VIAGGIO
APOSTOLICO IN AFRICA: CELEBRAZIONE DEI VESPRI (18 MARZO 2009)
Radio
vaticana 19 marzo 2009
Il
Papa alle forze della Chiesa africana: nel vostro agire
imitate San Giuseppe, modello di paternità umile e fedele
Ieri
pomeriggio, a conclusione della seconda giornata in
Camerun, Benedetto XVI aveva presieduto la celebrazione
dei Vespri nella Basilica di Maria Regina degli Apostoli
di Yaoundé. Vespri incentrati sulla figura di San
Giuseppe, indicato dal Papa come esempio di paternità
fedele e umile dal quale sacerdoti, religiosi e laici
possono trarre forza per le rispettive vocazioni. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
(canto)
Un servitore senza mediocrità, che abbia
l’intelligenza del ministero e l’orgoglio dell’umiltà,
che fa essere un padre di anime senza la voglia di
assoggettarle. Benedetto XVI ha messo le forze della
Chiesa africana, e non solo, davanti al modello in
possesso di tali qualità: San Giuseppe. L’affettuosa
cordialità che ha accompagnato fin qui ogni atto pubblico
del Papa in Camerun si è sciolta ieri sera in
raccoglimento - pure inteso secondo la cultura locale –
quando vescovi, clero, religiosi, suore e laici di
associazioni e movimenti hanno affollato la Basilica
mariana di Yaoundé. Ventiquattro diocesi per 2.500
persone in rappresentanza, che Benedetto XVI - alternando
come di consueto la lingua francese a quella inglese - ha
subito esortato alla paternità spirituale intesa come
Giuseppe intese il suo rapporto di custode e padre di Gesù: "Il s’agit de ne pas être un serviteur médiocre..." “Si tratta di non essere un servitore mediocre, ma
di essere un servitore fedele e saggio. L’abbinamento
dei due aggettivi non è casuale: esso suggerisce che
l’intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la
saggezza sono qualità insufficienti. L’una sprovvista
dell’altra non permette di assumere pienamente la
responsabilità che Dio ci affida”. Questo tipo di paternità, ha detto il Papa anzitutto
ai vescovi e ai sacerdoti, “dovete viverla nel vostro
ministero quotidiano”: da amici di Cristo, “fedeli
alla promesse”, sempre attenti a non far emergere in
“primo piano” la “figura del prete”, ha affermato,
ma quella del “servitore” che, in quanto tale, rimanda
ad altro. E per rafforzare il concetto, Benedetto XVI ha
citato il grande filosofo cristiano del secondo secolo,
Origene: “Souvent un homme de moindre valeur..." "Spesso un uomo di minor valore è posto al di
sopra di gente migliore di lui e a volte succede che
l’inferiore ha più valore di colui che sembra
comandargli. Quando chi ha ricevuto una dignità comprende
questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo rango
più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere
migliore di lui, così come Gesù è stato sottomesso a
Giuseppe”. Giuseppe, un esempio universale per ogni vocazione
cristiana. Anche i religiosi - la cui vita, ha ribadito il
Papa, “è imitazione radicale di Cristo” - o i laici
impegnati, chiamati alla solidarietà concreta verso i
poveri, possono trovare nell’immagine di Giuseppe sposo,
che accoglie e rispetta il mistero di Maria, un grande
insegnamento: "Saint Joseph nous apprend..." “San Giuseppe ci insegna che si può amare senza
possedere. Contemplandolo, ogni uomo e ogni donna può,
con la grazia di Dio, essere portato alla guarigione delle
sue ferite affettive a condizione di entrare nel progetto
che Dio ha già iniziato a realizzare negli esseri che
stanno vicini a Lui, così come Giuseppe è entrato
nell’opera della redenzione attraverso la figura di
Maria e grazie a ciò che Dio aveva già fatto in lei”. Infine, San Giuseppe come uomo obbediente alla Parola
di Dio e dunque “segno eloquente per tutti i discepoli
di Gesù che aspirano all’unità della Chiesa”. Questo
valore ha ispirato il pensiero conclusivo di Benedetto XVI,
dedicato ai membri di altre Confessioni cristiane,
presenti ai Vespri: “Cette recherche de l’unité des disciples du
Christ..." "Questa ricerca dell’unità dei discepoli di
Cristo è per noi una grande sfida. Essa ci porta
anzitutto a convertirci alla persona di Cristo, a
lasciarci sempre più attirare da Lui. E’ in Lui che
siamo chiamati a riconoscerci fratelli, figli d’uno
stesso Padre. In questo anno consacrato all’Apostolo
Paolo, il grande annunciatore di Gesù Cristo,
l’Apostolo delle Nazioni, rivolgiamoci insieme a lui per
ascoltare e apprendere ‘la fede e la verità’ nelle
quali sono radicate le ragioni dell’unità tra i
discepoli di Cristo”.
CELEBRAZIONE
DEI VESPRI
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Marie
Reine des Apôtres nel quartiere di Mvolyé - Yaoundé
Mercoledì, 18 marzo 2009
Cari
Fratelli Cardinali e Vescovi,
Cari Sacerdoti e Diaconi, cari fratelli e sorelle
consacrati,
Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane,
Cari fratelli e sorelle!
Abbiamo
la gioia di ritrovarci insieme per rendere grazie a Dio in
questa basilica dedicata a Maria Regina degli Apostoli di
Mvolyé, che è stata costruita sul luogo dove venne
edificata la prima chiesa ad opera dei missionari
spiritani, venuti a portare la Buona Novella in Camerun.
Come l’ardore apostolico di questi uomini che
racchiudevano nei loro cuori l’intero vostro Paese,
questo luogo porta in se stesso simbolicamente ogni
piccola parte della vostra terra. E’ perciò in una
grande vicinanza spirituale con tutte le comunità
cristiane nelle quali esercitate il vostro servizio, cari
fratelli e sorelle, che rivolgiamo questa sera la nostra
lode al Padre della luce.
Alla
presenza dei rappresentanti delle altre Confessioni
cristiane, a cui indirizzo il mio rispettoso e fraterno
saluto, vi propongo di contemplare i tratti caratteristici
di san Giuseppe attraverso le parole della Sacra Scrittura
che ci offre questa liturgia vespertina.
Alla
folla e ai suoi discepoli, Gesù dichiara: “Uno solo
è il Padre vostro” (Mt 23,9). In effetti,
non vi è altra paternità che quella di Dio Padre,
l’unico Creatore “del mondo visibile ed invisibile”.
E’ stato dato però all’uomo, creato ad immagine di
Dio, di partecipare all’unica paternità di Dio (cfr Ef
3,15). San Giuseppe manifesta ciò in maniera
sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una
paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù,
del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita
una paternità piena e intera. Essere padre è
innanzitutto essere servitore della vita e della crescita.
San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande
dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione,
l’esilio e la povertà che ne deriva. Ha dovuto
stabilirsi in luogo diverso dal suo villaggio. La sua sola
ricompensa fu quella di essere con Cristo. Questa
disponibilità spiega le parole di san Paolo: “Servite
il Signore che è Cristo!” (Col 3,24).
Si tratta
di non essere un servitore mediocre, ma di essere un
servitore “fedele e saggio”. L’abbinamento
dei due aggettivi non casuale: esso suggerisce che
l’intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la
saggezza sono qualità insufficienti. L’una sprovvista
dell’altra non permette di assumere pienamente la
responsabilità che Dio ci affida.
Cari
fratelli sacerdoti, questa paternità voi dovete viverla
nel vostro ministero quotidiano. In effetti, la
Costituzione conciliare Lumen
gentiumsottolinea: i sacerdoti“abbiano
poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno
spiritualmente generato col battesimo e
l’insegnamento” (n. 28). Come allora non tornare
continuamente alla radice del nostro sacerdozio, il
Signore Gesù Cristo? La relazione con la sua persona è
costitutiva di ciò che noi vogliamo vivere, la relazione
con lui che ci chiama suoi amici, perché tutto quello che
egli ha appreso dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cfr Gv
15,15). Vivendo questa amicizia profonda con Cristo,
troverete la vera libertà e la gioia del vostro cuore. Il
sacerdozio ministeriale comporta un legame profondo con
Cristo che ci è donato nell’Eucaristia. Che la
celebrazione dell’Eucaristia sia veramente il centro
della vostra vita sacerdotale, allora essa sarà anche il
centro della vostra missione ecclesiale. In effetti, per
tutta la nostra vita, il Cristo ci chiama a partecipare
alla sua missione, a essere testimoni, affinché la sua
Parola possa essere annunciata a tutti. Celebrando questo
sacramento a nome e nella persona del Signore, non è la
persona del prete che deve essere posta in primo piano:
egli è un servitore, un umile strumento che rimanda a
Cristo, poiché Cristo stesso si offre in sacrificio
per la salvezza del mondo. “Chi governa sia come
colui che serve” (Lc 22,26), dice Gesù. Ed
Origene scriveva: “Giuseppe capiva che Gesù gli era
superiore pur essendo sottomesso a lui in tutto e,
conoscendo la superiorità del suo inferiore, Giuseppe gli
comandava con timore e misura. Che ciascuno rifletta su
questo: spesso un uomo di minor valore è posto al di
sopra di gente migliore di lui e a volte succede che
l’inferiore ha più valore di colui che sembra
comandargli. Quando chi ha ricevuto una dignità comprende
questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo rango
più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere
migliore di lui, così come Gesù è stato sottomesso a
Giuseppe” (Omelia su san Luca XX,5, S.C. p. 287).
Cari
fratelli nel sacerdozio, il vostro ministero pastorale
richiede molte rinunce, ma è anche sorgente di gioia. In
relazione confidente con i vostri Vescovi, fraternamente
uniti a tutto il presbiterio, e sostenuti dalla porzione
del Popolo di Dio che vi è affidata, voi saprete
rispondere con fedeltà alla chiamata che il Signore vi ha
fatto un giorno, come egli ha chiamato Giuseppe a vegliare
su Maria e sul Bambino Gesù! Possiate rimanere fedeli,
cari sacerdoti, alle promesse che avete fatto a Dio
davanti al vostro Vescovo e davanti all’assemblea. Il
Successore di Pietro vi ringrazia per il vostro generoso
impegno al servizio della Chiesa e vi incoraggia a non
lasciarvi turbare dalle difficoltà del cammino! Ai
giovani che si preparano ad unirsi a voi, come a coloro
che si pongono ancora delle domande, vorrei ridire questa
sera la gioia che si ha nel donarsi totalmente per il
servizio di Dio e della Chiesa. Abbiate il coraggio di
offrire un “sì” generoso a Cristo!
Invito
anche voi, fratelli e sorelle che vi siete impegnati nella
vita consacrata o nei movimenti ecclesiali, a rivolgere lo
sguardo a san Giuseppe. Quando Maria riceve la visita
dell’angelo all’Annunciazione è già promessa sposa
di Giuseppe. Indirizzandosi personalmente a Maria, il
Signore unisce quindi già intimamente Giuseppe al mistero
dell’Incarnazione. Questi ha accettato di legarsi a
questa storia che Dio aveva iniziato a scrivere nel seno
della sua sposa. Egli ha quindi accolto in casa sua Maria.
Ha accolto il mistero che era in lei ed il mistero che era
lei stessa. Egli l’ha amata con quel grande rispetto che
è il sigillo dell’amore autentico. San Giuseppe ci
insegna che si può amare senza possedere. Contemplandolo,
ogni uomo e ogni donna può, con la grazia di Dio, essere
portato alla guarigione delle sue ferite affettive a
condizione di entrare nel progetto che Dio ha già
iniziato a realizzare negli esseri che stanno vicini a
Lui, così come Giuseppe è entrato nell’opera della
redenzione attraverso la figura di Maria e grazie a ciò
che Dio aveva già fatto in lei. Possiate, cari fratelli e
sorelle impegnati nei movimenti ecclesiali, essere attenti
a coloro che vi circondano e manifestare il volto
amorevole di Dio alle persone più umili, soprattutto
mediante l’esercizio delle opere di misericordia,
l’educazione umana e cristiana dei giovani, il servizio
della promozione della donna ed in tanti altri modi!
Il
contributo spirituale portato dalle persone consacrate è
anch’esso assai significativo ed indispensabile per la
vita della Chiesa. Questa chiamata a seguire Cristo è un
dono per l’intero Popolo di Dio. In adesione alla vostra
vocazione, imitando Cristo casto, povero ed obbediente,
totalmente consacrato alla gloria del Padre suo e
all’amore dei suoi fratelli e sorelle, voi avete per
missione di testimoniare, davanti al nostro mondo che ne
ha molto bisogno, il primato di Dio e dei beni futuri (cfr
Vita
consecrata, n. 85). Con la vostra fedeltà senza
riserve nei vostri impegni voi siete nella Chiesa un germe
di vita che cresce al servizio del Regno di Dio. In ogni
momento, ma in modo particolare quando la fedeltà è
provata, san Giuseppe vi ricorda il senso e il valore dei
vostri impegni. La vita consacrata è una imitazione
radicale di Cristo. E’ quindi necessario che il vostro
stile di vita esprima con precisione ciò che vi fa vivere
e che la vostra attività non nasconda la vostra profonda
identità. Non abbiate paura di vivere pienamente
l’offerta di voi stessi che avete fatta a Dio e di darne
testimonianza con autenticità attorno a voi. Un esempio
vi stimola particolarmente a ricercare questa santità di
vita, quello del Padre Simon Mpeke, chiamato Baba Simon.
Voi sapete come “il missionario dai piedi nudi” ha
speso tutte le forze del suo essere in una umiltà
disinteressata, avendo a cuore di aiutare le anime, senza
risparmiarsi le preoccupazioni e la pena del servizio
materiale dei suoi fratelli.
Cari
fratelli e sorelle, la nostra meditazione
sull’itinerario umano e spirituale di san Giuseppe, ci
invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della
sua vocazione e del modello che egli resta per tutti
quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza
a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in
diverse forme di impegno del laicato. Giuseppe ha infatti
vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non
solo con una prossimità fisica, ma anche con
l’attenzione del cuore. Giuseppe ci svela il segreto di
una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta ad
esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza.
In lui non c’è separazione tra fede e azione. La sua
fede orienta in maniera decisiva le sue azioni.
Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue
responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a
Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza
frapporvi ostacolo. Giuseppe è un “uomo giusto”
(Mt 1,19) perché la sua esistenza è
“aggiustata” sulla parola di Dio.
La vita
di san Giuseppe, trascorsa nell’obbedienza alla Parola,
è un segno eloquente per tutti i discepoli di Gesù che
aspirano all’unità della Chiesa. Il suo esempio ci
sollecita a comprendere che è abbandonandosi pienamente
alla volontà di Dio che l’uomo diventa un operatore
efficace del disegno di Dio, il quale desidera riunire gli
uomini in una sola famiglia, una sola assemblea, una sola
‘ecclesia’. Cari amici membri delle altre
Confessioni cristiane, questa ricerca dell’unità dei
discepoli di Cristo è per noi una grande sfida. Essa ci
porta anzitutto a convertirci alla persona di Cristo, a
lasciarci sempre più attirare da Lui. E’ in Lui che
siamo chiamati a riconoscerci fratelli, figli d’uno
stesso Padre. In questo anno consacrato all’Apostolo
Paolo, il grande annunciatore di Gesù Cristo,
l’Apostolo delle Nazioni, rivolgiamoci insieme a lui per
ascoltare e apprendere “la fede e la verità” nelle
quali sono radicate le ragioni dell’unità tra i
discepoli di Cristo.
Terminando,
rivolgiamoci alla sposa di san Giuseppe, la Vergine Maria,
“Regina degli Apostoli”, perché questo è il
titolo con il quale ella è invocata come patrona del
Camerun. A lei affido la consacrazione di ciascuno e di
ciascuna di voi, il vostro desiderio di rispondere più
fedelmente alla chiamata che vi è stata fatta e alla
missione che vi è stata affidata. Invoco infine la sua
intercessione per il vostro bel Paese. Amen.