La Sacra Bibbia

Il Vangelo di oggi

Santi di oggi

Santo Rosario

 
 
Web www.ratzingerbenedettoxvi.com PageRankTop.com
Articoli di Amedeo Lomonaco per la Radio Vaticana >>


VISITA PASTORALE AD ASSISI (17 GIUGNO 2007)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte, Radio Vaticana, 17 giugno 2007

Sulle orme di San Francesco il Papa pellegrino ad Assisi, nell’ottavo centenario della sua conversione, rilancia dalla città della pace un pressante appello a deporre le armi in tutto il mondo, a partire dal Medio Oriente

Per rivivere oggi la conversione di San Francesco, quale grande atto d’amore, Benedetto XVI è giunto oggi pellegrino ad Assisi, ripercorrendo dopo 8 secoli quei luoghi dell’anima che videro il giovane Francesco ripartire da Cristo, per andare al cuore del messaggio cristiano e giungere alle radici dell’esistenza umana. Arrivato stamane in elicottero nel campo sportivo di Rivotorto, il Papa è stato accolto dal presidente del Consiglio italiano Romano Prodi e dal nunzio apostolico in Italia mons. Giuseppe Bertello, insieme alle autorità locali civili ed ecclesiali.

Prima tappa della visita il Santuario di Santa Maria di Rivotorto, quindi il Santo Padre ha raggiunto la Basilica di Santa Chiara dove ha sostato in preghiera davanti il Crocefisso di San Damiano ed ha incontrato nel Convento le Suore clarisse. Tra i rintocchi festosi delle campane di tutta Assisi Benedetto XVI ha poi fatto ingresso alla guida di un corteo sacerdotale nella piazza della Basilica Inferiore, dove ha celebrato alle 10 la Santa Messa, davanti migliaia di fedeli, radunati nel cortile e raccolti nelle vie circostanti, che hanno seguito il Rito attraverso i maxischermi. Ha richiamato il Papa nell’omelia l’incontro di preghiera per la pace celebrato ad Assisi, nel 1986, per “intuizione profetica” di Giovanni Paolo II e forte di quello spirito che continua a soffiare Benedetto XVI ha lanciato all’Angelus un nuovo accorato appello per la pace nel mondo, in particolare per il Medio Oriente. Infine la preghiera particolare sulla tomba di San Francesco. Su questa mattinata intensa di avvenimenti ci riferisce il nostro inviato Stefano Leszczynski

Con la recita dell’Angelus si è conclusa la prima parte della visita pastorale di Benedetto XVI nella città di San Francesco e Santa Chiara. Di fronte al premier italiano Romano Prodi, alle molte autorità civili e religiose, e a migliaia di fedeli, Benedetto XVI ha lanciato “un pressante ed accorato appello affinché cessino tutti i conflitti armati che insanguinano la terra”. Rammentando la vocazione di Assisi ad essere città della pace, e la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace voluta nel 1986 da Giovanni Paolo II, il Pontefice ha rivolto il proprio pensiero in particolare alla gravissima crisi che oggi sconvolge il Medio Oriente.

 
Sentiamo spiritualmente qui presenti tutti coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della guerra e delle sue tragiche conseguenze, in qualunque parte del mondo. Il nostro pensiero va particolarmente alla Terra Santa, tanto amata da San Francesco, all’Iraq, al Libano, all’intero Medio Oriente. Le popolazioni di quei Paesi conoscono, ormai da troppo tempo, gli orrori dei combattimenti, del terrorismo, della cieca violenza, l’illusione che la forza possa risolvere i conflitti, il rifiuto di ascoltare le ragioni dell’altro e di rendergli giustizia.
 
Nel corso dell’omelia svoltasi sul Piazzale della Basilica di San Francesco, inondato dal sole, Benedetto XVI ha fatto più volte riferimento allo “Spirito di Assisi”, che da quell’evento di preghiera tra i rappresentanti delle confessioni cristiane e delle diverse religioni continua a diffondersi nel mondo, opponendosi “allo spirito di violenza e all’abuso della religione come pretesto per la violenza”. “Assisi - spiega il Papa richiamandosi all’insegnamento di Francesco – ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa si esprime nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo, nell’impegno per la pace e la riconciliazione. La vita e il messaggio di Francesco – dice Benedetto XVI – “poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso”.
 
Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo, unico Salvatore del mondo.
 
L’intensa lectio del Papa nel corso dell’omelia ha avuto come tema centrale quello della conversione spiegata attraverso la figura di tre personaggi: quella di Davide, riferita nell’Antico Testamento; quella di Francesco e, infine, quella dell’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Il cammino della conversione – che lo stesso Benedetto XVI incontrando le monache Clarisse questa mattina ha descritto come talvolta molto arduo – è un tema particolarmente caro al Papa, a maggior ragione in quest’anno dedicato all’ottavo centenario della conversione di San Francesco.
 
L’uomo è davvero grandezza e miseria: è grandezza perché porta in sé l’immagine di Dio ed è oggetto del suo amore; è miseria perché può fare cattivo uso della libertà che è il suo grande privilegio, finendo per mettersi contro il suo Creatore.
 
Lo stesso Francesco ammette nel suo Testamento il tempo in cui “era nei peccati”. Peccati, che Benedetto XVI descrive come “il suo concepire ed organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria terrena”. Fino al momento in cui, iniziato il cammino di conversione illuminato dalla grazia e dall’amore di Dio, Francesco apprese ed esercitò la misericordia nei confronti dei lebbrosi.
 
Fu allora che l’amarezza si mutò in “dolcezza di anima e di corpo”. Sì, miei cari fratelli e sorelle, convertirci all’amore è passare dall’amarezza alla “dolcezza”, dalla tristezza alla gioia vera. L’uomo è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli.
 
Venendo poi al cuore evangelico dell’odierna Parola di Dio Benedetto XVI, per spiegare il dinamismo dell’autentica conversione, fa riferimento al Vangelo di Luca additando ad esempio l’episodio della donna peccatrice riscattata dall’amore per Gesù. La misericordia che Gesù riserva a questa donna, sfruttata da tanti e da tutti giudicata, tuttavia non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale.
 
A scanso di equivoci, è da notare che la misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale. Per Gesù, il bene è bene, il male è male. La misericordia non cambia i connotati del peccato, ma lo brucia in un fuoco di amore. Questo effetto purificante e sanante si realizza se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore, che implica il riconoscimento della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di una vita nuova.
 
E fu proprio una vita nuova, condotta nella scelta di vivere il Vangelo in maniera quotidiana, quella che caratterizzò il percorso di conversione di San Francesco, interamente teso a Cristo e al desiderio di ‘trasformarsi’ in Lui. E’ questo l’esempio che il Papa esorta a seguire per affrontare, nel pieno spirito d’Assisi, i grandi temi del nostro tempo, come la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini.

 La visita di Benedetto XVI ad Assisi - dopo il pranzo con i vescovi dell’Umbria nel Sacro Convento cui ha partecipato anche il capo del Governo italiano Prodi - proseguirà nel pomeriggio nella Basilica Superiore di San Francesco dove riceverà il saluto del Capitolo generale dei Frati Minori Conventuali e poi nella Cattedrale di San Rufino, dove incontrerà il clero e i religiosi, per poi sostare nella Cappella della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli ed infine concedersi al grande abbraccio dei giovani che lo attenderanno alle 18 nel piazzale antistante la Basilica patriarcale. Su quest’ultimo evento ascoltiamo l’intervista a Fra Roberto, responsabile dei giovani volontari, raccolta sempre da Stefano Leszczynski: 

R. - Credo che i giovani abbiano fatto l’esperienza, con Giovanni Paolo II, della vicinanza del Papa alla loro vita, per cui Giovanni Paolo II ha aperto le porte a questa comunione profonda con il Papa che i giovani continuano ad avere adesso con Benedetto XVI. Loro indubbiamente si aspettano una parola di speranza, si aspettano in Benedetto XVI un padre che li aiuti a perseverare in questo cammino per loro difficile di sequela del Signore Gesù.
 
D. - Questo primo incontro con Benedetto XVI anche impegnativo sul piano della conversione, punto centrale della visita del Papa
 
R. – Sì, indubbiamente. L’Umbria è una terra di santi ma ha bisogno comunque di convertirsi quindi ha bisogno di incontrare in Benedetto XVI soprattutto un testimone.

 
D. – Assisi è una città dedicata in gran parte ai giovani, alla loro spiritualità e alla loro ricerca di Dio…
 
R. – Sì, senza dubbio. Qui vengono giovani da tutta Italia soprattutto per la ricerca della loro vocazione, un po’ sulla scia appunto delle parole del Crocifisso a San Francesco: “Và Francesco, ripara la mia casa”. Anche qui tanti giovani durante l’anno, in varie modalità, con varie esperienze, arrivano per chiedersi anche loro qual è il progetto che Dio ha per la loro vita.

Ed ascoltiamo ancora uno dei tanti giovani, Samuele, in attesa di incontrare il Papa questo pomeriggio:

R. – Un luogo per noi, per me soprattutto, importante, perché quattro anni fa sono venuto con motivazioni da turista, se così vogliamo dire, e poi sono tornato a casa come pellegrino, come qualcuno che ha trovato qualcosa di importante. Come non sentirsi attratti da questo luogo e dalla figura di Francesco. E’ qualcosa che ha rafforzato anche quello che avevo ricevuto dall’educazione dei familiari. Quindi, se adesso continuo a tornare è perché ho trovato qualcosa di importante, delle risposte importanti per la mia vita.
 
D. – Nella tua esperienza e nell’esperienza anche degli altri ragazzi, cos’è che lega i giovani ad Assisi?
 
R. – Quattro anni fa mai avrei pensato che ci sarebbe stato questo sodalizio, questa comunione con questa spiritualità francescana. Credo che come è stato possibile per me, così anche per gli altri sia importante trovare dei giovani che hanno trovato qualcosa qui, che hanno trovato delle risposte. Questo credo sia importante. Ognuno poi torna nella propria città. Io, per esempio, torno a Firenze e lo racconto ad un altro e l’altro vede in me la gioia, vede in me un comportamento diverso e questo non perché io sia bravo, ma perché ho trovato qualcosa che ha illuminato il mio volto, ha dato una risposta alla mia vita.

La nostra emittente seguirà l’incontro con il clero e i religiosi nella Cattedrale di San Rufino, a partire dalle ore 16.40, sull’onda media di 585 kHz e in modulazione di frequenza di 105 MHz; alle 17.50 avrà inizio il collegamento in diretta, sulle stesse lunghezze d’onda, per l’Incontro con i giovani presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli.

 

VISITA PASTORALE AD ASSISI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Cari fratelli e sorelle,

che cosa ci dice oggi il Signore, mentre celebriamo l’Eucaristia nel suggestivo scenario di questa piazza, in cui si raccolgono otto secoli di santità, di devozione, di arte e di cultura, legati al nome di Francesco di Assisi? Oggi tutto qui parla di conversione, come ci ha ricordato Mons. Domenico Sorrentino, che ringrazio di cuore, per le gentili parole a me rivolte. Saluto con lui tutta la Chiesa di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, nonché i Pastori delle Chiese dell’Umbria. Un grato pensiero va al Cardinale Attilio Nicora, mio Legato per le due Basiliche papali di questa Città. Un saluto affettuoso rivolgo ai figli di Francesco, qui presenti con i loro Ministri generali dei vari Ordini. Esprimo il mio cordiale ossequio al Presidente del Consiglio dei Ministri e a tutte le Autorità civili che hanno voluto onorarci della loro presenza.

Parlare di conversione, significa andare al cuore del messaggio cristiano ed insieme alle radici dell’esistenza umana. La Parola di Dio appena proclamata ci illumina, mettendoci davanti agli occhi tre figure di convertiti. La prima è quella di Davide. Il brano che lo riguarda, tratto dal secondo libro di Samuele, ci presenta uno dei colloqui più drammatici dell’Antico Testamento. Al centro di questo dialogo c’è un verdetto bruciante, con cui la Parola di Dio, proferita dal profeta Natan, mette a nudo un re giunto all’apice della sua fortuna politica, ma caduto pure al livello più basso della sua vita morale. Per cogliere la tensione drammatica di questo dialogo, occorre tener presente l’orizzonte storico e teologico in cui esso si pone. È un orizzonte disegnato dalla vicenda di amore con cui Dio sceglie Israele come suo popolo, stabilendo con esso un’alleanza e preoccupandosi di assicurargli terra e libertà. Davide è un anello di questa storia della continua premura di Dio per il suo popolo. Viene scelto in un momento difficile e posto a fianco del re Saul, per diventare poi suo successore. Il disegno di Dio riguarda anche la sua discendenza, legata al progetto messianico, che troverà in Cristo, "figlio di Davide", la sua piena realizzazione.

La figura di Davide è così immagine di grandezza storica e religiosa insieme. Tanto più contrasta con ciò l’abiezione in cui egli cade, quando, accecato dalla passione per Betsabea, la strappa al suo sposo, uno dei suoi più fedeli guerrieri, e di quest’ultimo ordina poi freddamente l’assassinio. È cosa che fa rabbrividire: come può, un eletto di Dio, cadere tanto in basso? L’uomo è davvero grandezza e miseria: è grandezza perché porta in sé l’immagine di Dio ed è oggetto del suo amore; è miseria perché può fare cattivo uso della libertà che è il suo grande privilegio, finendo per mettersi contro il suo Creatore. Il verdetto di Dio, pronunciato da Natan su Davide, rischiara le intime fibre della coscienza, lì dove non contano gli eserciti, il potere, l’opinione pubblica, ma dove si è soli con Dio solo. "Tu sei quell’uomo": è parola che inchioda Davide alle sue responsabilità. Profondamente colpito da questa parola, il re sviluppa un pentimento sincero e si apre all’offerta della misericordia. Ecco il cammino della conversione.

Ad invitarci a questo cammino, accanto a Davide, si pone oggi Francesco. Da quanto i biografi narrano dei suoi anni giovanili, nulla fa pensare a cadute così gravi come quella imputata all’antico re d’Israele. Ma lo stesso Francesco, nel Testamento redatto negli ultimi mesi della sua esistenza, guarda ai suoi primi venticinque anni come ad un tempo in cui "era nei peccati" (cfr 2 Test 1: FF 110). Al di là delle singole manifestazioni, peccato era il suo concepire e organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria terrena. Non gli mancava, quando era il "re delle feste" tra i giovani di Assisi (cfr 2 Cel I, 3, 7: FF 588), una naturale generosità d’animo. Ma questa era ancora ben lontana dall’amore cristiano che si dona senza riserve. Com’egli stesso ricorda, gli sembrava amaro vedere i lebbrosi. Il peccato gli impediva di dominare la ripugnanza fisica per riconoscere in loro altrettanti fratelli da amare. La conversione lo portò ad esercitare misericordia e gli ottenne insieme misericordia. Servire i lebbrosi, fino a baciarli, non fu solo un gesto di filantropia, una conversione, per così dire, "sociale", ma una vera esperienza religiosa, comandata dall’iniziativa della grazia e dall’amore di Dio: "Il Signore – egli dice – mi condusse tra di loro" (2 Test 2: FF 110). Fu allora che l’amarezza si mutò in "dolcezza di anima e di corpo" (2 Test 3: FF 110). Sì, miei cari fratelli e sorelle, convertirci all’amore è passare dall’amarezza alla "dolcezza", dalla tristezza alla gioia vera. L’uomo è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli.

Nel brano della Lettera ai Galati, emerge un altro aspetto del cammino di conversione. A spiegarcelo è un altro grande convertito, l’apostolo Paolo. Il contesto delle sue parole è il dibattito in cui la comunità primitiva si trovò coinvolta: in essa molti cristiani provenienti dal giudaismo tendevano a legare la salvezza al compimento delle opere dell’antica Legge, vanificando così la novità di Cristo e l’universalità del suo messaggio. Paolo si erge come testimone e banditore della grazia. Sulla via di Damasco, il volto radioso e la voce forte di Cristo lo avevano strappato al suo zelo violento di persecutore e avevano acceso in lui il nuovo zelo del Crocifisso, che riconcilia i vicini ed i lontani nella sua croce (cfr Ef 2,11-22). Paolo aveva capito che in Cristo tutta la legge è adempiuta e chi aderisce a Cristo si unisce a Lui, adempie la legge. Portare Cristo, e con Cristo l’unico Dio, a tutte le genti era divenuta la sua missione. Cristo "infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro della separazione …" (Ef 2,14). La sua personalissima confessione di amore esprime nello stesso tempo anche la comune essenza della vita cristiana: "Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2, 20b). E come si può rispondere a questo amore, se non abbracciando Cristo crocifisso, fino a vivere della sua stessa vita? "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20a).

Parlando del suo essere crocifisso con Cristo, San Paolo non solo accenna alla sua nuova nascita nel battesimo, ma a tutta la sua vita a servizio di Cristo. Questo nesso con la sua vita apostolica appare con chiarezza nelle parole conclusive della sua difesa della libertà cristiana alla fine della Lettera ai Galati: "D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo" (6,17). E’ la prima volta, nella storia del cristianesimo, che appare la parola ‘stigmate di Gesù’. Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la testimonianza della presenza della croce di Gesù nel corpo di San Paolo, sono le sue stigmate. Non è la circoncisione che lo salva: le stigmate sono la conseguenza del suo battesimo, l’espressione del suo morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del suo essere nuova creatura (cfr Gal 6,15). Paolo accenna, del resto, con l’applicazione della parola ‘stigmate’, all’uso antico di imprimere sulla pelle dello schiavo il sigillo del suo proprietario. Il servo era così ‘stigmatizzato’ come proprietà del suo padrone e stava sotto la sua protezione. Il segno della croce, iscritto in lunghe passioni sulla pelle di Paolo, è il suo vanto: lo legittima come vero servo di Gesù, protetto dall’amore del Signore.

Cari amici, Francesco di Assisi ci riconsegna oggi tutte queste parole di Paolo, con la forza della sua testimonianza. Da quando il volto dei lebbrosi, amati per amore di Dio, gli fece intuire, in qualche modo, il mistero della "kenosi" (cfr Fil 2,7), l’abbassamento di Dio nella carne del Figlio dell’uomo, da quando poi la voce del Crocifisso di San Damiano gli mise in cuore il programma della sua vita: "Va, Francesco, ripara la mia casa" (2 Cel I, 6, 10: FF 593), il suo cammino non fu che lo sforzo quotidiano di immedesimarsi con Cristo. Egli si innamorò di Cristo. Le piaghe del Crocifisso ferirono il suo cuore, prima di segnare il suo corpo sulla Verna. Egli poteva veramente dire con Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me".

E veniamo al cuore evangelico dell’odierna Parola di Dio. Gesù stesso, nel brano appena letto del Vangelo di Luca, ci spiega il dinamismo dell’autentica conversione, additandoci come modello la donna peccatrice riscattata dall’amore. Si deve riconoscere che questa donna aveva osato tanto. Il suo modo di porsi di fronte a Gesù, bagnando di lacrime i suoi piedi e asciugandoli con i capelli, baciandoli e cospargendoli di olio profumato, era fatto per scandalizzare chi, a persone della sua condizione, guardava con l’occhio impietoso del giudice. Impressiona, al contrario, la tenerezza con cui Gesù tratta questa donna, da tanti sfruttata e da tutti giudicata. Ella ha trovato finalmente in Gesù un occhio puro, un cuore capace di amare senza sfruttare. Nello sguardo e nel cuore di Gesù ella riceve la rivelazione di Dio-Amore!

A scanso di equivoci, è da notare che la misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale. Per Gesù, il bene è bene, il male è male. La misericordia non cambia i connotati del peccato, ma lo brucia in un fuoco di amore. Questo effetto purificante e sanante si realizza se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore, che implica il riconoscimento della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di una vita nuova. Alla peccatrice del Vangelo è molto perdonato, perché ha molto amato. In Gesù Dio viene a donarci amore e a chiederci amore.

Che cosa è stata, miei cari fratelli e sorelle, la vita di Francesco convertito se non un grande atto d’amore? Lo rivelano le sue preghiere infuocate, ricche di contemplazione e di lode, il suo tenero abbraccio del Bimbo divino a Greccio, la sua contemplazione della passione alla Verna, il suo "vivere secondo la forma del santo Vangelo" (2 Test 14: FF 116), la sua scelta della povertà e il suo cercare Cristo nel volto dei poveri.

È questa sua conversione a Cristo, fino al desiderio di "trasformarsi" in Lui, diventandone un’immagine compiuta, che spiega quel suo tipico vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo. È Cristo, infatti, "la nostra pace" (cfr Ef 2,14). È Cristo il principio stesso del cosmo, giacché in lui tutto è stato fatto (cfr Gv 1,3). È Cristo la verità divina, l’eterno "Logos", in cui ogni "dia-logos" nel tempo trova il suo ultimo fondamento. Francesco incarna profondamente questa verità "cristologica" che è alle radici dell’esistenza umana, del cosmo, della storia.

Non posso dimenticare, nell’odierno contesto, l’iniziativa del mio Predecessore di santa memoria, Giovanni Paolo II, il quale volle riunire qui, nel 1986, i rappresentanti delle confessioni cristiane e delle diverse religioni del mondo, per un incontro di preghiera per la pace. Fu un’intuizione profetica e un momento di grazia, come ho ribadito alcuni mesi or sono nella mia lettera al Vescovo di questa Città in occasione del ventesimo anniversario di quell’evento. La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso. Lo "spirito di Assisi", che da quell’evento continua a diffondersi nel mondo, si oppone allo spirito di violenza, all’abuso della religione come pretesto per la violenza. Assisi ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo crocifisso e risorto non si esprime in violenza e intolleranza, ma nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e alla ragione, nell’impegno per la pace e per la riconciliazione. Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Gv 14,6), unico Salvatore del mondo.

Francesco di Assisi ottenga a questa Chiesa particolare, alle Chiese che sono in Umbria, a tutta la Chiesa che è in Italia, della quale egli, insieme con Santa Caterina da Siena, è patrono, ai tanti che nel mondo si richiamano a lui, la grazia di una autentica e piena conversione all’amore di Cristo.

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Al termine della Celebrazione Eucaristica nella Piazza Inferiore di San Francesco ad Assisi, il Papa introduce la preghiera mariana dell’Angelus con le seguenti parole:

Cari Fratelli e Sorelle!

Otto secoli or sono, difficilmente la città di Assisi avrebbe potuto immaginare il ruolo che la Provvidenza le assegnava, un ruolo che la rende oggi una città così rinomata nel mondo, un vero "luogo dell’anima". A darle questo carattere fu l’evento che qui accadde, e che le impresse un segno indelebile. Mi riferisco alla conversione del giovane Francesco, che dopo venticinque anni di vita mediocre e sognatrice, improntata alla ricerca di gioie e successi mondani, si aprì alla grazia, rientrò in se stesso e gradualmente riconobbe in Cristo l’ideale della sua vita. Il mio pellegrinaggio oggi in Assisi vuole richiamare alla memoria quell’evento per riviverne il significato e la portata.

Mi sono soffermato con particolare emozione nella chiesetta di San Damiano, in cui Francesco ascoltò dal Crocifisso la parola programmatica: "Va’, Francesco, ripara la mia casa" (2 Cel I, 6, 10: FF 593). Era una missione che iniziava con la piena conversione del suo cuore, per diventare poi lievito evangelico gettato a piene mani nella Chiesa e nella società. A Rivotorto ho visto il luogo dove, secondo la tradizione, erano relegati quei lebbrosi ai quali il Santo si avvicinò con misericordia, cominciando così la sua via di penitente, ed anche il Santuario dove è evocata la povera dimora di Francesco e dei suoi primi fratelli. Sono passato nella Basilica di Santa Chiara, la "pianticella" di Francesco, e oggi pomeriggio, dopo la visita alla Cattedrale di Assisi, sosterò nella Porziuncola, da cui Francesco guidò, all’ombra di Maria, i passi della sua fraternità in espansione, e dove esalò l’ultimo respiro. Lì incontrerò i giovani, perché il giovane Francesco, convertito a Cristo, parli al loro cuore.

In questo momento, dalla Basilica di San Francesco dove riposano le sue spoglie mortali, desidero soprattutto fare miei i suoi accenti di lode: "Altissimo, Onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedizione" (Cantico di Frate Sole 1: FF263). Francesco d’Assisi è un grande educatore della nostra fede e della nostra lode. Innamorandosi di Gesù Cristo egli incontrò il volto di Dio-Amore, ne divenne appassionato cantore, come vero "giullare di Dio". Alla luce delle Beatitudini evangeliche si comprende la mitezza con cui egli seppe vivere i rapporti con gli altri, presentandosi a tutti in umiltà e facendosi testimone e operatore di pace.

Da questa Città della pace desidero inviare un saluto agli esponenti delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni che nel 1986 accolsero l’invito del mio venerato Predecessore a vivere qui, nella patria di San Francesco, una Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace. Considero mio dovere lanciare da qui un pressante e accorato appello affinché cessino tutti i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione! Sentiamo spiritualmente qui presenti tutti coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della guerra e delle sue tragiche conseguenze, in qualunque parte del mondo. Il nostro pensiero va particolarmente alla Terra Santa, tanto amata da San Francesco, all’Iraq, al Libano, all’intero Medio Oriente. Le popolazioni di quei Paesi conoscono, ormai da troppo tempo, gli orrori dei combattimenti, del terrorismo, della cieca violenza, l’illusione che la forza possa risolvere i conflitti, il rifiuto di ascoltare le ragioni dell’altro e di rendergli giustizia. Solo un dialogo responsabile e sincero, sostenuto dal generoso sostegno della Comunità internazionale, potrà mettere fine a tanto dolore e ridare vita e dignità a persone, istituzioni e popoli.

Voglia San Francesco, uomo di pace, ottenerci dal Signore che si moltiplichino coloro che accettano di farsi "strumenti della sua pace", attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiana; che quanti hanno ruoli di responsabilità siano animati da un amore appassionato per la pace e da una volontà indomita di raggiungerla, scegliendo mezzi adeguati per ottenerla. La Vergine Santa, che il Poverello amò con cuore tenero e cantò con accenti ispirati, ci aiuti a scoprire il segreto della pace nel miracolo d’amore che si compì nel suo grembo con l’incarnazione del Figlio di Dio.

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana 

 

Webmaster: Amedeo Lomonaco  Sottofondo: Fratello Sole