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MESSA
PER LA CHIUSURA DELL'ANNO SACERDOTALE (11 GIUGNO 2010) |
Radio
Vaticana, 12.06.2010
Veglia
in Piazza San Pietro. Il Papa: il sacerdozio non è una
professione, ma una testimonianza d’amore
◊
Sacerdote tra i
sacerdoti, Benedetto XVI ha partecipato, ieri sera, ad una
Veglia in Piazza San Pietro per la conclusione dell’Anno
Sacerdotale. In un clima di gioia e affetto reciproco, il
Papa ha pregato assieme a 15 mila sacerdoti provenienti da
tutto il mondo. Rispondendo a braccio alle domande di 5
presbiteri, uno per continente, il Pontefice ha messo
l’accento sulla missione dei sacerdoti chiamati a
testimoniare l’amore di Cristo senza sottomettersi alle
mode del momento. Quindi, ha ribadito l’importanza del
celibato, segno della presenza di Dio nel mondo. La Veglia,
costellata da una serie di testimonianze di sacerdoti, si è
conclusa con l’Adorazione eucaristica. Il servizio di Alessandro
Gisotti:
(Cori: “Benedetto, Benedetto!”)
Il coro festoso dei sacerdoti ha accolto il Santo
Padre in Piazza San Pietro. Una dimostrazione d’affetto
filiale a cui Benedetto XVI ha risposto con gratitudine:
“So che ci sono tanti parroci nel mondo
che danno realmente tutta la loro forza per
l’evangelizzazione, per la presenza del Signore e dei suoi
Sacramenti, e a questi fedeli parroci, che con tutte le
forze della loro vita, del nostro essere appassionati per
Cristo, vorrei dire un grande ‘grazie’, in questo
momento”. (Applausi)
Il Papa ha invitato i sacerdoti a non ridurre il proprio
ministero ad una professione, ma a vivere con gioia
l’amore per il Signore in una società sempre più
complessa. Ha quindi ribadito quanto sia importante che i
fedeli possano vedere che il proprio parroco è innamorato
di Cristo, un uomo pieno del Vangelo che dona tutto se
stesso come faceva il Curato d’Ars, San Giovanni Maria
Vianney:
“Io penso che soprattutto sia
importante che i fedeli vedano che questo sacerdote non fa
solo un ‘job’, ore di lavoro e poi è libero e vive per
se stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che
porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se vedono che
è pieno della gioia del Signore, comprendono anche che non
può far tutto e accettano i limiti e aiutano il parroco”.
Né ha mancato di richiamare la necessità per il
sacerdote di un colloquio personale con Cristo. “Non
trascurare la propria anima”, ha detto il Papa citando San
Carlo Borromeo. Pregare, ha proseguito, è una “priorità
pastorale fondamentale”. Del resto, ha aggiunto, bisogna
anche saper riposare, riconoscendo i propri limiti:
“Ci ricordiamo una scena del Vangelo di Marco, dove
i discepoli sono ‘stressati’, vogliono fare tutto, e il
Signore dice: 'Andiamo via; riposate un po’''. Anche
questo è lavoro pastorale: trovare ed avere l’umiltà, il
coraggio di riposare” (Applausi)
Il Papa si è quindi soffermato sulle critiche al
celibato sacerdotale, che per il mondo che non vuole Dio è
un grande scandalo:
“Può in un certo senso sorprendere, questa critica
permanente contro il celibato, in un tempo nel quale sempre
più diventa di moda non sposarsi. Ma questo non-sposarsi è
una cosa totalmente, fondamentalmente diversa dal celibato,
perché il non-sposarsi è basato sulla volontà di vivere
solo per se stessi, di non accettare nessun vincolo
definitivo, di avere la vita in ogni momento in piena
autonomia, decidere in qualsiasi momento come fare, cosa
prendere dalla vita”.
Il sacerdozio, ha rilevato, è invece un sì definitivo.
E’ un atto di fedeltà proprio come il matrimonio tra un
uomo e una donna, vero fondamento della cultura cristiana.
“Un grande problema del mondo di oggi – ha quindi
osservato – è che non si pensa più al futuro di Dio,
sembra sufficiente solo il presente". Per questo, ha
soggiunto, il “celibato come anticipazione del futuro”,
segno della presenza di Dio, è percepito come uno scandalo:
“Sappiamo che accanto a questo scandalo che il mondo
non vuole vedere ci sono anche gli scandali dei nostri
peccati, che oscurano il vero e grande scandalo. Ma c'è
tanta fedeltà, il celibato è un grande segno della
fede!”.
Il Papa ha così sottolineato che la celebrazione
quotidiana dell’Eucaristia aiuta i sacerdoti ad evitare i
rischi, sempre presenti, del clericalismo, il chiudersi in
se stessi. Ed ha rammentato l’esempio di Madre Teresa, la
cui opera straordinaria di carità non sarebbe stata
possibile senza la presenza del Tabernacolo, dell’amore di
Dio. Benedetto XVI ha poi messo in guardia da una teologia
frutto dell’arroganza della ragione che oscura la fede e
dimentica la realtà vitale. La vera ragione, ha soggiunto,
non esclude Dio:
“C’è realmente questo abuso della teologia, che
è arroganza della ragione e non nutre la fede, ma oscura la
presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è una teologia che
vuole conoscere di più per amore dell’amato, è stimolata
dall’amore e dall’amore guidata, vuole conoscere di più
l’amato. E questa è la vera teologia, che viene
dall’amore di Dio, di Cristo e vuole entrare più
profondamente in comunione con Cristo”.
Il Papa ha ricordato che, da oltre 60 anni, si occupa di
teologia, notando che alcune ipotesi considerate
assolutamente scientifiche nel passato appaiano oggi
invecchiate, “quasi ridicole”. Ha perciò invitato i
teologi ad avere coraggio, a vincere il “fantasma della
scientificità” e a non sottomettersi a tutte le ipotesi
del momento:
“Soprattutto, anche, non pensare che la ragione
positivistica, che esclude il trascendente, che non può
essere accessibile, non è la vera ragione! Questa ragione
debole, che presenta solo le cose esperimentabili, è
realmente una ragione insufficiente”.
Di qui l’invito ad avere fiducia nel Magistero della
Chiesa, dei vescovi in comunione con il Successore di
Pietro. Nel nostro tempo, è stata la sua esortazione,
dobbiamo conoscere bene la Sacra Scrittura, anche contro gli
attacchi delle sette. Di fronte al calo delle vocazioni, ha
poi avvertito, potremmo essere tentati di prendere la via più
facile: trasformare il sacerdozio in un lavoro come gli
altri. La via giusta, ha detto, è invece quella della
preghiera: chiedere a Dio il dono delle vocazioni per una
nuova evangelizzazione. Al contempo - ha concluso - ognuno
dovrebbe fare il possibile per vivere il sacerdozio, specie
con i giovani, in maniera tale da risultare convincente:
“Penso che nessuno di noi sarebbe diventato
sacerdote se non avesse conosciuto sacerdoti convincenti nei
quali ardeva il fuoco dell’amore di Cristo. Quindi, questo
è il primo punto: cerchiamo di essere noi stessi sacerdoti
convincenti”.
(applausi)
VEGLIA IN
OCCASIONE
DELL'INCONTRO INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI
COLLOQUIO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
CON I SACERDOTI
Piazza San Pietro
Giovedì, 10 giugno 2010
America:
D. – Beatissimo
Padre, sono don José Eduardo Oliveira y Silva e vengo
dall’America, precisamente dal Brasile. La maggior parte
di noi qui presenti è impegnata nella pastorale diretta, in
parrocchia, e non solo con una comunità, ma a volte siamo
ormai parroci di più parrocchie, o di comunità
particolarmente estese. Con tutta la buona volontà
cerchiamo di sopperire alle necessità di una società molto
cambiata, non più interamente cristiana, ma ci accorgiamo
che il nostro “fare” non basta. Dove andare Santità? In
quale direzione?
R. – Cari
amici, innanzitutto vorrei esprimere la mia grande gioia
perché qui sono riuniti sacerdoti di tutte le parti del
mondo, nella gioia della nostra vocazione e nella
disponibilità a servire con tutte le nostre forze il
Signore, in questo nostro tempo. In merito alla domanda:
sono ben consapevole che oggi è molto difficile essere
parroco, anche e soprattutto nei Paesi di antica cristianità;
le parrocchie diventano sempre più estese, unità
pastorali… è impossibile conoscere tutti, è impossibile
fare tutti i lavori che ci si aspetterebbe da un parroco. E
così, realmente, ci domandiamo dove andare, come lei ha
detto. Ma vorrei innanzitutto dire: so che ci sono tanti
parroci nel mondo che danno realmente tutta la loro forza
per l’evangelizzazione, per la presenza del Signore e dei
suoi Sacramenti, e a questi fedeli parroci, che operano con
tutte le forze della loro vita, del nostro essere
appassionati per Cristo, vorrei dire un grande “grazie”,
in questo momento. Ho detto che non è possibile fare tutto
quello che si desidera, che forse si dovrebbe fare, perché
le nostre forze sono limitate e le situazioni sono difficili
in una società sempre più diversificata, più complicata.
Io penso che, soprattutto, sia importante che i fedeli
possano vedere che questo sacerdote non fa solo un
“job”, ore di lavoro, e poi è libero e vive solo per se
stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che porta
in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se i fedeli vedono
che è pieno della gioia del Signore, capiscono anche che
non può far tutto, accettano i limiti, e aiutano il
parroco. Questo mi sembra il punto più importante: che si
possa vedere e sentire che il parroco realmente si sente un
chiamato dal Signore; è pieno di amore del Signore e dei
suoi. Se questo c’è, si capisce e si può anche vedere
l’impossibilità di fare tutto. Quindi, essere pieni della
gioia del Vangelo con tutto il nostro essere è la prima
condizione. Poi si devono fare le scelte, avere le priorità,
vedere quanto è possibile e quanto è impossibile. Direi
che le tre priorità fondamentali le conosciamo: sono le tre
colonne del nostro essere sacerdoti. Prima, l’Eucaristia,
i Sacramenti: rendere possibile e presente l’Eucaristia,
soprattutto domenicale, per quanto possibile, per tutti, e
celebrarla in modo che diventi realmente il visibile atto
d’amore del Signore per noi. Poi, l’annuncio della
Parola in tutte le dimensioni: dal dialogo personale fino
all’omelia. Il terzo punto è la “caritas”,
l’amore di Cristo: essere presenti per i sofferenti, per i
piccoli, per i bambini, per le persone in difficoltà, per
gli emarginati; rendere realmente presente l’amore
del Buon Pastore. E poi, una priorità molto importante è
anche la relazione personale con Cristo. Nel Breviario, il 4
novembre, leggiamo un bel testo di san Carlo Borromeo,
grande pastore, che ha dato veramente tutto se stesso, e che
dice a noi, a tutti i sacerdoti: “Non trascurare la tua
propria anima: se la tua propria anima è trascurata, anche
agli altri non puoi dare quanto dovresti dare. Quindi, anche
per te stesso, per la tua anima, devi avere tempo”, o, in
altre parole, la relazione con Cristo, il colloquio
personale con Cristo è una priorità pastorale
fondamentale, è condizione per il nostro lavoro per gli
altri! E la preghiera non è una cosa marginale: è proprio
“professione” del sacerdote pregare, anche come
rappresentante della gente che non sa pregare o non trova il
tempo di pregare. La preghiera personale, soprattutto la Preghiera
delle Ore, è nutrimento fondamentale per la nostra
anima, per tutta la nostra azione. E, infine, riconoscere i
nostri limiti, aprirci anche a questa umiltà. Ricordiamo
una scena di Marco, capitolo 6, dove i discepoli sono
“stressati”, vogliono fare tutto, e il Signore dice:
“Andiamo via; riposate un po’” (cfr Mc 6,31).
Anche questo è lavoro – direi - pastorale: trovare e
avere l’umiltà, il coraggio di riposare. Quindi, penso,
che la passione per il Signore, l’amore del Signore, ci
mostra le priorità, le scelte, ci aiuta a trovare la
strada. Il Signore ci aiuterà. Grazie a tutti voi!
Africa:
D. – Santità,
sono Mathias Agnero e vengo dall’Africa, precisamente
dalla Costa d’Avorio. Lei è un Papa-teologo, mentre noi,
quando riusciamo, leggiamo appena qualche libro di teologia
per la formazione. Ci pare, tuttavia, che si sia creata una
frattura tra teologia e dottrina e, ancor più, tra teologia
e spiritualità. Si sente la necessità che lo studio non
sia tutto accademico ma alimenti la nostra spiritualità. Ne
sentiamo il bisogno nello stesso ministero pastorale.
Talvolta la teo-logia non sembra avere Dio al centro e Gesù
Cristo come primo “luogo teologico”, ma abbia invece i
gusti e le tendenze diffuse; e la conseguenza è il
proliferare di opinioni soggettive che permettono
l’introdursi, anche nella Chiesa, di un pensiero non
cattolico. Come non disorientarci nella nostra vita e nel
nostro ministero, quando è il mondo che giudica la fede e
non viceversa? Ci sentiamo “scentrati”!
R. –
Grazie. Lei tocca un problema molto difficile e doloroso.
C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere
accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà
vitale, la presenza di Dio, la sua presenza tra di noi, il
suo parlare oggi, non solo nel passato. Già san Bonaventura
ha distinto due forme di teologia, nel suo tempo; ha detto:
“c’è una teologia che viene dall’arroganza della
ragione, che vuole dominare tutto, fa passare Dio da
soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere
soggetto che ci parla e ci guida”. C’è realmente questo
abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non
nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi,
c’è una teologia che vuole conoscere di più per amore
dell’amato, è stimolata dall’amore e guidata
dall’amore, vuole conoscere di più l’amato. E questa è
la vera teologia, che viene dall’amore di Dio, di Cristo e
vuole entrare più profondamente in comunione con Cristo. In
realtà, le tentazioni, oggi, sono grandi; soprattutto, si
impone la cosiddetta “visione moderna del mondo” (Bultmann,
“modernes Weltbild”), che diventa il criterio di quanto
sarebbe possibile o impossibile. E così, proprio con questo
criterio che tutto è come sempre, che tutti gli avvenimenti
storici sono dello stesso genere, si esclude proprio la
novità del Vangelo, si esclude l’irruzione di Dio, la
vera novità che è la gioia della nostra fede. Che cosa
fare? Io direi prima di tutto ai teologi: abbiate coraggio.
E vorrei dire un grande grazie anche ai tanti teologi che
fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo sappiamo, ma in
tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che vivono
veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione,
vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la
fede sia presente nel nostro oggi. A questi teologi vorrei
dire un grande “grazie”. E direi ai teologi in generale:
“non abbiate paura di questo fantasma della scientificità!”.
Io seguo la teologia dal ’46; ho incominciato a studiare
la teologia nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre
generazioni di teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel
tempo, e poi negli anni Sessanta e Ottanta erano le più
nuove, assolutamente scientifiche, assolutamente quasi
dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più!
Molte di loro appaiono quasi ridicole. Quindi, avere il
coraggio di resistere all’apparente scientificità, di non
sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, ma pensare
realmente a partire dalla grande fede della Chiesa, che è
presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità.
Soprattutto, anche, non pensare che la ragione
positivistica, che esclude il trascendente - che non può
essere accessibile - sia la vera ragione! Questa ragione
debole, che presenta solo le cose sperimentabili, è
realmente una ragione insufficiente. Noi teologi dobbiamo
usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di
Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il
positivismo alla questione delle radici dell’essere.
Questo mi sembra di grande importanza. Quindi, occorre avere
il coraggio della grande, ampia ragione, avere l’umiltà
di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere
della grande fede della Chiesa di tutti i tempi. Non c’è
una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera
maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo
orientarci! Poi, ai seminaristi e ai sacerdoti dico lo
stesso: pensate che la Sacra Scrittura non è un Libro
isolato: è vivente nella comunità vivente della Chiesa,
che è lo stesso soggetto in tutti i secoli e garantisce la
presenza della Parola di Dio. Il Signore ci ha dato la
Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in
comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi
del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la
testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in
questo Magistero permanente della comunione dei Vescovi con
il Papa, che ci rappresenta la presenza della Parola. E poi,
abbiamo anche fiducia nella vita della Chiesa e,
soprattutto, dobbiamo essere critici. Certamente la
formazione teologica – questo vorrei dire ai seminaristi
– è molto importante. Nel nostro tempo dobbiamo conoscere
bene la Sacra Scrittura, anche proprio contro gli attacchi
delle sette; dobbiamo essere realmente amici della Parola.
Dobbiamo conoscere anche le correnti del nostro tempo per
poter rispondere ragionevolmente, per poter dare – come
dice San Pietro – “ragione della nostra fede”. La
formazione è molto importante. Ma dobbiamo essere anche
critici: il criterio della fede è il criterio con il quale
vedere anche i teologi e le teologie. Papa Giovanni
Paolo II ci ha donato un criterio assolutamente sicuro
nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la
sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente
il criterio per vedere dove va una teologia accettabile o
non accettabile. Quindi, raccomando la lettura, lo studio di
questo testo, e così possiamo andare avanti con una
teologia critica nel senso positivo, cioè critica contro le
tendenze della moda e aperta alle vere novità, alla
profondità inesauribile della Parola di Dio, che si rivela
nuova in tutti i tempi, anche nel nostro tempo.
Europa:
D. – Padre
Santo, sono don Karol Miklosko e vengo dall’Europa,
precisamente dalla Slovacchia, e sono missionario in Russia.
Quando celebro la Santa Messa trovo me stesso e capisco che
lì incontro la mia identità e la radice e l’energia del
mio ministero. Il sacrificio della Croce mi svela il Buon
Pastore che dà tutto per il gregge, per ciascuna pecora, e
quando dico: “Questo è il mio corpo … questo è il mio
sangue” dato e versato in sacrificio per voi, allora
capisco la bellezza del celibato e dell’obbedienza, che ho
liberamente promesso al momento dell’ordinazione. Pur con
le naturali difficoltà, il celibato mi sembra ovvio,
guardando Cristo, ma mi trovo frastornato nel leggere tante
critiche mondane a questo dono. Le chiedo umilmente, Padre
Santo, di illuminarci sulla profondità e sul senso
autentico del celibato ecclesiastico.
R. –
Grazie per le due parti della sua domanda. La prima, dove
mostra il fondamento permanente e vitale del nostro
celibato; la seconda che mostra tutte le difficoltà nelle
quali ci troviamo nel nostro tempo. Importante è la prima
parte, cioè: centro della nostra vita deve realmente essere
la celebrazione quotidiana della Santa Eucaristia; e qui
sono centrali le parole della consacrazione: “Questo è il
mio Corpo, questo è il mio Sangue”; cioè: parliamo “in
persona Christi”. Cristo ci permette di usare il suo
“io”, parliamo nell’“io” di Cristo, Cristo ci
“tira in sé” e ci permette di unirci, ci unisce con il
suo “io”. E così, tramite questa azione, questo fatto
che Egli ci “tira” in se stesso, in modo che il nostro
“io” diventa unito al suo, realizza la permanenza,
l’unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente
sempre l’unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel
mondo, perché “tira” noi in se stesso e così rende
presente la sua missione sacerdotale. Questo vuol dire che
siamo “tirati” nel Dio di Cristo: è questa unione con
il suo “io” che si realizza nelle parole della
consacrazione. Anche nell’“io ti assolvo” – perché
nessuno di noi potrebbe assolvere dai peccati – è
l’“io” di Cristo, di Dio, che solo può assolvere.
Questa unificazione del suo “io” con il nostro implica
che siamo “tirati” anche nella sua realtà di Risorto,
andiamo avanti verso la vita piena della risurrezione, della
quale Gesù parla ai Sadducei in Matteo, capitolo 22: è una
vita “nuova”, nella quale già siamo oltre il matrimonio
(cfr Mt 22,23-32). E’ importante che ci lasciamo
sempre di nuovo penetrare da questa identificazione
dell’“io” di Cristo con noi, da questo essere
“tirati fuori” verso il mondo della risurrezione. In
questo senso, il celibato è un’anticipazione.
Trascendiamo questo tempo e andiamo avanti, e così
“tiriamo” noi stessi e il nostro tempo verso il mondo
della risurrezione, verso la novità di Cristo, verso la
nuova e vera vita. Quindi, il celibato è un’anticipazione
resa possibile dalla grazia del Signore che ci “tira” a
sé verso il mondo della risurrezione; ci invita sempre di
nuovo a trascendere noi stessi, questo presente, verso il
vero presente del futuro, che diventa presente oggi. E qui
siamo ad un punto molto importante. Un grande problema della
cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al
futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo
mondo. Vogliamo avere solo questo mondo, vivere solo in
questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza
della nostra esistenza. Il senso del celibato come
anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte,
rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro
che va vissuto da noi già come presente. Vivere, quindi,
così in una testimonianza della fede: crediamo realmente
che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso
fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura. E
conosciamo adesso le critiche mondane delle quali lei ha
parlato. E’ vero che per il mondo agnostico, il mondo in
cui Dio non c’entra, il celibato è un grande scandalo,
perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come
realtà. Con la vita escatologica del celibato, il mondo
futuro di Dio entra nelle realtà del nostro tempo. E questo
dovrebbe scomparire! In un certo senso, può sorprendere
questa critica permanente contro il celibato, in un tempo
nel quale diventa sempre più di moda non sposarsi. Ma
questo non-sposarsi è una cosa totalmente, fondamentalmente
diversa dal celibato, perché il non-sposarsi è basato
sulla volontà di vivere solo per se stessi, di non
accettare alcun vincolo definitivo, di avere la vita in ogni
momento in una piena autonomia, decidere in ogni momento
come fare, cosa prendere dalla vita; e quindi un “no” al
vincolo, un “no” alla definitività, un avere la vita
solo per se stessi. Mentre il celibato è proprio il
contrario: è un “sì” definitivo, è un lasciarsi
prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel
suo “io”, e quindi è un atto di fedeltà e di fiducia,
un atto che suppone anche la fedeltà del matrimonio; è
proprio il contrario di questo “no”, di questa autonomia
che non vuole obbligarsi, che non vuole entrare in un
vincolo; è proprio il “sì” definitivo che suppone,
conferma il “sì” definitivo del matrimonio. E questo
matrimonio è la forma biblica, la forma naturale
dell’essere uomo e donna, fondamento della grande cultura
cristiana, di grandi culture del mondo. E se scompare
questo, andrà distrutta la radice della nostra cultura.
Perciò il celibato conferma il “sì” del matrimonio con
il suo “sì” al mondo futuro, e così vogliamo andare
avanti e rendere presente questo scandalo di una fede che
pone tutta l’esistenza su Dio. Sappiamo che accanto a
questo grande scandalo, che il mondo non vuole vedere, ci
sono anche gli scandali secondari delle nostre
insufficienze, dei nostri peccati, che oscurano il vero e
grande scandalo, e fanno pensare: “Ma, non vivono
realmente sul fondamento di Dio!”. Ma c’è tanta fedeltà!
Il celibato, proprio le critiche lo mostrano, è un grande
segno della fede, della presenza di Dio nel mondo. Preghiamo
il Signore perché ci aiuti a renderci liberi dagli scandali
secondari, perché renda presente il grande scandalo della
nostra fede: la fiducia, la forza della nostra vita, che si
fonda in Dio e in Cristo Gesù!
Asia:
D. – Santo
Padre, sono don Atsushi Yamashita e vengo dall’Asia,
precisamente dal Giappone. Il modello sacerdotale che Vostra
Santità ci ha proposto in quest’Anno, il Curato d’Ars,
vede al centro dell’esistenza e del ministero
l’Eucaristia, la Penitenza sacramentale e personale e
l’amore al culto, degnamente celebrato. Ho negli occhi i
segni dell’austera povertà di san Giovanni Maria Vianney
ed insieme della sua passione per le cose preziose per il
culto. Come vivere queste dimensioni fondamentali della
nostra esistenza sacerdotale, senza cadere nel clericalismo
o in un’estraneità alla realtà, che il mondo oggi non ci
consente?
R. –
Grazie. Quindi, la domanda è come vivere la centralità
dell’Eucaristia senza perdersi in una vita puramente
cultuale, estranei alla vita di ogni giorno delle altre
persone. Sappiamo che il clericalismo è una tentazione dei
sacerdoti in tutti i secoli, anche oggi; tanto più
importante è trovare il modo vero di vivere l’Eucaristia,
che non è una chiusura al mondo, ma proprio l’apertura ai
bisogni del mondo. Dobbiamo tenere presente che
nell’Eucaristia si realizza questo grande dramma di Dio
che esce da se stesso, lascia – come dice la Lettera ai
Filippesi – la sua propria gloria, esce e scende fino ad
essere uno di noi e scende fino alla morte sulla Croce (cfr Fil
2). L’avventura dell’amore di Dio, che lascia, abbandona
se stesso per essere con noi - e questo diventa presente
nell’Eucaristia; il grande atto, la grande avventura
dell’amore di Dio è l’umiltà di Dio che si dona a noi.
In questo senso l’Eucaristia è da considerare come
l’entrare in questo cammino di Dio. Sant’Agostino dice,
nel De Civitate Dei, libro X: “Hoc est
sacrificium Christianorum: multi unum corpus in Christo”,
cioè: sacrificio dei cristiani è l’essere uniti
dall’amore di Cristo nell’unità dell’unico corpo di
Cristo. Il sacrificio consiste proprio nell’uscire da noi,
nel lasciarsi attirare nella comunione dell’unico pane,
dell’unico Corpo, e così entrare nella grande avventura
dell’amore di Dio. Così dobbiamo celebrare, vivere,
meditare sempre l’Eucaristia, come questa scuola della
liberazione dal mio “io”: entrare nell’unico pane, che
è pane di tutti, che ci unisce nell’unico Corpo di
Cristo. E quindi, l’Eucaristia è, di per sé, un atto di
amore, ci obbliga a questa realtà dell’amore per gli
altri: che il sacrificio di Cristo è la comunione di tutti
nel suo Corpo. E quindi, in questo modo dobbiamo imparare
l’Eucaristia, che poi è proprio il contrario del
clericalismo, della chiusura in se stessi. Pensiamo anche a
Madre Teresa, veramente l’esempio grande in questo secolo,
in questo tempo, di un amore che lascia se stesso, che
lascia ogni tipo di clericalismo, di estraneità al mondo,
che va ai più emarginati, ai più poveri, alle persone
vicine alla morte e si dà totalmente all’amore per i
poveri, per gli emarginati. Ma Madre Teresa che ci ha donato
questo esempio, la comunità che segue le sue tracce
supponeva sempre come prima condizione di una sua fondazione
la presenza di un tabernacolo. Senza la presenza
dell’amore di Dio che si dà non sarebbe stato possibile
realizzare quell’apostolato, non sarebbe stato possibile
vivere in quell’abbandono di se stessi; solo inserendosi
in questo abbandono di sé in Dio, in questa avventura di
Dio, in questa umiltà di Dio, potevano e possono compiere
oggi questo grande atto di amore, questa apertura a tutti.
In questo senso, direi: vivere l’Eucaristia nel suo senso
originario, nella sua vera profondità, è una scuola di
vita, è la più sicura protezione contro ogni tentazione di
clericalismo.
Oceania:
D. – Beatissimo
Padre, sono don Anthony Denton e vengo dall’Oceania,
dall’Australia. Questa sera qui siamo in tantissimi
sacerdoti. Sappiamo però che i nostri seminari non sono
pieni e che, nel futuro, in varie parti del mondo, ci
attende un calo, anche brusco. Cosa fare di davvero efficace
per le vocazioni? Come proporre la nostra vita, in ciò che
di grande e bello c’è in essa, ad un giovane del nostro
tempo?
R. –
Grazie. Realmente lei tocca di nuovo un problema grande e
doloroso del nostro tempo: la mancanza di vocazioni, a causa
della quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire,
perché manca la Parola di vita, manca la presenza del
sacramento dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. Cosa
fare? La tentazione è grande: di prendere noi stessi in
mano la cosa, di trasformare il sacerdozio - il sacramento
di Cristo, l’essere eletto da Lui - in una normale
professione, in un “job” che ha le sue ore, e per il
resto uno appartiene solo a se stesso; e così rendendolo
come una qualunque altra vocazione: renderlo accessibile e
facile. Ma è una tentazione, questa, che non risolve il
problema. Mi fa pensare alla storia di Saul, il re di
Israele, che prima della battaglia contro i Filistei aspetta
Samuele per il necessario sacrificio a Dio. E quando
Samuele, nel momento atteso, non viene, lui stesso compie il
sacrificio, pur non essendo sacerdote (cfr 1Sam 13);
pensa di risolvere così il problema, che naturalmente non
risolve, perché se prende in mano lui stesso quanto non può
fare, si fa lui stesso Dio, o quasi, e non può aspettarsi
che le cose vadano realmente nel modo di Dio. Così, anche
noi, se svolgessimo solo una professione come altri,
rinunciando alla sacralità, alla novità, alla diversità
del sacramento che dà solo Dio, che può venire soltanto
dalla sua vocazione e non dal nostro “fare”, non
risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo - come ci invita il
Signore - pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio,
affinché ci dia le vocazioni; pregare con grande
insistenza, con grande determinazione, con grande
convinzione anche, perché Dio non si chiude ad una
preghiera insistente, permanente, fiduciosa, anche se lascia
fare, aspettare, come Saul, oltre i tempi che noi abbiamo
previsto. Questo mi sembra il primo punto: incoraggiare i
fedeli ad avere questa umiltà, questa fiducia, questo
coraggio di pregare con insistenza per le vocazioni, di
bussare al cuore di Dio perché ci dia dei sacerdoti. Oltre
a questo direi forse tre punti. Il primo: ognuno di noi
dovrebbe fare il possibile per vivere il proprio sacerdozio
in maniera tale da risultare convincente, in maniera tale
che i giovani possano dire: questa è una vera vocazione,
così si può vivere, così si fa una cosa essenziale per il
mondo. Penso che nessuno di noi sarebbe diventato sacerdote
se non avesse conosciuto sacerdoti convincenti nei quali
ardeva il fuoco dell’amore di Cristo. Quindi, questo è il
primo punto: cerchiamo di essere noi stessi sacerdoti
convincenti. Il secondo punto è che dobbiamo invitare, come
ho già detto, all’iniziativa della preghiera, ad avere
questa umiltà, questa fiducia di parlare con Dio con forza,
con decisione. Il terzo punto: avere il coraggio di parlare
con i giovani se possono pensare che Dio li chiami, perché
spesso una parola umana è necessaria per aprire l’ascolto
alla vocazione divina; parlare con i giovani e soprattutto
aiutarli a trovare un contesto vitale in cui possano vivere.
Il mondo di oggi è tale che quasi appare esclusa la
maturazione di una vocazione sacerdotale; i giovani hanno
bisogno di ambienti in cui si vive la fede, in cui appare la
bellezza della fede, in cui appare che questo è un modello
di vita, “il” modello di vita, e quindi aiutarli a
trovare movimenti, o la parrocchia – la comunità in
parrocchia – o altri contesti dove realmente siano
circondati dalla fede, dall’amore di Dio, e possano quindi
essere aperti affinché la vocazione di Dio arrivi e li
aiuti. Del resto, ringraziamo il Signore per tutti i
seminaristi del nostro tempo, per i giovani sacerdoti, e
preghiamo. Il Signore ci aiuterà! Grazie a voi tutti!
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