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ANGELUS
(1 NOVEMBRE 2008) |
Radio
Vaticana, 1.11.2008
Il
Papa all'Angelus: la bellezza della santità è la
meravigliosa varietà in cui si esprime l'amore di Dio
La
Chiesa celebra oggi con grande gioia la festa di Tutti i
Santi: il Papa all’Angelus, in Piazza San Pietro, ha
sottolineato lo spettacolo della varietà dei santi,
accomunati, nella loro diversità, dall’amore per Cristo
senza riserve, espresso nel dono totale di sé a Dio e ai
fratelli. Il servizio di Sergio Centofanti.
Il Papa paragona la bellezza della santità ad un
meraviglioso giardino botanico, dove “si rimane
stupefatti” dinanzi alla “fantasia del Creatore” per
tanta varietà di piante e di fiori. Così “il mondo –
ha precisato - ci appare come un ‘giardino’, dove lo
Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una
moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione
sociale, di ogni lingua, popolo e cultura”:
“Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità
della propria personalità umana e del proprio carisma
spirituale. Tutti però recano impresso il ‘sigillo’
di Gesù (cfr Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore,
testimoniato attraverso la Croce. Sono tutti nella gioia,
in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo
l’hanno conquistato passando attraverso la fatica e la
prova (cfr Ap 7,14), affrontando ciascuno la propria parte
di sacrificio per partecipare alla gloria della
risurrezione”.
“La solennità di Tutti i Santi – spiega il Papa -
si è venuta affermando nel corso del primo millennio
cristiano come celebrazione collettiva dei martiri”. Un
martirio che si può intendere anche in senso lato, “cioè
come amore per Cristo senza riserve, amore che si esprime
nel dono totale di sé a Dio e ai fratelli” seguendo la
via delle “beatitudini”:
“E’ la stessa via tracciata da Gesù e che i
santi e le sante si sono sforzati di percorrere, pur
consapevoli dei loro limiti umani. Nella loro esistenza
terrena, infatti, sono stati poveri in spirito, addolorati
per i peccati, miti, affamati e assetati di giustizia,
misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace,
perseguitati per la giustizia. E Dio ha partecipato loro
la sua stessa felicità: l’hanno pregustata in questo
mondo e, nell’aldilà, la godono in pienezza. Sono ora
consolati, eredi della terra, saziati, perdonati, vedono
Dio di cui sono figli. In una parola: ‘di essi è il
Regno dei cieli’ (cfr Mt 5,3.10)”.
“In questo giorno – ha affermato Benedetto XVI -
sentiamo ravvivarsi in noi l’attrazione verso il Cielo,
che ci spinge ad affrettare il passo del nostro
pellegrinaggio terreno. Sentiamo accendersi nei nostri
cuori il desiderio di unirci per sempre alla famiglia dei
santi, di cui già ora abbiamo la grazia di far parte”:
“Come dice un celebre canto spiritual: ‘Quando
verrà la schiera dei tuoi santi, oh come vorrei, Signore,
essere tra loro!’. Possa questa bella aspirazione ardere
in tutti i cristiani, ed aiutarli a superare ogni
difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione! Mettiamo, cari
amici, la nostra mano in quella materna di Maria, Regina
di tutti i Santi, e lasciamoci condurre da Lei verso la
patria celeste, in compagnia degli spiriti beati ‘di
ogni nazione, popolo e lingua’ (Ap 7,9). Ed uniamo nella
preghiera già il ricordo dei nostri cari defunti che
domani commemoreremo”.
Al termine dell’Angelus il Papa ha rivolto un
particolare saluto alle migliaia di persone, presenti
insieme con il sindaco Gianni Alemanno, e provenienti da
ogni parte d’Italia, che hanno partecipato alla prima
edizione della “Corsa dei Santi”, promossa a Roma
dalla Congregazione Salesiana e il cui arrivo è stato
posto a San Pietro, dopo un percorso che ha visto le tappe
di San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura e
Santa Maria Maggiore:
“Sono lieto di questa nuova iniziativa, che
esprime la gioia e anche la fatica di ‘correre’
insieme sulla via della santità. Possa tutta la nostra
vita essere una ‘corsa’ nella fede e nell’amore,
animata dall’esempio dei grandi testimoni del Vangelo! A
tutti buona festa di Ognissanti!”
(Applausi)
ANGELUS
ANGELUS
Cari
fratelli e sorelle!
Oggi la
liturgia ci propone la parabola evangelica dei due figli
inviati dal padre a lavorare nella sua vigna. Di questi,
uno dice subito sì, ma poi non va; l’altro invece sul
momento rifiuta, poi però, pentitosi, asseconda il
desiderio paterno. Con questa parabola Gesù ribadisce la
sua predilezione per i peccatori che si convertono, e ci
insegna che ci vuole umiltà per accogliere il dono della
salvezza. Anche san Paolo, nel brano della Lettera ai
Filippesi che quest’oggi meditiamo, ci esorta
all’umiltà. "Non fate nulla per rivalità o
vanagloria - egli scrive -, ma ciascuno di voi, con tutta
umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso" (Fil
2,3). Sono questi gli stessi sentimenti di Cristo, che,
spogliatosi della gloria divina per amore nostro, si è
fatto uomo e si è abbassato fino a morire crocifisso (cfr
Fil 2,5-8). Il verbo utilizzato - ekenôsen -
significa letteralmente che Egli "svuotò se
stesso" e pone in chiara luce l’umiltà profonda e
l’amore infinito di Gesù, il Servo umile per
eccellenza.
Riflettendo
su questi testi biblici, ho pensato subito a Papa Giovanni
Paolo I, di cui proprio oggi ricorre il trentesimo
anniversario della morte. Egli scelse come motto
episcopale lo stesso di san Carlo Borromeo: Humilitas.
Una sola parola che sintetizza l’essenziale della vita
cristiana e indica l’indispensabile virtù di chi, nella
Chiesa, è chiamato al servizio dell’autorità. In una
delle quattro Udienze generali tenute durante il suo
brevissimo pontificato disse tra l’altro, con quel tono
familiare che lo contraddistingueva: "Mi limito a
raccomandare una virtù, tanto cara al Signore: ha detto:
imparate da me che sono mite e umile di cuore … Anche se
avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi
inutili". E osservò: "Invece la tendenza, in
noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in
mostra" (Insegnamenti di Giovanni Paolo I, p.
51-52). L’umiltà può essere considerata il suo
testamento spirituale.
Grazie
proprio a questa sua virtù, bastarono 33 giorni perché
Papa Luciani entrasse nel cuore della gente. Nei discorsi
usava esempi tratti da fatti di vita concreta, dai suoi
ricordi di famiglia e dalla saggezza popolare. La sua
semplicità era veicolo di un insegnamento solido e ricco,
che, grazie al dono di una memoria eccezionale e di una
vasta cultura, egli impreziosiva con numerose citazioni di
scrittori ecclesiastici e profani. E’ stato così un
impareggiabile catechista, sulle orme di san Pio X, suo
conterraneo e predecessore prima sulla cattedra di san
Marco e poi su quella di san Pietro. "Dobbiamo
sentirci piccoli davanti a Dio", disse in quella
medesima Udienza. E aggiunse: "Non mi vergogno di
sentirmi come un bambino davanti alla mamma: si crede alla
mamma, io credo al Signore, a quello che Egli mi ha
rivelato" (ivi, p. 49). Queste parole mostrano
tutto lo spessore della sua fede. Mentre ringraziamo Dio
per averlo donato alla Chiesa e al mondo, facciamo tesoro
del suo esempio, impegnandoci a coltivare la sua stessa
umiltà, che lo rese capace di parlare a tutti,
specialmente ai piccoli e ai cosiddetti lontani.
Invochiamo per questo Maria Santissima, umile Serva del
Signore.
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