Prima
tappa della visita il Santuario di Santa Maria di
Rivotorto, quindi il Santo Padre ha raggiunto la Basilica
di Santa Chiara dove ha sostato in preghiera davanti il
Crocefisso di San Damiano ed ha incontrato nel Convento le
Suore clarisse. Tra i rintocchi festosi delle campane di
tutta Assisi Benedetto XVI ha poi fatto ingresso alla
guida di un corteo sacerdotale nella piazza della Basilica
Inferiore, dove ha celebrato alle 10 la Santa Messa,
davanti migliaia di fedeli, radunati nel cortile e
raccolti nelle vie circostanti, che hanno seguito il Rito
attraverso i maxischermi. Ha richiamato il Papa
nell’omelia l’incontro di preghiera per la pace
celebrato ad Assisi, nel 1986, per “intuizione
profetica” di Giovanni Paolo II e forte di quello
spirito che continua a soffiare Benedetto XVI ha lanciato
all’Angelus un nuovo accorato appello per la pace nel
mondo, in particolare per il Medio Oriente. Infine la
preghiera particolare sulla tomba di San Francesco. Su
questa mattinata intensa di avvenimenti ci riferisce il
nostro inviato Stefano Leszczynski:
Con la recita dell’Angelus si è conclusa la prima
parte della visita pastorale di Benedetto XVI nella città
di San Francesco e Santa Chiara. Di fronte al premier
italiano Romano Prodi, alle molte autorità civili e
religiose, e a migliaia di fedeli, Benedetto XVI ha
lanciato “un pressante ed accorato appello affinché
cessino tutti i conflitti armati che insanguinano la
terra”. Rammentando la vocazione di Assisi ad essere
città della pace, e la Giornata Mondiale di Preghiera per
la Pace voluta nel 1986 da Giovanni Paolo II, il Pontefice
ha rivolto il proprio pensiero in particolare alla
gravissima crisi che oggi sconvolge il Medio Oriente.
Sentiamo spiritualmente qui presenti tutti coloro
che piangono, soffrono e muoiono a causa della guerra e
delle sue tragiche conseguenze, in qualunque parte del
mondo. Il nostro pensiero va particolarmente alla Terra
Santa, tanto amata da San Francesco, all’Iraq, al
Libano, all’intero Medio Oriente. Le popolazioni di quei
Paesi conoscono, ormai da troppo tempo, gli orrori dei
combattimenti, del terrorismo, della cieca violenza,
l’illusione che la forza possa risolvere i conflitti, il
rifiuto di ascoltare le ragioni dell’altro e di
rendergli giustizia.
Nel corso dell’omelia svoltasi sul Piazzale della
Basilica di San Francesco, inondato dal sole, Benedetto
XVI ha fatto più volte riferimento allo “Spirito di
Assisi”, che da quell’evento di preghiera tra i
rappresentanti delle confessioni cristiane e delle diverse
religioni continua a diffondersi nel mondo, opponendosi
“allo spirito di violenza e all’abuso della religione
come pretesto per la violenza”. “Assisi - spiega il
Papa richiamandosi all’insegnamento di Francesco – ci
dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa si
esprime nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo,
nell’impegno per la pace e la riconciliazione. La vita e
il messaggio di Francesco – dice Benedetto XVI –
“poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da
respingere a priori qualunque tentazione di
indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere
con l’autentico dialogo interreligioso”.
Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né
francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza,
il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede
che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto
a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita
dell’uomo, unico Salvatore del mondo.
L’intensa lectio del Papa nel corso dell’omelia ha
avuto come tema centrale quello della conversione spiegata
attraverso la figura di tre personaggi: quella di Davide,
riferita nell’Antico Testamento; quella di Francesco e,
infine, quella dell’apostolo Paolo nella Lettera ai
Galati. Il cammino della conversione – che lo stesso
Benedetto XVI incontrando le monache Clarisse questa
mattina ha descritto come talvolta molto arduo – è un
tema particolarmente caro al Papa, a maggior ragione in
quest’anno dedicato all’ottavo centenario della
conversione di San Francesco.
L’uomo è davvero grandezza e miseria: è
grandezza perché porta in sé l’immagine di Dio ed è
oggetto del suo amore; è miseria perché può fare
cattivo uso della libertà che è il suo grande
privilegio, finendo per mettersi contro il suo Creatore.
Lo stesso Francesco ammette nel suo Testamento il tempo
in cui “era nei peccati”. Peccati, che Benedetto XVI
descrive come “il suo concepire ed organizzarsi una vita
tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria
terrena”. Fino al momento in cui, iniziato il cammino di
conversione illuminato dalla grazia e dall’amore di Dio,
Francesco apprese ed esercitò la misericordia nei
confronti dei lebbrosi.
Fu allora che l’amarezza si mutò in “dolcezza
di anima e di corpo”. Sì, miei cari fratelli e sorelle,
convertirci all’amore è passare dall’amarezza alla
“dolcezza”, dalla tristezza alla gioia vera. L’uomo
è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella
misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e
amandolo nei fratelli.
Venendo poi al cuore evangelico dell’odierna Parola
di Dio Benedetto XVI, per spiegare il dinamismo
dell’autentica conversione, fa riferimento al Vangelo di
Luca additando ad esempio l’episodio della donna
peccatrice riscattata dall’amore per Gesù. La
misericordia che Gesù riserva a questa donna, sfruttata
da tanti e da tutti giudicata, tuttavia non si esprime
mettendo tra parentesi la legge morale.
A scanso di equivoci, è da notare che la
misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra
parentesi la legge morale. Per Gesù, il bene è bene, il
male è male. La misericordia non cambia i connotati del
peccato, ma lo brucia in un fuoco di amore. Questo effetto
purificante e sanante si realizza se c’è nell’uomo
una corrispondenza di amore, che implica il riconoscimento
della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di
una vita nuova.
E fu proprio una vita nuova, condotta nella scelta di
vivere il Vangelo in maniera quotidiana, quella che
caratterizzò il percorso di conversione di San Francesco,
interamente teso a Cristo e al desiderio di
‘trasformarsi’ in Lui. E’ questo l’esempio che il
Papa esorta a seguire per affrontare, nel pieno spirito
d’Assisi, i grandi temi del nostro tempo, come la
ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la
promozione del dialogo tra tutti gli uomini.
La visita di Benedetto XVI ad Assisi - dopo il
pranzo con i vescovi dell’Umbria nel Sacro Convento cui
ha partecipato anche il capo del Governo italiano Prodi -
proseguirà nel pomeriggio nella Basilica Superiore di San
Francesco dove riceverà il saluto del Capitolo generale
dei Frati Minori Conventuali e poi nella Cattedrale di San
Rufino, dove incontrerà il clero e i religiosi, per poi
sostare nella Cappella della Porziuncola di Santa Maria
degli Angeli ed infine concedersi al grande abbraccio dei
giovani che lo attenderanno alle 18 nel piazzale
antistante la Basilica patriarcale. Su quest’ultimo
evento ascoltiamo l’intervista a Fra Roberto,
responsabile dei giovani volontari, raccolta sempre da
Stefano Leszczynski:
R. - Credo che i giovani abbiano fatto l’esperienza,
con Giovanni Paolo II, della vicinanza del Papa alla loro
vita, per cui Giovanni Paolo II ha aperto le porte a
questa comunione profonda con il Papa che i giovani
continuano ad avere adesso con Benedetto XVI. Loro
indubbiamente si aspettano una parola di speranza, si
aspettano in Benedetto XVI un padre che li aiuti a
perseverare in questo cammino per loro difficile di
sequela del Signore Gesù.
D. - Questo primo incontro con Benedetto XVI anche
impegnativo sul piano della conversione, punto centrale
della visita del Papa
R. – Sì, indubbiamente. L’Umbria è una terra di
santi ma ha bisogno comunque di convertirsi quindi ha
bisogno di incontrare in Benedetto XVI soprattutto un
testimone.
D. – Assisi è una città dedicata in gran parte ai
giovani, alla loro spiritualità e alla loro ricerca di
Dio…
R. – Sì, senza dubbio. Qui vengono giovani da tutta
Italia soprattutto per la ricerca della loro vocazione, un
po’ sulla scia appunto delle parole del Crocifisso a San
Francesco: “Và Francesco, ripara la mia casa”. Anche
qui tanti giovani durante l’anno, in varie modalità,
con varie esperienze, arrivano per chiedersi anche loro
qual è il progetto che Dio ha per la loro vita.
Ed ascoltiamo ancora uno dei tanti giovani, Samuele,
in attesa di incontrare il Papa questo pomeriggio:
R. – Un luogo per noi, per me soprattutto,
importante, perché quattro anni fa sono venuto con
motivazioni da turista, se così vogliamo dire, e poi sono
tornato a casa come pellegrino, come qualcuno che ha
trovato qualcosa di importante. Come non sentirsi attratti
da questo luogo e dalla figura di Francesco. E’ qualcosa
che ha rafforzato anche quello che avevo ricevuto
dall’educazione dei familiari. Quindi, se adesso
continuo a tornare è perché ho trovato qualcosa di
importante, delle risposte importanti per la mia vita.
D. – Nella tua esperienza e nell’esperienza anche
degli altri ragazzi, cos’è che lega i giovani ad
Assisi?
R. – Quattro anni fa mai avrei pensato che ci sarebbe
stato questo sodalizio, questa comunione con questa
spiritualità francescana. Credo che come è stato
possibile per me, così anche per gli altri sia importante
trovare dei giovani che hanno trovato qualcosa qui, che
hanno trovato delle risposte. Questo credo sia importante.
Ognuno poi torna nella propria città. Io, per esempio,
torno a Firenze e lo racconto ad un altro e l’altro vede
in me la gioia, vede in me un comportamento diverso e
questo non perché io sia bravo, ma perché ho trovato
qualcosa che ha illuminato il mio volto, ha dato una
risposta alla mia vita.
La nostra emittente seguirà l’incontro con il clero e i
religiosi nella Cattedrale di San Rufino, a partire dalle
ore 16.40, sull’onda media di 585 kHz e in modulazione
di frequenza di 105 MHz; alle 17.50 avrà inizio il
collegamento in diretta, sulle stesse lunghezze d’onda,
per l’Incontro con i giovani presso la Basilica di Santa
Maria degli Angeli.
VISITA PASTORALE
AD ASSISI
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
che cosa
ci dice oggi il Signore, mentre celebriamo l’Eucaristia
nel suggestivo scenario di questa piazza, in cui si
raccolgono otto secoli di santità, di devozione, di arte
e di cultura, legati al nome di Francesco di Assisi? Oggi
tutto qui parla di conversione, come ci ha ricordato Mons.
Domenico Sorrentino, che ringrazio di cuore, per le
gentili parole a me rivolte. Saluto con lui tutta la
Chiesa di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, nonché i
Pastori delle Chiese dell’Umbria. Un grato pensiero va
al Cardinale Attilio Nicora, mio Legato per le due
Basiliche papali di questa Città. Un saluto affettuoso
rivolgo ai figli di Francesco, qui presenti con i loro
Ministri generali dei vari Ordini. Esprimo il mio cordiale
ossequio al Presidente del Consiglio dei Ministri e a
tutte le Autorità civili che hanno voluto onorarci della
loro presenza.
Parlare
di conversione, significa andare al cuore del messaggio
cristiano ed insieme alle radici dell’esistenza umana.
La Parola di Dio appena proclamata ci illumina, mettendoci
davanti agli occhi tre figure di convertiti. La
prima è quella di Davide. Il brano che lo riguarda,
tratto dal secondo libro di Samuele, ci presenta uno dei
colloqui più drammatici dell’Antico Testamento. Al
centro di questo dialogo c’è un verdetto bruciante, con
cui la Parola di Dio, proferita dal profeta Natan, mette a
nudo un re giunto all’apice della sua fortuna politica,
ma caduto pure al livello più basso della sua vita
morale. Per cogliere la tensione drammatica di questo
dialogo, occorre tener presente l’orizzonte storico e
teologico in cui esso si pone. È un orizzonte disegnato
dalla vicenda di amore con cui Dio sceglie Israele come
suo popolo, stabilendo con esso un’alleanza e
preoccupandosi di assicurargli terra e libertà. Davide è
un anello di questa storia della continua premura di Dio
per il suo popolo. Viene scelto in un momento difficile e
posto a fianco del re Saul, per diventare poi suo
successore. Il disegno di Dio riguarda anche la sua
discendenza, legata al progetto messianico, che troverà
in Cristo, "figlio di Davide", la sua piena
realizzazione.
La figura
di Davide è così immagine di grandezza storica e
religiosa insieme. Tanto più contrasta con ciò
l’abiezione in cui egli cade, quando, accecato dalla
passione per Betsabea, la strappa al suo sposo, uno dei
suoi più fedeli guerrieri, e di quest’ultimo ordina poi
freddamente l’assassinio. È cosa che fa rabbrividire:
come può, un eletto di Dio, cadere tanto in basso?
L’uomo è davvero grandezza e miseria: è grandezza
perché porta in sé l’immagine di Dio ed è oggetto del
suo amore; è miseria perché può fare cattivo uso della
libertà che è il suo grande privilegio, finendo per
mettersi contro il suo Creatore. Il verdetto di Dio,
pronunciato da Natan su Davide, rischiara le intime fibre
della coscienza, lì dove non contano gli eserciti, il
potere, l’opinione pubblica, ma dove si è soli con Dio
solo. "Tu sei quell’uomo": è parola
che inchioda Davide alle sue responsabilità.
Profondamente colpito da questa parola, il re sviluppa un
pentimento sincero e si apre all’offerta della
misericordia. Ecco il cammino della conversione.
Ad
invitarci a questo cammino, accanto a Davide, si pone oggi
Francesco. Da quanto i biografi narrano dei suoi anni
giovanili, nulla fa pensare a cadute così gravi come
quella imputata all’antico re d’Israele. Ma lo stesso
Francesco, nel Testamento redatto negli ultimi mesi
della sua esistenza, guarda ai suoi primi venticinque anni
come ad un tempo in cui "era nei peccati" (cfr 2
Test 1: FF 110). Al di là delle singole
manifestazioni, peccato era il suo concepire e
organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo
vani sogni di gloria terrena. Non gli mancava, quando era
il "re delle feste" tra i giovani di Assisi (cfr
2 Cel I, 3, 7: FF 588), una naturale
generosità d’animo. Ma questa era ancora ben lontana
dall’amore cristiano che si dona senza riserve.
Com’egli stesso ricorda, gli sembrava amaro vedere i
lebbrosi. Il peccato gli impediva di dominare la
ripugnanza fisica per riconoscere in loro altrettanti
fratelli da amare. La conversione lo portò ad esercitare
misericordia e gli ottenne insieme misericordia. Servire i
lebbrosi, fino a baciarli, non fu solo un gesto di
filantropia, una conversione, per così dire,
"sociale", ma una vera esperienza religiosa,
comandata dall’iniziativa della grazia e dall’amore di
Dio: "Il Signore – egli dice – mi condusse tra di
loro" (2 Test 2: FF 110). Fu allora che
l’amarezza si mutò in "dolcezza di anima e di
corpo" (2 Test 3: FF 110). Sì, miei
cari fratelli e sorelle, convertirci all’amore è
passare dall’amarezza alla "dolcezza", dalla
tristezza alla gioia vera. L’uomo è veramente se
stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive
con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli.
Nel brano
della Lettera ai Galati, emerge un altro aspetto
del cammino di conversione. A spiegarcelo è un altro
grande convertito, l’apostolo Paolo. Il contesto delle
sue parole è il dibattito in cui la comunità primitiva
si trovò coinvolta: in essa molti cristiani provenienti
dal giudaismo tendevano a legare la salvezza al compimento
delle opere dell’antica Legge, vanificando così la
novità di Cristo e l’universalità del suo messaggio.
Paolo si erge come testimone e banditore della grazia.
Sulla via di Damasco, il volto radioso e la voce forte di
Cristo lo avevano strappato al suo zelo violento di
persecutore e avevano acceso in lui il nuovo zelo del
Crocifisso, che riconcilia i vicini ed i lontani nella sua
croce (cfr Ef 2,11-22). Paolo aveva capito che in
Cristo tutta la legge è adempiuta e chi aderisce a Cristo
si unisce a Lui, adempie la legge. Portare Cristo, e con
Cristo l’unico Dio, a tutte le genti era divenuta la sua
missione. Cristo "infatti è la nostra pace, colui
che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro
della separazione …" (Ef 2,14). La sua
personalissima confessione di amore esprime nello stesso
tempo anche la comune essenza della vita cristiana:
"Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella
fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se
stesso per me" (Gal 2, 20b). E come si può
rispondere a questo amore, se non abbracciando Cristo
crocifisso, fino a vivere della sua stessa vita?
"Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io
che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20a).
Parlando
del suo essere crocifisso con Cristo, San Paolo non solo
accenna alla sua nuova nascita nel battesimo, ma a tutta
la sua vita a servizio di Cristo. Questo nesso con la sua
vita apostolica appare con chiarezza nelle parole
conclusive della sua difesa della libertà cristiana alla
fine della Lettera ai Galati: "D’ora innanzi
nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate
di Gesù nel mio corpo" (6,17). E’ la prima volta,
nella storia del cristianesimo, che appare la parola
‘stigmate di Gesù’. Nella disputa sul modo retto di
vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli
argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della
vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo
nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo
dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. I
lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la
testimonianza della presenza della croce di Gesù nel
corpo di San Paolo, sono le sue stigmate. Non è la
circoncisione che lo salva: le stigmate sono la
conseguenza del suo battesimo, l’espressione del suo
morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del
suo essere nuova creatura (cfr Gal 6,15). Paolo
accenna, del resto, con l’applicazione della parola ‘stigmate’,
all’uso antico di imprimere sulla pelle dello schiavo il
sigillo del suo proprietario. Il servo era così
‘stigmatizzato’ come proprietà del suo padrone e
stava sotto la sua protezione. Il segno della croce,
iscritto in lunghe passioni sulla pelle di Paolo, è il
suo vanto: lo legittima come vero servo di Gesù, protetto
dall’amore del Signore.
Cari
amici, Francesco di Assisi ci riconsegna oggi tutte queste
parole di Paolo, con la forza della sua testimonianza. Da
quando il volto dei lebbrosi, amati per amore di Dio, gli
fece intuire, in qualche modo, il mistero della "kenosi"
(cfr Fil 2,7), l’abbassamento di Dio nella carne
del Figlio dell’uomo, da quando poi la voce del
Crocifisso di San Damiano gli mise in cuore il programma
della sua vita: "Va, Francesco, ripara la mia
casa" (2 Cel I, 6, 10: FF 593), il suo
cammino non fu che lo sforzo quotidiano di immedesimarsi
con Cristo. Egli si innamorò di Cristo. Le piaghe del
Crocifisso ferirono il suo cuore, prima di segnare il suo
corpo sulla Verna. Egli poteva veramente dire con Paolo:
"Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in
me".
E veniamo
al cuore evangelico dell’odierna Parola di Dio. Gesù
stesso, nel brano appena letto del Vangelo di Luca, ci
spiega il dinamismo dell’autentica conversione,
additandoci come modello la donna peccatrice riscattata
dall’amore. Si deve riconoscere che questa donna aveva
osato tanto. Il suo modo di porsi di fronte a Gesù,
bagnando di lacrime i suoi piedi e asciugandoli con i
capelli, baciandoli e cospargendoli di olio profumato, era
fatto per scandalizzare chi, a persone della sua
condizione, guardava con l’occhio impietoso del giudice.
Impressiona, al contrario, la tenerezza con cui Gesù
tratta questa donna, da tanti sfruttata e da tutti
giudicata. Ella ha trovato finalmente in Gesù un occhio
puro, un cuore capace di amare senza sfruttare. Nello
sguardo e nel cuore di Gesù ella riceve la rivelazione di
Dio-Amore!
A scanso
di equivoci, è da notare che la misericordia di Gesù non
si esprime mettendo tra parentesi la legge morale. Per Gesù,
il bene è bene, il male è male. La misericordia non
cambia i connotati del peccato, ma lo brucia in un fuoco
di amore. Questo effetto purificante e sanante si realizza
se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore, che
implica il riconoscimento della legge di Dio, il
pentimento sincero, il proposito di una vita nuova. Alla
peccatrice del Vangelo è molto perdonato, perché ha
molto amato. In Gesù Dio viene a donarci amore e a
chiederci amore.
Che cosa
è stata, miei cari fratelli e sorelle, la vita di
Francesco convertito se non un grande atto d’amore?
Lo rivelano le sue preghiere infuocate, ricche di
contemplazione e di lode, il suo tenero abbraccio del
Bimbo divino a Greccio, la sua contemplazione della
passione alla Verna, il suo "vivere secondo la forma
del santo Vangelo" (2 Test 14: FF 116),
la sua scelta della povertà e il suo cercare Cristo nel
volto dei poveri.
È questa
sua conversione a Cristo, fino al desiderio di
"trasformarsi" in Lui, diventandone
un’immagine compiuta, che spiega quel suo tipico
vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale
anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la
ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la
promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è
un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da
Cristo. È Cristo, infatti, "la nostra pace"
(cfr Ef 2,14). È Cristo il principio stesso del
cosmo, giacché in lui tutto è stato fatto (cfr Gv
1,3). È Cristo la verità divina, l’eterno "Logos",
in cui ogni "dia-logos" nel tempo trova
il suo ultimo fondamento. Francesco incarna profondamente
questa verità "cristologica" che è alle radici
dell’esistenza umana, del cosmo, della storia.
Non posso
dimenticare, nell’odierno contesto, l’iniziativa del
mio Predecessore di santa memoria, Giovanni Paolo II, il
quale volle riunire qui, nel 1986, i rappresentanti delle
confessioni cristiane e delle diverse religioni del mondo,
per un incontro di preghiera per la pace. Fu
un’intuizione profetica e un momento di grazia, come ho
ribadito alcuni mesi or sono nella mia lettera al Vescovo
di questa Città in occasione del ventesimo anniversario
di quell’evento. La scelta di celebrare quell’incontro
ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di
Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con
simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose.
Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa
era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la
sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente
sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque
tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe
a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso. Lo
"spirito di Assisi", che da quell’evento
continua a diffondersi nel mondo, si oppone allo spirito
di violenza, all’abuso della religione come pretesto per
la violenza. Assisi ci dice che la fedeltà alla propria
convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo
crocifisso e risorto non si esprime in violenza e
intolleranza, ma nel sincero rispetto dell’altro, nel
dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e
alla ragione, nell’impegno per la pace e per la
riconciliazione. Non potrebbe essere atteggiamento
evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare
l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la
certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di
Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come
via, verità e vita dell’uomo (cfr Gv 14,6),
unico Salvatore del mondo.
Francesco
di Assisi ottenga a questa Chiesa particolare, alle Chiese
che sono in Umbria, a tutta la Chiesa che è in Italia,
della quale egli, insieme con Santa Caterina da Siena, è
patrono, ai tanti che nel mondo si richiamano a lui, la
grazia di una autentica e piena conversione all’amore di
Cristo.
LE
PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
Al
termine della Celebrazione Eucaristica nella Piazza
Inferiore di San Francesco ad Assisi, il Papa introduce la
preghiera mariana dell’Angelus con le seguenti parole:
Cari
Fratelli e Sorelle!
Otto
secoli or sono, difficilmente la città di Assisi avrebbe
potuto immaginare il ruolo che la Provvidenza le
assegnava, un ruolo che la rende oggi una città così
rinomata nel mondo, un vero "luogo
dell’anima". A darle questo carattere fu l’evento
che qui accadde, e che le impresse un segno indelebile. Mi
riferisco alla conversione del giovane Francesco, che dopo
venticinque anni di vita mediocre e sognatrice, improntata
alla ricerca di gioie e successi mondani, si aprì alla
grazia, rientrò in se stesso e gradualmente riconobbe in
Cristo l’ideale della sua vita. Il mio pellegrinaggio
oggi in Assisi vuole richiamare alla memoria quell’evento
per riviverne il significato e la portata.
Mi sono
soffermato con particolare emozione nella chiesetta di San
Damiano, in cui Francesco ascoltò dal Crocifisso la
parola programmatica: "Va’, Francesco, ripara la
mia casa" (2 Cel I, 6, 10: FF 593). Era
una missione che iniziava con la piena conversione del suo
cuore, per diventare poi lievito evangelico gettato a
piene mani nella Chiesa e nella società. A Rivotorto ho
visto il luogo dove, secondo la tradizione, erano relegati
quei lebbrosi ai quali il Santo si avvicinò con
misericordia, cominciando così la sua via di penitente,
ed anche il Santuario dove è evocata la povera dimora di
Francesco e dei suoi primi fratelli. Sono passato nella
Basilica di Santa Chiara, la "pianticella" di
Francesco, e oggi pomeriggio, dopo la visita alla
Cattedrale di Assisi, sosterò nella Porziuncola, da cui
Francesco guidò, all’ombra di Maria, i passi della sua
fraternità in espansione, e dove esalò l’ultimo
respiro. Lì incontrerò i giovani, perché il giovane
Francesco, convertito a Cristo, parli al loro cuore.
In questo
momento, dalla Basilica di San Francesco dove riposano le
sue spoglie mortali, desidero soprattutto fare miei i suoi
accenti di lode: "Altissimo, Onnipotente, bon
Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et
onne benedizione" (Cantico di Frate Sole 1: FF263).
Francesco d’Assisi è un grande educatore della nostra
fede e della nostra lode. Innamorandosi di Gesù Cristo
egli incontrò il volto di Dio-Amore, ne divenne
appassionato cantore, come vero "giullare di
Dio". Alla luce delle Beatitudini evangeliche si
comprende la mitezza con cui egli seppe vivere i rapporti
con gli altri, presentandosi a tutti in umiltà e
facendosi testimone e operatore di pace.
Da questa
Città della pace desidero inviare un saluto agli
esponenti delle altre confessioni cristiane e delle altre
religioni che nel 1986 accolsero l’invito del mio
venerato Predecessore a vivere qui, nella patria di San
Francesco, una Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace.
Considero mio dovere lanciare da qui un pressante e
accorato appello affinché cessino tutti i conflitti
armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e
dovunque l’odio ceda all’amore, l’offesa al perdono
e la discordia all’unione! Sentiamo spiritualmente qui
presenti tutti coloro che piangono, soffrono e muoiono a
causa della guerra e delle sue tragiche conseguenze, in
qualunque parte del mondo. Il nostro pensiero va
particolarmente alla Terra Santa, tanto amata da San
Francesco, all’Iraq, al Libano, all’intero Medio
Oriente. Le popolazioni di quei Paesi conoscono, ormai da
troppo tempo, gli orrori dei combattimenti, del
terrorismo, della cieca violenza, l’illusione che la
forza possa risolvere i conflitti, il rifiuto di ascoltare
le ragioni dell’altro e di rendergli giustizia. Solo un
dialogo responsabile e sincero, sostenuto dal generoso
sostegno della Comunità internazionale, potrà mettere
fine a tanto dolore e ridare vita e dignità a persone,
istituzioni e popoli.
Voglia
San Francesco, uomo di pace, ottenerci dal Signore che si
moltiplichino coloro che accettano di farsi
"strumenti della sua pace", attraverso i mille
piccoli atti della vita quotidiana; che quanti hanno ruoli
di responsabilità siano animati da un amore appassionato
per la pace e da una volontà indomita di raggiungerla,
scegliendo mezzi adeguati per ottenerla. La Vergine Santa,
che il Poverello amò con cuore tenero e cantò con
accenti ispirati, ci aiuti a scoprire il segreto della
pace nel miracolo d’amore che si compì nel suo grembo
con l’incarnazione del Figlio di Dio.
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