VEGLIA
PASQUALE (23 APRILE 2011)
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Radio
Vaticana 24 aprile 2011
Il
mondo può essere salvato dall’amore creatore di Dio:
così il Papa nella Veglia Pasquale
◊
Ieri sera, nella Basilica Vaticana gremita di fedeli,
Benedetto XVI ha presieduto la suggestiva Veglia Pasquale,
con i riti della benedizione del fuoco e dell’acqua.
“Il mondo può essere salvato – ha detto il Papa nella
sua omelia – perché all’origine sta l’amore
creatore di Dio”. Centrale anche il concetto che
l’uomo non è un “prodotto casuale
dell’evoluzione”, e che la Chiesa non è
un’associazione qualsiasi che si occupa dei “bisogni
religiosi degli uomini”, ma “porta l’uomo in
contatto con Dio”. Nel corso della Veglia, Benedetto XVI
ha amministrato i sacramenti di Battesimo, Cresima e Prima
Comunione a sei catecumeni – quattro donne e due uomini
- provenienti da Svizzera, Albania, Russia, Perù,
Singapore e Cina. Il servizio di Isabella Piro:
(suono di campane e musica)
Trenta secondi: tanto suonano le campane della Basilica
Vaticana all’annuncio che Cristo è risorto. Lui,
“vera stella del mattino” che porta la luce e la vita,
come quella fiammella che i fedeli si passano di candela
in candela. E la Basilica di San Pietro, prima silenziosa,
buia, sgomenta di fronte alla morte del Signore,
improvvisamente esplode di luci, colori, canti per
celebrare Colui “che non tramonta in eterno”. Ed è su
Dio Creatore che il Papa pone l’accento nella sua
omelia, perché “omettere la creazione significherebbe
fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini,
sminuirla”. Invece, come recita la preghiera del Credo,
Dio è “Creatore del cielo e della terra”:
"Se omettiamo questo primo articolo del Credo,
l’intera storia della salvezza diventa troppo ristretta
e troppo piccola. La Chiesa non è una qualsiasi
associazione che si occupa dei bisogni religiosi degli
uomini (…) No, essa porta l’uomo in contatto con Dio e
quindi con il principio di ogni cosa. (…) La vita nella
fede della Chiesa non abbraccia soltanto un ambito di
sensazioni e di sentimenti e forse di obblighi morali.
Essa abbraccia l’uomo nella sua interezza, dalle sue
origini e in prospettiva dell’eternità".
Ma attenzione, dice il Papa, la gioia e la gratitudine per
la creazione vanno di pari passo con la responsabilità,
perché, come narra il Vangelo di Giovanni, all’origine
di tutto c’è il Verbo, il Logos, la Ragione, una
Ragione “che è senso e che crea essa stessa senso”:
"Il racconto della creazione ci dice che il
mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò
esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava
ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il
principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è
l’amore, è la libertà".
Ed è su questo piano, continua Benedetto XVI, che si
gioca “la disputa tra fede ed incredulità”, ovvero il
primato della Creazione spetta al caso, all’irrazionalità
o alla ragione? Come credenti, afferma il Papa,
rispondiamo che “all’origine sta la ragione, sta la
libertà”:
"Se l’uomo fosse soltanto un tale prodotto
casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine
dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso
o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la
Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice,
divina".
Certo, prosegue il Santo Padre, della libertà “si può
fare anche un uso indebito” ed è per questo che “una
linea oscura” si estende attraverso l’universo e
l’uomo:
"Ma nonostante questa contraddizione, la
creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona,
perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore
creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato.
Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della
ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di
Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi,
affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova,
definitiva, risanata".
Per tale motivo, continua il Papa, “l’alleanza, la
comunione tra Dio e l’uomo” non è un qualcosa di
aggiunto successivamente in un mondo già creato, ma è
“predisposta nel più profondo della creazione
stessa”:
"L’alleanza è la ragione intrinseca della
creazione come la creazione è il presupposto esteriore
dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché ci sia un
luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale
la risposta d’amore ritorni a Lui".
Poi, Benedetto XVI affronta il grande tema della
Risurrezione, un “processo rivoluzionario” che ha
portato a cambiare il giorno di festa: se nel Vecchio
Testamento esso cadeva di sabato, dalle origini della
Chiesa si è passati alla domenica, “primo giorno”,
“origine e meta della nostra vita”, in cui celebriamo
“la vittoria definitiva del Creatore e della sua
creazione”:
"Ora, grazie al Risorto, vale in modo
definitivo che la ragione è più forte
dell’irrazionalità, la verità più forte della
menzogna, l’amore più forte della morte".
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sabato Santo,
23 aprile 2011
Cari
fratelli e sorelle!
Due
grandi segni caratterizzano la celebrazione liturgica
della Veglia Pasquale. C’è innanzitutto il fuoco che
diventa luce. La luce del cero pasquale, che nella
processione attraverso la chiesa avvolta nel buio della
notte diventa un’onda di luci, ci parla di Cristo quale
vera stella del mattino, che non tramonta in eterno –
del Risorto nel quale la luce ha vinto le tenebre. Il
secondo segno è l’acqua. Essa richiama, da una parte,
le acque del Mar Rosso, lo sprofondamento e la morte, il
mistero della Croce. Poi però ci si presenta come acqua
sorgiva, come elemento che dà vita nella siccità.
Diventa così l’immagine del Sacramento del Battesimo,
che ci rende partecipi della morte e risurrezione di Gesù
Cristo.
Della
liturgia della Veglia Pasquale, tuttavia, fanno parte non
soltanto i grandi segni della creazione, luce e acqua.
Caratteristica del tutto essenziale della Veglia è anche
il fatto che essa ci conduce ad un ampio incontro con la
parola della Sacra Scrittura. Prima della riforma
liturgica c’erano dodici letture veterotestamentarie e
due neotestamentarie. Quelle del Nuovo Testamento sono
rimaste. Il numero delle letture dell’Antico Testamento
è stato fissato a sette, ma può, a seconda delle
situazioni locali, essere ridotto anche a tre letture. La
Chiesa vuole condurci, attraverso una grande visione
panoramica, lungo la via della storia della salvezza,
dalla creazione attraverso l’elezione e la liberazione
di Israele fino alle testimonianze profetiche, con le
quali tutta questa storia si dirige sempre più
chiaramente verso Gesù Cristo. Nella tradizione liturgica
tutte queste letture venivano chiamate profezie. Anche
quando non sono direttamente preannunci di avvenimenti
futuri, esse hanno un carattere profetico, ci mostrano
l’intimo fondamento e l’orientamento della storia.
Esse fanno in modo che la creazione e la storia diventino
trasparenti all’essenziale. Così ci prendono per mano e
ci conducono verso Cristo, ci mostrano la vera Luce.
Il
cammino attraverso le vie della Sacra Scrittura comincia,
nella Veglia Pasquale, con il racconto della creazione.
Con ciò la liturgia vuole dirci che anche il racconto
della creazione è una profezia. Non è un’informazione
sullo svolgimento esteriore del divenire del cosmo e
dell’uomo. I Padri della Chiesa ne erano ben
consapevoli. Non intesero tale racconto come narrazione
sullo svolgimento delle origini delle cose, bensì quale
rimando all’essenziale, al vero principio e al fine del
nostro essere. Ora, ci si può chiedere: ma è veramente
importante nella Veglia Pasquale parlare anche della
creazione? Non si potrebbe cominciare con gli avvenimenti
in cui Dio chiama l’uomo, si forma un popolo e crea la
sua storia con gli uomini sulla terra? La risposta deve
essere: no. Omettere la creazione significherebbe
fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini,
sminuirla, non vedere più il suo vero ordine di
grandezza. Il raggio della storia che Dio ha fondato
giunge fino alle origini, fino alla creazione. La nostra
professione di fede inizia con le parole: “Credo in Dio,
Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Se
omettiamo questo primo articolo del Credo,
l’intera storia della salvezza diventa troppo ristretta
e troppo piccola. La Chiesa non è una qualsiasi
associazione che si occupa dei bisogni religiosi degli
uomini, ma che ha, appunto, lo scopo limitato di tale
associazione. No, essa porta l’uomo in contatto con Dio
e quindi con il principio di ogni cosa. Per questo Dio ci
riguarda come Creatore, e per questo abbiamo una
responsabilità per la creazione. La nostra responsabilità
si estende fino alla creazione, perché essa proviene dal
Creatore. Solo perché Dio ha creato il tutto, può darci
vita e guidare la nostra vita. La vita nella fede della
Chiesa non abbraccia soltanto un ambito di sensazioni e di
sentimenti e forse di obblighi morali. Essa abbraccia
l’uomo nella sua interezza, dalle sue origini e in
prospettiva dell’eternità. Solo perché la creazione
appartiene a Dio, noi possiamo far affidamento su di Lui
fino in fondo. E solo perché Egli è Creatore, può darci
la vita per l’eternità. La gioia per la creazione, la
gratitudine per la creazione e la responsabilità per essa
vanno una insieme all’altra.
Il
messaggio centrale del racconto della creazione si lascia
determinare ancora più precisamente. San Giovanni, nelle
prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato
essenziale di tale racconto in quest’unica frase: “In
principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della
creazione che abbiamo ascoltato prima è caratterizzato
dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio
disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos,
come si esprime Giovanni con un termine centrale della
lingua greca. “Logos” significa “ragione”,
“senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma
Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È
Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il
racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è
un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci
dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che
è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di
tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la
libertà. Qui ci troviamo di fronte all’alternativa
ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed
incredulità: sono l’irrazionalità, l'assenza di libertà
e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione,
libertà, amore il principio dell’essere? Il primato
spetta all’irrazionalità o alla ragione? È questa la
domanda di cui si tratta in ultima analisi. Come credenti
rispondiamo con il racconto della creazione e con San
Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta
la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona
umana. Non è così che nell’universo in espansione,
alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo si
formò per caso anche una qualche specie di essere
vivente, capace di ragionare e di tentare di trovare nella
creazione una ragione o di portarla in essa. Se l’uomo
fosse soltanto un tale prodotto casuale dell’evoluzione
in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua
vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo
della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la
Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha
creato anche la libertà; e siccome della libertà si può
fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla
creazione. Per questo si estende, per così dire, una
spessa linea oscura attraverso la struttura
dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma
nonostante questa contraddizione, la creazione come tale
rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine
sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per
questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e
dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà
e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così
tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua
morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva,
risanata.
Il
racconto veterotestamentario della creazione, che abbiamo
ascoltato, indica chiaramente quest’ordine delle realtà.
Ma ci fa fare un passo ancora più avanti. Ha strutturato
il processo della creazione nel quadro di una settimana
che va verso il Sabato, trovando in esso il suo
compimento. Per Israele, il Sabato era il giorno in cui
tutti potevano partecipare al riposo di Dio, in cui uomo e
animale, padrone e schiavo, grandi e piccoli erano uniti
nella libertà di Dio. Così il Sabato era espressione
dell’alleanza tra Dio e uomo e la creazione. In questo
modo, la comunione tra Dio e uomo non appare come qualcosa
di aggiunto, instaurato successivamente in un mondo la cui
creazione era già terminata. L’alleanza, la comunione
tra Dio e l’uomo, è predisposta nel più profondo della
creazione. Sì, l’alleanza è la ragione intrinseca
della creazione come la creazione è il presupposto
esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché
ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e
dal quale la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a
Dio, il cuore dell’uomo che gli risponde è più grande
e più importante dell’intero immenso cosmo materiale
che, certamente, ci lascia intravedere qualcosa della
grandezza di Dio.
A Pasqua
e dall’esperienza pasquale dei cristiani, però,
dobbiamo ora fare ancora un ulteriore passo. Il Sabato è
il settimo giorno della settimana. Dopo sei giorni, in cui
l’uomo partecipa, in un certo senso, al lavoro della
creazione di Dio, il Sabato è il giorno del riposo. Ma
nella Chiesa nascente è successo qualcosa di inaudito: al
posto del Sabato, del settimo giorno, subentra il primo
giorno. Come giorno dell’assemblea liturgica, esso è il
giorno dell’incontro con Dio mediante Gesù Cristo, il
quale nel primo giorno, la Domenica, ha incontrato i suoi
come Risorto dopo che essi avevano trovato vuoto il
sepolcro. La struttura della settimana è ora capovolta.
Essa non è più diretta verso il settimo giorno, per
partecipare in esso al riposo di Dio. Essa inizia con il
primo giorno come giorno dell’incontro con il Risorto.
Questo incontro avviene sempre nuovamente nella
celebrazione dell’Eucaristia, in cui il Signore entra di
nuovo in mezzo ai suoi e si dona a loro, si lascia, per
così dire, toccare da loro, si mette a tavola con loro.
Questo cambiamento è un fatto straordinario, se si
considera che il Sabato, il settimo giorno come giorno
dell’incontro con Dio, è profondamente radicato
nell’Antico Testamento. Se teniamo presente quanto il
corso dal lavoro verso il giorno del riposo corrisponda
anche ad una logica naturale, la drammaticità di tale
svolta diventa ancora più evidente. Questo processo
rivoluzionario, che si è verificato subito all’inizio
dello sviluppo della Chiesa, è spiegabile soltanto col
fatto che in tale giorno era successo qualcosa di
inaudito. Il primo giorno della settimana era il terzo
giorno dopo la morte di Gesù. Era il giorno in cui Egli
si era mostrato ai suoi come il Risorto. Questo incontro,
infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo
era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che
non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata
una nuova forma di vita, una nuova dimensione della
creazione. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi,
è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso
era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione,
era diventato il giorno della nuova creazione. Noi
celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il
Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore
del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è
fatto uomo, ha patito, è morto ed è stato sepolto ed è
risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e
della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine
e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo
celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo
definitivo che la ragione è più forte
dell’irrazionalità, la verità più forte della
menzogna, l’amore più forte della morte. Celebriamo il
primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che
attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo
celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente
ciò che è detto alla fine del racconto della creazione:
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto
buona” (Gen 1,31). Amen.
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