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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
2 marzo 2008
Il
cuore di Benedetto XVI è vicino a chi soffre:
all’Angelus, il Papa lancia un appello per la fine delle
violenze in Terra Santa, per la liberazione
dell’arcivescovo di Mossul e per la tutela
dell’infanzia dopo la drammatica vicenda dei bambini
morti a Gravina
All’Angelus
in Piazza San Pietro, nella quarta domenica di Quaresima,
Benedetto XVI ha rivolto tre appelli vibranti: per la
liberazione dell’arcivescovo iracheno di Mossul e per la
fine delle violenze in Terra Santa. Quindi, ricordando la
drammatica vicenda dei bimbi Ciccio e Tore, trovati morti
a Gravina, ha levato un appello per la tutela
dell’infanzia. Commentando il Vangelo della domenica sul
cieco nato guarito da Gesù, Benedetto XVI ha poi esortato
i fedeli a non lasciarsi accecare dal proprio egoismo. Il
servizio di Alessandro Gisotti:
Un
Angelus nel segno della vicinanza a chi soffre, a chi
piange la perdita dei propri cari a chi vive in condizioni
estreme a causa della guerra. Con profonda tristezza, ha
detto il Papa, seguo la drammatica vicenda del rapimento
di mons. Rahho, arcivescovo di Mossul dei Caldei. Il Papa
si è unito all’appello del cardinale Emmanuel III Delly,
affinché il presule, “oltretutto in precarie condizioni
di salute, sia prontamente liberato”:
“Elevo, in pari tempo, la mia preghiera di
suffragio per le anime dei tre giovani uccisi, che erano
con lui al momento del rapimento. Esprimo, inoltre, la mia
vicinanza a tutta la Chiesa in Iraq ed in particolare alla
Chiesa caldea, ancora una volta duramente colpite, mentre
incoraggio i Pastori e i fedeli tutti ad essere forti e
saldi nella speranza. Si moltiplichino gli sforzi di
quanti reggono le sorti del caro popolo iracheno, affinché
grazie all’impegno e alla saggezza di tutti ritrovi pace
e sicurezza, e non venga ad esso negato il futuro a cui ha
diritto”.
Purtroppo, ha proseguito il Santo Padre, in questi
ultimi giorni la tensione tra Israele e la Striscia di
Gaza ha “raggiunto livelli assai gravi”. Ha così
rinnovato un pressante invito alle Autorità, sia
israeliane che palestinesi, “perché si fermi questa
spirale di violenza, unilateralmente, senza condizioni”:
“Solo mostrando un rispetto assoluto per la vita
umana, fosse anche quella del nemico, si potrà sperare di
dare un futuro di pace e di convivenza alle giovani
generazioni di quei popoli che, entrambi, hanno le loro
radici nella Terra Santa. Invito tutta la Chiesa a elevare
suppliche all’Onnipotente per la pace nella terra di Gesù
e a mostrare solidarietà attenta e fattiva ad entrambe le
popolazioni, israeliana e palestinese”.
Il Papa ha, poi, rivolto il pensiero alla tutela
dell’infanzia. Nel corso della settimana, ha ricordato,
la cronaca italiana ha appuntato la sua attenzione sulla
triste fine di due bambini, noti come Ciccio e Tore,
trovati morti a Gravina. “Una fine – ha detto il Santo
Padre - che ha profondamente colpito me come tante
famiglie e persone”. Parole corredate da un accorato
appello:
“Vorrei cogliere l'occasione per lanciare un grido
a favore dell'infanzia: prendiamoci cura dei piccoli!
Bisogna amarli e aiutarli a crescere. Lo dico ai genitori,
ma anche alle istituzioni. Nel lanciare questo appello, il
mio pensiero va all’infanzia di ogni parte del mondo,
particolarmente a quella più indifesa, sfruttata e
abusata. Affido ogni bambino al cuore di Cristo, che ha
detto: “Lasciate che i bambini vengano a me!”.
Prima degli appelli, il Papa si era soffermato sul
Vangelo della domenica che narra la guarigione del cieco
nato. “Di fronte all’uomo segnato dal limite e dalla
sofferenza – ha affermato - Gesù non pensa ad eventuali
colpe, ma alla volontà di Dio che ha creato l’uomo per
la vita”. Al cieco guarito, ha detto ancora, Gesù
“rivela che è venuto nel mondo per operare un giudizio,
per separare i ciechi guaribili da quelli che non si
lasciano guarire perché presumono di essere sani”. E
qui ha levato una viva esortazione a confessare le nostre
cecità e miopie e, soprattutto, il grande peccato
dell’orgoglio:
“E’ forte infatti nell’uomo la tentazione di
costruirsi un sistema di sicurezza ideologico: anche la
stessa religione può diventare elemento di questo
sistema, come pure l’ateismo, o il laicismo, ma così
facendo si resta accecati dal proprio egoismo. Cari
fratelli, lasciamoci guarire da Gesù, che può e vuole
donarci la luce di Dio!”
Guarendo il cieco nato, è la riflessione del Papa, Gesù
opera una nuova creazione. Una guarigione, quella compiuta
da Gesù, “che suscita un’accesa discussione perché
Gesù la compie di sabato, trasgredendo, secondo i
farisei, il precetto festivo. Alla fine del racconto,
dunque, Gesù e il cieco si ritrovano entrambi “cacciati
fuori” dai farisei: uno perché ha violato la legge e
l’altro perché, malgrado la guarigione, rimane
marchiato come peccatore dalla nascita. D’altro canto,
anche i discepoli, secondo la mentalità comune del tempo,
“danno per scontato che la sua cecità sia conseguenza
di un peccato suo o dei suoi genitori”. Gesù, invece,
è il richiamo del Papa, “respinge questo
pregiudizio”, “facendoci sentire la viva voce di Dio,
che è Amore provvido e sapiente”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
in queste
domeniche di Quaresima, attraverso i testi del Vangelo di
Giovanni, la liturgia ci fa percorrere un vero e proprio
itinerario battesimale: domenica scorsa, Gesù ha promesso
alla Samaritana il dono dell’"acqua viva";
oggi, guarendo il cieco nato si rivela come "la luce
del mondo"; domenica prossima, risuscitando l’amico
Lazzaro, si presenterà come "la risurrezione e la
vita". Acqua, luce, vita: sono simboli del Battesimo,
sacramento che "immerge" i credenti nel mistero
della morte e resurrezione di Cristo, liberandoli dalla
schiavitù del peccato e donando loro la vita eterna.
Soffermiamoci
brevemente sul racconto del cieco nato (Gv 9,1-41).
I discepoli, secondo la mentalità comune del tempo, danno
per scontato che la sua cecità sia conseguenza di un
peccato suo o dei suoi genitori. Gesù invece respinge
questo pregiudizio e afferma: "Né lui ha peccato né
i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in
lui le opere di Dio" (Gv 9,3). Quale conforto
ci offrono queste parole! Esse ci fanno sentire la viva
voce di Dio, che è Amore provvido e sapiente! Di fronte
all’uomo segnato dal limite e dalla sofferenza, Gesù
non pensa ad eventuali colpe, ma alla volontà di Dio che
ha creato l’uomo per la vita. E perciò dichiara
solennemente: "Dobbiamo compiere le opere di colui
che mi ha mandato… Finché sono nel mondo, sono la luce
del mondo" (Gv 9,5). E subito passa
all’azione: con un po’ di terra e di saliva fa del
fango e lo spalma sugli occhi del cieco. Questo gesto
allude alla creazione dell’uomo, che la Bibbia racconta
con il simbolo della terra plasmata e animata dal soffio
di Dio (cfr Gn 2,7). "Adamo" infatti
significa "suolo", e il corpo umano in effetti
è composto di elementi della terra. Guarendo l’uomo,
Gesù opera una nuova creazione. Ma quella guarigione
suscita un’accesa discussione, perché Gesù la compie
di sabato, trasgredendo, secondo i farisei, il precetto
festivo. Così, alla fine del racconto, Gesù e il cieco
si ritrovano entrambi "cacciati fuori" dai
farisei: uno perché ha violato la legge e l’altro perché,
malgrado la guarigione, rimane marchiato come peccatore
dalla nascita.
Al cieco
guarito Gesù rivela che è venuto nel mondo per operare
un giudizio, per separare i ciechi guaribili da quelli che
non si lasciano guarire, perché presumono di essere sani.
E’ forte infatti nell’uomo la tentazione di costruirsi
un sistema di sicurezza ideologico: anche la stessa
religione può diventare elemento di questo sistema, come
pure l’ateismo, o il laicismo, ma così facendo si resta
accecati dal proprio egoismo. Cari fratelli, lasciamoci
guarire da Gesù, che può e vuole donarci la luce di Dio!
Confessiamo le nostre cecità, le nostre miopìe, e
soprattutto quello che la Bibbia chiama il "grande
peccato" (cfr Sal 18,14): l’orgoglio. Ci
aiuti in questo Maria Santissima, che generando Cristo
nella carne ha dato al mondo la vera luce.
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