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ALLA
PLENARIA DEL DICASTERO PER L'ECUMENISMO |
Radio
Vaticana 18 novembre 2010
L'unità
dei cristiani non la facciamo noi, la fa Dio: così il
Papa alla plenaria del dicastero per l'ecumenismo
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Il dialogo ecumenico ha compiuto “molta strada” in 50
anni, ma ha bisogno di ritrovare slancio soprattutto in
Occidente, senza dimenticare che l’unità dei cristiani
la costruisce Dio e non un’abile capacità di negoziato
o di compromesso. Con questi concetti, Benedetto XVI si è
rivolto questa mattina in udienza alla plenaria del
Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, che
ieri ha festeggiato i 50 anni di costituzione del
dicastero. Il servizio di Alessandro De Carolis:
L’unità dei cristiani “non la ‘facciamo noi’,
la ‘fa’ Dio”. L’affermazione del Papa è il
baricentro di un discorso che, al di là di alcune
riflessioni celebrative legate alla storia, inquadra con
molta chiarezza lo stato del cammino ecumenico per ciò
che riguarda il presente e il futuro prossimo. Le prime
parole di Benedetto XVI sono state di riconoscenza per la
decisione con cui 50 anni fa il Beato Giovanni XXIII dava
vita al Segretariato per la Promozione per l’Unità dei
Cristiani, poi trasformato da Giovanni Paolo II, nel 1988,
in Pontificio Consiglio:
“Fu un atto che costituì una pietra miliare per
il cammino ecumenico della Chiesa cattolica. Nel corso di
cinquant’anni è stata percorsa molta strada (...) Sono
cinquant’anni in cui si è acquisita una conoscenza più
vera e una stima più grande con le Chiese e le Comunità
ecclesiali, superando pregiudizi sedimentati dalla storia;
si è cresciuti nel dialogo teologico, ma anche in quello
della carità; si sono sviluppate varie forme di
collaborazione, tra le quali, oltre a quelle per la difesa
della vita, per la salvaguardia del creato e per
combattere l’ingiustizia, importante e fruttuosa è
stata quella nel campo delle traduzioni ecumeniche della
Sacra Scrittura”.
Lungo l’elenco dei nomi dei titolari del dicastero
ringraziati dal Papa per averne retto le sorti in mezzo
secolo e, con loro, tutti i membri che a vario titolo ne
hanno fatto e ne fanno parte. Quindi, l’attenzione del
Pontefice si è spostata al presente, in particolare al
lavoro dell’“Harvest Project” col quale – ha detto
– si intende “tracciare un primo bilancio dei dialoghi
teologici” conseguiti “con le principali Comunità
ecclesiali” dal Vaticano II in qua. Con una indicazione
ben precisa rispetto “al cammino verso l’unità”:
“Oggi alcuni pensano che tale cammino, specie in
Occidente, abbia perso il suo slancio; si avverte, allora,
l’urgenza di ravvivare l’interesse ecumenico e di dare
una nuova incisività ai dialoghi. Sfide inedite, poi, si
presentano: le nuove interpretazioni antropologiche ed
etiche, la formazione ecumenica delle nuove generazioni,
l’ulteriore frammentazione dello scenario ecumenico”.
“È essenziale prendere coscienza di tali
cambiamenti”, ha raccomandato Benedetto XVI, ricordando
al contempo i punti cruciali toccati oggi con gli
ortodossi e con le Antiche Chiese Orientali: con i primi,
“il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della
Chiesa”, mentre con le altre la constatazione di aver
preservato “un prezioso patrimonio comune”, nonostante
“secoli di incomprensione e di lontananza”. Proseguire
su questa strada è un impegno che resta “fermo” purché,
ha osservato schiettamente il Papa, non lo si faccia
pensando sia sufficiente solo “l’abilità di
negoziare”, né una “maggiore capacità di trovare
compromessi”:
“L’azione ecumenica ha un duplice movimento. Da
una parte la ricerca convinta, appassionata e tenace per
trovare tutta l’unità nella verità, per escogitare
modelli di unità, per illuminare opposizioni e punti
oscuri in ordine al raggiungimento dell’unità. E questo
nel necessario dialogo teologico, ma soprattutto nella
preghiera e nella penitenza, in quell’ecumenismo
spirituale che costituisce il cuore pulsante di tutto il
cammino: l’unità dei cristiani è e rimane preghiera,
abita nella preghiera”.
Dall’altra parte, ha concluso Benedetto XVI, non deve
mai offuscarsi questo semplice assunto:
“L’unità non la ‘facciamo noi’, la ‘fa’
Dio: viene dall’alto, dall’unità del Padre con il
Figlio nel dialogo di amore che è lo Spirito Santo; è un
prendere parte all’unità divina. E questo non deve far
diminuire il nostro impegno (…) Alla fine, anche nel
cammino ecumenico, si tratta di lasciare a Dio quello che
è unicamente suo e di esplorare, con serietà, costanza e
dedizione, quello che è nostro compito, tenendo conto che
al nostro impegno appartengono i binomi di agire e
soffrire, di attività e pazienza, di fatica e gioia”.
DISCORSO DEL PAPA
Signori
Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
È per me
una grande gioia incontrarvi in occasione della Plenaria
del Pontificio
Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani,
durante la quale riflettete sul tema: “Verso una
nuova tappa del dialogo ecumenico”. Nel rivolgere a
ciascuno di voi il mio cordiale saluto, desidero
ringraziare in modo particolare il Presidente, Mons. Kurt
Koch, anche per le calorose espressioni con cui ha
interpretato i vostri sentimenti.
Ieri,
come ha ricordato Mons. Koch, avete celebrato, con un
solenne Atto commemorativo, il 50° anniversario
dell’istituzione del vostro Dicastero. Il 5 giugno 1960,
alla vigilia del Concilio Vaticano II, che ha indicato
come centrale per la Chiesa l’impegno ecumenico, il
beato Giovanni
XXIII creava il Segretariato per la Promozione
dell’Unità dei Cristiani, denominato poi, nel 1988,
Pontificio Consiglio. Fu un atto che costituì una pietra
miliare per il cammino ecumenico della Chiesa cattolica.
Nel corso di cinquant’anni è stata percorsa molta
strada. Desidero esprimere viva gratitudine a tutti coloro
che hanno prestato il loro servizio nel Pontificio
Consiglio, ricordando anzitutto i Presidenti che si sono
succeduti: i Cardinali Augustin Bea, Johannes Willebrands,
Edward Idris Cassidy; e mi è particolarmente gradito
ringraziare il Cardinale Walter Kasper, che ha guidato il
Dicastero, con competenza e passione, negli ultimi undici
anni. Ringrazio membri e consultori, officiali e
collaboratori, coloro che hanno contribuito a realizzare i
dialoghi teologici e gli incontri ecumenici e quanti hanno
pregato il Signore per il dono dell’unità visibile tra
i cristiani. Sono cinquant’anni in cui si è acquisita
una conoscenza più vera e una stima più grande con le
Chiese e le Comunità ecclesiali, superando pregiudizi
sedimentati dalla storia; si è cresciuti nel dialogo
teologico, ma anche in quello della carità; si sono
sviluppate varie forme di collaborazione, tra le quali,
oltre a quelle per la difesa della vita, per la
salvaguardia del creato e per combattere l’ingiustizia,
importante e fruttuosa è stata quella nel campo delle
traduzioni ecumeniche della Sacra Scrittura.
In questi
ultimi anni, poi, il
Pontificio Consiglio si è impegnato, tra l’altro,
in un ampio progetto, il cosiddetto Harvest Project,
per tracciare un primo bilancio dei traguardi conseguiti
nei dialoghi teologici con le principali Comunità
ecclesiali dal Vaticano II. Si tratta di un prezioso
lavoro che ha messo in evidenza sia le aree di
convergenza, sia quelle in cui è necessario continuare ad
approfondire la riflessione. Rendendo grazie a Dio per i
frutti già raccolti, vi incoraggio a proseguire il vostro
impegno nel promuovere una corretta ricezione dei
risultati raggiunti e nel far conoscere con esattezza lo
stato attuale della ricerca teologica a servizio del
cammino verso l’unità. Oggi alcuni pensano che tale
cammino, specie in Occidente, abbia perso il suo slancio;
si avverte, allora, l’urgenza di ravvivare l’interesse
ecumenico e di dare una nuova incisività ai dialoghi.
Sfide inedite, poi, si presentano: le nuove
interpretazioni antropologiche ed etiche, la formazione
ecumenica delle nuove generazioni, l’ulteriore
frammentazione dello scenario ecumenico. È essenziale
prendere coscienza di tali cambiamenti e individuare le
vie per procedere in maniera efficace alla luce della
volontà del Signore: “che siano tutti una sola cosa”
(Gv 17,21).
Anche con
le Chiese Ortodosse e le Antiche Chiese Orientali, con le
quali esistono “strettissimi legami” (Unitatis
Redintegratio, 15), la Chiesa cattolica prosegue
con passione il dialogo, cercando di approfondire in modo
serio e rigoroso il comune patrimonio teologico, liturgico
e spirituale, e di affrontare con serenità e impegno gli
elementi che ancora ci dividono. Con gli Ortodossi si è
giunti a toccare un punto cruciale di confronto e di
riflessione: il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione
della Chiesa. E la questione ecclesiologica è anche al
centro del dialogo con le Antiche Chiese Orientali:
nonostante molti secoli di incomprensione e di lontananza,
si è constatato, con gioia, di avere conservato un
prezioso patrimonio comune.
Cari
amici, pur in presenza di nuove situazioni problematiche o
di punti difficili per il dialogo, la meta del cammino
ecumenico rimane immutata, come pure l’impegno fermo nel
perseguirla. Non si tratta, però, di un impegno secondo
categorie, per così dire, politiche, in cui entrano in
gioco l’abilità di negoziare o la maggiore capacità di
trovare compromessi, per cui ci si potrebbe aspettare,
come buoni mediatori, che, dopo un certo tempo, si arrivi
ad accordi accettabili da tutti. L’azione ecumenica ha
un duplice movimento. Da una parte la ricerca convinta,
appassionata e tenace per trovare tutta l’unità nella
verità, per escogitare modelli di unità, per illuminare
opposizioni e punti oscuri in ordine al raggiungimento
dell’unità. E questo nel necessario dialogo teologico,
ma soprattutto nella preghiera e nella penitenza, in
quell’ecumenismo spirituale che costituisce il cuore
pulsante di tutto il cammino: l’unità dei cristiani è
e rimane preghiera, abita nella preghiera. Dall’altra
parte, un altro movimento operativo, che sorge dalla ferma
consapevolezza che noi non sappiamo l’ora della
realizzazione dell’unità tra tutti i discepoli di
Cristo e non la possiamo conoscere, perché l’unità non
la “facciamo noi”, la “fa” Dio: viene dall’alto,
dall’unità del Padre con il Figlio nel dialogo di amore
che è lo Spirito Santo; è un prendere parte all’unità
divina. E questo non deve far diminuire il nostro impegno,
anzi, deve renderci sempre più attenti a cogliere i segni
e i tempi del Signore, sapendo riconoscere con gratitudine
quello che già ci unisce e lavorando perché si consolidi
e cresca. Alla fine, anche nel cammino ecumenico, si
tratta di lasciare a Dio quello che è unicamente suo
e di esplorare, con serietà, costanza e dedizione, quello
che è nostro compito, tenendo conto che al nostro
impegno appartengono i binomi di agire e soffrire,
di attività e pazienza, di fatica e gioia.
Invochiamo
fiduciosi lo Spirito Santo, perché guidi il nostro
cammino e ognuno senta con rinnovato vigore l’appello a
lavorare per la causa ecumenica. Incoraggio tutti voi a
proseguire nella vostra opera; è un aiuto che rendete al
Vescovo di Roma nell’adempiere la sua missione al
servizio dell’unità. Quale segno di affetto e
gratitudine, vi imparto di cuore la mia Benedizione
Apostolica.
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