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GIORNATA
MONDIALE DELLA GIOVENTU' (28 MARZO 2010) |
Radio
Vaticana, 28.03.2010
Nella
Domenica delle Palme, l’appello di Benedetto XVI per la
pace a Gerusalemme. Il Papa esorta i fedeli a seguire
Cristo senza temere offese e incomprensioni
◊ Pace
per Gerusalemme, pace per la Terra Santa. All’Angelus,
nella Domenica delle Palme, Benedetto XVI ha levato un
appello per la fine delle tensioni nella Città Santa.
Esortazione preceduta, nella Messa in Piazza San Pietro,
da una vibrante invocazione di pace per tutta la Terra
Santa. Nella XXV Giornata Mondiale della Gioventù, il
Papa ha inoltre esortato i giovani a seguire Gesù, anche
se ciò può comportare offese e incomprensioni. Nella
sequela di Cristo, ha affermato il Pontefice dinnanzi ad
oltre 50 mila pellegrini, non dobbiamo lasciarci
intimidire dalle opinioni dominanti. Benedetto XVI ha
guidato la processione delle palme in Piazza San Pietro a
bordo della “papamobile” per essere più visibile ai
fedeli. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Nella Domenica delle Palme, Benedetto XVI ha rivolto un
accorato appello per la pace e la riconciliazione nella
Città Santa di Gerusalemme. In questo momento, ha detto
all’Angelus, “il nostro pensiero e il nostro cuore si
dirigono in modo particolare a Gerusalemme, dove il
mistero pasquale si è compiuto”:
“Sono profondamente addolorato per i recenti
contrasti e per le tensioni verificatisi ancora una volta
in quella Città, che è patria spirituale di Cristiani,
Ebrei e Musulmani, profezia e promessa di
quell’universale riconciliazione che Dio desidera per
tutta la famiglia umana. La pace è un dono che Dio affida
alla responsabilità umana, affinché lo coltivi
attraverso il dialogo e il rispetto dei diritti di tutti,
la riconciliazione e il perdono. Preghiamo, quindi, perché
i responsabili delle sorti di Gerusalemme intraprendano
con coraggio la via della pace e la seguano con
perseveranza!”
Nella XXV Giornata Mondiale della Gioventù, il Papa ha
quindi ricordato che, proprio 25 anni fa, Giovanni Paolo
II dava inizio alle Gmg, “tracciando una sorta di
pellegrinaggio giovanile attraverso l‘intero pianeta
alla sequela di Gesù”:
“25 anni or sono, il mio amato Predecessore invitò
i giovani a professare la loro fede in Cristo che “ha
preso su di sé la causa dell’uomo” Oggi io rinnovo
questo appello alla nuova generazione, a dare
testimonianza con la forza mite e luminosa della verità,
perché agli uomini e alle donne del terzo millennio non
manchi il modello più autentico: Gesù Cristo”.
Un mandato che il Papa ha consegnato in particolare ai
300 delegati del Forum internazionale dei giovani,
convocati dal Pontificio Consiglio per i Laici. Salutando
i pellegrini di lingua italiana, Benedetto XVI ha così
invitato i giovani a non temere “quando il seguire
Cristo comporta incomprensioni e offese”. E li ha
invitati a servire le persone “più fragili e
svantaggiate” come anche i coetanei in difficoltà. Il
Papa ha assicurato la sua preghiera per la Giornata
mondiale dei portatori di autismo, promossa dall’Onu per
il prossimo 2 aprile.
Canti
Prima dell’Angelus, nella Messa in una Piazza San
Pietro gremita di fedeli, Benedetto XVI si era soffermato
sul tema fondamentale espresso nella Domenica delle Palme:
la sequela, la via di Cristo come “via giusta per
l’essere uomini”. “L’essere cristiani è un
cammino”, ha detto il Papa, “un andare insieme con Gesù
Cristo” verso l’amore, verso Dio. Un’esortazione, ha
detto, rivolta in particolare ai giovani nella XXV
Giornata Mondiale della Gioventù. Nella sequela di
Cristo, ha sottolineato, si compie “un’ascesa alla
vera altezza dell’essere uomini”. L’uomo, ha
constatato, “può scegliere una via comoda e scansare
ogni fatica”, può “scendere verso il basso”,
“sprofondare nella palude della menzogna e della
disonestà”. Gesù invece ci indica un’altra via:
“Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto.
Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce
verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita
secondo verità; verso il coraggio che non si lascia
intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti;
verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro. Egli
conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli
abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte
dell’altro anche quando la situazione si rende
difficile”.
Cristo, ha soggiunto, ci “conduce verso la
disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si
lascia disarmare neppure dall’ingratitudine”. Gesù,
narra il Vangelo, sale verso Gerusalemme, la città in cui
si trovava il Tempio di Dio, per celebrare con Israele la
Pasqua. Va verso questa festa, ha spiegato il Papa,
sapendo di essere Egli stesso l’Agnello da immolare. Ma,
ha aggiunto, “Gesù sa che la sua via andrà oltre: non
avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà
il velo tra questo mondo e il mondo di Dio”:
“Sa che il suo corpo risorto sarà il nuovo
sacrificio e il nuovo Tempio; che intorno a Lui, dalla
schiera degli Angeli e dei Santi, si formerà la nuova
Gerusalemme che è nel cielo e tuttavia è anche già
sulla terra, perché nella sua passione Egli ha aperto il
confine tra cielo e terra”.
La sua via conduce “fino all’altezza di Dio
stesso”. E’ questa, ha osservato il Pontefice, “la
grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi”. Gesù
“rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già
giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la
terra”. Il “camminare insieme con Gesù – ha poi
affermato – è al contempo sempre un camminare nel
‘noi’ di coloro che vogliono seguire Lui”. Ci
troviamo, per così dire, ha constatato, “in una cordata
con Gesù Cristo, insieme con Lui nella salita verso le
altezze di Dio”. Dobbiamo accettare di “non potercela
fare da soli”. Fa parte di questa umiltà “l’entrare
nel noi della Chiesa, l’aggrapparsi alla cordata”. E
ha messo in guardia dalla “caparbietà e saccenteria”
che potrebbe portarci a strappare la corda. “L’umile
credere con la Chiesa”, ha ribadito, “è una
condizione essenziale della sequela”:
“Di questo essere nell’insieme della cordata fa
parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di
Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di
emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è
essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei
Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano
dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e
corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa,
anche se siamo stanchi”.
Dobbiamo anche dire, ha soggiunto, che dell’ascesa
verso l’altezza di Gesù Cristo “fa parte la Croce”
che in ultima analisi “è espressione di ciò che
l’amore significa: solo chi perde se stesso, si
trova”. Il Papa ha così ricordato il suo pellegrinaggio
in Terra Santa, la commozione che ha provato nel trovarsi
a Nazaret, Betlemme, al Sepolcro vuoto. “La fede in Gesù
Cristo non è un invenzione leggendaria”, ma, ha detto,
“si fonda su di una storia veramente accaduta”, una
storia che possiamo “contemplare e toccare”.
“Seguire le vie esteriori di Gesù – ha proseguito –
deve aiutarci a camminare più gioiosamente e con una
nuova certezza sulla via interiore che Egli ci ha indicato
e che è Lui stesso”:
“Quando andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi
andiamo però anche – e questo è il secondo aspetto –
come messaggeri della pace, con la preghiera per la pace;
con l’invito a tutti di fare in quel luogo, che porta
nel nome la parola “pace”, tutto il possibile affinché
esso diventi veramente un luogo di pace”.
Così, ha aggiunto, questo pellegrinaggio è al tempo
stesso “un incoraggiamento per i cristiani a rimanere
nel Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente
in esso per la pace”. Dal Papa anche l'invito a pregare
affinché "nella comunione con Cristo possiamo
portare il frutto di buone opere". Diversamente da
quanto sostiene "un'interpretazione sbagliata"
di San Paolo che riterrebbe le opere "insignificanti
per la salvezza dell'uomo", "l'agire retto"
è importante. Del resto, sottolinea il Papa, i
Comandamenti vanno "letti in modo nuovo e più
profondo a partire da Cristo" quali "regole
fondamentali del vero amore". Benedetto XVI ha
concluso la sua omelia rammentando l’invocazione dei
pellegrini all’ingresso della Città Santa: “Pace in
cielo e gloria nel più alto dei cieli”. Sanno infatti
che “in terra non c’è pace”:
“Così questa acclamazione è espressione di una
profonda pena e, insieme, è preghiera di speranza: Colui
che viene nel nome del Signore porti sulla terra ciò che
è nei cieli. La sua regalità diventi la regalità di
Dio, presenza del cielo sulla terra”.
BENEDETTO XVI
OMELIA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
cari giovani!
Il
Vangelo della benedizione delle palme, che abbiamo
ascoltato qui riuniti in Piazza San Pietro, comincia con
la frase: “Gesù camminava davanti a tutti salendo verso
Gerusalemme” (Lc 19,28). Subito all’inizio
della liturgia di questo giorno, la Chiesa anticipa la sua
risposta al Vangelo, dicendo: “Seguiamo il Signore”.
Con ciò il tema della Domenica delle Palme è chiaramente
espresso. È la sequela. Essere cristiani significa
considerare la via di Gesù Cristo come la via giusta per
l’essere uomini – come quella via che conduce alla
meta, ad un’umanità pienamente realizzata e autentica.
In modo particolare, vorrei ripetere a tutti i giovani e
le giovani, in questa XXV
Giornata Mondiale della Gioventù, che l’essere
cristiani è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un
andare insieme con Gesù Cristo. Un andare in quella
direzione che Egli ci ha indicato e ci indica.
Ma di
quale direzione si tratta? Come la si trova? La frase del
nostro Vangelo offre due indicazioni al riguardo. In primo
luogo dice che si tratta di un’ascesa. Ciò ha
innanzitutto un significato molto concreto. Gerico, dove
ha avuto inizio l’ultima parte del pellegrinaggio di Gesù,
si trova a 250 metri sotto il livello del mare, mentre
Gerusalemme – la meta del cammino – sta a 740-780
metri sul livello del mare: un’ascesa di quasi mille
metri. Ma questa via esteriore è soprattutto
un’immagine del movimento interiore dell’esistenza,
che si compie nella sequela di Cristo: è un’ascesa alla
vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere
una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere
verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude
della menzogna e della disonestà. Gesù cammina avanti a
noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che
è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle
altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio
che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle
opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e
sostiene l’altro. Egli conduce verso la disponibilità
per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà
che sta dalla parte dell’altro anche quando la
situazione si rende difficile. Conduce verso la
disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si
lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci
conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio.
“Gesù
camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Se
leggiamo questa parola del Vangelo nel contesto della via
di Gesù nel suo insieme – una via che, appunto,
prosegue sino alla fine dei tempi – possiamo scoprire
nell’indicazione della meta “Gerusalemme” diversi
livelli. Naturalmente innanzitutto deve intendersi
semplicemente il luogo “Gerusalemme”: è la città in
cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva
alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo
annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che
Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente
tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui
appartiene l’intera creazione. È il Dio di cui tutti
gli uomini nel più profondo sono alla ricerca e di cui in
qualche modo tutti hanno anche conoscenza. Ma questo Dio
si è dato un nome. Si è fatto conoscere a noi, ha
avviato una storia con gli uomini; si è scelto un uomo
– Abramo – come punto di partenza di questa storia. Il
Dio infinito è al contempo il Dio vicino. Egli, che non
può essere rinchiuso in alcun edificio, vuole tuttavia
abitare in mezzo a noi, essere totalmente con noi.
Se Gesù
insieme con l’Israele peregrinante sale verso
Gerusalemme, Egli ci va per celebrare con Israele la
Pasqua: il memoriale della liberazione di Israele –
memoriale che, allo stesso tempo, è sempre speranza della
libertà definitiva, che Dio donerà. E Gesù va verso
questa festa nella consapevolezza di essere Egli stesso
l’Agnello in cui si compirà ciò che il Libro
dell’Esodo dice al riguardo: un agnello senza
difetto, maschio, che al tramonto, davanti agli occhi dei
figli d’Israele, viene immolato “come rito perenne”
(cfr Es 12,5-6.14). E infine Gesù sa che la sua
via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa
che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il
mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e
riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo. Sa che il suo
corpo risorto sarà il nuovo sacrificio e il nuovo Tempio;
che intorno a Lui, dalla schiera degli Angeli e dei Santi,
si formerà la nuova Gerusalemme che è nel cielo e
tuttavia è anche già sulla terra, perché nella sua
passione Egli ha aperto il confine tra cielo e terra. La
sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio
fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande
ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane
sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto
presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra.
Così,
nell’ampiezza dell’ascesa di Gesù diventano visibili
le dimensioni della nostra sequela – la meta alla quale
Egli vuole condurci: fino alle altezze di Dio, alla
comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera
meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con
Lui è un essere in cammino, una permanente ascesa verso
la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare
insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel
«noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce
in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita
vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del
Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze,
questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci
troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo
– insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio.
Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di
Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che
accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa
questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della
Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità
della comunione – il non strappare la corda con la
caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la
Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa
verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di
questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche
il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non
correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione.
L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per
l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci
lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore;
che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che
accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo
stanchi.
Infine,
dobbiamo ancora dire: dell’ascesa verso l’altezza di
Gesù Cristo, dell’ascesa fino all’altezza di Dio
stesso fa parte la Croce. Come nelle vicende di questo
mondo non si possono raggiungere grandi risultati senza
rinuncia e duro esercizio, come la gioia per una grande
scoperta conoscitiva o per una vera capacità operativa è
legata alla disciplina, anzi, alla fatica
dell’apprendimento, così la via verso la vita stessa,
verso la realizzazione della propria umanità è legata
alla comunione con Colui che è salito all’altezza di
Dio attraverso la Croce. In ultima analisi, la Croce è
espressione di ciò che l’amore significa: solo chi
perde se stesso, si trova.
Riassumiamo:
la sequela di Cristo richiede come primo passo il
risvegliarsi della nostalgia per l’autentico essere
uomini e così il risvegliarsi per Dio. Richiede poi che
si entri nella cordata di quanti salgono, nella comunione
della Chiesa. Nel «noi» della Chiesa entriamo in
comunione col «Tu» di Gesù Cristo e raggiungiamo così
la via verso Dio. È richiesto inoltre che si ascolti la
Parola di Gesù Cristo e la si viva: in fede, speranza e
amore. Così siamo in cammino verso la Gerusalemme
definitiva e già fin d’ora, in qualche modo, ci
troviamo là, nella comunione di tutti i Santi di Dio.
Il nostro
pellegrinaggio alla sequela di Cristo non va verso una
città terrena, ma verso la nuova Città di Dio che cresce
in mezzo a questo mondo. Il pellegrinaggio verso la
Gerusalemme terrestre, tuttavia, può essere proprio anche
per noi cristiani un elemento utile per tale viaggio più
grande. Io stesso ho collegato al mio pellegrinaggio
in Terra Santa dello scorso anno tre significati.
Anzitutto avevo pensato che a noi può capitare in tale
occasione ciò che san Giovanni dice all’inizio della
sua Prima Lettera: quello che abbiamo udito, lo
possiamo, in certo qual modo, vedere e toccare con le
nostre mani (cfr 1Gv 1,1). La fede in Gesù Cristo
non è un’invenzione leggendaria. Essa si fonda su di
una storia veramente accaduta. Questa storia noi la
possiamo, per così dire, contemplare e toccare. È
commovente trovarsi a Nazaret nel luogo dove l’Angelo
apparve a Maria e le trasmise il compito di diventare la
Madre del Redentore. È commovente essere a Betlemme nel
luogo dove il Verbo, fattosi carne, è venuto ad abitare
fra noi; mettere il piede sul terreno santo in cui Dio ha
voluto farsi uomo e bambino. È commovente salire la scala
verso il Calvario fino al luogo in cui Gesù è morto per
noi sulla Croce. E stare infine davanti al sepolcro vuoto;
pregare là dove la sua santa salma riposò e dove il
terzo giorno avvenne la risurrezione. Seguire le vie
esteriori di Gesù deve aiutarci a camminare più
gioiosamente e con una nuova certezza sulla via interiore
che Egli ci ha indicato e che è Lui stesso.
Quando
andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi andiamo però
anche – e questo è il secondo aspetto – come
messaggeri della pace, con la preghiera per la pace; con
l’invito forte a tutti di fare in quel luogo, che porta
nel nome la parola “pace”, tutto il possibile affinché
esso diventi veramente un luogo di pace. Così questo
pellegrinaggio è al tempo stesso – come terzo aspetto
– un incoraggiamento per i cristiani a rimanere nel
Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente in
esso per la pace.
Torniamo
ancora una volta alla liturgia della Domenica delle Palme.
Nell’orazione con cui vengono benedetti i rami di palma
noi preghiamo affinché nella comunione con Cristo
possiamo portare il frutto di buone opere. Da
un’interpretazione sbagliata di san Paolo, si è
sviluppata ripetutamente, nel corso della storia e anche
oggi, l’opinione che le buone opere non farebbero parte
dell’essere cristiani, in ogni caso sarebbero
insignificanti per la salvezza dell’uomo. Ma se Paolo
dice che le opere non possono giustificare l’uomo, con
ciò non si oppone all’importanza dell’agire retto e,
se egli parla della fine della Legge, non dichiara
superati ed irrilevanti i Dieci Comandamenti. Non c’è
bisogno ora di riflettere sull’intera ampiezza della
questione che interessava l’Apostolo. Importante è
rilevare che con il termine “Legge” egli non intende i
Dieci Comandamenti, ma il complesso stile di vita mediante
il quale Israele si doveva proteggere contro le tentazioni
del paganesimo. Ora, però, Cristo ha portato Dio ai
pagani. A loro non viene imposta tale forma di
distinzione. A loro viene dato come Legge unicamente
Cristo. Ma questo significa l’amore per Dio e per il
prossimo e tutto ciò che ne fa parte. Fanno parte di
quest’amore i Comandamenti letti in modo nuovo e più
profondo a partire da Cristo, quei Comandamenti che non
sono altro che le regole fondamentali del vero amore:
anzitutto e come principio fondamentale l’adorazione di
Dio, il primato di Dio, che i primi tre Comandamenti
esprimono. Essi ci dicono: senza Dio nulla riesce in modo
giusto. Chi sia tale Dio e come Egli sia, lo sappiamo a
partire dalla persona di Gesù Cristo. Seguono poi la
santità della famiglia (quarto Comandamento), la santità
della vita (quinto Comandamento), l’ordinamento del
matrimonio (sesto Comandamento), l’ordinamento sociale
(settimo Comandamento) e infine l’inviolabilità della
verità (ottavo Comandamento). Tutto ciò è oggi di
massima attualità e proprio anche nel senso di san Paolo
– se leggiamo interamente le sue Lettere. “Portare
frutto con le buone opere”: all’inizio della Settimana
Santa preghiamo il Signore di donare a tutti noi sempre di
più questo frutto.
Alla fine
del Vangelo per la benedizione delle palme udiamo
l’acclamazione con cui i pellegrini salutano Gesù alle
porte di Gerusalemme. È la parola dal Salmo 118
(117), che originariamente i sacerdoti proclamavano dalla
Città Santa ai pellegrini, ma che, nel frattempo, era
diventata espressione della speranza messianica:
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Sal
118[117],26; Lc 19,38). I pellegrini vedono in Gesù
l’Atteso, che viene nel nome del Signore, anzi, secondo
il Vangelo di san Luca, inseriscono ancora una parola:
“Benedetto colui che viene, il re, nel nome del
Signore”. E proseguono con un’acclamazione che ricorda
il messaggio degli Angeli a Natale, ma lo modifica in una
maniera che fa riflettere. Gli Angeli avevano parlato
della gloria di Dio nel più alto dei cieli e della pace
in terra per gli uomini della benevolenza divina. I
pellegrini all’ingresso della Città Santa dicono:
“Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!”.
Sanno troppo bene che in terra non c’è pace. E sanno
che il luogo della pace è il cielo – sanno che fa parte
dell’essenza del cielo di essere luogo di pace. Così
questa acclamazione è espressione di una profonda pena e,
insieme, è preghiera di speranza: Colui che viene nel
nome del Signore porti sulla terra ciò che è nei cieli.
La sua regalità diventi la regalità di Dio, presenza del
cielo sulla terra. La Chiesa, prima della consacrazione
eucaristica, canta la parola del Salmo con cui Gesù
venne salutato prima del suo ingresso nella Città Santa:
essa saluta Gesù come il Re che, venendo da Dio, nel nome
di Dio entra in mezzo a noi. Anche oggi questo saluto
gioioso è sempre supplica e speranza. Preghiamo il
Signore affinché porti a noi il cielo: la gloria di Dio e
la pace degli uomini. Intendiamo tale saluto nello spirito
della domanda del Padre Nostro: “Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra!”. Sappiamo che il cielo è
cielo, luogo della gloria e della pace, perché lì regna
totalmente la volontà di Dio. E sappiamo che la terra non
è cielo fin quando in essa non si realizza la volontà di
Dio. Salutiamo quindi Gesù che viene dal cielo e lo
preghiamo di aiutarci a conoscere e a fare la volontà di
Dio. Che la regalità di Dio entri nel mondo e così esso
sia colmato con lo splendore della pace. Amen.
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