|
CONGRESSO
EUCARISTICO AD ANCONA |
Radio
Vaticana, 11 settembre 2011
Benedetto
XVI chiude ad Ancona il XXV Congresso Eucaristico Italiano
e ribadisce: l’eucaristia è la via per costruire una
società più equa e fraterna
La
spiritualità eucaristica è la via per costruire una
società più equa e fraterna, superare l’incertezza del
precariato e il problema della disoccupazione. E’ il
messaggio lanciato stamane da Benedetto XVI giunto in
Ancona per chiudere il XXV Congresso Eucaristico nazionale
italiano. Il Papa ha celebrato la Santa Messa e
l’Angelus in riva al mare, nel cantiere navale del
capoluogo marchigiano, di fronte a 85 mila fedeli. Nel
pomeriggio il suo 24mo viaggio apostolico in Italia è
proseguito nella città dorica con altri incontri di
particolare rilievo ecclesiale e sociale. Il servizio del
nostro inviato Fabio Colagrande:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Atteso con gioia fin dall’apertura del Congresso, il 3
settembre scorso, Benedetto XVI è giunto oggi nel
capoluogo marchigiano e ha proposto una lineare catechesi
sull’efficacia dell’Eucaristia nella vita quotidiana,
tema al centro del raduno ecclesiale. L’uomo – ha
ricordato - oggi rifiuta Dio e si illude di poter trovare
pace, benessere e sviluppo con la forza del potere e
dell’economia, ma viene smentito dalla storia. E’
dunque il ‘Primato di Dio’ che dobbiamo recuperare e
possiamo farlo solo partendo dalla sorgente
dell’Eucaristia dove Dio ci coinvolge nel mistero di
amore della Croce:
Chi
sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il
corpo del Signore non può non essere attento, nella trama
ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo,
e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare
il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua
con l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare
l’ammalato e il carcerato.
E’ dunque un’autentica ‘spiritualità eucaristica’
il vero antidoto all’individualismo, l’anima di una
comunità ecclesiale che sa ‘superare le
contrapposizioni’. E’ questa spiritualità che ci
aiuta ‘ad accostare le diverse forme di fragilità
umana’ - ha ricordato Benedetto XVI - e ad affrontare
anche la crisi del mondo del lavoro:
Una spiritualità eucaristica è via per restituire
dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro,
nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della
festa e della famiglia e nell’impegno a superare
l’incertezza del precariato e il problema della
disoccupazione.
Parole che acquistano significato perché pronunciate in
un cantiere navale senza commesse, simbolo delle difficoltà
dei lavoratori del mare. E si rafforzano nel gesto di
condivisione che Benedetto XVI ha compiuto dividendo poi
il pranzo con un gruppo di indigenti, ex-detenuti e
cassintegrati in rappresentanza delle sofferenze di tutte
le aziende della regione.
Nel pomeriggio il Papa si è spostato sul Colle Guasco,
nella cattedrale romanica di S. Ciriaco, per incontrare
sacerdoti e famiglie delle 72 parrocchie della diocesi e
proporre loro una riflessione intrecciata sulla necessità
di riconciliare le due categorie e ricondurre Ordine sacro
e Matrimonio all’unica sorgente eucaristica.
Benedetto XVI ha chiesto ai sacerdoti di incoraggiare i
coniugi aiutandoli a rinnovare la grazia del loro
matrimonio, invitandoli a essere misericordiosi, anche con
quanti, purtroppo, sono venuti meno al vincolo
matrimoniale. E poi si è rivolto alle coppie di sposi:
Amate i vostri sacerdoti, esprimete loro
l’apprezzamento per il generoso servizio che svolgono.
Sappiate sopportarne anche i limiti, senza mai rinunciare
a chiedere loro che siano fra voi ministri esemplari che
vi parlano di Dio e che vi conducono a Dio.
Infine, nell’ultima tappa del suo 24mo viaggio in
Italia, il Papa ha chiuso il Congresso di Ancona con un
appuntamento inedito. Nella centrale Piazza del Plebiscito
ha incontrato 500 coppie di giovani fidanzati invitandoli
ad assumere l’Eucaristia come Sacramento modello della
vocazione sponsale. Ha ricordato anche qui le difficoltà
lavorative e descritto la cultura attuale dove ‘le
scelte sono esposte ad una perenne revocabilità, spesso
erroneamente ritenuta espressione di libertà’. Ma
soprattutto ha voluto sottolineare come la convivenza
prima del Matrimonio non sia affatto ‘garanzia per il
futuro’.
Bruciare le tappe finisce per “bruciare”
l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e
la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare
spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano
fedele, felice e indissolubile.
L’incontro ha chiuso la giornata anconetana del Papa,
breve ma impregnata di cultura eucaristica e attenta alle
difficoltà e alle fatiche dell’uomo di oggi.
CELEBRAZIONE
EUCARISTICA
A CONCLUSIONE DEL XXV CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE
ITALIANO
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cantiere Navale di Ancona
Domenica, 11 settembre 2011
Carissimi
fratelli e sorelle!
Sei anni
fa, il primo viaggio apostolico in Italia del mio
pontificato mi condusse a
Bari, per il 24° Congresso Eucaristico Nazionale.
Oggi sono venuto a concludere solennemente il 25°, qui ad
Ancona. Ringrazio il Signore per questi intensi momenti
ecclesiali che rafforzano il nostro amore all’Eucaristia
e ci vedono uniti attorno all’Eucaristia! Bari e Ancona,
due città affacciate sul mare Adriatico; due città
ricche di storia e di vita cristiana; due città aperte
all’Oriente, alla sua cultura e alla sua spiritualità;
due città che i temi dei Congressi Eucaristici hanno
contribuito ad avvicinare: a Bari abbiamo fatto memoria di
come “senza la Domenica non possiamo vivere”;
oggi il nostro ritrovarci è all’insegna dell’“Eucaristia
per la vita quotidiana”.
Prima di
offrivi qualche pensiero, vorrei ringraziarvi per questa
vostra corale partecipazione: in voi abbraccio
spiritualmente tutta la Chiesa che è in Italia. Rivolgo
un saluto riconoscente al Presidente della Conferenza
Episcopale, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali
parole che mi ha rivolto anche a nome di tutti voi; al mio
Legato a questo Congresso, Cardinale Giovanni Battista Re;
all’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo
Menichelli, ai Vescovi della Metropolìa, delle Marche e a
quelli convenuti numerosi da ogni parte del Paese. Insieme
con loro, saluto i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le
consacrate, e i fedeli laici, fra i quali vedo molte
famiglie e molti giovani. La mia gratitudine va anche alle
Autorità civili e militari e a quanti, a vario titolo,
hanno contribuito al buon esito di questo evento.
“Questa
parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60).
Davanti al discorso di Gesù sul pane della vita, nella
Sinagoga di Cafarnao, la reazione dei discepoli, molti dei
quali abbandonarono Gesù, non è molto lontana dalle
nostre resistenze davanti al dono totale che Egli fa di se
stesso. Perché accogliere veramente questo dono vuol dire
perdere se stessi, lasciarsi coinvolgere e trasformare,
fino a vivere di Lui, come ci ha ricordato l’apostolo
Paolo nella seconda Lettura: “Se noi viviamo, viviamo
per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del
Signore” (Rm 14,8).
“Questa
parola è dura!”; è dura perché spesso confondiamo la
libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di
poter fare da soli, senza Dio, visto come un limite alla
libertà. E’ questa un’illusione che non tarda a
volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e
portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del
passato: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra
d’Egitto…” – dicevano gli ebrei nel deserto (Es
16,3), come abbiamo ascoltato. In realtà, solo
nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono,
diventiamo veramente liberi, liberi dalla schiavitù del
peccato che sfigura il volto dell’uomo e capaci di
servire al vero bene dei fratelli.
“Questa
parola è dura!”; è dura perché l’uomo cade spesso
nell’illusione di poter “trasformare le pietre in
pane”. Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato
come una scelta privata che non deve interferire con la
vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare
la società con la forza del potere e dell’economia. La
storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di
assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace
prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto
in un dare agli uomini pietre al posto del pane. Il pane,
cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro
dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la
responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra
ingegnosità; ma il pane è anche, e prima ancora,
“frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e
pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia
e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre
(…), dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt
6,11).
L’uomo
è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si
comprende solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a
dare consistenza alla nostra umanità e a rendere buona e
giusta la nostra vita. Nel Padre nostro chiediamo che sia
santificato il Suo nome, che venga il Suo regno,
che si compia la Sua volontà. E’ anzitutto il
primato di Dio che dobbiamo recuperare nel nostro mondo e
nella nostra vita, perché è questo primato a permetterci
di ritrovare la verità di ciò che siamo, ed è nel
conoscere e seguire la volontà di Dio che troviamo il
nostro vero bene. Dare tempo e spazio a Dio, perché sia
il centro vitale della nostra esistenza.
Da dove
partire, come dalla sorgente, per recuperare e riaffermare
il primato di Dio? Dall’Eucaristia: qui Dio si fa così
vicino da farsi nostro cibo, qui Egli si fa forza nel
cammino spesso difficile, qui si fa presenza amica che
trasforma. Già la Legge data per mezzo di Mosè veniva
considerata come “pane del cielo”, grazie al quale
Israele divenne il popolo di Dio, ma in Gesù la parola
ultima e definitiva di Dio si fa carne, ci viene incontro
come Persona. Egli, Parola eterna, è la vera manna, è il
pane della vita (cfr Gv 6,32-35) e compiere le opere di
Dio è credere in Lui (cfr Gv 6,28-29).
Nell’Ultima Cena Gesù riassume tutta la sua esistenza
in un gesto che si inscrive nella grande benedizione
pasquale a Dio, gesto che Egli vive da Figlio come
rendimento di grazie al Padre per il suo immenso amore.
Gesù spezza il pane e lo condivide, ma con una profondità
nuova, perché Egli dona se stesso. Prende il calice e lo
condivide perché tutti ne possano bere, ma con questo
gesto Egli dona la “nuova alleanza nel suo sangue”,
dona se stesso. Gesù anticipa l’atto di amore supremo,
in obbedienza alla volontà del Padre: il sacrificio della
Croce. La vita gli sarà tolta sulla Croce, ma già ora
Egli la offre da se stesso. Così la morte di Cristo non
è ridotta ad un’esecuzione violenta, ma è trasformata
da Lui in un libero atto d’amore, in un atto di
auto-donazione, che attraversa vittoriosamente la stessa
morte e ribadisce la bontà della creazione uscita dalle
mani di Dio, umiliata dal peccato e finalmente redenta.
Questo immenso dono è a noi accessibile nel Sacramento
dell’Eucaristia: Dio si dona a noi, per aprire la nostra
esistenza a Lui, per coinvolgerla nel mistero di amore
della Croce, per renderla partecipe del mistero eterno da
cui proveniamo e per anticipare la nuova condizione della
vita piena in Dio, in attesa della quale viviamo.
Ma che
cosa comporta per la nostra vita quotidiana questo partire
dall’Eucaristia per riaffermare il primato di Dio? La
comunione eucaristica, cari amici, ci strappa dal nostro
individualismo, ci comunica lo spirito del Cristo morto e
risorto, ci conforma a Lui; ci unisce intimamente ai
fratelli in quel mistero di comunione che è la Chiesa,
dove l’unico Pane fa dei molti un solo corpo (cfr 1
Cor 10,17), realizzando la preghiera della comunità
cristiana delle origini riportata nel libro della Didaché:
“Come questo pane spezzato era sparso sui colli e
raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa dai
confini della terra venga radunata nel tuo Regno” (IX,
4). L’Eucaristia sostiene e trasforma l’intera vita
quotidiana. Come ricordavo nella mia prima Enciclica,
“nella comunione eucaristica è contenuto l’essere
amati e l’amare a propria volta gli altri”, per cui
“un’Eucaristia che non si traduca in amore
concretamente praticato è in se stessa frammentata” (Deus
caritas est, 14).
La
bimillenaria storia della Chiesa è costellata di santi e
sante, la cui esistenza è segno eloquente di come proprio
dalla comunione con il Signore, dall’Eucaristia nasca
una nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti
i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno
sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona,
specie quella povera, malata o disagiata. Nutrirsi di
Cristo è la via per non restare estranei o indifferenti
alle sorti dei fratelli, ma entrare nella stessa logica di
amore e di dono del sacrificio della Croce; chi sa
inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il
corpo del Signore non può non essere attento, nella trama
ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo,
e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare
il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua
con l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare
l’ammalato e il carcerato (cfr Mt 25,34-36). In
ogni persona saprà vedere quello stesso Signore che non
ha esitato a dare tutto se stesso per noi e per la nostra
salvezza. Una spiritualità eucaristica, allora, è vero
antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso
caratterizzano la vita quotidiana, porta alla riscoperta
della gratuità, della centralità delle relazioni, a
partire dalla famiglia, con particolare attenzione a
lenire le ferite di quelle disgregate. Una spiritualità
eucaristica è anima di una comunità ecclesiale che
supera divisioni e contrapposizioni e valorizza le
diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio
dell’unità della Chiesa, della sua vitalità e della
sua missione. Una spiritualità eucaristica è via per
restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo
lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi
della festa e della famiglia e nell’impegno a superare
l’incertezza del precariato e il problema della
disoccupazione. Una spiritualità eucaristica ci aiuterà
anche ad accostare le diverse forme di fragilità umana
consapevoli che esse non offuscano il valore della
persona, ma richiedono prossimità, accoglienza e aiuto.
Dal Pane della vita trarrà vigore una rinnovata capacità
educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali
dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e
culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città
degli uomini con la disponibilità a spenderci
nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una
società più equa e fraterna.
Cari
amici, ripartiamo da questa terra marchigiana con la forza
dell’Eucaristia in una costante osmosi tra il mistero
che celebriamo e gli ambiti del nostro quotidiano. Non
c’è nulla di autenticamente umano che non trovi
nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in
pienezza: la vita quotidiana diventi dunque luogo del
culto spirituale, per vivere in tutte le circostanze il
primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e
come offerta al Padre (cfr Esort. ap. postsin. Sacramentum
caritatis, 71). Sì, “non di solo pane vivrà
l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”
(Mt 4,4): noi viviamo dell’obbedienza a questa
parola, che è pane vivo, fino a consegnarci, come Pietro,
con l’intelligenza dell’amore: “Signore, da chi
andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo
creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv
6,68-69).
Come la
Vergine Maria, diventiamo anche noi “grembo”
disponibile ad offrire Gesù all’uomo del nostro tempo,
risvegliando il desiderio profondo di quella salvezza che
viene soltanto da Lui. Buon cammino, con Cristo Pane di
vita, a tutta la Chiesa che è in Italia!
Amen.
©
Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
|
|