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VIAGGIO
APOSTOLICO NEL REGNO UNITO (16-19 SETTEMBRE 2010) |
Radio Vaticana, 18 settembre
2010
Il
Papa a Westminster Hall: una democrazia non emargina la
fede e rispetta la coscienza dei credenti
Una
vera democrazia non emargina la religione, ma promuove la
collaborazione tra fede e ragione: è quanto affermato
ieri da Benedetto XVI nello storico discorso a
Westminister Hall, rivolto alla società civile
britannica. Un intervento appassionato che è stato
seguito con grande attenzione da parte dello straordinario
uditorio, che comprendeva, tra gli altri, gli ultimi primi
ministri britannici da Margareth Thatcher in poi. Un clima
di rispetto e partecipazione che è stato anche
sottolineato dalla baronessa Hayman, speaker della
“House of Lords”, nel saluto di ringraziamento al
Papa. Da Londra, il servizio del nostro inviato,
Alessandro Gisotti:
Fede e ragione dialoghino per il bene della nostra
civiltà. Da Westminster Hall, cuore della democrazia
britannica, Benedetto XVI ha levato un vibrante appello a
non escludere la religione dalla sfera pubblica. In questo
luogo, scrigno di una storia lunga quasi mille anni, il
Papa ha dunque offerto un’appassionata riflessione sul
rapporto tra fede e bene comune. Il Pontefice ha svolto il
suo ragionamento, partendo dalla luminosa figura di San
Tommaso Moro, che scelse di servire Dio prima del suo
sovrano, anche a costo della vita:
“The dilemma which faced More in those difficult
times…”
“Il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in
quei tempi difficili – ha detto il Papa – la perenne
questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e
ciò che è dovuto a Dio”, mi offre l’opportunità di
riflettere “sul giusto posto che il credo religioso
mantiene nel processo politico”. Ed ha constatato che
“le questioni di fondo che furono in gioco nel processo
contro Tommaso Moro, continuano a presentarsi, in termini
sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali”:
“Each generation, as it seeks to advance the common
good…”
“Ogni generazione – ha detto il Papa – mentre
cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre
di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono
ragionevolmente imporre ai propri cittadini?” Tali
questioni, ha osservato, “ci portano direttamente ai
fondamenti etici del discorso civile”. Ed ha avvertito
che “se i principi morali che sostengono il processo
democratico” si fondano, solo “sul consenso sociale,
allora la fragilità del processo si mostra in tutta la
sua evidenza”. E’ qui, ha affermato, che “si trova
la reale sfida per la democrazia”.
“The inadequacy of pragmatic, short-term solutions to
complex…”
“L’inadeguatezza di soluzioni pragmatiche, di breve
termine, ai complessi problemi sociali ed etici – ha
detto il Papa – è stata messa in tutta evidenza dalla
recente crisi finanziaria globale”. Vi è, ha aggiunto,
“un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un
solido fondamento etico dell’attività economica abbia
contribuito a creare la situazione di grave difficoltà
nella quale si trovano ora milioni di persone nel
mondo”. Ciò, ha aggiunto, vale anche per la politica:
“The central question at issue …”
“La questione centrale in gioco, dunque, – ha detto
il Papa - è la seguente: dove può essere trovato il
fondamento etico per le scelte politiche?”. Benedetto
XVI ha risposto soffermandosi sul ruolo della religione
nel dibattito politico che, ha sottolineato, “non è
tanto quello di fornire” delle norme e ancora meno “di
proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del
tutto al di fuori della competenza della religione”,
bensì piuttosto di “aiutare nel purificare e gettare
luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei
principi morali oggettivi”. Un ruolo “correttivo”
della religione nei confronti della ragione, ha
riconosciuto, che “non è sempre bene accolto, in parte
poiché delle forme distorte di religione, come il
settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse
stesse causa di seri problemi sociali”. A loro volta, ha
proseguito, “queste distorsioni della religione emergono
quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo
purificatore” della ragione:
“This is why I would suggest that the world of reason…”
“Per questo – ha detto – vorrei suggerire che il
mondo della ragione ed il mondo della fede” hanno
bisogno l’uno dell’altro e “non dovrebbero avere
timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per
il bene della nostra civiltà”. La religione, ha
ribadito, non è per i legislatori “un problema da
risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale
al dibattito pubblico nella nazione”. In tale contesto,
ha dunque espresso la propria “preoccupazione di fronte
alla crescente marginalizzazione della religione, in
particolare del Cristianesimo”, anche “in nazioni che
attribuiscono alla tolleranza un grande valore”:
“There are those who argue that the public
celebration…”
“Vi sono alcuni – ha notato – che sostengono che
la voce della religione andrebbe messa a tacere, o
tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”.
Vi sono alcuni, ha soggiunto, secondo i quali “la
celebrazione pubblica di festività come il Natale
andrebbe scoraggiata”, in base alla “discutibile
convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere
coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna”.
Ancora, ha ricordato, c’è chi ritiene che i cristiani
impegnati in politica dovrebbero “in determinati casi,
agire contro la propria coscienza”:
“These are worrying signs of a failure to appreciate
not…”
“Questi – è stato il monito del Papa – sono
segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto
conto” il “ruolo legittimo della religione nella sfera
pubblica”. Di qui l’invito “a cercare vie per
promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione
ad ogni livello della vita nazionale”. Il Papa ha
riconosciuto questa disponibilità alla cooperazione
nell’invito senza precedenti a parlare a Westminster
Hall. Ed ha rammentato che il governo britannico e la
Santa Sede si sono impegnati in molti ambiti, dal
commercio equo al finanziamento allo sviluppo e alla
difesa dell’ambiente. Per questo, si è detto certo che,
nel Regno Unito, vi siano molti campi in cui “la Chiesa
e le pubbliche autorità possono lavorare insieme per il
bene dei cittadini”:
“For such cooperation to be possible, religious
bodies…”
“Affinché questa cooperazione sia possibile – ha
detto – le istituzioni religiose”, legate alla Chiesa
cattolica, “devono essere libere di agire in accordo con
i propri principi” e “convinzioni, basate sulla fede e
sull’insegnamento ufficiale della Chiesa”. In questo
modo, ha concluso, “potranno essere garantiti quei
diritti fondamentali, quali la libertà religiosa, la
libertà di coscienza e la libertà di associazione”.
Da Londra, Alessandro Gisotti,
Radio Vaticana.
INCONTRO CON LE AUTORITÁ
CIVILI
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Westminster
Hall - City of Westminster
Venerdì, 17 settembre 2010
Signor
Presidente,
La
ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto a
nome di questa distinta assemblea. Nel rivolgermi a voi,
sono consapevole del privilegio che mi è concesso di
parlare al popolo britannico ed ai suoi rappresentanti
nella Westminster Hall, un edificio che ha un significato
unico nella storia civile e politica degli abitanti di
queste Isole. Permettetemi di manifestare la mia stima per
il Parlamento, che da secoli ha sede in questo luogo e che
ha avuto un’influenza così profonda sullo sviluppo di
forme di governo partecipative nel mondo, specialmente nel
Commonwealth e più in generale nei Paesi di lingua
inglese. La vostra tradizione di “common law”
costituisce la base del sistema legale in molte nazioni, e
la vostra particolare visione dei rispettivi diritti e
doveri dello stato e del singolo cittadino, e della
separazione dei poteri, rimane come fonte di ispirazione
per molti nel mondo.
Mentre
parlo a voi in questo luogo storico, penso agli
innumerevoli uomini e donne che lungo i secoli hanno
svolto la loro parte in importanti eventi che hanno avuto
luogo tra queste mura e hanno segnato la vita di molte
generazione di britannici e di altri popoli. In
particolare, vorrei ricordare la figura di San Tommaso
Moro, il grande studioso e statista inglese, ammirato da
credenti e non credenti per l’integrità con cui fu
capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di
dispiacere al sovrano, di cui era “buon servitore”,
poiché aveva scelto di servire Dio per primo. Il dilemma
con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi
difficili, la perenne questione del rapporto tra ciò che
è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio, mi offre
l’opportunità di riflettere brevemente con voi sul
giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo
politico.
La
tradizione parlamentare di questo Paese deve molto al
senso istintivo di moderazione presente nella Nazione, al
desiderio di raggiungere un giusto equilibrio tra le
legittime esigenze del potere dello stato e i diritti di
coloro che gli sono soggetti. Se da un lato, nella vostra
storia, sono stati compiuti a più riprese dei passi
decisivi per porre dei limiti all’esercizio del potere,
dall’altro le istituzioni politiche della nazione sono
state in grado di evolvere all’interno di un notevole
grado di stabilità. In tale processo storico, la Gran
Bretagna è emersa come una democrazia pluralista, che
attribuisce un grande valore alla libertà di espressione,
alla libertà di affiliazione politica e al rispetto dello
stato di diritto, con un forte senso dei diritti e doveri
dei singoli, e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge. La dottrina sociale cattolica, pur
formulata in un linguaggio diverso, ha molto in comune con
un tale approccio, se si considera la sua fondamentale
preoccupazione per la salvaguardia della dignità di ogni
singola persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio,
e la sua sottolineatura del dovere delle autorità civili
di promuovere il bene comune.
E, in
verità, le questioni di fondo che furono in gioco nel
processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi, in
termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni
sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il
bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le
esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai
propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A
quale autorità ci si può appellare per risolvere i
dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente
ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi
morali che sostengono il processo democratico non si
fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che
sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si
mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale
sfida per la democrazia.
L’inadeguatezza
di soluzioni pragmatiche, di breve termine, ai complessi
problemi sociali ed etici è stata messa in tutta evidenza
dalla recente crisi finanziaria globale. Vi è un vasto
consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento
etico dell’attività economica abbia contribuito a
creare la situazione di grave difficoltà nella quale si
trovano ora milioni di persone nel mondo. Così come
“ogni decisione economica ha una conseguenza di
carattere morale” (Caritas
in Veritate, 37), analogamente, nel campo
politico, la dimensione morale delle politiche attuate ha
conseguenze di vasto raggio, che nessun governo può
permettersi di ignorare. Una positiva esemplificazione di
ciò si può trovare in una delle conquiste
particolarmente rimarchevoli del Parlamento britannico:
l’abolizione del commercio degli schiavi. La campagna
che portò a questa legislazione epocale, si basò su
principi morali solidi, fondati sulla legge naturale, e ha
costituito un contributo alla civilizzazione di cui questa
nazione può essere giustamente orgogliosa.
La
questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove
può essere trovato il fondamento etico per le scelte
politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme
obiettive che governano il retto agire sono accessibili
alla ragione, prescindendo dal contenuto della
rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della
religione nel dibattito politico non è tanto quello di
fornire tali norme, come se esse non potessero esser
conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di
proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del
tutto al di fuori della competenza della religione –
bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce
sull’applicazione della ragione nella scoperta dei
principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo”
della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non
è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme
distorte di religione, come il settarismo e il
fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di
seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni
della religione emergono quando viene data una non
sufficiente attenzione al ruolo purificatore e
strutturante della ragione all’interno della religione.
È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il
correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la
ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene
quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in
un modo parziale, che non tiene conto pienamente della
dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della
ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio
degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da
ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per
questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il
mondo della fede – il mondo della secolarità razionale
e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno
dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in
un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra
civiltà.
La
religione, in altre parole, per i legislatori non è un
problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in
modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale
contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di
fronte alla crescente marginalizzazione della religione,
in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede
in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono
alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che
sostengono che la voce della religione andrebbe messa a
tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente
privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione
pubblica di festività come il Natale andrebbe
scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa
potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono
ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che
– paradossalmente con lo scopo di eliminare le
discriminazioni – ritengono che i cristiani che
rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati
casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni
preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto
non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza
e di religione, ma anche il ruolo legittimo della
religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare
tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a
cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra
fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale.
La vostra
disponibilità in questo senso si è già manifestata
nell’invito senza precedenti che mi avete rivolto oggi,
e trova espressione in quei settori di interesse nei quali
il vostro Governo si è impegnato insieme alla Santa Sede.
Nel campo della pace, vi sono stati degli scambi circa
l’elaborazione di un trattato internazionale sul
commercio di armi; circa i diritti umani, la Santa Sede ed
il Regno Unito hanno visto positivamente il diffondersi
della democrazia, specialmente negli ultimi 65 anni; nel
campo dello sviluppo, vi è stata collaborazione nella
remissione del debito, nel commercio equo e nel
finanziamento allo sviluppo, in particolare attraverso la
“International Finance Facility”, l’”International
Immunization Bond” e l’”Advanced Market Commitment”.
La Santa Sede è inoltre desiderosa di ricercare, con il
Regno Unito, nuove strade per promuovere la responsabilità
ambientale, a beneficio di tutti.
Noto
inoltre che l’attuale Governo si è impegnato a
devolvere entro il 2013 lo 0,7% del Reddito nazionale in
favore degli aiuti allo sviluppo. È stato incoraggiante,
negli ultimi anni, notare i segni positivi di una crescita
della solidarietà verso i poveri che riguarda tutto il
mondo. Ma per tradurre questa solidarietà in azione
effettiva c’è bisogno di idee nuove, che migliorino le
condizioni di vita in aree importanti quali la produzione
del cibo, la pulizia dell’acqua, la creazione di posti
di lavoro, la formazione, l’aiuto alle famiglie,
specialmente dei migranti, e i servizi sanitari di base.
Quando è in gioco la vita umana, il tempo si fa sempre
breve: in verità, il mondo è stato testimone delle vaste
risorse che i governi sono in grado di raccogliere per
salvare istituzioni finanziarie ritenute “troppo grandi
per fallire”. Certamente lo sviluppo integrale dei
popoli della terra non è meno importante: è un’impresa
degna dell’attenzione del mondo, veramente “troppo
grande per fallire”.
Questo
sguardo generale alla cooperazione recente tra Regno Unito
e Santa Sede mostra bene quanto progresso sia stato fatto
negli anni trascorsi dallo stabilimento di relazioni
diplomatiche bilaterali, in favore della promozione nel
mondo dei molti valori di fondo che condividiamo. Spero e
prego che questa relazione continuerà a portare frutto e
che si rifletterà in una crescente accettazione della
necessità di dialogo e rispetto, a tutti i livelli della
società, tra il mondo della ragione ed il mondo della
fede. Sono certo che anche in questo Paese vi sono molti
campi in cui la Chiesa e le pubbliche autorità possono
lavorare insieme per il bene dei cittadini, in armonia con
la storica pratica di questo Parlamento di invocare la
guida dello Spirito su quanti cercano di migliorare le
condizioni di vita di tutto il genere umano. Affinché
questa cooperazione sia possibile, le istituzioni
religiose, comprese quelle legate alla Chiesa cattolica,
devono essere libere di agire in accordo con i propri
principi e le proprie specifiche convinzioni, basate sulla
fede e sull’insegnamento ufficiale della Chiesa. In
questo modo potranno essere garantiti quei diritti
fondamentali, quali la libertà religiosa, la libertà di
coscienza e la libertà di associazione. Gli angeli che ci
guardano dalla magnifica volta di questa antica Sala ci
ricordano la lunga tradizione da cui il Parlamento
britannico si è sviluppato. Essi ci ricordano che Dio
vigila costantemente su di noi, per guidarci e
proteggerci. Ed essi ci chiamano a riconoscere il
contributo vitale che il credo religioso ha reso e può
continuare a rendere alla vita della nazione.
Signor
Presidente, La ringrazio ancora per questa opportunità di
rivolgermi brevemente a questo distinto uditorio. Mi
permetta di assicurare a Lei e al Signor Presidente della
Camera dei Lords i miei auguri e la mia costante preghiera
per Voi e per il fruttuoso lavoro di entrambe le Camere di
questo antico Parlamento. Grazie, e Dio vi benedica tutti!
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LONDRA,
DISCORSO DELL'ARCIVESCOVO DI CANTERBURY A BENEDETTO XVI
Lavorare
insieme, cattolici e anglicani, in nome del “vero
umanesimo”, del “comune e appassionato impegno per
la dignità di ogni essere umano, dall'inizio alla fine
della vita”, resistendo a chi “minaccia di soffocare
o negare il posto del trascendente nelle vicende
umane”. Così l’arcivescovo di Canterbury, Rowan
Williams, si è espresso rivolgendosi questo pomeriggio
al Papa e ai vescovi anglicani e cattolici di
Inghilterra, Scozia e Galles riuniti nella Great Hall
della Lambeth Palace. “Noi come Chiese – ha detto
l’arcivescovo anglicano – non cerchiamo il potere
politico o il controllo, né tantomeno il predominio
della fede cristiana nella sfera pubblica, ma
l'opportunità di testimoniare, di discutere, a volte di
protestare, a volte di affermare, in una parola di
partecipare ai dibattiti pubblici delle nostre società”.
E la testimonianza dei cristiani sarà tanto più
“efficace” quanto più “avremo convinto i nostri
vicini che la vita di fede è una vita ben vissuta e
gioiosamente vissuta”. Facendo quindi riferimento al
viaggio apostolico di Benedetto XVI, Williams ha detto:
“La nostra preghiera fervente è che questa visita ci
dia una rinnovata forza lavorare insieme”. Ed ha
aggiunto: “Incontrandoci come vescovi di comunità
ecclesiali separate, dobbiamo tutti sentire che ognuno
dei nostri ministeri è reso più debole a causa della
nostra divisione, una comunione reale ma imperfetta.
Forse non riusciremo a superare gli ultimi ostacoli che
impediscono una piena e restaurata comunione, ma nessun
ostacolo potrà mai frapporsi alla nostra ricerca”
dell’unità. Dopo i discorsi dell’arcivescovo e del
papa, è seguito uno scambio di doni. L’arcivescovo e
sua moglie Jane Williams inviteranno il papa nella loro
casa dove l’arcivescovo e Benedetto XVI rimarranno in
colloquio privato per circa una mezzora. E’ la prima
volta nella storia che un Papa rende visita ad un
arcivescovo di Canterbury nella sua residenza ufficiale
di Londra, al Lambeth Palace. Giovanni Paolo II incontrò
l’arcivescovo Robert Runcie a Canterbury nel suo
viaggio apostolico del 1982.
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