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VESPRI DI
APERTURA DELL'ANNO ACCADEMICO |
Radio
Vaticana, 4 novembre 2011
Il
sacerdote viva in consonanza con Cristo e non per il
successo. Così il Papa nei Vespri di apertura dell'anno
accademico delle Università Pontificie
Essere
sacerdoti vuol dire essere in consonanza con Cristo,
essere servi con l’esemplarità della vita. Così il
Papa durante i vespri per l’inizio dell’anno
accademico delle Università Pontificie celebrati questo
pomeriggio nella Basilica Vaticana. “La chiamata del
Signore – ha detto Benedetto XVI - è un dono da
accogliere dedicandosi non ad un proprio progetto, ma alla
volontà di Dio anche se questa potrebbe non corrispondere
ai nostri desideri di autorealizzazione”. Nell’odierna
ricorrenza liturgica di san Carlo Borromeo, protettore dei
seminari, il Pontefice ha auspicato un risveglio, la buona
formazione e la crescita delle vocazioni al presbiterato.
Il servizio è di Paolo Ondarza:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
La vocazione apostolica vive grazie al rapporto con
Cristo alimentato dalla preghiera assidua e animato dalla
passione di comunicare il messaggio ricevuto del Vangelo.
Lo ha detto il Papa celebrando i vespri per l’inizio
dell’anno accademico delle Università Pontificie,
un’occasione per proporre all’attenzione dei fedeli
una serie di riflessioni sul ministero sacerdotale.Vi sono
alcune condizioni perché vi sia una crescente consonanza
a Cristo nella vita del sacerdote ha spiegato Benedetto
XVI sottolineandone 3 in particolare:
L’aspirazione a collaborare con Gesù alla
diffusione del Regno di Dio, la gratuità dell’impegno
pastorale e l’atteggiamento del servizio.
Nella chiamata al ministero sacerdotale – ha spiegato
il Santo Padre – c’è l’incontro con Gesù e
l’essere affascinati, colpiti dalle sue parole, dai suoi
gesti e dalla sua stessa persona.
E’ l’avere distinto, in mezzo a tante voci, la
sua voce. E’ come essere stati raggiunti
dall’irradiazione di Bene e di Amore che promana da Lui,
sentirsene avvolti e partecipi al punto da desiderare di
rimanere con Lui come i due discepoli di Emmaus e di
portare al mondo l’annuncio del Vangelo.
Benedetto XVI ha quindi indicato nel ministro del
Vangelo colui che si lascia afferrare da Cristo, che sa
rimanere con Lui, che entra in sintonia, in intima
amicizia con Lui, affinchè tutto si compia “come piace
a Dio” , con grande libertà interiore e con profonda
gioia del cuore.
Si è chiamati al ministero – ha chiarito il Papa –
“non per vergognoso interesse”, ne per meriti
particolari, ma è dono da accogliere e a cui
corrispondere dedicandosi non a un proprio progetto, ma a
quello di Dio. “Non bisogna infatti dimenticare – ha
ricordato – che si entra nel sacerdozio attraverso il
Sacramento dell’Ordinazione e questo significa aprirsi
all’azione di Dio”.
Mai dobbiamo dimenticare – come sacerdoti – che
l’unica ascesa legittima verso il ministero di Pastore
non è quella del successo, ma quella della Croce.
I presbiteri – ha ricordato Benedetto XVI – sono
dispensatori dei mezzi di salvezza, dei sacramenti, non ne
dispongono a proprio arbitrio, ma ne sono umili servitori
per il bene del Popolo di Dio; curano attentamente il
gregge, celebrano fedelmente la liturgia e sono sempre
solleciti verso tutti i fratelli. Il Papa ha quindi
ricordato i settant’anni dall’istituzione,
nell’odierna memoria di san Carlo Borromeo, della
Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali, voluta da
Pio XII attraverso il Motu Proprio “Cum Nobis”. Il
pensiero di Benedetto XVI è poi andato, a 60 anni dal
riconoscimento da parte della Santa Sede, al “Serra
International” fondato da alcuni imprenditori
statunitensi per sostenere le vocazioni. Infine il Santo
Padre ha salutato gli studenti, religiosi e laici, e i
docenti delle Università Ecclesiastiche di Roma invitando
tutti a vivere in intima comunione con il Signore questo
tempo di formazione a Roma:
E’ importante cercare di seguire nella vita, con
generosità, non un proprio progetto, ma quello che Dio ha
su ciascuno, conformando la propria volontà a quella del
Signore; è importante prepararsi, anche attraverso uno
studio serio e impegnato, a servire il Popolo di Dio nei
compiti che verranno affidati.
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OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Venerati
Fratelli,
cari fratelli e sorelle!
E’ una
gioia per me celebrare questi Vespri con voi, che formate
la grande comunità delle Università Pontificie romane.
Saluto il Cardinale Zenon Grocholewski ringraziandolo per
le cortesi parole che mi ha rivolto e soprattutto per il
servizio che svolge come Prefetto della Congregazione per
l’Educazione Cattolica, coadiuvato dal Segretario e
dagli altri collaboratori. Ad essi, e a tutti i Rettori, i
Professori e gli studenti rivolgo il mio più cordiale
saluto.
Settant’anni
or sono il Venerabile Pio
XII, con il Motu proprio «Cum Nobis»
(cfr. AAS 33 [1941], 479-481)istituiva la
Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali, con gli
scopi di promuovere le vocazioni presbiterali, di
diffondere la conoscenza della dignità e della necessità
del ministero ordinato e di incoraggiare la preghiera dei
fedeli per ottenere dal Signore numerosi e degni
sacerdoti. In occasione di tale anniversario, questa sera
vorrei proporvi alcune riflessioni proprio sul ministero
sacerdotale. Il Motu proprio «Cum Nobis»
rappresentò l’inizio di un vasto movimento di
iniziative di preghiera e di attività pastorali. Fu una
risposta chiara e generosa all’appello del Signore: «La
messe è abbondante; ma sono pochi gli operai! Pregate
dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella
sua messe» (Mt 9,37). Dopo l’avvio della
Pontificia Opera, altre se ne svilupparono ovunque. Tra
queste vorrei ricordare il «Serra International»,
fondato da alcuni imprenditori degli Stati Uniti e
intitolato a Padre Junípero Serra, Frate francescano
spagnolo, con lo scopo di incoraggiare e sostenere le
vocazioni al sacerdozio ed assistere economicamente i
seminaristi. Ai membri del Serra, che ricordano il
60° anniversario del riconoscimento della Santa Sede,
rivolgo un cordiale pensiero. La Pontificia Opera per le
Vocazioni Sacerdotali fu istituita nella ricorrenza
liturgica di San Carlo Borromeo, venerato protettore dei
Seminari. A Lui chiediamo anche in questa celebrazione di
intercedere per il risveglio, la buona formazione e la
crescita delle vocazioni al presbiterato.
Anche la
Parola di Dio, che abbiamo ascoltato nel brano della Prima
Lettera di Pietro, invita a meditare sulla missione
dei Pastori nella comunità cristiana. Fin dagli albori
della Chiesa è stato evidente il rilievo conferito alle
guide delle prime comunità, stabilite dagli Apostoli per
l’annuncio della Parola di Dio attraverso la
predicazione e per celebrare il sacrificio di Cristo,
l’Eucaristia. Pietro rivolge un appassionato
incoraggiamento: «Esorto gli anziani che sono tra voi,
quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di
Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi» (1
Pt 5,1). San Pietro rivolge tale appello in forza
della sua personale relazione con Cristo, culminata nelle
drammatiche vicende della passione e nell’esperienza
dell’incontro con Lui risorto dai morti. Pietro,
inoltre, fa leva sulla reciproca solidarietà dei Pastori
nel ministero, sottolineando la sua e la loro appartenenza
all’unico ordine apostolico: dice infatti di essere «anziano
come loro», il termine greco è sumpresbyteros.
Pascere il gregge di Cristo è vocazione e compito ad essi
comune e li rende particolarmente legati tra loro, perché
uniti a Cristo con un vincolo speciale. Infatti, il
Signore Gesù ha paragonato più volte Se stesso ad un
pastore premuroso, attento a ciascuna delle sue pecore. Ha
detto di sé: «Io sono il Buon Pastore» (Gv
10,11). E San Tommaso d’Aquino commenta: «Sebbene i
capi della Chiesa siano tutti pastori, tuttavia dice di
esserlo lui in modo singolare: “Io sono il buon
pastore”, allo scopo di introdurre con dolcezza la virtù
della carità. Non si può essere infatti buon pastore se
non diventando una cosa sola con Cristo e suoi membri
mediante la carità. La carità è il primo dovere del
buon pastore» - così san Tommaso d'Aquino nel suo
Commento al Vangelo di san Giovanni (Esposizione su
Giovanni, cap. 10, lect. 3).
E’
grande la visione che l’apostolo Pietro ha della
chiamata al ministero di guida della comunità, concepita
in continuità con la singolare elezione ricevuta dai
Dodici. La vocazione apostolica vive grazie al rapporto
personale con Cristo, alimentato dalla preghiera assidua e
animato dalla passione di comunicare il messaggio ricevuto
e la stessa esperienza di fede degli Apostoli. Gesù chiamò
i Dodici perché stessero con Lui e per inviarli a
predicare il suo messaggio (cfr Mc 3,14). Vi sono
alcune condizioni perché vi sia una crescente consonanza
a Cristo nella vita del sacerdote. Vorrei sottolinearne
tre, che emergono dalla Lettura che abbiamo ascoltato:
l’aspirazione a collaborare con Gesù alla
diffusione del Regno di Dio, la gratuità
dell’impegno pastorale e l’atteggiamento del servizio.
Innanzitutto,
nella chiamata al ministero sacerdotale c’è
l’incontro con Gesù e l’essere affascinati, colpiti
dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua stessa
persona. E’ l’avere distinto, in mezzo a tante voci,
la sua voce, rispondendo come Pietro «Tu hai parole di
vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei
il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). E’ come essere
stati raggiunti dall’irradiazione di Bene e di Amore che
promana da Lui, sentirsene avvolti e partecipi al punto da
desiderare di rimanere con Lui come i due discepoli di
Emmaus - «resta con noi perché si fa sera» (Gv
24,29) e di portare al mondo l’annuncio del Vangelo. Dio
Padre ha inviato il Figlio eterno nel mondo per realizzare
il suo piano di salvezza. Cristo Gesù ha costituito la
Chiesa perché si estendessero nel tempo gli effetti
benefici della redenzione. La vocazione dei sacerdoti ha
la sua radice in questa azione del Padre realizzata in
Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Il ministro del
Vangelo allora è colui che si lascia afferrare da Cristo,
che sa «rimanere» con Lui, che entra in sintonia, in
intima amicizia, con Lui, affinché tutto si compia
“come piace a Dio” (1 Pt 5,2), secondo la sua
volontà di amore, con grande libertà interiore e con
profonda gioia del cuore.
In
secondo luogo, si è chiamati ad essere amministratori dei
Misteri di Dio «non per vergognoso interesse, ma con
animo generoso», dice san Pietro nella Lettura di questi
Vespri (ibidem). Non bisogna mai dimenticare che si
entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento,
l’Ordinazione, e questo significa appunto aprirsi
all’azione di Dio scegliendo quotidianamente di donare
se stessi per Lui e per i fratelli, secondo il detto
evangelico: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente
date» (Mt 10,8). La chiamata del Signore al
ministero non è frutto di meriti particolari, ma è dono
da accogliere e a cui corrispondere dedicandosi non a un
proprio progetto, ma a quello di Dio, in modo generoso e
disinteressato, perché Egli disponga di noi secondo la
sua volontà, anche se questa potrebbe non corrispondere
ai nostri desideri di autorealizzazione. Amare insieme a
Colui che ci ha amati per primo e ha dato tutto se stesso.
E’ l’essere disponibili a lasciarsi coinvolgere nel
suo atto di amore pieno e totale al Padre e ad ogni uomo
consumato sul Calvario. Mai dobbiamo dimenticare – come
sacerdoti – che l’unica ascesa legittima verso il
ministero di Pastore non è quella del successo, ma quella
della Croce.
In questa
logica essere sacerdoti vuol dire essere servi anche con
l’esemplarità della vita. «Fatevi modelli del gregge»
è l’invito dell’apostolo Pietro (1 Pt 5,3). I
presbiteri sono dispensatori dei mezzi di salvezza, dei
sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della
Penitenza, non ne dispongono a proprio arbitrio, ma ne
sono umili servitori per il bene del Popolo di Dio. E’
una vita, allora, segnata profondamente da questo
servizio: dalla cura attenta del gregge, dalla
celebrazione fedele della liturgia, e dalla pronta
sollecitudine verso tutti i fratelli, specie i più poveri
e bisognosi. Nel vivere questa «carità pastorale» sul
modello di Cristo e con Cristo, in qualsiasi posto il
Signore chiama, ogni sacerdote potrà realizzare
pienamente se stesso e la propria vocazione.
Cari
fratelli e sorelle, ho offerto qualche riflessione sul
ministero sacerdotale. Ma anche le persone consacrate e i
laici, penso particolarmente alle numerose religiose e
laiche che studiano nelle Università Ecclesiastiche di
Roma, come pure coloro che prestano il loro servizio come
docenti o come personale in detti Atenei, potranno trovare
elementi utili per vivere più intensamente il periodo che
trascorrono nella Città Eterna. E’ importante per
tutti, infatti, imparare sempre di più a «rimanere» con
il Signore, quotidianamente, nell’incontro personale con
Lui per lasciarsi affascinare e afferrare dal suo amore ed
essere annunciatori del suo Vangelo; è importante cercare
di seguire nella vita, con generosità, non un proprio
progetto, ma quello che Dio ha su ciascuno, conformando la
propria volontà a quella del Signore; è importante
prepararsi, anche attraverso uno studio serio e impegnato,
a servire il Popolo di Dio nei compiti che verranno
affidati.
Cari
amici, vivete bene, in intima comunione con il Signore,
questo tempo di formazione: è un dono prezioso che Dio vi
offre, specialmente qui a Roma dove si respira, in modo
del tutto singolare, la cattolicità della Chiesa. San
Carlo Borromeo ottenga la grazia della fedeltà a tutti
coloro che frequentano le Facoltà ecclesiastiche romane.
A voi tutti, per intercessione della Vergine Maria, Sedes
Sapientiae, il Signore conceda un proficuo anno
accademico. Amen.
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