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Vaticana 21 marzo 2009
La
Messa a Luanda. Benedetto XVI: chi annuncia Cristo non
manca di rispetto alle altre culture e credenze ma offre
un messaggio di vita eterna. Liberare dalla paura degli
"stregoni"
Prosegue
il viaggio internazionale di Benedetto XVI in Africa:
stamani il Papa ha presieduto la Messa nella Chiesa di San
Paolo a Luanda, capitale dell'Angola. Nell'omelia ha
ribadito la necessità dell'evangelizzazione: chi è
convinto della sua fede per aver fatto l’esperienza che,
senza Cristo, la vita è incompleta - ha detto - deve
essere convinto anche del fatto di non mancare di rispetto
a nessuno se annuncia il Vangelo. Benedetto XVI ha parlato
anche delle paure di tante persone che arrivano a
condannare i bambini di strada e i cosiddetti
"stregoni". Il servizio del nostro inviato Davide
Dionisi:
La
seconda giornata angolana di Benedetto XVI si è aperta
con la Messa con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le
religiose, i movimenti ecclesiali e i catechisti
dell’Angola e di São Tomé, presieduta dal Santo Padre
nella chiesa intitolata a San Paolo, patrono di Luanda.
L’edificio – costruito dai Padri cappuccini nel 1935 e
rilevato successivamente dai Salesiani nel 1982 – è
stato recentemente ristrutturato proprio in previsione
della visita del Papa. Si è trattato di un intervento di
rifacimento che rientra in un ampio piano
dell’arcidiocesi di Luanda che ha come scopo il
miglioramento di diverse strutture ecclesiali. E proprio a
San Paolo, Benedetto XVI ha dedicato la prima parte della
sua omelia ricordando il bimellenario della nascita
dell’Apostolo delle genti e il Giubileo paolino in
corso:
De Deus, rico em Misericórdia,
fala-nos por experiência própria São Paulo …
Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per
esperienza personale San Paolo… Ecco la testimonianza
che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna
di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel
mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono
io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia,
perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per
primo, tutta la sua magnanimità, affinché ‘fossi di
esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la
vita eterna’»”.
Il Papa ha poi salutato con gioia i suoi “compagni di
giornata nella vigna del Signore”, ricordando in
particolare i Salesiani e i fedeli della parrocchia di San
Paolo. Poi l’esortazione di Benedetto XVI ad impegnarsi
per far conoscere ovunque Cristo agli angolani e a non
permettere loro di alimentarsi di false credenze:
“Hoje cabe a vós, irmãos e irmãs, na senda
destes heróicos e santos …
Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di
quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo
risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella
paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono
minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare
bambini della strada e anche i più anziani, perché –
dicono – sono stregoni”.
E a coloro che nutrono perplessità e si convincono che
è meglio lasciare in pace questi fratelli perché hanno
scelto di seguire la loro verità, optando per la
soluzione della pacifica convivenza, il Papa ha risposto
dicendo:
“Mas, se estamos convencidos e temos a experiência
de que, sem Cristo, …
Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto
l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta,
le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –,
dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo
ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli
diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la
sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita.
Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti
questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.
La mattinata si è conclusa con il trasferimento alla
nunziatura apostolica. Nel pomeriggio è previsto
l’incontro con i giovani allo Stadio dos Coqueiros che
si svolgerà sul tema “Ecco, io faccio nuove tutte le
cose”.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Chiesa São
Paolo di Luanda
Sabato, 21 marzo 2009
Carissimi
fratelli e sorelle,
Amati lavoratori della vigna del Signore!
Come
abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un
l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi
si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano
sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di
loro – spiega il profeta – perché vivevano
nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero
d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il
Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad
aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo
si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha
straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6, 1). In
questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la
Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non
accogliere i miseri.
Lo
vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini
salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a
casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc
18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi
meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo
debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio,
anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così
perfetto e «non come questo pubblicano». Eppure sarà
proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato.
Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a
testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso
verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O
Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13).
Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre
e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si
esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc
18, 14).
Di questo
Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza
personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di
questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni
fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita
di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo
di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco
la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola
è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù
è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il
primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto
misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in
me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi
di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere
la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16). E, con il passare
dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha
cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo
grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa
processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro.
Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo
lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.
Cari
fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi
oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna
del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana
preparando il vino della Misericordia divina e versandolo
poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato. Mons.
Gabriel Mbilingi si è fatto interprete delle vostre
speranze e fatiche nelle gentili parole di benvenuto che
mi ha rivolto. Con animo grato e pieno di speranza, vi
saluto tutti – donne e uomini dediti alla causa di Gesù
Cristo – che qui vi trovate e quanti ne rappresentate:
Vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi,
catechisti, leaders dei più diversi Movimenti e
Associazioni di questa amata Chiesa di Dio. Desidero
ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza
invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti
noi. Mi sia permessa infine una parola particolare di
saluto ai Salesiani e ai fedeli di questa parrocchia di
san Paolo che ci accolgono nella loro chiesa, senza
esitare per questo a cederci il posto che abitualmente
spetta ad essi nell’assemblea liturgica. Ho saputo che
si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al
termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e
benedire, ma fin d’ora dico loro: «Grazie tante! Dio
susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli
nella scia del vostro Patrono».
Fondamentale
nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù,
quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli
appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista.
L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella
sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui
un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere
ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo
in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e
fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»;
non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta
soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si
tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma
di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta
in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in
lui con Gesù risorto.
Miei
fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore»
risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il
nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai
nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina.
In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova
dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene
integrata anche la materia e mediante la quale sorge un
mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia
universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per
noi, in concreto come raggiunge l’essere umano,
permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto?
Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il
Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e
risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal
punto che la persona battezzata può affermare con Paolo:
«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gl
2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi
viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più
grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli
altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo,
acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque
avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno
in Cristo Gesù (cfr Gl 3, 28).
E,
mediante questo nostro essere cristificato per opera e
grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando
la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In
questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di
cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando
in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne
costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie
alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I
Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino
al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente
cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio
ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse
– quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare
nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si
sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo
e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non
separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che
tutti i credenti siano uno in Cristo.
Oggi
spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli
eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto
ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura
degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono
minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare
bambini della strada e anche i più anziani, perché –
dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad
annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli
oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno
obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la
loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere
pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi
nel modo migliore la propria autenticità». Ma, se noi
siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza
Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà –
anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti
anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se
gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di
trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità,
la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo,
è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità
di raggiungere la vita eterna.
Venerati
e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo
israelita: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha
straziato ed Egli ci guarirà». Aiutiamo la miseria umana
ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa
di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il
suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E
allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo
sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere
ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: «Voi
siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (Gv
15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti
insieme, la sua santa volontà: «Andate in tutto il mondo
e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,
15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo:
«Predicare il Vangelo (…) è un dovere per me: guai a
me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cr 9, 16).
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