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MESSA
NEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIOVANNI
PAOLO II |
Radio
Vaticana, 29.03.2010
Un
testimone di Cristo che si è donato, senza riserve, senza
misura, senza calcolo. Così il Papa nel quinto
anniversario dalla morte di Giovanni Paolo II
Ciò
che muoveva Giovanni Paolo II “era l’amore verso
Cristo, a cui aveva consacrato la vita, un amore
sovrabbondante e incondizionato”. Così in sintesi il
Papa nella Messa, in San Pietro, nel quinto anniversario
della morte del Venerabile Servo di Dio, tornato alla Casa
del Padre il 2 aprile 2005, data che quest’anno coincide
con il Venerdì Santo. Parlando alla commossa
rappresentanza polacca presente in Basilica, tra i quali
l’Arcivescovo di Cracovia il cardinale Stanislao Dziwisz,
Benedetto XVI ha anche esortato a guardare a Giovani Paolo
II e la sua opera quale esempio di “fedeltà, speranza e
amore”. Il servizio di Massimiliano Menichetti:
La commozione di chi ama sciolta nella gioia della
consapevolezza che la morte terrena coincide con la
nascita alla vita vera. Sono i sentimenti chiaramente
visibili sul volto, segnato a volte dalle lacrime, di
quanti hanno partecipato in San Pietro alla Santa Messa in
suffragio del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II,
nel quinto anniversario dalla morte. Il Papa ribadendo che
la Settimana Santa costituisce un contesto propizio al
raccoglimento e alla preghiera, ha aperto la sua omelia
sottolineando la donazione totale di Giovanni Paolo II a
Cristo
Durante il suo lungo Pontificato, egli si è
prodigato nel proclamare il diritto con fermezza, senza
debolezze o tentennamenti, soprattutto quando doveva
misurarsi con resistenze, ostilità e rifiuti. Sapeva di
essere stato preso per mano dal Signore, e questo gli ha
consentito di esercitare un ministero molto fecondo, per
il quale, ancora una volta, rendiamo fervide grazie a Dio
Soffermandosi sull’atto di fede e di amore grande di
Maria di Betania che “in umile servizio” cosparse di
profumo i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli,
il Papa ha indicato che ogni gesto di carità e di
devozione autentica a Cristo, non rimane un fatto
personale, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa e
infonde “amore, gioia, e luce”. Fatto questo
contrapposto all’atteggiamento e alle parole di Giuda
che – ha detto Benedetto XVI - “nasconde l’egoismo e
la falsità dell’uomo chiuso in se stesso, incatenato
dall’avidità del possesso, che non si lascia avvolgere
dal buon profumo dell’amore divino”. Poi ha rimarcato
che l'Amore trova la sua espressione suprema sul legno
della Croce dove "il Figlio di Dio dona se stesso
perché l’uomo abbia la vita, scende negli abissi della
morte per portare l’uomo alle altezze di Dio". E
citando Sant’Agostino - Benedetto XVI - ha spiegato che
ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per
ungere e asciugare i piedi del Signore
Tutta la vita del Venerabile Giovanni Paolo II si è
svolta nel segno di questa carità, della capacità di
donarsi in modo generoso, senza riserve, senza misura,
senza calcolo. Ciò che lo muoveva era l’amore verso
Cristo, a cui aveva consacrato la vita, un amore
sovrabbondante e incondizionato. E proprio perché si è
avvicinato sempre più a Dio nell’amore, egli ha potuto
farsi compagno di viaggio per l’uomo di oggi, spargendo
nel mondo il profumo dell’Amore di Dio
"Chi ha avuto la gioia" di conoscere e
frequentare Giovanni Paolo II – ha proseguito il Papa -
ha potuto toccare con mano quanto fosse viva in lui la
fede
La progressiva debolezza fisica, infatti, non ha mai
intaccato la sua fede rocciosa, la sua luminosa speranza,
la sua fervente carità. Si è lasciato consumare per
Cristo, per la Chiesa, per il mondo intero: la sua è
stata una sofferenza vissuta fino all’ultimo per amore e
con amore
In
conclusione parlando alla commossa rappresentanza polacca
ha inviato a guardare “alla vita e all’opera di
Giovanni Paolo II, grande polacco e motivo di orgoglio”,
quale esempio di fedele testimonianza, speranza e amore in
Cristo.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Lunedì, 29 marzo 2010
Venerati
Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Siamo
riuniti intorno all’altare, presso la tomba
dell’Apostolo Pietro, per offrire il Sacrificio
eucaristico in suffragio dell’anima eletta del
Venerabile Giovanni
Paolo II, nel quinto
anniversario della sua dipartita. Lo facciamo con
qualche giorno di anticipo, perché il 2 aprile sarà
quest’anno il Venerdì Santo. Siamo, comunque,
all’interno della Settimana
Santa, contesto quanto mai propizio al raccoglimento e
alla preghiera, nel quale la Liturgia ci fa rivivere più
intensamente le ultime giornate della vita terrena di Gesù.
Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi che
prendete parte a questa Santa Messa. Saluto cordialmente i
Cardinali – in modo speciale l’Arcivescovo Stanislao
Dziwisz – i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le
religiose; come pure i pellegrini giunti appositamente
dalla Polonia, i tanti giovani e i numerosi fedeli che non
hanno voluto mancare a questa Celebrazione.
Nella
prima lettura biblica che è stata proclamata, il profeta
Isaia presenta la figura di un “Servo di Dio”, che è
allo stesso tempo il suo eletto, nel quale egli si
compiace. Il Servo agirà con fermezza incrollabile, con
un’energia che non viene meno fino a che egli non abbia
realizzato il compito che gli è stato assegnato. Eppure,
non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano
indispensabili all’attuazione di un piano così
grandioso. Egli si presenterà con la forza della
convinzione, e sarà lo Spirito che Dio ha posto in lui a
dargli la capacità di agire con mitezza e con forza,
assicurandogli il successo finale. Ciò che il profeta
ispirato dice del Servo, lo possiamo applicare all’amato
Giovanni
Paolo II: il Signore lo ha chiamato al suo servizio e,
nell’affidargli compiti di sempre maggiore responsabilità,
lo ha anche accompagnato con la sua grazia e con la sua
continua assistenza. Durante il suo lungo Pontificato,
egli si è prodigato nel proclamare il diritto con
fermezza, senza debolezze o tentennamenti, soprattutto
quando doveva misurarsi con resistenze, ostilità e
rifiuti. Sapeva di essere stato preso per mano dal
Signore, e questo gli ha consentito di esercitare un
ministero molto fecondo, per il quale, ancora una volta,
rendiamo fervide grazie a Dio.
Il
Vangelo poc’anzi proclamato ci conduce a Betania, dove,
come annota l’Evangelista, Lazzaro, Marta e Maria
offrirono una cena al Maestro (Gv 12,1). Questo
banchetto in casa dei tre amici di Gesù è caratterizzato
dai presentimenti della morte imminente: i sei giorni
prima di Pasqua, il suggerimento del traditore Giuda, la
risposta di Gesù che richiama uno degli atti pietosi
della sepoltura anticipato da Maria, l’accenno che non
sempre lo avrebbero avuto con loro, il proposito di
eliminare Lazzaro in cui si riflette la volontà di
uccidere Gesù. In questo racconto evangelico, c’è un
gesto sul quale vorrei attirare l’attenzione: Maria di
Betania “prese trecento grammi di profumo di puro nardo,
assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li
asciugò con i suoi capelli” (12,3). Il gesto di Maria
è l’espressione di fede e di amore grandi verso il
Signore: per lei non è sufficiente lavare i piedi del
Maestro con l’acqua, ma li cosparge con una grande
quantità di profumo prezioso, che – come contesterà
Giuda – si sarebbe potuto vendere per trecento denari;
non unge, poi, il capo, come era usanza, ma i piedi: Maria
offre a Gesù quanto ha di più prezioso e con un gesto di
devozione profonda. L’amore non calcola, non misura, non
bada a spese, non pone barriere, ma sa donare con gioia,
cerca solo il bene dell’altro, vince la meschinità, la
grettezza, i risentimenti, le chiusure che l’uomo porta
a volte nel suo cuore.
Maria si
pone ai piedi di Gesù in umile atteggiamento di servizio,
come farà lo stesso Maestro nell’Ultima Cena, quando
– ci dice il quarto Vangelo – “si alzò da tavola,
depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse
attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e
cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv
13,4-5), perché – disse – “anche voi facciate come
io ho fatto a voi” (v. 15): la regola della comunità di
Gesù è quella dell’amore che sa servire fino al dono
della vita. E il profumo si spande: “tutta la casa –
annota l’Evangelista – si riempì dell’aroma di quel
profumo” (Gv 12,3). Il significato del gesto di
Maria, che è risposta all’Amore infinito di Dio, si
diffonde tra tutti i convitati; ogni gesto di carità e di
devozione autentica a Cristo non rimane un fatto
personale, non riguarda solo il rapporto tra l’individuo
e il Signore, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa,
è contagioso: infonde amore, gioia, luce.
“Venne
fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv
1,11): all’atto di Maria si contrappongono
l’atteggiamento e le parole di Giuda, che, sotto il
pretesto dell’aiuto da recare ai poveri, nasconde
l’egoismo e la falsità dell’uomo chiuso in se stesso,
incatenato dall’avidità del possesso, che non si lascia
avvolgere dal buon profumo dell’amore divino. Giuda
calcola là dove non si può calcolare, entra con animo
meschino dove lo spazio è quello dell’amore, del dono,
della dedizione totale. E Gesù, che fino a quel momento
era rimasto in silenzio, interviene a favore del gesto di
Maria: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il
giorno della mia sepoltura” (Gv 12,7). Gesù
comprende che Maria ha intuito l’amore di Dio ed indica
che ormai la sua ”ora” si avvicina, l’“ora” in
cui l’Amore troverà la sua espressione suprema sul
legno della Croce: il Figlio di Dio dona se stesso perché
l’uomo abbia la vita, scende negli abissi della morte
per portare l’uomo alle altezze di Dio, non ha paura di
umiliarsi “facendosi obbediente fino alla morte e a una
morte di croce” (Fil 2,8). Sant’Agostino, nel
Sermone in cui commenta tale brano evangelico, rivolge a
ciascuno di noi, con parole incalzanti, l’invito ad
entrare in questo circuito d’amore, imitando il gesto di
Maria e ponendosi concretamente alla sequela di Gesù.
Scrive Agostino: “Ogni anima che voglia essere fedele,
si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi
del Signore… Ungi i piedi di Gesù: segui le orme del
Signore conducendo una vita degna. Asciugagli i piedi con
i capelli: se hai del superfluo dallo ai poveri, e avrai
asciugato i piedi del Signore” (In Ioh. evang.,
50, 6).
Cari
fratelli e sorelle! Tutta la vita del Venerabile Giovanni
Paolo II si è svolta nel segno di questa carità,
della capacità di donarsi in modo generoso, senza
riserve, senza misura, senza calcolo. Ciò che lo muoveva
era l’amore verso Cristo, a cui aveva consacrato la
vita, un amore sovrabbondante e incondizionato. E proprio
perché si è avvicinato sempre più a Dio nell’amore,
egli ha potuto farsi compagno di viaggio per l’uomo di
oggi, spargendo nel mondo il profumo dell’Amore di Dio.
Chi ha avuto la gioia di conoscerlo e frequentarlo, ha
potuto toccare con mano quanto viva fosse in lui la
certezza “di contemplare la bontà del Signore nella
terra dei viventi”, come abbiamo ascoltato nel Salmo
responsoriale (26/27,13); certezza che lo ha accompagnato
nel corso della sua esistenza e che, in modo particolare,
si è manifestata durante l’ultimo periodo del suo
pellegrinaggio su questa terra: la progressiva debolezza
fisica, infatti, non ha mai intaccato la sua fede
rocciosa, la sua luminosa speranza, la sua fervente carità.
Si è lasciato consumare per Cristo, per la Chiesa, per il
mondo intero: la sua è stata una sofferenza vissuta fino
all’ultimo per amore e con amore.
Nell’Omelia
per il XXV
anniversario del suo Pontificato, egli confidò di
avere sentito forte nel suo cuore, al momento
dell’elezione, la domanda di Gesù a Pietro: “Mi ami
tu? Mi ami più di costoro…? (Gv 21,15-16); e
aggiunse: “Ogni giorno si svolge all’interno del mio
cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito,
fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur
consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a
rispondere con fiducia come Pietro: “Signore, tu sai
tutto; tu sai che ti amo” (Gv 21,17). E poi
mi invita ad assumere le responsabilità che Lui stesso mi
ha affidato” (16 ottobre 2003). Sono parole cariche di
fede e di amore, l’amore di Dio, che tutto vince!
Na zakończenie
pragnę pozdrowić obecnych tu Polaków.
Gromadzicie się licznie wokół grobu Czcigodnego
Sługi Bożego ze szczególnym sentymentem, jako córki
i synowie tej samej ziemi, wyrastający w tej samej
kulturze i duchowej tradycji. Życie i dzieło
Jana Pawła II, wielkiego Polaka, może być
dla Was powodem do dumy. Trzeba jednak byście pamiętali,
że jest to również wielkie wezwanie, abyście
byli wiernymi świadkami tej wiary, nadziei i miłości,
jakich on nieustannie nas uczył. Przez wstawiennictwo
Jana Pawła II niech was zawsze umacnia Boże błogosławieństwo.
[Infine
voglio salutare i polacchi qui presenti. Vi radunate
numerosi intorno alla tomba del Venerabile Servo di Dio
con un sentimento speciale, come figlie e figli della
stessa terra, cresciuti nella stessa cultura e tradizione
spirituale. La vita e l’opera di Giovanni
Paolo II, grande polacco, può essere per voi motivo
di orgoglio. Bisogna però che ricordiate, che questa è
anche una grande chiamata ad essere fedeli testimoni della
fede, della speranza e dell’amore, che egli ci ha
ininterrottamente insegnato. Per l’intercessione di Giovanni
Paolo II, vi sorregga sempre la benedizione del
Signore.]
Mentre
proseguiamo la Celebrazione eucaristica, accingendoci a
vivere i giorni gloriosi della Passione, Morte e
Risurrezione del Signore, affidiamoci con fiducia –
sull’esempio del Venerabile Giovanni Paolo II –
all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della
Chiesa, affinché ci sostenga nell’impegno di essere, in
ogni circostanza, apostoli infaticabili del suo Figlio
divino e del suo Amore misericordioso. Amen!
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