|
AL
PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIO (13 FEBBRAIO 2010) |
Radio
Vaticana, 13 febbraio 2010
Il
cristianesimo non è moralismo ma fede in Dio che si dona
per amore: così il Papa al Pontificio Seminario Romano
Maggiore
◊ Il
cristianesimo non è moralismo, ma fede in Dio che dona se
stesso all’uomo in Cristo. E’ questo in sintesi quanto
ha detto il Papa ieri sera durante la visita al Pontificio
Seminario Romano Maggiore, alla vigilia della Festa della
Madonna della Fiducia, Patrona dell’Istituto. Ad
accoglierlo, il cardinale vicario Agostino Vallini e il
rettore del Seminario mons. Giovanni Tani. Benedetto XVI
ha tenuto la Lectio divina ai seminaristi della diocesi
sul brano della Vera vite nel Vangelo di San Giovanni. Il
Papa si è poi trattenuto a cena con la comunità del
Seminario. Il servizio di Sergio Centofanti.
Il Papa, nella Lectio divina, sottolinea alcune parole
chiave del brano evangelico. Parte dall’immagine
veterotestamentaria della vite che Dio ha piantato perché
dia frutto e vino buono. Questa vite è il suo Popolo. Dio
cerca l’uomo, lo ama, ma la storia dell’uomo è una
storia d’infedeltà. E la vigna diventa un deserto. Ma
Dio non si arrende e trova un modo nuovo di arrivare
all’amore. Diventa egli stesso vite, si fa frutto e vino
per noi: il suo Sangue è il frutto del suo amore. “Io
sono la vite – dice Gesù – voi i tralci, rimanete nel
mio amore”. Il suo Sangue diventa il nostro sangue, noi
riceviamo una nuova identità, uniti con l’amore eterno,
nel suo Corpo e col suo Sangue:
“Mi sembra che dobbiamo meditare molto questo
mistero: che Dio stesso si fa un solo Corpo con noi,
Sangue con noi, che possiamo rimanere nella comunione con
Dio stesso, in questa grande storia dell’amore che è la
storia della vera felicità”.
La seconda parola di Gesù commentata dal Papa è:
“osservate i miei comandamenti”. Una frase
interpretata spesso in modo moralistico. Ma – spiega –
non è questa la fede cristiana:
“Il cristianesimo non è un moralismo, non siamo
noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma
dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero
ontologico: Dio dà se stesso, il suo essere, il suo amare
precede il nostro agire e nel contesto del suo Corpo, nel
contesto dello stare in Lui, identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con
Cristo. Ma l’etica è conseguenza dell’essere …
dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Non
è più un’obbedienza esteriore, ma una realizzazione
del dono del nuovo essere”.
E quando Gesù dice: “Amatevi come io vi ho amato.
Nessun amore è più grande di questo: dare la vita per i
propri amici”, anche questo – afferma il Papa - non è
un moralismo. Il cristianesimo non è un moralismo eroico:
“Ma anche qui la vera novità non è quanto
facciamo noi: la vera novità è quanto ha fatto il
Signore. Il Signore ci ha dato se stesso e ci ha dato la
vera novità di essere membri nel suo Corpo, di essere
tralci della vite che è Lui. Quindi la novità è il
dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono
segue anche, come ho detto, il nuovo agire”.
La vera giustizia allora – aggiunge – non consiste
in obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo
nell’abbondanza del bene. Abbondanza – spiega il Papa
– è una delle parole chiave del Nuovo Testamento.
Vivere la fede è vivere nell’entusiasmo di chi riceve
da Dio la vita in abbondanza:
“E chi è unito con Cristo, chi è tralcio della
vite, vive da questa nuova legge, non chiede: ‘posso
fare questo o no?’, ‘devo fare questo o no?’, ma
vive in questo entusiasmo dell’amore che non domanda:
‘questo è necessario oppure proibito’, ma vuol
semplicemente, nella creatività dell’amore, vivere con
Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Cristo e
così entrare nella gioia del portare frutto”.
Gesù poi dice: “Non vi chiamo più servi ma amici
perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto
conoscere a voi”:
“Non più servi che obbediscono a un ordine, ma
amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà,
nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è
fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più
il Dio ignoto, cercato, ma non trovato, ma solo intuito da
lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo
vediamo Dio, Dio si è fatto conoscere, è così ci ha
resi suoi amici”.
In molti anche oggi – ha sottolineato il Papa – non
conoscono il volto di Dio, vivono lontani da Cristo, anche
se credono nell’esistenza di un Dio: ma questo Dio resta
ignoto, nascosto. E forse anche non onnipotente, come
asserisce persino certa teologia cattolica: di fronte al
male della storia, alla sofferenza dell’umanità –
dicono - dov’è l’onnipotenza di Dio? Come possiamo
essere sicuri del suo amore se questo amore finisce dove
comincia il potere del male?
“La vera onnipotenza è amare fino al punto che
Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza
che può andare fino al punto di un amore che soffre per
noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio
che è amore e potere, il potere dell’amore. E possiamo
affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo
Amore onnipotente”.
Dio
ha rivelato il suo volto in Cristo – ha proseguito il
Papa – e questa è una fonte di gioia permanente che non
possiamo tenere per noi stessi:
“La
missionarietà non è una cosa esteriore, aggiunta alla
fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto,
chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve
dire agli amici: ‘Lo abbiamo trovato, è Gesù,
crocifisso per noi’”.
L’ultima parola chiave è la preghiera. Gesù ci
invita a pregare nel suo nome perché il Padre ci conceda
quanto chiediamo. Ma cosa dire di fronte a tante preghiere
apparentemente inascoltate? Preghiere che chiedono la
liberazione da tante sofferenze. Ma il grande dono che Dio
ci vuole fare nella preghiera – sottolinea - è Dio
stesso, il suo Spirito, la vera gioia:
“Il Padre Nostro ce lo insegna: possiamo pregare
per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare
‘aiutami!’. Questo è molto umano e Dio è umano,
quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose
quotidiane della nostra vita. Ma nello stesso tempo il
pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo sempre più
imparare le cose per cui possiamo pregare e le cose per
cui non pregare perché sono espressioni
dell’egoismo”.
Vivere con Cristo – conclude il Papa – diventa
allora un processo di purificazione, di liberazione da noi
stessi, e solo in questo modo si apre il cammino della
gioia e della vera vita:
“E così possiamo imparare che Dio risponde alle
nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche
alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le
trasforma e le guida perché noi diventiamo finalmente e
realmente tralci della vite vera, del suo Figlio, membri
del suo Corpo”.
VISITA AL
PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
PER LA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA
"LECTIO
DIVINA" CON I SEMINARISTI
PAROLE
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cappella del
Seminario
Venerdì, 12 febbraio
2010
Eminenza,
Eccellenze, Cari amici,
ogni anno
è per me una grande gioia essere con i seminaristi della
diocesi di Roma, con i giovani che si preparano a
rispondere alla chiamata del Signore per essere lavoratori
nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero. E’ questa la
gioia di vedere che la Chiesa vive, che il futuro della
Chiesa è presente anche nelle nostre terre, proprio anche
a Roma.
In
quest’Anno
Sacerdotale, vogliamo essere particolarmente attenti
alle parole del Signore concernenti il nostro servizio. Il
brano del Vangelo ora letto parla indirettamente, ma
profondamente, del nostro Sacramento, della nostra
chiamata a stare nella vigna del Signore, ad essere
servitori del suo mistero.
In questo
breve brano, troviamo alcune parole-chiave, che danno
l’indicazione dell’annuncio che il Signore vuole fare
con questo testo. “Rimanere”: in questo breve brano,
troviamo dieci volte la parola “rimanere”; poi, il
nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”,
“Non più servi ma amici”, “Portate frutto”; e,
finalmente: “Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà
data la gioia”. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad
entrare nel senso delle sue parole, perché queste parole
possano penetrare il nostro cuore e così possano essere
via e vita in noi, con noi e tramite noi.
La prima
parola è: “Rimanete in me, nel mio amore”. Il
rimanere nel Signore è fondamentale come primo tema di
questo brano. Rimanere: dove? Nell’amore, nell’amore
di Cristo, nell’essere amati e nell’amare il Signore.
Tutto il capitolo 15 concretizza il luogo del nostro
rimanere, perché i primi otto versetti espongono e
presentano la parabola della vite: “Io sono la vite e
voi i rami”. La vite è un’immagine
veterotestamentaria che troviamo sia nei Profeti, sia nei
Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il
popolo di Dio, che è la sua vigna. Egli ha piantato una
vite in questo mondo, ha coltivato questa vite, ha
coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con
quale intento? Naturalmente, con l’intento di trovare
frutto, di trovare il dono prezioso dell’uva, del vino
buono.
E così
appare il secondo significato: il vino è simbolo, è
espressione della gioia dell’amore. Il Signore ha creato
il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così
questa immagine della vite, della vigna, ha un significato
sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore
della sua creatura, vuole entrare in una relazione
d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite
il popolo da lui eletto.
Ma poi la
storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva
preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose
immangiabili”, non giunge la risposta di questo grande
amore, non nasce questa unità, questa unione senza
condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell’amore.
L’uomo si ritira in se stesso, vuole avere se stesso
solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il
mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il
cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna
diventa un deserto.
Ma Dio
non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un
amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla
vera uva: Dio si fa uomo, e così diventa Egli stesso
radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la
vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può
essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è
impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è
realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci
chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare,
a rimanere in Lui.
Teniamo
presente, inoltre, che, nel capitolo 6 del Vangelo di
Giovanni, troviamo il discorso sul pane, che diventa il
grande discorso sul mistero eucaristico. In questo
capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non
parla esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente,
dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è
fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il
frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e,
nell’Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue,
noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché
il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo
imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia,
diventa realtà questa grande realtà della vite nella
quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con
l’amore eterno.
“Rimanete”:
rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo
nuovo dono del Signore, che ci ha reso popolo in se
stesso, nel suo Corpo e col suo Sangue. Mi sembra che
dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio
stesso si fa Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che
possiamo rimanere - rimanendo in questo mistero - nella
comunione con Dio stesso, in questa grande storia di
amore, che è la storia della vera felicità. Meditando
questo dono - Dio si è fatto uno con noi tutti e, nello
stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite - dobbiamo anche
iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero
penetri nella nostra mente, nel nostro cuore, e sempre più
siamo capaci di vedere e di vivere la grandezza del
mistero, e così cominciare a realizzare questo
imperativo: “Rimanete”.
Se
continuiamo a leggere attentamente questo brano del
Vangelo di Giovanni, troviamo anche un secondo imperativo:
“Rimanete” e “Osservate i miei comandamenti”.
“Osservate” è solo il secondo livello; il primo è
quello del “rimanere”, il livello ontologico, cioé
che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se
stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo
noi che dobbiamo produrre il grande frutto; il
cristianesimo non è un moralismo, non siamo noi che
dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo
innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si
dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il
nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto
dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con
il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo.
L’etica
è conseguenza dell’essere: prima il Signore ci dà un
nuovo essere, questo è il grande dono; l’essere precede
l’agire e da questo essere poi segue l’agire, come una
realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo
anche nella nostra attività. E così ringraziamo il
Signore perché ci ha tolto dal puro moralismo; non
possiamo obbedire ad una legge che sta di fonte a noi, ma
dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità.
Quindi non è più un’obbedienza, una cosa esteriore, ma
una realizzazione del dono del nuovo essere.
Lo dico
ancora una volta: ringraziamo il Signore perché Lui ci
precede, ci dà quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo
essere poi, nella verità e nella forza del nostro nuovo
essere, attori della sua realtà. Rimanere e osservare:
l’osservare è il segno del rimanere e il rimanere è il
dono che Lui ci dà, ma che deve essere rinnovato ogni
giorno nella nostra vita.
Segue,
poi, questo nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho
amato”. Nessun amore è più grande di questo: “dare
la vita per i propri amici”. Che cosa vuol dire? Anche
qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire:
“Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare
il prossimo come se stessi esiste già nell’Antico
Testamento”. Alcuni affermano: ”Tale amore va ancora
più radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare
Cristo, che si è dato per noi; deve essere un amare
eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però,
il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. E’ vero
che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità
dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche
qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera
novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se
stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di
essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della
vite che è Lui. Quindi, la novità è il dono, il grande
dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche,
come ho detto, il nuovo agire.
San
Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando
scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito
Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1).
La nuova legge non è un altro comando più difficile
degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è
la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del
Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella
Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “sacramentum”
ed “exemplum”. “Sacramentum” è il
dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio
per il nostro agire, ma il “sacramentum”
precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la
centralità del sacramento, che è centralità del dono.
Procediamo
nella nostra riflessione. Il Signore dice: “Non vi
chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo
padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho
udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Non più
servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono,
che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore.
La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che
Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto,
cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio
si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio
si è fatto “conosciuto”, e così ci ha fatto amici.
Pensiamo come nella storia dell’umanità, in tutte le
religioni arcaiche, si sa che c’è un Dio. Questa è una
conoscenza immersa nel cuore dell’uomo, che Dio è uno,
gli dèi non sono “il” Dio. Ma questo Dio rimane molto
lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia
amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni
si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa
degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni
giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli
quotidianamente. Dio rimane lontano.
Poi
vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a
Platone, Aristotele, che iniziano a intuire come questo
Dio è l’agathòn, la bontà stessa, è l’eros
che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero
umano, è un’idea di Dio che si avvicina alla verità,
ma è un’idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.
Poco
tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un
professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo
il mio discorso
all’Università di Regensburg, per dirmi che non
poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva
esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince
l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una
ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità
che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se
può esserci un demiurgo - così si esprime -, un demiurgo
mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia
un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere
che ci sia una ragione che precede la razionalità del
cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto.
E’ una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra
razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è
un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci
dà da vivere.
Ed ecco,
in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha
mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è
amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono
lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così
l’eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche
nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè
che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un
principio cattivo, un principio del male; che il mondo è
diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio
buono è solo una parte della realtà. Anche nella
teologia, compresa quella cattolica, si diffonde
attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In
questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non
sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel
mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il
male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a
questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se
questo amore finisce dove comincia il potere del male?
Ma Dio
non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso
vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito
dell’onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è
sempre identico alla capacità di distruggere, di far il
male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in
Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza
è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si
mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al
punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che
Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, é potere:
il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo
amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore
onnipotente.
Penso che
dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà,
ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo
conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé
che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa
è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice:
“Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre
andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha
mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo
del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è
visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di
Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è
cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso,
nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere
icone di Cristo e così vedere chi è Dio.
Io penso
che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da
questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il
velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di
gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì,
adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a
Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si
è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere,
implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito
questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come
hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e
fratelli dicendo: “Abbiamo trovato colui del quale
parlano i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà
non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il
dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha
incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli
amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per
noi”.
Continuando
poi, il testo dice: “Vi ho costituiti perché andiate e
portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo
ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola
della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è
il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore.
Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa
dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come
giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere
nella volontà di Dio, e così vivere bene.
Ciò
rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera
giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme,
ma è amore, amore creativo, che trova da sé la
ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una
delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà
sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa
abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà
se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito
con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge,
non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo
fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo
dell’amore che non domanda: “questo è ancora
necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella
creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per
Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare
nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che
il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è
il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè,
non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione,
garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me
stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è
andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà,
per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la
possibilità di portare il vero frutto dell’amore.
Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto
il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore
sarà reale in noi e porterà frutto.
E
finalmente giungiamo all’ultima parola di questo brano:
“Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre
nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve catechesi
sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due
volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto
chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E
noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”.
Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per
il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante
preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non
esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel
capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere:
ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà,
la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e
vede tutto nella luce dell’amore divino. Come San
Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul
creato in una situazione desolata, eppure proprio lì,
vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza
dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa
grande poesia.
È utile
ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del
Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla
della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi
date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel
cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo
Spirito Santo - nel Vangelo di Luca - è gioia, nel
Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo
Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre
parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande
cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo
è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo
senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande
realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se
stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere
alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro
sofferenze. Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna.
Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni
possiamo pregare: “Aiutami!”. Questo è molto umano e
Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare
Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni
giorno.
Ma, nello
stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala:
dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo
pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché
sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per
cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per
cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il
pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di
purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri.
Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo
essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo,
in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di
purificazione, e solo in questo processo di lenta
purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà
di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita,
si apre il cammino della gioia.
Come ho
già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un
sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la
parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in
Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un
sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo
di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il
sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel
quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per
giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più
veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo
imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde
spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma
spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché
possiamo essere finalmente e realmente rami del suo
Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.
Ringraziamo
Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci
aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel
suo amore.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
|
|