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ANGELUS
(5 NOVEMBRE 2006) |
Radio Vaticana,
5 novembre 2006
L’APPELLO
PER IL GRAVE DETERIORARSI DELLA SITUAZIONE NELLA STRISCIA
DI GAZA, NELLE
PAROLE DEL PAPA ALL’ANGELUS. UNA RIFLESSIONE ANCORA
SULLA REALTA’ DELLA MORTE, CHE LA “COSIDDETTA
CIVILTA’ DEL BENESSERE CERCA DI RIMUOVERE”
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Il
Papa ha espresso viva preoccupazione per le notizie che
giungono dalla Striscia di Gaza, prendendo la parola dopo
la recita dell’Angelus. Prima della preghiera mariana
Benedetto XVI è tornato a riflettere sulla realtà della
morte, ricordando che in molte parrocchie si celebra oggi
l’ottavario dei defunti.
Si è rivolto alle molte persone in piazza
nonostante il freddo pungente di una mattinata senza sole.
Il servizio di Fausta Speranza:
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Il
pensiero del Papa va alle “popolazioni civili che
soffrono le conseguenze degli atti di violenza”. Il
contesto cui si riferisce il Papa in particolare è
la Striscia
di Gaza dove le notizie – sottolinea – denunciano
“un grave deteriorarsi della situazione”. Lancia il
suo appello chiedendo a tutti di unirsi nella preghiera:
“…
Dio onnipotente e misericordioso illumini le Autorità
israeliane e palestinesi, come pure quelle delle Nazioni
che hanno una particolare responsabilità nella Regione,
affinché si adoperino per far cessare lo spargimento di
sangue, moltiplicare le iniziative di soccorso umanitario
e favorire la ripresa immediata di un negoziato diretto,
serio e concreto”.
Prima
della preghiera mariana un richiamo alla commemorazione
liturgica dei defunti, del 2 novembre. Un pensiero ancora
sulla realtà della morte che – afferma Benedetto XVI
– la cosiddetta “civiltà del benessere cerca spesso
di rimuovere dalla coscienza della gente, tutta presa
dalle preoccupazioni della vita quotidiana”. E il Papa
ricorda che, nonostante tutte le distrazioni, “la
perdita di
una persona cara ci fa riscoprire quello che definisce il
‘problema’, pensando sempre alla mentalità più
comune. E spiega che ci troviamo a “sentire la morte
come una presenza radicalmente ostile e contraria alla
nostra naturale vocazione alla vita e alla felicità”. E
dunque il Papa ribadisce che “Gesù ha rivoluzionato il
senso della morte”. Ricorda che non lo ha fatto soltanto
con il suo insegnamento ma affrontando Lui stesso la
morte. Il Figlio di Dio ha condiviso la condizione umana
per riaprirla alla speranza. E il Papa usa
un’espressione particolare dicendo: “la morte non è
più la stessa: è stata privata del suo ‘veleno’”.
“L’amore di Dio, operante in Gesù, - aggiunge - ha
dato un senso nuovo all’intera esistenza dell’uomo, e
così ne ha trasformato anche il morire”.
“Chi
si impegna a vivere come Lui, viene liberato dalla paura
della morte, che non mostra più il ghigno beffardo di una
nemica ma, come scrive san Francesco nel Cantico delle
creature, il volto amico di una “sorella”, per la
quale si può anche benedire il Signore: Laudato si’,
mi’ Signore, per sora nostra morte corporale”.
E
Benedetto XVI usa anche parole improvvisate per ricordare
il fondamento della fede cristiana:
“Della
morte del corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la
fede: sia che viviamo, sia che moriamo, siamo con il
Signore”.
La
vita umana è “passaggio da questo mondo al Padre”,
afferma aggiungendo che “la vera morte che bisogna
temere è quella dell’anima” e ricordando che “chi
muore in peccato mortale, senza pentimento, chiuso
nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si
autoesclude dal regno della vita”. Una preghiera,
dunque, a Maria, perché aiuti tutti ad essere pronti a
lasciare la vita per poi dimorare eternamente con il
Signore.
Al
momento dei saluti in diverse lingue, in polacco un
pensiero alla memoria, ieri, di san Carlo Borromeo.
“Questa memoria – spiega Benedetto XVI - invita ad
associare il grande riformatore della Chiesa dopo il
Concilio di Trento con il grande esecutore delle
disposizioni del Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II,
Karol Wojtyła”.
In
italiano, un saluto ai pellegrini di lingua italiana, in
particolare i fedeli di Taino e i cresimandi della
parrocchia dei Santi Simone e Giuda in Empoli, con il
Parroco, i catechisti e alcuni genitori. A tutti auguro
una buona domenica.
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BENEDETTO XVI
ANGELUS
Piazza San
Pietro
Domenica, 5 novembre 2006
Cari
fratelli e sorelle,
in questi
giorni, che seguono la commemorazione liturgica dei fedeli
defunti, si celebra in molte parrocchie l’ottavario dei
defunti. Un’occasione propizia per ricordare nella
preghiera i nostri cari e meditare sulla realtà della
morte, che la cosiddetta "civiltà del
benessere" cerca spesso di rimuovere dalla coscienza
della gente, tutta presa dalle preoccupazioni della vita
quotidiana. Il morire, in realtà, fa parte del vivere, e
questo non solo alla fine, ma, a ben vedere, in ogni
istante. Nonostante tutte le distrazioni, però, la
perdita di una persona cara ci fa riscoprire il
"problema", facendoci sentire la morte come una
presenza radicalmente ostile e contraria alla nostra
naturale vocazione alla vita e alla felicità.
Gesù ha
rivoluzionato il senso della morte. Lo ha fatto con il suo
insegnamento, ma soprattutto affrontando Lui stesso la
morte. "Morendo ha distrutto la morte", ripete
la Liturgia nel tempo pasquale. "Con lo Spirito che
non poteva morire – scrive un Padre della Chiesa –
Cristo ha ucciso la morte che uccideva l’uomo" (Melitone
di Sardi, Sulla Pasqua, 66). Il Figlio di Dio ha
voluto in questo modo condividere sino in fondo la nostra
condizione umana, per riaprirla alla speranza. In ultima
analisi, Egli è nato per poter morire, e così liberare
noi dalla schiavitù della morte. Dice la Lettera agli
Ebrei: "Egli ha provato la morte a vantaggio di
tutti" (Eb 2,9). Da allora, la morte non è più
la stessa: è stata privata, per così dire, del suo
"veleno". L’amore di Dio, operante in Gesù,
ha dato infatti un senso nuovo all’intera esistenza
dell’uomo, e così ne ha trasformato anche il morire. Se
in Cristo la vita umana è "passaggio da questo mondo
al Padre" (Gv 13,1), l’ora della morte è il
momento in cui questo si attua in modo concreto e
definitivo. Chi si impegna a vivere come Lui, viene
liberato dalla paura della morte, che non mostra più il
ghigno beffardo di una nemica ma, come scrive san
Francesco nel Cantico delle creature, il volto amico di
una "sorella", per la quale si può anche
benedire il Signore: "Laudato si’, mi’
Signore, per sora nostra morte corporale". Della
morte del corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la
fede, perché è un sonno da cui saremo un giorno
risvegliati. La vera morte, che invece bisogna temere, è
quella dell’anima, che l’Apocalisse chiama
"seconda morte" (cfr Ap 20,14-15; 21,8).
Infatti chi muore in peccato mortale, senza pentimento,
chiuso nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si
autoesclude dal regno della vita.
Per
intercessione di Maria Santissima e di San Giuseppe,
invochiamo dal Signore la grazia di prepararci serenamente
a partire da questo mondo, quando Egli vorrà chiamarci,
nella speranza di poter dimorare eternamente con Lui, in
compagnia dei santi e dei nostri cari defunti.
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