in
modo sempre più credibile la fede a coloro che non
conoscono ancora il Salvatore”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA
DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Sala
Clementina
Venerdì, 27 gennaio 2012
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Per me è
sempre motivo di gioia potermi incontrare con voi in
occasione della Sessione Plenaria ed esprimervi il mio
apprezzamento per il servizio che svolgete per la Chiesa e
specialmente per il Successore di Pietro nel suo ministero
di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22,
32). Ringrazio il Cardinale William Levada per il suo
cordiale indirizzo di saluto, nel quale ha ricordato
alcuni importanti impegni assolti dal Dicastero in questi
ultimi anni. E sono particolarmente riconoscente alla Congregazione
che, in collaborazione con il Pontificio
Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione,
prepara l’Anno della fede, cogliendo in esso un
momento propizio per riproporre a tutti il dono della fede
nel Cristo risorto, il luminoso insegnamento del Concilio
Vaticano II e la preziosa sintesi dottrinale offerta
dal Catechismo
della Chiesa Cattolica.
Come
sappiamo, in vaste zone della terra la fede corre il
pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più
alimento. Siamo davanti ad una profonda crisi di fede, ad
una perdita del senso religioso che costituisce la più
grande sfida per la Chiesa di oggi. Il rinnovamento della
fede deve quindi essere la priorità nell’impegno della
Chiesa intera ai nostri giorni. Auspico che l’Anno
della fede possa contribuire, con la collaborazione
cordiale di tutti le componenti del Popolo di Dio, a
rendere Dio nuovamente presente in questo mondo e ad
aprire agli uomini l’accesso alla fede, all’affidarsi
a quel Dio che ci ha amati sino alla fine (cfr Gv
13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto.
Il tema
dell’unità dei cristiani è strettamente collegato con
questo compito. Vorrei quindi soffermarmi su alcuni
aspetti dottrinali riguardanti il cammino ecumenico della
Chiesa, che è stato oggetto di un’approfondita
riflessione in questa Plenaria, in coincidenza con la
conclusione dell’annuale Settimana di Preghiera per
l’Unità dei Cristiani. Infatti, lo slancio dell’opera
ecumenica deve partire da quell’«ecumenismo spirituale»,
da quell’«anima di tutto il movimento ecumenico» (Unitatis
redintegratio, 8), che si trova nello spirito
della preghiera perché «tutti siano una cosa sola» (Gv
17,21).
La
coerenza dell’impegno ecumenico con l’insegnamento del
Concilio
Vaticano II e con l’intera Tradizione è stata uno
degli ambiti cui la Congregazione,
in collaborazione con il Pontificio
Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani,
ha sempre prestato attenzione. Oggi possiamo constatare
non pochi frutti buoni arrecati dai dialoghi ecumenici, ma
dobbiamo anche riconoscere che il rischio di un falso
irenismo e di un indifferentismo, del tutto alieno alla
mente del Concilio
Vaticano II, esige la nostra vigilanza. Questo
indifferentismo è causato dalla opinione sempre più
diffusa che la verità non sarebbe accessibile all’uomo;
sarebbe quindi necessario limitarsi a trovare regole per
una prassi in grado di migliorare il mondo. E così la
fede sarebbe sostituita da un moralismo, senza
fondamento profondo. Il centro del vero ecumenismo è
invece la fede nella quale l’uomo incontra la verità
che si rivela nella Parola di Dio. Senza la fede tutto il
movimento ecumenico sarebbe ridotto ad una forma di «contratto
sociale» cui aderire per un interesse comune, una «prasseologia»
per creare un mondo migliore. La logica del Concilio
Vaticano II è completamente diversa: la ricerca
sincera della piena unità di tutti i cristiani è un
dinamismo animato dalla Parola di Dio, dalla Verità
divina che ci parla in questa Parola.
Il
problema cruciale, che segna in modo trasversale i
dialoghi ecumenici, è perciò la questione della
struttura della rivelazione – la relazione tra Sacra
Scrittura, la Tradizione viva nella Santa Chiesa e il
Ministero dei successori degli Apostoli come testimone
della vera fede. E qui è implicita la problematica
dell’ecclesiologia che fa parte di questo problema: come
arriva la verità di Dio a noi. Fondamentale, tra
l’altro, è qui il discernimento tra la Tradizione con
maiuscola, e le tradizioni. Non vorrei entrare in
dettagli, solo un’osservazione. Un importante passo di
tale discernimento è stato compiuto nella preparazione e
nell’applicazione dei provvedimenti per gruppi di fedeli
provenienti dall’Anglicanesimo, che desiderano entrare
nella piena comunione della Chiesa, nell’unità della
comune ed essenziale Tradizione divina, conservando
le proprie tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali,
che sono conformi alla fede cattolica (cfr Cost. Anglicanorum
coetibus, art. III). Esiste, infatti, una
ricchezza spirituale nelle diverse Confessioni cristiane,
che è espressione dell’unica fede e dono da condividere
e da trovare insieme nella Tradizione della Chiesa.
Oggi,
poi, una delle questioni fondamentali è costituita dalla
problematica dei metodi adottati nei vari dialoghi
ecumenici. Anche essi devono riflettere la priorità della
fede. Conoscere la verità è il diritto
dell’interlocutore in ogni vero dialogo. È la stessa
esigenza della carità verso il fratello. In questo senso,
occorre affrontare con coraggio anche le questioni
controverse, sempre nello spirito di fraternità e di
rispetto reciproco. È importante inoltre offrire
un’interpretazione corretta di quell’«ordine o
“gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica»,
rilevato nel Decreto Unitatis
redintegratio (n. 11), che non significa in alcun
modo ridurre il deposito della fede, ma farne emergere la
struttura interna, l’organicità di questa unica
struttura. Hanno anche grande rilevanza i documenti di
studio, prodotti dai vari dialoghi ecumenici. Tali testi
non possono essere ignorati, perché costituiscono un
frutto importante, pur provvisorio, della riflessione
comune maturata negli anni. Nondimeno, essi vanno
riconosciuti nel loro giusto significato come contributi
offerti alla competente Autorità della Chiesa, che sola
è chiamata a giudicarli in modo definitivo. Ascrivere a
tali testi un peso vincolante o quasi conclusivo delle
spinose questioni dei dialoghi, senza la dovuta
valutazione da parte dell’Autorità ecclesiale, in
ultima analisi, non aiuterebbe il cammino verso una piena
unità nella fede.
Un'ultima
questione che vorrei finalmente menzionare è la
problematica morale, che costituisce una nuova sfida per
il cammino ecumenico. Nei dialoghi non possiamo ignorare
le grandi questioni morali circa la vita umana, la
famiglia, la sessualità, la bioetica, la libertà, la
giustizia e la pace. Sarà importante parlare su questi
temi con una sola voce, attingendo al fondamento nella
Scrittura e nella viva tradizione della Chiesa. Questa
tradizione ci aiuta a decifrare il linguaggio del Creatore
nella sua creazione. Difendendo i valori fondamentali
della grande tradizione della Chiesa, difendiamo l’uomo,
difendiamo il creato.
A
conclusione di queste riflessioni, auspico una stretta e
fraterna collaborazione della Congregazione
con il competente Pontificio
Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani,
al fine di promuovere efficacemente il ristabilimento
della piena unità fra tutti i cristiani. La divisione fra
i cristiani, infatti, «non solo si oppone apertamente
alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo
e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del
Vangelo ad ogni creatura» (Decr. Unitatis
redintegratio, 1). L’unità è quindi non solo
il frutto della fede, ma anche un mezzo e quasi un
presupposto per annunciare in modo sempre più credibile
la fede a coloro che non conoscono ancora il Salvatore.
Gesù ha pregato: «Come tu, Padre, sei in me e io in te,
siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo
creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21).
Nel
rinnovare la mia gratitudine per il vostro servizio, vi
assicuro la mia costante vicinanza spirituale e imparto di
cuore a voi tutti la Benedizione Apostolica. Grazie.
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