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Fonte: Radio Vaticana,
17 marzo 2006
IL
PAPA CHIEDE AL PRESIDENTE KARZAI
LA LIBERAZIONE
DEL
CITTADINO AFGANO CONVERTITOSI AL CRISTIANESIMO
DALL’ISLAM E CHE RISCHIA
LA PENA
DI
MORTE
Il Papa ha
chiesto al presidente afgano Hamid Karzai
l’archiviazione del caso di Abdul Rahman, il cittadino
afgano che rischia la condanna a morte perché si è
convertito al cristianesimo abbandonando l’islam. Lo ha
reso noto ieri il direttore della Sala Stampa vaticana
Joaquiin Navarro-Valls. Ce ne parla Roberta Moretti.
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In
un messaggio scritto dal cardinale segretario di Stato
Angelo Sodano e che porta la data del 22 marzo è detto
che l’appello del Papa è ispirato da “profonda umana
Compassione” e da una “ferma convinzione della dignità
della vita umana” e dal “rispetto della libertà di
coscienza e religione di ogni persona”. “Sono certo
signor Presidente – scrive il porporato a nome del Papa
- che lasciar cadere il caso contro il signor Rahman,
arrecherebbe un grande onore al popolo
afghano e solleverebbe il plauso della comunità
internazionale. Contribuirebbe così in modo significativo
alla nostra comune missione di promuovere reciproca
comprensione e rispetto tra le diverse religioni e culture
nel mondo”.
Abdul
Rahman, 41 anni, si è convertito 16 anni fa al
cristianesimo in Germania e ora è in una prigione di
Kabul: è stato accusato di apostasìa dai familiari della
ex moglie in seguito ad una disputa per la custodia della
figlia. Trovato in possesso di una Bibbia è stato
incarcerato. Gli è stato detto che se fosse tornato
all’islam non gli sarebbe accaduto nulla. In una
intervista al quotidiano
La Repubblica Rahman
si dice sereno e pronto ad affrontare le conseguenze della
sua conversione al cristianesimo: “ho la piena coscienza
di quello che ho scelto – ha detto Rahman – se dovrò
morire, morirò. Qualcuno molto tempo fa, lo ha fatto per
tutti noi”.
Nei
giorni scorsi è scattata la mobilitazione internazionale:
i governi di quattro Paesi della NATO che hanno truppe in
Afghanistan, Italia, USA, Canada e Germania, hanno
reclamato la liberazione del detenuto. Anche
la Conferenza Episcopale
Italiana era intervenuta pubblicamente per salvare il
convertito. “Ci sorprende – hanno scritto i vescovi
italiani al ministro degli esteri italiano Gianfranco Fini
- che ancora oggi esistano coloro che negano la libertà
alle persone di avere un proprio cammino spirituale”. Il
ministro degli Esteri Fini è stato tra i primi a farsi
promotore di una azione presso Kabul. Giovedì scorso il
segretario di Stato americano, Condoleezza Rice non ha
esitato a telefonare al presidente Karzai, invitandolo ad
individuare una soluzione che tenga conto della necessità
di rispettare “la libertà di religione e di
espressione”. Anche il Cancelliere tedesco, Angela
Merkel e' stata protagonista di una lunga telefonata di
sollecitazioni a Karzai dalla quale ha ottenuto la
rassicurazione che si sarebbe trovata una rapida
soluzione.
Ma
mentre il portavoce della presidenza della Repubblica
afgana ha fatto sapere che Raman potrebbe essere presto
liberato, non pochi imam afgani, predicando nelle moschee,
hanno spinto per un processo ed una condanna che lo
porterebbe al patibolo. La sharia, la legge coranica,
vieta ai musulmani di convertirsi e sancisce per tale
colpa la pena di morte.
La Costituzione
afgana sancisce la libertà religiosa ma non può
contraddire la sharia. Una possibile via d'uscita l'ha
indicata nei giorni scorsi il giudice incaricato del caso:
il comportamento di Rahman, secondo lui, fa pensare ad una
possibile infermità di mente e se questa venisse provata,
ha detto,
l'accusa decadrebbe. E
la Corte
suprema dell'Afghanistan ha annunciato oggi che indagherà
preventivamente sullo stato di salute mentale dell’uomo.
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