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SOLENNITA' DEI
SANTI PIETRO E PAOLO |
Radio
Vaticana, 29 giugno 2011
XVI
celebra i 60 anni di sacerdozio nella Messa per la Festa
dei Santi Pietro e Paolo: grato a Dio per la sua chiamata
a servirlo
◊
Nella preghiera e nella gioia Benedetto XVI ha festeggiato
oggi il 60mo di sacerdozio. Nella Solennità dei Santi
Apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma, il
Papa ha presieduto stamane la Santa Messa nella Basilica
Vaticana, imponendo a 41 arcivescovi metropoliti nominati
nell’ultimo anno – secondo tradizione in questa
ricorrenza - il Pallio, simbolo della dignità vescovile e
segno di comunione con la sede di Pietro. Alla
celebrazione eucaristica ha partecipato – come di
consueto – una delegazione del Patriarcato ecumenico di
Costantinopoli. Il servizio di Roberta Gisotti:
(musica Messa)
“Non vi chiamo più servi ma amici”. A
sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione
sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste
parole di Gesù…”
Lo ha confidato Benedetto XVI, nella sua omelia: le
parole evangeliche pronunciate dal cardinale Faulhaber nel
giorno della sua ordinazione, sono impresse nella sua
mente:
“'Non più servi ma amici': io sapevo e avvertivo
che, in quel momento, questa non era solo una parola
'cerimoniale', ed era anche più di una citazione della
Sacra Scrittura".
“Ciò che avveniva in quel momento era ancora
qualcosa di più”, ha osservato il Papa:
“Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia
di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo”.
“Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del
tutto particolare”:
“Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura,
di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e
fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati”.
Il Signore “si affida a me”, ha proseguito il Santo
Padre:
“Non siete più servi ma amici”: questa è
un’affermazione che reca una grande gioia interiore e
che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i
brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della
propria debolezza e della sua inesauribile bontà”.
Nell’amicizia con Gesù “è racchiuso l’intero
programma di una vita sacerdotale.” Ma “che cosa è
veramente l’amicizia?”, si è chiesto Benedetto XVI:
“L’amicizia è una comunione del pensare e del
volere”.
Ma “oltre alla comunione di pensiero e di volontà”
- ha aggiunto il Papa - il Signore menziona un terzo,
nuovo elemento:
“Egli dà la sua vita per noi. Signore, aiutami a
conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più
una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia
vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per
gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo
amico!”.
E, “il primo compito dato ai discepoli – agli amici
– ha ricordato il Santo Padre – è quello di mettersi
in cammino, di uscire da se stessi e di andare verso gli
altri”:
“Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino,
superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi,
affinché Egli stesso possa entrare nel mondo”.
Ma Gesù chiede anche di portare frutto, “un frutto
che rimanga!”, ha esclamato Benedetto XVI, richiamando
l’immagine dell’uva, frutto della vite, da cui si
ottiene il vino:
“Perché possa maturare uva buona, occorre il sole
ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi
un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole
la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve
ai processi di maturazione”.
Non è questa – si è domandato Benedetto XVI –
“un’immagine della vita umana, e in modo del tutto
particolare della nostra vita di sacerdoti?”:
“Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare
Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le
gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe
riconosciamo la continua presenza del suo amore, che
sempre di nuovo ci porta e ci sopporta”.
Il pensiero del Papa si è poi rivolto nell’odierna
solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo alle autorità
ecclesiali e civili, agli ambasciatori, ai religiosi e
fedeli laici assiepati nella Basilica, porgendo un saluto
particolare a Bartolomeo I, il Patriarca ortodosso
ecumenico e alla delegazione inviata a Roma.
Quindi prima di imporre loro il Pallio – ricordiamo -
una stola di lana bianca, con ricamate piccole croci,
simbolo del gregge di Cristo, Benedetto XVI si è rivolto
ai nuovi arcivescovi, spiegando che i Palli – che
vengono benedetti nella festa di Sant’Agnese -
richiamano “il giogo dolce di Cristo” che viene posto
sulle spalle:
“È un giogo di amicizia e perciò un ‘giogo
dolce’, ma proprio per questo anche un giogo che esige e
che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una
volontà di verità e di amore”.
Pallio che “significa molto concretamente – ha
sottolineato Benedetto XVI - anche la comunione del
Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi
successori”...
“…significa che noi dobbiamo essere Pastori per
l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui
Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo”.
Infine all’Angelus prima l’omaggio del Papa alla
sua diocesi:
“O Roma felix!” si canta, oggi, nella solennità
dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Città”.
Poi il grazie di Benedetto XVI in questo giorno
speciale per lui e per tutta la Chiesa:
“Sono grato al Signore per la sua chiamata e per
il ministero affidatomi, e ringrazio coloro che, in questa
circostanza, mi hanno manifestato la loro vicinanza e
sostengono la mia missione con la preghiera, che da ogni
comunità ecclesiale sale incessantemente a Dio,
traducendosi in adorazione a Cristo Eucaristia per
accrescere la forza e la libertà di annunciare il
Vangelo”.
(musica Messa)
SANTA MESSA E
IMPOSIZIONE DEL PALLIO
AI NUOVI METROPOLITI
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
“Non
iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo
più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A
sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione
sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste
parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il
Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e
tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine
della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento
liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava
allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del
mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma
amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento,
questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era
anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero
consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore,
la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e
nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé,
ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che
avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più.
Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro
ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di
coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e
che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi
conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò
che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare
legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole
che io – per suo mandato – possa pronunciare con il
suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì
azione che produce un cambiamento nel più profondo
dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua
Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha
il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel
fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella
notte della nostra colpa, e solo così essa può essere
trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi
permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo
e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi
lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida
con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le
parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi
ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla
in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si
affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa
è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e
che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i
brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della
propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più
servi ma amici”: in questa parola è racchiuso
l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è
veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle –
volere le stesse cose e non volere le stesse cose,
dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del
pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa
con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei
conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i
suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per
nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità
dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale.
Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può
solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre
meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti,
nell’incontro della preghiera, nella comunione dei
Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi
manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso.
L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto
comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce
verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà,
infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea,
alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi
piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si
unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio
così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di
pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo,
nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv
15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre
meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la
tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me
stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami
a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola
di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso
sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con
un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv
15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è
quello di mettersi in cammino - costituiti perché andiate
-, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri.
Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto
rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo
Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…”
(cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i
confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il
Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto
e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può
ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato
la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e
il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in
cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi
stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la
parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate
frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende
da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto
della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino.
Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché
possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la
pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino
pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la
pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai
processi di maturazione. Del vino pregiato è
caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la
ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è
sviluppato nei processi della maturazione e della
fermentazione. Non è forse questa già un’immagine
della vita umana, e in modo del tutto particolare della
nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della
pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi
di purificazione e di prova come anche dei tempi di
cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo
sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per
le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per
quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua
presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci
sopporta.
Ora,
tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto
che il Signore attende da noi? Il vino è immagine
dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello
che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che
nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva
pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si
sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E
non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria
e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre.
L’autentico contenuto della Legge, la sua summa,
è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice
amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce.
Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà,
della maturazione nella formazione ed assimilazione della
nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù
Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero
nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo
così esso è un frutto maturo. La sua esigenza
intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa,
richiede sempre di essere realizzata anche nella
sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo,
l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con
la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore
significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno
della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una
volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da
soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una
parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente
presente ogni giorno.
Cari
amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la
memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero
sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è
proprio di questo momento.
Nella
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo
anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca
Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato,
e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella
lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma.
Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli
nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità
civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima
Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per
la presenza e per la preghiera.
Agli
Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei
grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa
significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo
dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt
11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia.
È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma
proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma.
È il giogo della sua volontà, che è una volontà di
verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il
giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di
essere a disposizione degli altri, di prenderci come
Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un
ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con
la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di
sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli
stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si
è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo
agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui,
che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle
sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo
modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi
portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle
nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo
essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non
diventa nostro. Infine, il pallio significa molto
concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa
con Pietro e con i suoi successori – significa che noi
dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e
che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo
veramente verso Cristo.
Sessant’anni
di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho
indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi
sono sentito spinto a guardare a ciò che ha
caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a
voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli
della Chiesa – una parola di speranza e di
incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza,
sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però,
questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore
per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a
tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato
ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che
un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci
faccia contemplare la sua gioia. Amen.
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