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VIAGGIO
IN AFRICA, INCONTRO CON IL MONDO DELLA SOFFERENZA (19 MARZO 2009)
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Radio
Vaticana, 20 marzo 2009
A
Yaoundé Benedetto XVI ha incontrato circa 200 malati,
ospiti del Centro Nazionale di riabilitazione dei
disabili, intitolato alla memoria del cardinale canadese,
Paul Emile Léger. Vi porto il conforto di Cristo, che
ebbe per i malati “tenerezza” e “benevola
attenzione”, ha detto il Papa, che ha incoraggiato la
Chiesa a continuare nella dura lotta contro le malattie in
Africa. La cronaca nel servizio di Alessandro De
Carolis:
(canto)
Quattordici chilometri per andare a guardare negli
occhi e confortare chi porta sulla propria pelle le
conseguenze di malattie invalidanti. Ieri pomeriggio,
verso le 16, Benedetto XVI ha raggiunto in auto, dalla
nunziatura, il Centro di recupero disabili di Yaoundé.
Per un paio d’ore, sofferenza e senso della speranza
cristiana sono state nel cuore commosso del Papa e in
quello dei disabili, molti dei quali bambini, spesso
affetti da gravi deformità, che hanno voluto salutare e
ascoltare il “Grande Antenato”, così come poche ore
prima Benedetto XVI era stato chiamato, in segno di
affettuoso rispetto secondo la cultura locale,
dall’arcivescovo della capitale camerunense. “Non
siete soli” nella vostra sofferenza, è stato il primo
messaggio del Pontefice: non lo siete perché nella sua
vita terrena Cristo ha mostrato tutta la predilezione di
Dio - ha detto, alternando come sempre francese e inglese
- per coloro portano “nella loro carne” i segni
dell’handicap, della violenza, della guerra:
“Je pense aussi à tous les malades...
Penso anche a tutti i malati, e specialmente qui, in
Africa, a quelli che sono vittime di malattie come
l’Aids, la malaria e la tubercolosi. So bene come presso
di voi la Chiesa cattolica sia fortemente impegnata in una
lotta efficace contro questi terribili flagelli, e la
incoraggio a proseguire con determinazione questa opera
urgente”.
Benedetto XVI ha spinto a più riprese i malati a
considerare e dunque a vivere la condizione di malattia e
di sofferenza sull’esempio di Cristo, l’“Uomo dei
dolori”, e di sua Madre, che salì e patì sul Calvario
assieme al Figlio. Certo, ha soggiunto il Papa, “davanti
alla sofferenza, la malattia e la morte, l’uomo è
tentato di gridare sotto l’effetto del dolore”, il
degrado della condizione fisica fa aumentare l’angoscia
e per questo “alcuni sono tentati di dubitare della
presenza di Dio nella loro esistenza”:
“In the presence of such torment…
In presenza di sofferenze atroci, noi ci sentiamo
sprovveduti e non troviamo le parole giuste. Davanti ad un
fratello o una sorella immerso nel mistero della Croce, il
silenzio rispettoso e compassionevole, la nostra presenza
sostenuta dalla preghiera, un gesto di tenerezza e di
conforto, uno sguardo, un sorriso, possono fare più che
tanti discorsi”.
Carezze come quelle riservate dal Pontefice ad alcuni
dei malati del Centro. O gesti come quello di un africano,
Simone di Cirene, che duemila anni fa intrecciò una
storia di solidarietà con quella dolorosa del Nazareno
condannato al Golgota. Il Cireneo, ha osservato il Papa,
fu costretto a portare la croce di Cristo e solo dopo la
risurrezione comprese “quello che aveva fatto”. Ma, ha
affermato Benedetto XVI:
“In the depths of our anguish…
Al cuore della disperazione, della rivolta, il
Cristo ci propone la Sua presenza amabile anche se noi
fatichiamo a comprendere che egli ci è accanto”.
Il Papa ha concluso la sua visita nel centro di
riabilitazione con parole di apprezzamento per le varie
categorie - dai medici, agli infermieri, fino ai sacerdoti
- che lavorano nel mondo della sanità:
“À vous, chercheurs et médicins...
A voi, ricercatori e medici, spetta mettere in opera
tutto quello che è legittimo per sollevare il dolore;
spetta a voi in primo luogo proteggere la vita umana,
essere i difensori della vita dal suo concepimento fino
alla sua fine naturale. Per ogni uomo, il rispetto della
vita è un diritto e nello stesso tempo un dovere, perché
ogni vita è un dono di Dio”.
INCONTRO CON IL
MONDO DELLA SOFFERENZA
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Centro Card.
Paul Emile Léger - CNRH di Yaoundé
Giovedì, 19 marzo 2009
Signori
Cardinali,
Signora Ministro per gli Affari Sociali,
Signor Ministro della Sanità,
Cari fratelli nell’Episcopato e caro Monsignor Giuseppe
Djida,
Signor Direttore del Centro Cardinal Léger,
Gentile personale assistenziale, cari malati,
ho
vivamente desiderato trascorrere questi momenti con voi, e
sono felice di potervi salutare. Un saluto particolare
rivolgo a voi, fratelli e sorelle che portate il peso
della malattia e della sofferenza. Voi sapete di non
essere soli nella vostra sofferenza, perché Cristo stesso
è solidale con coloro che soffrono. Egli rivela ai malati
e agli infermi il posto che essi hanno nel cuore di Dio e
nella società. L’evangelista Marco ci offre come
esempio la guarigione della suocera di Pietro: “Senza
attendere oltre – sta scritto - si parla a Gesù della
malata. Gesù si avvicina a lei, la prende per mano e la
fa alzare” (Mc 1,30-31). In questo passo del
Vangelo noi vediamo Gesù vivere una giornata tra i malati
per sollevarli. Egli ci rivela anche, con gesti concreti,
la sua tenerezza e la sua benevola attenzione verso tutti
quelli che hanno il cuore spezzato e il corpo ferito.
Da questo
Centro, che porta il nome del Cardinale Paolo Emilio Léger,
figlio del Canada, che venne tra voi per curare i corpi e
le anime, io non dimentico coloro che, nelle loro case,
negli ospedali, negli ambienti specializzati o nei
dispensari, sono portatori di un handicap, sia motorio che
mentale, né coloro che nella loro carne portano i segni
delle violenze e delle guerre. Penso anche a tutti i
malati, e specialmente qui, in Africa, a quelli che sono
vittime di malattie come l’Aids, la malaria e la
tubercolosi. So bene come presso di voi la Chiesa
cattolica sia fortemente impegnata in una lotta efficace
contro questi terribili flagelli, e la incoraggio a
proseguire con determinazione questa opera urgente. A voi
che siete provati dalla malattia e dalla sofferenza, a
tutte le vostre famiglie, desidero portare da parte del
Signore un pò di conforto, rinnovarvi il mio sostegno ed
invitarvi a rivolgervi a Cristo e a Maria che egli ci ha
dato come Madre. Ella ha conosciuto la sofferenza, ed ha
seguito suo Figlio sul cammino del Calvario, conservando
nel suo cuore l’amore medesimo che Gesù è venuto a
portare a tutti gli uomini.
Davanti
alla sofferenza, la malattia e la morte, l’uomo è
tentato di gridare sotto l’effetto del dolore, come ha
fatto Giobbe, il cui nome significa ‘sofferente’ (cfr
Gregorio Magno, Moralia in Job, I, 1, 15). Gesù
stesso ha gridato poco prima di morire (cfr Mc
15,37; Eb 5,7). Quando la nostra condizione si
degrada, l’angoscia aumenta; alcuni sono tentati di
dubitare della presenza di Dio nella loro esistenza.
Giobbe, al contrario, è consapevole della presenza di Dio
nella sua vita; il suo grido non si fa ribellione, ma, dal
profondo della sua sventura, egli fa emergere la sua
fiducia (cfr Gb 19;42,2-6). I suoi amici, come
ognuno di noi davanti alla sofferenza di una persona cara,
si sforzano di consolarlo, ma usano delle parole vuote.
In
presenza di sofferenze atroci, noi ci sentiamo sprovveduti
e non troviamo le parole giuste. Davanti ad un fratello o
una sorella immerso nel mistero della Croce, il silenzio
rispettoso e compassionevole, la nostra presenza sostenuta
dalla preghiera, un gesto di tenerezza e di conforto, uno
sguardo, un sorriso, possono fare più che tanti discorsi.
Questa esperienza è stata vissuta da un piccolo gruppo di
uomini e donne tra i quali la Vergine Maria e l’Apostolo
Giovanni, che hanno seguito Gesù al culmine della sua
sofferenza nella sua passione e morte sulla Croce. Tra
costoro, ci ricorda il Vangelo, c’era un africano,
Simone di Cirene. Egli venne incaricato di aiutare Gesù a
portare la Sua Croce sul cammino verso il Golgota.
Quest’uomo, anche se involontariamente, è venuto in
aiuto all’Uomo dei dolori, abbandonato da tutti i suoi e
consegnato ad una violenza cieca. La storia ricorda dunque
che un africano, un figlio del vostro continente, ha
partecipato, con la sua stessa sofferenza, alla pena
infinita di Colui che ha redento tutti gli uomini compresi
i suoi persecutori. Simone di Cirene non poteva sapere che
egli aveva il suo Salvatore davanti agli occhi. Egli è
stato “requisito” per aiutarlo (cfr Mc 15,21);
egli fu costretto, forzato a farlo. E’ difficile
accettare di portare la croce di un altro. E’ solo dopo
la risurrezione che egli ha potuto comprendere quello che
aveva fatto. Così è per ciascuno di noi, fratelli e
sorelle: al cuore della disperazione, della rivolta, il
Cristo ci propone la Sua presenza amabile anche se noi
fatichiamo a comprendere che egli ci è accanto. Solo la
vittoria finale del Signore ci svelerà il senso
definitivo delle nostre prove.
Non si può
forse dire che ogni Africano è in qualche modo membro
della famiglia di Simone di Cirene? Ogni Africano e ogni
sofferente aiutano Cristo a portare la sua Croce e salgono
con Lui al Golgota per risuscitare un giorno con Lui.
Vedendo l’infamia di cui è oggetto Gesù, contemplando
il suo volto sulla Croce, e riconoscendo l’atrocità del
suo dolore, possiamo intravvedere, con la fede, il volto
luminoso del Risorto che ci dice che la sofferenza e la
malattia non avranno l’ultima parola nelle nostre vite
umane. Io prego, cari fratelli e sorelle, perché vi
sappiate riconoscere in questo ‘ Simone di Cirene’.
Prego, cari fratelli e sorelle malati, perché molti
‘Simone di Cirene’ vengano anche al vostro capezzale.
Dopo la
risurrezione e fino ad oggi, molti sono i testimoni che si
sono rivolti, con fede e speranza, al Salvatore degli
uomini, riconoscendo la Sua presenza al centro della loro
prova. Il Padre di tutte le misericordie accoglie sempre
con benevolenza la preghiera di chi si rivolge a Lui. Egli
risponde alla nostra invocazione e alla nostra preghiera
come Egli vuole e quando vuole, per il nostro bene e non
secondo i nostri desideri. Sta a noi discernere la sua
risposta e accogliere i doni che Egli ci offre come una
grazia. Fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, con
fede e coraggio, perché da Lui provengono la Vita, il
conforto, le guarigioni. Sappiamo guardare Colui che vuole
il nostro bene e sa asciugare le lacrime dei nostri occhi;
sappiamo abbandonarci nelle sue braccia come un bambino
nelle braccia della mamma.
I santi
ce ne hanno dato un bell’esempio con la loro vita
interamente affidata a Dio, nostro Padre. Santa Teresa
d’Avila, che aveva messo il suo monastero sotto il
patrocinio di san Giuseppe, è stata guarita da una
sofferenza nel giorno stesso della sua festa. Ella
ripeteva che non lo aveva mai pregato inutilmente e lo
raccomandava a tutti quelli che pensavano di non saper
pregare: “ Non comprendo, scriveva, come si possa
pensare alla Regina degli Angeli e a tutto quello che ella
ha dovuto affrontare durante l’infanzia del Bambino Gesù,
senza ringraziare san Giuseppe della dedizione così
perfetta con la quale egli è venuto in aiuto dell’uno e
dell’altra. Colui che non trova nessuno che gli insegni
a pregare scelga questo ammirabile santo per maestro e non
avrà più a temere di smarrirsi sotto la sua guida” (Vita,
6). Da intercessore per la salute del corpo, la santa
vedeva in san Giuseppe un intercessore per la salute
dell’anima, un maestro di orazione, di preghiera.
Scegliamolo
anche noi come maestro di preghiera. Non solamente noi che
siamo in buona salute, ma anche voi, cari malati e tutte
le famiglie. Penso particolarmente a voi che fate parte
del personale ospedaliero e a tutti coloro che lavorano
nel mondo della sanità. Accompagnando coloro che soffrono
con la vostra attenzione e con le cure che date loro, voi
adempite un atto di carità e di amore che Dio riconosce:
“ Ero malato e mi avete visitato” ( Mt 25,36).
A voi, ricercatori e medici, spetta mettere in opera tutto
quello che è legittimo per sollevare il dolore; spetta a
voi in primo luogo proteggere la vita umana, essere i
difensori della vita dal suo concepimento fino alla sua
fine naturale. Per ogni uomo, il rispetto della vita è un
diritto e nello stesso tempo un dovere, perché ogni vita
è un dono di Dio. Voglio, assieme a voi, rendere grazie
al Signore per tutti coloro che, in una maniera o in
un’altra, operano a servizio delle persone che soffrono.
Incoraggio i sacerdoti e i visitatori degli ammalati a
impegnarsi con la loro presenza attiva ed amichevole nella
pastorale sanitaria negli ospedali o per assicurare una
presenza ecclesiale a domicilio, per il conforto e il
sostegno spirituale dei malati. Secondo la sua promessa,
Dio vi darà il giusto salario e vi ricompenserà in
cielo.
Prima di
salutarvi personalmente e congedarmi da voi, vorrei
assicurare a ciascuno la mia vicinanza affettuosa e la mia
preghiera. Desidero anche esprimere il mio desiderio che
ognuno di voi non si senta mai solo. Spetta in effetti ad
ogni uomo, creato ad immagine del Cristo, farsi prossimo
del suo vicino. Affido tutti e tutte all’intercessione
della Vergine Maria, nostra Madre, e a quella di san
Giuseppe. Che Dio ci conceda di essere gli uni per gli
altri, portatori della misericordia, della tenerezza e
dell’amore del nostro Dio e che Egli vi benedica!
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