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SETTIMANA
DI PREGHIERA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI (25 GENNAIO 2012) |
Radio
Vaticana, 26 gennaio 2012
Cristiani
uniti per portare la speranza dove c'è odio e
ingiustizia: così il Papa a chiusura della Settimana di
preghiera per l'unità
◊
L’impegno per il ristabilimento dell’unità dei
cristiani è “un dovere e una grande responsabilità per
tutti”. Così Benedetto XVI, ieri pomeriggio, nella
Basilica di San Paolo fuori le Mura presiedendo la
celebrazione dei secondi Vespri della solennità della
Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della
Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani,
quest’anno dedicata al tema: “Tutti saremo trasformati
dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore”. Il
servizio di Giada Aquilino:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
“Uniti in Cristo, siamo chiamati a condividere la sua
missione”, cioè “portare la speranza là dove
dominano l’ingiustizia, l’odio e la disperazione”.
Questo il “traguardo” della piena unità dei
cristiani, nelle parole di Benedetto XVI a San Paolo fuori
le Mura. Nell’anno in cui - ha detto il Papa -
“celebreremo il cinquantesimo anniversario
dell’apertura del Concilio Vaticano II”, che il beato
Giovanni XXIII annunciò proprio nella medesima Basilica
il 25 gennaio 1959, il Pontefice ha ricordato che “pur
sperimentando ai nostri giorni la situazione dolorosa
della divisione, noi cristiani possiamo e dobbiamo
guardare al futuro con speranza, in quanto - ha spiegato -
la vittoria di Cristo significa il superamento di tutto ciò
che ci trattiene dal condividere la pienezza di vita con
Lui e con gli altri”. D’altra parte la risurrezione di
Gesù Cristo “conferma che la bontà di Dio vince il
male, l’amore supera la morte”. “Egli - ha aggiunto
- ci accompagna nella lotta contro la forza distruttiva
del peccato che danneggia l’umanità e l’intera
creazione di Dio”:
“La presenza di Cristo risorto chiama tutti noi
cristiani ad agire insieme nella causa del bene. Uniti in
Cristo, siamo chiamati a condividere la sua missione, che
è quella di portare la speranza là dove dominano
l’ingiustizia, l’odio e la disperazione. Le nostre
divisioni rendono meno luminosa la nostra testimonianza a
Cristo. Il traguardo della piena unità, che attendiamo in
operosa speranza e per la quale con fiducia preghiamo, è
una vittoria non secondaria, ma importante per il bene
della famiglia umana”.
Di fronte alla cultura di oggi, in cui “l’idea di
vittoria è spesso associata ad un successo immediato”,
Benedetto XVI ha riproposto l’ottica cristiana, in cui
“ la vittoria è un lungo e, agli occhi di noi uomini,
non sempre lineare processo di trasformazione e di
crescita nel bene”. Essa avviene, ha ricordato,
“secondo i tempi di Dio, non i nostri, e richiede da noi
profonda fede e paziente perseveranza”. Sebbene il Regno
di Dio irrompa definitivamente nella storia con la
risurrezione di Gesù, esso - ha proseguito il Papa -
“non è ancora pienamente realizzato”:
“La vittoria finale avverrà solo con la seconda
venuta del Signore, che noi attendiamo con paziente
speranza. Anche la nostra attesa per l’unità visibile
della Chiesa deve essere paziente e fiduciosa. Solo in
tale disposizione trovano il loro pieno significato la
nostra preghiera ed il nostro impegno quotidiani per
l’unità dei cristiani. L’atteggiamento di attesa
paziente non significa passività o rassegnazione, ma
risposta pronta e attenta ad ogni possibilità di
comunione e fratellanza, che il Signore ci dona”.
Ripercorrendo le letture della celebrazione delle
“lodi serali di Dio”, Benedetto XVI ha riproposto la
vicenda personale di San Paolo e l’“evento
straordinario” lungo la via di Damasco con cui “Saulo,
che si distingueva per lo zelo con cui perseguitava la
Chiesa nascente, fu trasformato in un infaticabile
apostolo del Vangelo di Gesù Cristo”. E tale
“trasformazione” – ha spiegato il Papa – “è
innanzitutto opera della grazia di Dio che ha agito
secondo le sue imperscrutabili vie”:
“La trasformazione che egli ha sperimentato nella
sua esistenza non si limita al piano etico – come
conversione dalla immoralità alla moralità –, né al
piano intellettuale – come cambiamento del proprio modo
di comprendere la realtà –, ma si tratta piuttosto di
un radicale rinnovamento del proprio essere, simile per
molti aspetti ad una rinascita. Una tale trasformazione
trova il suo fondamento nella partecipazione al mistero
della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e si delinea
come un graduale cammino di conformazione a Lui”.
L’esperienza personale di San Paolo gli permette di
“attendere con fondata speranza il compimento di questo
mistero di trasformazione, che riguarderà - ha aggiunto
il Santo Padre - tutti coloro che hanno creduto in Gesù
Cristo ed anche tutta l’umanità ed il creato intero”.
Riguardo al rafforzamento nei fedeli della speranza della
risurrezione operato dallo “straordinario
evangelizzatore”, il Papa ha ricordato che San Paolo ci
dice “che ogni uomo, mediante il battesimo nella morte e
risurrezione di Cristo, partecipa alla vittoria di Colui
che per primo ha sconfitto la morte, cominciando un
cammino di trasformazione che si manifesta sin da ora in
una novità di vita e che raggiungerà la sua pienezza
alla fine dei tempi”.
Mentre eleviamo la nostra preghiera, ha aggiunto,
“siamo fiduciosi di essere trasformati e conformati ad
immagine di Cristo”. E questo – ha detto il Pontefice
– “è particolarmente vero nella preghiera per
l’unità dei cristiani”:
“Quando infatti imploriamo il dono dell’unità
dei discepoli di Cristo, facciamo nostro il desiderio
espresso da Gesù Cristo alla vigilia della sua passione e
morte nella preghiera rivolta al Padre: ‘perché tutti
siano una cosa sola’. Per questo motivo, la preghiera
per l’unità dei cristiani non è altro che
partecipazione alla realizzazione del progetto divino per
la Chiesa, e l’impegno operoso per il ristabilimento
dell’unità è un dovere e una grande responsabilità
per tutti”.
“Anche se a volte si può avere l’impressione che
la strada verso il pieno ristabilimento della comunione
sia ancora molto lunga e piena di ostacoli”, l’invito
del Pontefice è stato “a rinnovare la propria
determinazione a perseguire, con coraggio e generosità,
l’unità che è volontà di Dio”, sull’esempio di
San Paolo. Del resto - ha concluso il Papa - “in questo
cammino, non mancano i segni positivi di una ritrovata
fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di
fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro
mondo”. Tutto ciò è motivo di gioia e di grande
speranza e deve incoraggiarci a proseguire il nostro
impegno per giungere tutti insieme al traguardo finale”.
Poco prima, anche il cardinale Kurt Koch, presidente
del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità
dei Cristiani, aveva ricordato che “l’unità dei
cristiani può soltanto esserci donata da Dio, a patto che
ci lasciamo trasformare da Lui ed apriamo il nostro cuore,
che a volte teniamo chiuso, anche per altri, nei quali ci
viene incontro la chiamata di Dio”.
A testimoniare il cammino di unità, la presenza in
Basilica - oltre che della comunità benedettina locale -
del Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato
ecumenico di Costantinopoli, del Reverendo Canonico
Richardson, rappresentante personale a Roma
dell’Arcivescovo di Canterbury, Rowan Willams, e degli
esponenti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, tra
cui anche quelle presenti in Polonia, come pure i membri
del Global Christian Forum e gli studenti dell’Istituto
ecumenico del Consiglio ecumenico delle Chiese di Bossey.
A tutti è andato il saluto del Papa.
OMELIA DEL
SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Festa della Conversione di San Paolo
Apostolo
Basilica
di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2012
Cari
fratelli e sorelle!
È con grande gioia che rivolgo il mio caloroso saluto a
tutti voi che vi siete radunati in questa Basilica nella
Festa liturgica della Conversione di San Paolo, per
concludere la Settimana di Preghiera per l’Unità dei
Cristiani, in quest’anno nel quale celebreremo il
cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio
Vaticano II, che il beato Giovanni XXIII annunciò proprio
in questa Basilica il 25 gennaio 1959. Il tema offerto
alla nostra meditazione nella Settimana di preghiera che
oggi concludiamo, è: “Tutti saremo trasformati dalla
vittoria di Gesù Cristo nostro Signore” (cfr 1 Cor
15,51-58).
Il significato di questa misteriosa trasformazione, di cui
ci parla la seconda lettura breve di questa sera, è
mirabilmente mostrato nella vicenda personale di san
Paolo. In seguito all’evento straordinario accaduto
lungo la via di Damasco, Saulo, che si distingueva per lo
zelo con cui perseguitava la Chiesa nascente, fu
trasformato in un infaticabile apostolo del Vangelo di Gesù
Cristo. Nella vicenda di questo straordinario
evangelizzatore appare chiaro che tale trasformazione non
è il risultato di una lunga riflessione interiore e
nemmeno il frutto di uno sforzo personale. Essa è
innanzitutto opera della grazia di Dio che ha agito
secondo le sue imperscrutabili vie. È per questo che
Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto alcuni anni
dopo la sua conversione, afferma, come abbiamo ascoltato
nel primo brano di questi Vespri: “Per grazia di Dio ...
sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata
vana” (1 Cor 15,10). Inoltre, considerando con
attenzione la vicenda di san Paolo, si comprende come la
trasformazione che egli ha sperimentato nella sua
esistenza non si limita al piano etico – come
conversione dalla immoralità alla moralità –, né al
piano intellettuale – come cambiamento del proprio modo
di comprendere la realtà –, ma si tratta piuttosto di
un radicale rinnovamento del proprio essere, simile per
molti aspetti ad una rinascita. Una tale trasformazione
trova il suo fondamento nella partecipazione al mistero
della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e si delinea
come un graduale cammino di conformazione a Lui. Alla luce
di questa consapevolezza, san Paolo, quando in seguito sarà
chiamato a difendere la legittimità della sua vocazione
apostolica e del Vangelo da lui annunziato, dirà: “Non
vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io
vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal
2,20).
L’esperienza personale vissuta da san Paolo gli permette
di attendere con fondata speranza il compimento di questo
mistero di trasformazione, che riguarderà tutti coloro
che hanno creduto in Gesù Cristo ed anche tutta
l’umanità ed il creato intero. Nella seconda lettura
breve che è stata proclamata questa sera, san Paolo, dopo
avere sviluppato una lunga argomentazione destinata a
rafforzare nei fedeli la speranza della risurrezione,
utilizzando le immagini tradizionali della letteratura
apocalittica a lui contemporanea, descrive in poche righe
il grande giorno del giudizio finale, in cui si compie il
destino dell’umanità: “In un istante, in un batter
d’occhio, al suono dell’ultima tromba ... i morti
risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (1
Cor 15,52). In quel giorno, tutti i credenti saranno
resi conformi a Cristo e tutto ciò che è corruttibile
sarà trasformato dalla sua gloria: “È necessario
infatti - dice san Paolo - che questo corpo corruttibile
si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si
vesta di immortalità” (v. 15,53). Allora il trionfo di
Cristo sarà finalmente completo, perché, ci dice ancora
san Paolo mostrando come le antiche profezie delle
Scritture si realizzano, la morte sarà vinta
definitivamente e, con essa, il peccato che l’ha fatta
entrare nel mondo e la Legge che fissa il peccato senza
dare la forza di vincerlo: “La morte è stata
inghiottita nella vittoria. / Dov’è, o morte, la tua
vittoria? / Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? / Il
pungiglione della morte è il peccato e la forza del
peccato è la Legge” (vv. 54-56). San Paolo ci dice,
dunque, che ogni uomo, mediante il battesimo nella morte e
risurrezione di Cristo, partecipa alla vittoria di Colui
che per primo ha sconfitto la morte, cominciando un
cammino di trasformazione che si manifesta sin da ora in
una novità di vita e che raggiungerà la sua pienezza
alla fine dei tempi.
È molto significativo che il brano si concluda con un
ringraziamento: “Siano rese grazie a Dio, che ci dà la
vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!” (v.
57). Il canto di vittoria sulla morte si tramuta in canto
di gratitudine innalzato al Vincitore. Anche noi questa
sera, celebrando le lodi serali di Dio, vogliamo unire le
nostre voci, le nostre menti e i nostri cuori a questo
inno di ringraziamento per ciò che la grazia divina ha
operato nell’Apostolo delle genti e per il mirabile
disegno salvifico che Dio Padre compie in noi per mezzo
del Signore Gesù Cristo. Mentre eleviamo la nostra
preghiera, siamo fiduciosi di essere trasformati anche noi
e conformati ad immagine di Cristo. Questo è
particolarmente vero nella preghiera per l’unità dei
cristiani. Quando infatti imploriamo il dono dell’unità
dei discepoli di Cristo, facciamo nostro il desiderio
espresso da Gesù Cristo alla vigilia della sua passione e
morte nella preghiera rivolta al Padre: “perché tutti
siano una cosa sola” (Gv 17,21). Per questo
motivo, la preghiera per l’unità dei cristiani non è
altro che partecipazione alla realizzazione del progetto
divino per la Chiesa, e l’impegno operoso per il
ristabilimento dell’unità è un dovere e una grande
responsabilità per tutti.
Pur sperimentando ai nostri giorni la situazione dolorosa
della divisione, noi cristiani possiamo e dobbiamo
guardare al futuro con speranza, in quanto la vittoria di
Cristo significa il superamento di tutto ciò che ci
trattiene dal condividere la pienezza di vita con Lui e
con gli altri. La risurrezione di Gesù Cristo conferma
che la bontà di Dio vince il male, l’amore supera la
morte. Egli ci accompagna nella lotta contro la forza
distruttiva del peccato che danneggia l’umanità e
l’intera creazione di Dio. La presenza di Cristo risorto
chiama tutti noi cristiani ad agire insieme nella causa
del bene. Uniti in Cristo, siamo chiamati a condividere la
sua missione, che è quella di portare la speranza là
dove dominano l’ingiustizia, l’odio e la disperazione.
Le nostre divisioni rendono meno luminosa la nostra
testimonianza a Cristo. Il traguardo della piena unità,
che attendiamo in operosa speranza e per la quale con
fiducia preghiamo, è una vittoria non secondaria, ma
importante per il bene della famiglia umana.
Nella cultura oggi dominante, l’idea di vittoria è
spesso associata ad un successo immediato. Nell’ottica
cristiana, invece, la vittoria è un lungo e, agli occhi
di noi uomini, non sempre lineare processo di
trasformazione e di crescita nel bene. Essa avviene
secondo i tempi di Dio, non i nostri, e richiede da noi
profonda fede e paziente perseveranza. Sebbene il Regno di
Dio irrompa definitivamente nella storia con la
risurrezione di Gesù, esso non è ancora pienamente
realizzato. La vittoria finale avverrà solo con la
seconda venuta del Signore, che noi attendiamo con
paziente speranza. Anche la nostra attesa per l’unità
visibile della Chiesa deve essere paziente e fiduciosa.
Solo in tale disposizione trovano il loro pieno
significato la nostra preghiera ed il nostro impegno
quotidiani per l’unità dei cristiani. L’atteggiamento
di attesa paziente non significa passività o
rassegnazione, ma risposta pronta e attenta ad ogni
possibilità di comunione e fratellanza, che il Signore ci
dona.
In questo clima spirituale, vorrei rivolgere alcuni saluti
particolari, in primo luogo al Cardinale Monterisi,
Arciprete di questa Basilica, all’Abate e alla Comunità
dei monaci benedettini che ci ospitano. Saluto il
Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la
Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i
collaboratori di questo Dicastero. Rivolgo i miei cordiali
e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios,
rappresentante del Patriarcato ecumenico, ed al Reverendo
Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma
dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i
rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità
ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è
particolarmente gradito salutare alcuni membri del Gruppo
di lavoro composto da esponenti di diverse Chiese e
Comunità ecclesiali presenti in Polonia, che hanno
preparato i sussidi per la Settimana di Preghiera di
quest’anno, ai quali vorrei esprimere la mia gratitudine
e il mio augurio di proseguire sulla via della
riconciliazione e della fruttuosa collaborazione, come
pure i membri del Global Christian Forum che in questi
giorni sono a Roma per riflettere sull’allargamento
della partecipazione al movimento ecumenico di nuovi
soggetti. E saluto anche il gruppo di studenti
dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio
Ecumenico delle Chiese.
All’intercessione di san Paolo desidero affidare tutti
coloro che, con la loro preghiera e il loro impegno, si
adoperano per la causa dell’unità dei cristiani. Anche
se a volte si può avere l’impressione che la strada
verso il pieno ristabilimento della comunione sia ancora
molto lunga e piena di ostacoli, invito tutti a rinnovare
la propria determinazione a perseguire, con coraggio e
generosità, l’unità che è volontà di Dio, seguendo
l’esempio di san Paolo, il quale di fronte a difficoltà
di ogni tipo ha conservato sempre ferma la fiducia in Dio
che porta a compimento la sua opera. Del resto, in questo
cammino, non mancano i segni positivi di una ritrovata
fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di
fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro
mondo. Tutto ciò è motivo di gioia e di grande speranza
e deve incoraggiarci a proseguire il nostro impegno per
giungere tutti insieme al traguardo finale, sapendo che la
nostra fatica non è vana nel Signore (cfr 1 Cor
15,58). Amen.
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