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INCONTRO
CON IL CLERO DELLE DIOCESI DI BELLUNO E TREVISO (24 LUGLIO
2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 24 luglio 2007
Clima
di gioia e di ascolto nell'incontro di Benedetto XVI con
il clero trevigiano e bellunese. Il Papa ha risposto a 10
domande dei sacerdoti su alcune tra le maggiori priorità
pastorali
Un gruppo
di bambini con in mano dei fiori gialli all'esterno della
Chiesa di Santa Giustina e, all'interno, circa 400
sacerdoti delle diocesi di Belluno-feltre e di Treviso. E'
questa la scena che Benedetto XVI ha trovato arrivando
nella tarda mattinata di oggi ad Auronzo di Cadore, per il
suo atteso incontro con il clero locale. Uno scambio di
domande e risposte fra i sacerdoti e il Papa che è
iniziato con la celebrazione dell'Ora sesta e si è
concluso verso le 13. A riferire sui contenuti
dell'incontro è il direttore della Sala Stampa Vaticana,
e nostro direttore generale, padre Federico Lombardi,
intervistato da Roberto Piermarini:
R. - Dieci domande fatte da dieci diversi sacerdoti,
che hanno toccato vari argomenti. Alcuni argomenti sono
facilmente indicabili: il problema della formazione di
giovani e della loro coscienza morale, i problemi della
vita sacerdotale, le priorità del ministero nella
situazione attuale della pastorale in Italia e
nell’evoluzione della situazione storica attuale. Ma
anche alcuni temi di attuale importanza come
l’evangelizzazione e il dialogo. Il dialogo rispettoso
con le altre religioni, in un contesto di forte
immigrazione, ma anche la questione - sempre delicata e
che tocca anche molte persone e tanti sacerdoti - dei
divorziati risposati o conviventi e, quindi, come
conciliare misericordia e verità. Ancora, il tema del
Concilio e della fedeltà al Concilio e al suo spirito.
Argomenti, quindi, molto ampi e molto vari che il Papa
aveva già affrontato anche altre volte nei suoi
interventi e nei suoi documenti e che sono stati toccati
in modo molto vivo: i sacerdoti presenti pendevano,
veramente, dalle sue labbra.
D. - In che clima si è svolto l’incontro?
R. - E’ stato un clima di grande gioia e di grande
attenzione. I presenti erano circa 400 sacerdoti delle due
diocesi. Il Papa ha risposto con la sua abituale chiarezza
e rapidità a tutte le domande, che gli sono state fatte e
che esprimevano bene - credo - i principali interrogati
che questi sacerdoti avevano nel cuore. C’era, quindi,
una grandissima attenzione. C’è stato anche un grande
applauso a scena aperta e poi, naturalmente, gli applausi
conclusivi.
D. - Quindi il Papa era soddisfatto al termine
dell’incontro?
R. - Certamente. Mi pare che tutti fossero soddisfatti:
i sacerdoti da una parte e il Santo Padre dall’altra.
E’ sempre un momento molto bello quello dell’incontro
con i sacerdoti per il Papa. Lo ha detto egli stesso. Non
erano soltanto loro a ringraziare lui, ma anche lui a
ringraziare loro per l’accoglienza e per il clima di
questo incontro.
INCONTRO
DEL SANTO PADRE CON IL CLERO DI BELLUNO-FELTRE E TREVISO
AD AURONZO DI CADORE
D. -
Santità, sono don Claudio, volevo farle una domanda circa
la formazione della coscienza, in particolare riguardo
alle giovani generazioni, perché oggi formare una
coscienza coerente, una coscienza retta, sembra sempre più
difficile. Si scambia il bene e il male con il sentirsi
bene e il sentirsi male, l’aspetto più emotivo. Allora
volevo avere qualche consiglio da parte sua. Grazie...
R. –
Eccellenze, cari fratelli, innanzitutto vorrei esprimervi
la mia gioia e la mia gratitudine per questo bell’incontro.
Ringrazio i due Vescovi, Sua Eccellenza Andrich e Sua
Eccellenza Mazzocato, per quest’invito. A tutti voi che
siete venuti così numerosi in tempo di vacanze il mio
sentito grazie. Vedere una chiesa piena di sacerdoti è
incoraggiante, perché vediamo che i sacerdoti ci sono. La
Chiesa vive, anche se i problemi crescono nel nostro tempo
e proprio nel nostro Occidente. La Chiesa è sempre viva e
con sacerdoti che realmente desiderano annunciare il Regno
di Dio, cresce e resiste a queste complicazioni, che
vediamo nella nostra situazione culturale di oggi. Adesso,
questa prima domanda riflette un poco un problema della
situazione culturale in Occidente, perché il concetto di
coscienza negli ultimi due secoli si è trasformato
profondamente. Oggi prevale l’idea che razionale, che
parte della ragione, sarebbe solo quanto è
quantificabile. Le altre cose, cioè le materie della
religione e della morale, non entrerebbero nella ragione
comune, perché non verificabili, o, come si dice, non
falsificabili nell’esperimento. In questa situazione,
dove morale e religione sono quasi espulse dalla ragione,
l’unico criterio ultimo della moralità e anche della
religione è il soggetto, la coscienza soggettiva che non
conosce altre istanze. Solo il soggetto, alla fine, con il
suo sentimento, le sue esperienze, eventuali criteri che
ha trovato, decide. Ma così il soggetto diventa una realtà
isolata, e cambiano così, come Lei ha detto, di giorno in
giorno, i parametri. Nella tradizione cristiana
"coscienza" vuol dire con-scienza: cioè noi, il
nostro essere è aperto, può ascoltare la voce
dell’essere stesso, la voce di Dio. La voce, quindi, dei
grandi valori è iscritta nel nostro essere e la grandezza
dell’uomo è proprio che non è chiuso in sé, non è
ridotto alle cose materiali, quantificabili, ma ha
un’interiore apertura per le cose essenziali, la
possibilità di un ascolto. Nella profondità del nostro
essere possiamo ascoltare non solo i bisogni del momento,
non solo le cose materiali, ma ascoltare la voce del
Creatore stesso e così si conosce cosa è bene e cosa è
male. Ma naturalmente questa capacità di ascolto deve
essere educata e sviluppata. E proprio questo è
l’impegno dell’annuncio che noi facciamo in Chiesa:
sviluppare questa altissima capacità donata da Dio
all’uomo di ascoltare la voce della verità e così la
voce dei valori. Quindi, direi che un primo passo è di
rendere coscienti le persone che la nostra stessa natura
porta in sé un messaggio morale, un messaggio divino, che
deve essere decifrato e che noi possiamo man mano
conoscere meglio, ascoltare, se il nostro ascolto
interiore viene aperto e sviluppato. Adesso la questione
concreta è come fare questa educazione all’ascolto,
come rendere l’uomo capace di questo, nonostante tutte
queste sordità moderne, come far sì che ritorni questo
ascolto, che sia realmente avvenimento, l’Effatà
del Battesimo, l’apertura dei sensi interiori. Io,
vedendo la situazione nella quale ci troviamo, proporrei
una combinazione tra una via laica e una via religiosa, la
via della fede. Tutti vediamo oggi che l’uomo potrebbe
distruggere il fondamento della sua esistenza, la sua
terra, e quindi che non possiamo più semplicemente fare
con questa nostra terra, con la realtà affidataci, quanto
vogliamo e quanto appare nel momento utile e promettente,
ma dobbiamo rispettare le leggi interiori della creazione,
di questa terra, imparare queste leggi e obbedire anche a
queste leggi, se vogliamo sopravvivere. Quindi, questa
obbedienza alla voce della terra, dell’essere, è più
importante per la nostra felicità futura che le voci del
momento, i desideri del momento. Insomma, questo è un
primo criterio da imparare: che l’essere stesso, la
nostra terra, parla con noi e noi dobbiamo ascoltare se
vogliamo sopravvivere e decifrare questo messaggio della
terra. E se dobbiamo essere obbedienti alla voce della
terra, questo vale ancora di più per la voce della vita
umana. Non solo dobbiamo curare la terra, ma dobbiamo
rispettare l’altro, gli altri. Sia l’altro nella sua
singolarità come persona, come mio prossimo, sia gli
altri come comunità che vive nel mondo e che deve vivere
insieme. E vediamo che solo nel rispetto assoluto di
questa creatura di Dio, di questa immagine di Dio che è
l’uomo, solo nel rispetto del vivere insieme sulla
terra, possiamo andare avanti. E qui arriviamo al punto
che abbiamo bisogno delle grandi esperienze morali
dell’umanità, che sono esperienze nate dall’incontro
con l’altro, con la comunità, l’esperienza che la
libertà umana è sempre una libertà condivisa e può
funzionare soltanto se condividiamo le nostre libertà nel
rispetto di valori che sono comuni per tutti noi. Mi
sembra che con questi passi si possa far vedere la
necessità di obbedire alla voce dell’essere, di
obbedire alla dignità dell’altro, di obbedire alla
necessità del vivere insieme le nostre libertà come una
libertà, e per tutto questo conoscere il valore che vi è
nel permettere una degna comunione di vita tra gli uomini.
Così arriviamo, come già detto, alle grandi esperienze
dell’umanità, nelle quali si esprime la voce
dell’essere, e soprattutto alle esperienze di questo
grande pellegrinaggio storico del popolo di Dio,
cominciato con Abramo, nel quale troviamo non solo le
esperienze umane fondamentali, ma possiamo, tramite queste
esperienze, sentire la voce del Creatore stesso che ci ama
e che ha parlato con noi. Qui, in questo contesto,
rispettando le esperienze umane che ci indicano la strada
oggi e domani, mi sembra che i Dieci Comandamenti abbiano
sempre un valore prioritario, nel quale vediamo i grandi
indicatori di strada. I Dieci Comandamenti riletti,
rivissuti nella luce di Cristo, nella luce della vita
della Chiesa e delle sue esperienze, indicano alcuni
valori fondamentali ed essenziali: il quarto e il sesto
comandamento insieme, indicano l’importanza del nostro
corpo, di rispettare le leggi del corpo e della sessualità
e dell’amore, il valore dell’amore fedele, la
famiglia; il quinto comandamento indica il valore della
vita ed anche il valore della vita comune; il settimo
comandamento indica il valore della condivisione dei beni
della terra e la giusta condivisione di questi beni,
l’amministrazione della creazione di Dio; l’ottavo
comandamento indica il grande valore della verità. Se,
quindi, nel quarto, quinto e sesto comandamento abbiamo
l’amore per il prossimo, nel settimo abbiamo la verità.
Tutto questo non funziona senza la comunione con Dio,
senza il rispetto di Dio e la presenza di Dio nel mondo.
Un mondo dove Dio non c’è diventa in ogni caso un mondo
dell’arbitrarietà e dell’egoismo. Solo se appare Dio
c’è luce, c’è speranza. La nostra vita ha un senso
che non dobbiamo produrre noi, ma che ci precede, ci
porta. In questo senso, quindi, direi, prendiamo insieme
le vie ovvie che oggi anche la coscienza laica può
facilmente vedere, e cerchiamo di guidare così alle voci
più profonde, alla voce vera della coscienza, che si
comunica nella grande tradizione della preghiera, della
vita morale della Chiesa. Così, in un cammino di paziente
educazione, possiamo, penso, tutti imparare a vivere e a
trovare la vera vita.
D. - Sono
don Mauro. Santità, nello svolgimento del nostro
ministero pastorale siamo sempre più gravati da molte
incombenze. Aumentano gli impegni di gestione
amministrativa delle parrocchie, di organizzazione
pastorale e di accoglienza delle persone in situazioni
difficili. Le chiedo su quali priorità orientare oggi il
nostro ministero di sacerdoti e di parroci, per evitare da
un lato la frammentarietà e dall’altro la dispersione?
Grazie.
R. –
E’ una questione molto realistica, è vero. Conosco
anch’io un poco questo problema, con tante pratiche che
arrivano ogni giorno, con tante udienze necessarie, con
tanto da fare. Tuttavia, bisogna trovare le giuste priorità
e non dimenticare l’essenziale: l’annuncio del Regno
di Dio. Sentendo questa domanda, mi è venuto in mente il
Vangelo di due settimane fa sulla missione dei settanta
discepoli. Per questa prima grande missione che Gesù fa
realizzare, a questi settanta discepoli il Signore dà tre
imperativi, che mi sembrano esprimere anche oggi
sostanzialmente le grandi priorità del lavoro di un
discepolo di Cristo, di un sacerdote. I tre imperativi
sono: pregate, curate e annunciate. Penso che dobbiamo
trovare l’equilibrio tra questi tre imperativi
essenziali, tenerli sempre presenti come cuore del nostro
lavoro. Pregate: cioè senza una relazione personale con
Dio, tutto il resto non può funzionare, perché non
possiamo realmente portare Dio e la realtà divina e la
vera vita umana alle persone, se noi stessi non viviamo in
una relazione profonda, vera, di amicizia con Dio, in
Cristo Gesù. Da qui la celebrazione, ogni giorno, della
Santa Eucaristia come incontro fondamentale, dove il
Signore parla con me ed io con il Signore, che si dà
nelle mie mani. Senza la preghiera delle Ore, nella quale
entriamo nella grande preghiera di tutto il Popolo di Dio,
cominciando con i Salmi del popolo antico rinnovato nella
fede della Chiesa, e senza la preghiera personale non
possiamo essere buoni sacerdoti, ma si perde la sostanza
del nostro ministero. Quindi, essere un uomo di Dio, nel
senso di un uomo in amicizia con Cristo e con i suoi santi
è il primo imperativo. C’è poi il secondo. Gesù ha
detto: curate gli ammalati, i dispersi, quelli che hanno
bisogno. E’ l’amore della Chiesa per chi è
emarginato, per chi soffre. Anche le persone ricche
possono essere interiormente emarginate e soffrire.
"Curare" si riferisce a tutti i bisogni umani,
che sono sempre bisogni che vanno in profondità verso
Dio. E’ quindi necessario, come si dice, conoscere le
pecorelle, avere relazioni umane con le persone
affidateci, avere un contatto umano e non perdere
l’umanità, perché Dio si è fatto uomo e ha così
confermato tutte le dimensioni del nostro essere umano.
Ma, come ho accennato, l’umano e il divino vanno sempre
insieme. A questo "curare" nelle sue molteplici
forme, appartiene, mi sembra, anche il ministero
sacramentale. Il ministero della riconciliazione è un
atto di cura straordinario, del quale l’uomo ha bisogno
per essere sano fino in fondo. Quindi, queste cure
sacramentali, cominciando dal Battesimo, che è il
rinnovamento fondamentale della nostra esistenza, passando
al Sacramento della riconciliazione e all’unzione degli
infermi. Naturalmente in tutti gli altri Sacramenti, anche
nell’Eucaristia, c’è una grande cura degli animi.
Dobbiamo curare i corpi, ma soprattutto – questo è il
nostro mandato - le anime. Dobbiamo pensare alle tante
malattie, ai bisogni morali, spirituali che oggi esistono
e che dobbiamo affrontare, guidando le persone
all’incontro con Cristo nel sacramento, aiutandole a
scoprire la preghiera, la meditazione, lo stare in Chiesa
silenziosamente con questa presenza di Dio. E poi
annunciare. Che cosa annunciamo noi? Annunciamo il Regno
di Dio. Ma il Regno di Dio non è una lontana utopia di un
mondo migliore, che forse si realizzerà tra 50 anni o
chissà quando. Il Regno di Dio è Dio stesso, Dio
avvicinatosi e divenuto vicinissimo in Cristo. Questo è
il Regno di Dio: Dio stesso è vicino e dobbiamo noi
avvicinarci a questo Dio che è vicino, perché si è
fatto uomo, rimane uomo ed è sempre con noi nella sua
Parola, nella Santissima Eucaristia e in tutti i credenti.
Quindi, annunciare il Regno di Dio vuol dire parlare di
Dio oggi, rendere presente la parola di Dio, il Vangelo
che è presenza di Dio e, naturalmente, rendere presente
il Dio che si è fatto presente nella sacra Eucaristia.
Nell’intreccio di queste tre priorità e naturalmente
tenendo conto di tutti gli aspetti umani, dei nostri
limiti che dobbiamo riconoscere, possiamo realizzare bene
il nostro sacerdozio. E’ importante anche questa umiltà,
che riconosce i limiti delle nostre forze. Quanto non
possiamo fare, deve fare il Signore. Ed anche la capacità
di delegare, di collaborare. Tutto questo sempre con gli
imperativi fondamentali del pregare, curare e annunciare.
D. – Mi
chiamo don Daniele. Santità, il Veneto è terra di forte
immigrazione, con la presenza consistente di persone non
cristiane. Tale situazione pone le nostre diocesi di
fronte ad un nuovo compito di evangelizzazione al loro
interno. Permane, però, una certa fatica, perché
dobbiamo conciliare le esigenze dell’annuncio del
Vangelo, con quelle di un dialogo rispettoso delle altre
religioni. Quali indicazioni pastorali potrebbe offrire?
Grazie.
R. –
Naturalmente voi siete più vicini a questa situazione. E
in questo senso forse non posso dare molti consigli
pratici, ma posso dire che in tutte le visite ad Limina,
sia dei vescovi asiatici, africani, latino-americani, sia
da tutta l’Italia, sono sempre a confronto con queste
situazioni. Non esiste più un mondo uniforme. Soprattutto
nel nostro Occidente sono presenti tutti gli altri
continenti, le altre religioni, gli altri modi di vivere
la vita umana. Viviamo un incontro permanente, che forse
ci assomiglia alla Chiesa antica, dove si viveva la stessa
situazione. I cristiani erano una piccolissima minoranza,
un grano di senape che cominciava a crescere, circondato
da diversissime religioni e condizioni di vita. Quindi,
dobbiamo reimparare quanto hanno vissuto i cristiani delle
prime generazioni. San Pietro nella sua prima Lettera, al
terzo capitolo, ha detto: "Dovete essere sempre
pronti a dare ragione della speranza che è in voi".
Così lui ha formulato per l’uomo normale di quel tempo,
per il cristiano normale, la necessità di combinare
annuncio e dialogo. Non ha detto formalmente:
"Annunciate ad ognuno il Vangelo". Ha detto:
"Dovete essere capaci, pronti a dare ragione della
speranza che è in voi". Mi sembra che questa sia la
sintesi necessaria tra dialogo e annuncio. Il primo punto
è che in noi stessi debba essere sempre presente la
ragione della nostra speranza. Dobbiamo essere persone che
vivono la fede e che pensano la fede, la conoscono
interiormente. Così in noi stessi la fede diventa
ragione, diventa ragionevole. La meditazione del Vangelo e
qui l’annuncio, l’omelia, la catechesi, per rendere
capaci le persone di pensare la fede, sono già elementi
fondamentali in questo intreccio tra dialogo e annuncio.
Noi stessi dobbiamo pensare la fede, vivere la fede e come
sacerdoti trovare modi diversi per renderla presente, così
che i nostri cattolici cristiani possano trovare la
convinzione, la prontezza e la capacità di dare ragione
della loro fede. Questo annuncio che trasmette la fede
nella coscienza di oggi deve avere molteplici forme. Senza
dubbio, omelia e catechesi sono due forme principali, ma
poi ci sono tanti modi per incontrarsi - seminari della
fede, movimenti laicali, ecc. - dove si parla della fede e
si impara la fede. Tutto questo ci rende capaci,
innanzitutto, di vivere realmente da prossimi dei non
cristiani - in prevalenza qui sono cristiani ortodossi,
protestanti e poi anche esponenti di altre religioni, i
musulmani ed altri. Il primo aspetto è vivere con loro,
riconoscendo con loro il prossimo, il nostro prossimo.
Vivere, quindi, in prima linea l’amore del prossimo come
espressione della nostra fede. Io penso che questa sia già
una testimonianza fortissima e anche una forma di
annuncio: vivere realmente con questi altri l’amore del
prossimo, riconoscere in questi, in loro, il nostro
prossimo, così che loro possano vedere: questo
"amore del prossimo" è per me. Se succede
questo, più facilmente potremo presentare la fonte di
questo nostro comportamento, che cioè l’amore del
prossimo è espressione della nostra fede. Così nel
dialogo non si può subito passare ai grandi misteri della
fede, benché i musulmani abbiano una certa conoscenza di
Cristo, che nega la sua divinità, ma riconosce in Lui
almeno un grande profeta. Hanno amore per la Madonna.
Quindi, ci sono elementi comuni anche nella fede, che sono
punti di partenza per il dialogo. Una cosa pratica e
realizzabile, necessaria, è soprattutto cercare
l’intesa fondamentale sui valori da vivere. Anche qui
abbiamo un tesoro comune, perché vengono dalla religione
abramitica, reinterpretata, rivissuta in modi che sono da
studiare, ai quali dobbiamo infine rispondere. Ma la
grande esperienza sostanziale, quella dei Dieci
Comandamenti, è presente e questo mi sembra il punto da
approfondire. Passare ai grandi misteri mi sembra un
livello non facile, che non si realizza nei grandi
incontri. Il seme deve forse entrare nel cuore, così che
la risposta della fede in dialoghi più specifici possa
maturare qua e là. Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare
è cercare il consenso sui valori fondamentali, espressi
nei Dieci comandamenti, riassunti nell’amore del
prossimo e nell’amore di Dio, e così interpretabili nei
diversi settori della vita. Siamo almeno in un cammino
comune verso il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il
Dio che è finalmente il Dio dal volto umano, il Dio
presente in Gesù Cristo. Ma se quest’ultimo passo è da
fare piuttosto in incontri intimi, personali o di piccoli
gruppi, il cammino verso questo Dio, dal quale vengono
questi valori che rendono possibile la vita comune, questo
mi sembra sia fattibile anche in incontri più grandi.
Quindi, mi sembra che qui si realizzi una forma di
annuncio umile, paziente, che aspetta, ma che anche rende
già concreto il nostro vivere secondo la coscienza
illuminata da Dio.
D. –
Sono don Samuele. Abbiamo accolto il suo invito a pregare,
a curare e ad annunciare. Ci siamo permessi già di
prenderla sul serio nel prenderci cura della sua persona e
in una manifestazione di affetto le abbiamo portato
qualche bottiglia di sano vino della nostra terra, che le
faremo avere attraverso le mani del nostro vescovo. Vengo
alla domanda. Assistiamo sempre più ad un ingente
incremento di situazioni di persone divorziate che si
risposano, convivono e che chiedono una mano per la loro
vita spirituale a noi sacerdoti. Sono persone che spesso
portano con loro la sofferta domanda di accedere ai
sacramenti. Sono realtà che ci chiedono un confronto ed
anche una condivisione delle sofferenze che esse
comportano. Le chiedo, Santo Padre, con quali
atteggiamenti umani, spirituali, pastorali poter mettere
insieme misericordia e verità. Grazie.
R. – Sì,
è un problema doloroso e la ricetta semplice, che lo
risolva, certamente non c’è. Soffriamo tutti di questo
problema, perché tutti abbiamo vicino a noi persone in
queste situazioni e sappiamo che per loro è un dolore e
una sofferenza, perché vogliono stare in piena comunione
con la Chiesa. Questo vincolo del matrimonio precedente è
un vincolo che riduce la loro partecipazione alla vita
della Chiesa. Cosa fare? Direi: un primo punto sarebbe
naturalmente la prevenzione, per quanto possibile. La
preparazione al matrimonio, quindi, diventa sempre più
fondamentale e necessaria. Il Diritto Canonico suppone che
l’uomo come tale, anche senza grande istruzione, intenda
fare un matrimonio secondo la natura umana, come indicato
nei primi capitoli della Genesi. E’ uomo, ha la natura
umana, e quindi sa che cosa sia il matrimonio. Intende
fare quanto gli dice la natura umana. Da questa
presunzione parte il Diritto Canonico. E’ una cosa che
si impone: l’uomo è uomo, la natura è quella e gli
dice questo. Ma oggi questo assioma secondo cui l’uomo
intende fare quanto è nella sua natura, un matrimonio
unico, fedele, si trasforma in un assioma un po’
diverso. "Volunt contrahere matrimonium sicut
ceteri homines". Non è semplicemente più la
natura che parla, ma i "ceteri homines",
quanto fanno tutti. E quanto fanno oggi tutti non è più
semplicemente il matrimonio naturale, secondo il Creatore,
secondo la creazione. Ciò che fanno i "ceteri
homines" è sposarsi con l’idea che un giorno
il matrimonio possa fallire e si possa così passare ad un
altro, ad un terzo e ad un quarto matrimonio. Questo
modello "come fanno tutti" diventa così un
modello in contrasto con quanto dice la natura. Diventa
così normale sposarsi, divorziare, risposarsi e nessuno
pensa che sia una cosa che va contro la natura umana o
comunque si trova difficilmente uno che pensi così. Perciò
per aiutare ad arrivare realmente al matrimonio, non solo
nel senso della Chiesa, ma del Creatore, dobbiamo riparare
la capacità di ascoltare la natura. Ritorniamo al primo
quesito, alla prima domanda. Riscoprire dietro a ciò che
fanno tutti, quanto ci dice la natura stessa, che parla in
modo diverso da questa abitudine moderna. Ci invita,
infatti, al matrimonio per la vita, in una fedeltà per la
vita, anche con le sofferenze del crescere insieme
nell’amore. Quindi, questi corsi preparatori al
matrimonio dovrebbero essere un riparare la voce della
natura, del Creatore, in noi, riscoprire dietro a quanto
fanno tutti i "ceteri homines", quanto ci
dice intimamente il nostro stesso essere. In questa
situazione, quindi, fra quanto fanno tutti e quanto dice
il nostro essere, i corsi preparatori devono essere un
cammino di riscoperta, per reimparare quanto il nostro
essere ci dice, aiutare ad arrivare ad una vera decisione
per il matrimonio secondo il Creatore e secondo il
Redentore. Quindi, questi corsi preparatori per
"imparare se stessi", per imparare la vera
volontà matrimoniale, sono di grande importanza. Ma non
basta la preparazione, le grandi crisi vengono dopo.
Quindi, un permanente accompagnare, almeno nei primi dieci
anni, è molto importante. Perciò, in parrocchia, bisogna
non solo curare i corsi di preparazione, ma la comunione
nel cammino dopo, l’accompagnarsi, l’aiutarsi
reciprocamente. Che i sacerdoti, ma non solo, anche le
famiglie, che hanno già fatto queste esperienze, che
conoscono queste sofferenze, queste tentazioni, siano
presenti nei momenti di crisi. E’ importante la presenza
di una rete di famiglie che si aiutano e diversi movimenti
possono recare un grande contributo. La prima parte della
mia risposta vede il prevenire, non solo nel senso di
preparare, ma di accompagnare, la presenza di una rete di
famiglie che aiuti questa situazione moderna, dove tutto
parla contro la fedeltà a vita. Bisogna aiutare a
trovare, ad imparare anche con sofferenza, questa fedeltà.
In caso, tuttavia, di fallimento, che cioè gli sposi non
si mostrino capaci di stare alla prima volontà, c’è
sempre la questione se fosse realmente una volontà, nel
senso del sacramento. E quindi c’è eventualmente il
processo per la dichiarazione di nullità. Se era un vero
matrimonio e quindi non possono risposarsi, la permanente
presenza della Chiesa aiuta queste persone a sopportare
un’altra sofferenza. Nel primo caso, abbiamo la
sofferenza di superare questa crisi, di imparare una
fedeltà sofferta e matura. Nel secondo caso, abbiamo la
sofferenza di stare in un vincolo nuovo, che non è quello
sacramentale e che non permette quindi la comunione piena
nei sacramenti della Chiesa. Qui, sarebbe da insegnare e
da imparare a vivere con questa sofferenza. Ritorneremo, a
questo punto, nella prima domanda dell’altra diocesi.
Dobbiamo generalmente, nella nostra generazione, nella
nostra cultura, riscoprire il valore della sofferenza,
imparare che la sofferenza può essere una realtà molto
positiva, che ci aiuta a maturare, a divenire più noi
stessi, più vicini al Signore che ha sofferto per noi e
soffre con noi. Anche in questa seconda situazione,
quindi, la presenza del sacerdote, delle famiglie, dei
movimenti, la comunione personale e comunitaria in queste
situazioni, l’aiuto dell’amore del prossimo, un amore
molto specifico, è di grandissima importanza. E penso che
solo questo amore sentito della Chiesa, che si realizza in
un accompagnamento molteplice, possa aiutare queste
persone a riconoscersi amate da Cristo, membri della
Chiesa anche se in una situazione difficile, e così
vivere la fede.
D. –
Santità, io mi chiamo don Saverio e quindi la domanda
verte certamente sulle missioni. Ricorrono 50 anni
quest’anno dell’Enciclica Fidei donum.
Accogliendo l’invito del Papa, molti sacerdoti anche
della nostra diocesi ed io compreso hanno vissuto, abbiamo
vissuto e stanno vivendo l’esperienza della missione ad
gentes. Esperienza, questa, senza dubbio straordinaria
e che a mio modesto parere potrebbero vivere tanti preti
nell’ottica dello scambio tra Chiese sorelle. Data però
la riduzione numerica dei sacerdoti nei nostri Paesi, come
l’indicazione dell’Enciclica è ancora attuale oggi e
con quale spirito accoglierla e viverla sia da parte dei
sacerdoti inviati, sia da parte dell’intera diocesi?
Grazie.
R. –
Grazie. Vorrei anzitutto dire grazie a tutti questi
sacerdoti fidei donum e alle diocesi. Adesso ho
avuto, come già accennato, tante visite ad Limina
sia dei vescovi dell’Asia, che dell’Africa e
dell’America Latina e tutti mi chiedono: "Abbiamo
tanto bisogno di sacerdoti fidei donum e siamo
gratissimi per il lavoro che fanno, rendendo presente, in
situazioni spesso difficilissime, la cattolicità della
Chiesa, la visibilità del fatto che siamo una grande
comunione, universale e c’è un amore del prossimo
lontano che diventa prossimo nella situazione del
sacerdote fidei donum. Questo grande dono che è
stato realmente fatto in questi 50 anni, lo ho sentito e
visto quasi in modo palpabile in tutti i miei dialoghi con
i sacerdoti, che ci dicono "non pensate che noi
africani adesso siamo semplicemente autosufficienti;
abbiamo sempre bisogno della visibilità della grande
comunione della Chiesa universale". Direi che noi
tutti abbiamo bisogno di questa visibilità dell’essere
cattolici, di un amore del prossimo che arriva da lontano
e trova così il prossimo. Oggi la situazione è cambiata
nel senso che anche noi riceviamo in Europa sacerdoti
provenienti dall’Africa, dall’America Latina, da altre
parti dell’Europa stessa e questo ci permette di vedere
la bellezza di questo scambio dei doni, di questo dono
dall’uno all’altro, perché tutti abbiamo bisogno di
tutti: proprio così cresce il Corpo di Cristo. Per
riassumere, vorrei dire che questo dono era ed è un
grande dono, percepito come tale nella Chiesa: in tante
situazioni che adesso non posso descrivere, in cui vi sono
problemi sociali, problemi di sviluppo, problemi di
annuncio della fede, problemi di isolamento, di bisogno
della presenza di altri, questi sacerdoti sono un dono nel
quale le diocesi e le Chiese particolari riconoscono la
presenza di Cristo che si dona per noi e riconoscono al
contempo che la Comunione eucaristica non è solo
comunione soprannaturale, ma diventa comunione concreta in
questo donarsi di sacerdoti diocesani, che si fanno
presenti in altre diocesi e che la rete delle Chiese
particolari diventa così una rete realmente di amore.
Grazie a tutti coloro che hanno fatto questo dono. Io
posso soltanto incoraggiare i Vescovi ed i sacerdoti a
continuare con questo dono. Io so che adesso, con la
mancanza di vocazioni, in Europa diventa sempre più
difficile fare questo dono; ma abbiamo già l’esperienza
che altri continenti, come l’India e l’Africa
soprattutto, ci danno anche da parte loro dei sacerdoti.
La reciprocità rimane sempre molto importante e proprio
l’esperienza che siamo Chiesa inviata al mondo e che
tutti conoscono tutti ed amano tutti è molto necessaria
ed è anche la forza dell’annuncio. Così diventa
visibile che il grano di senape porta frutto e diventa
sempre e di nuovo un grande albero in cui gli uccelli del
cielo trovano riposo. Grazie e coraggio.
D. –
Don Alberto. Santo Padre, i giovani sono il nostro futuro
e la nostra speranza: ma alle volte vedono nella vita non
un’opportunità, ma una difficoltà; non un dono per sé
e per gli altri, ma un qualcosa da consumare subito; non
un progetto da costruire, ma un vagare senza meta. La
mentalità di oggi impone ai giovani di essere sempre
felici e perfetti, con la conseguenza che ogni piccolo
fallimento ed ogni minima difficoltà non sono più visti
come motivo di crescita, ma come una sconfitta. Tutto
questo li porta spesso a gesti irrimediabili come il
suicidio, che provocano una lacerazione nel cuore di
coloro che li amano e dell’intera società. Cosa può
dire a noi educatori che, spesso, ci sentiamo con le mani
legate e senza risposte? Grazie
R. –
Lei mi sembra che abbia dato una precisa descrizione di
una vita nella quale Dio non appare. In un primo momento
sembra che non abbiamo bisogno di Dio, anzi che, senza Dio
saremmo più liberi e il mondo sarebbe più ampio. Ma dopo
un certo tempo, nelle nostre nuove generazioni, si vede
cosa succede, quando Dio scompare. Come Nietzsche ha detto
"La grande luce si è spenta, il sole si è
spento". La vita allora è una cosa occasionale,
diventa una cosa e devo cercare di fare il meglio con
questa cosa e usare la vita come fosse una cosa per una
felicità immediata, toccabile e realizzabile. Ma il
grande problema è che se Dio non c’è e non è il
Creatore anche della mia vita, in realtà la vita è un
semplice pezzo dell’evoluzione, nient’altro, non ha
senso di per sé stessa. Ma io devo invece cercare di
mettere senso in questo pezzo di essere. Vedo attualmente
in Germania, ma anche negli Stati Uniti, un dibattito
abbastanza accanito tra il cosiddetto creazionismo e
l’evoluzionismo, presentati come fossero alternative che
si escludono: chi crede nel Creatore non potrebbe pensare
all’evoluzione e chi invece afferma l’evoluzione
dovrebbe escludere Dio. Questa contrapposizione è
un’assurdità, perché da una parte ci sono tante prove
scientifiche in favore di un’evoluzione che appare come
una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la
nostra conoscenza della vita e dell’essere come tale. Ma
la dottrina dell’evoluzione non risponde a tutti i
quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito
filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un
cammino che arriva finalmente all’uomo? Mi sembra molto
importante, questo volevo dire anche a Ratisbona nella mia
lezione, che la ragione si apra di più, che veda sì
questi dati, ma che veda anche che non sono sufficienti
per spiegare tutta la realtà. Non è sufficiente, la
nostra ragione è più ampia e può vedere anche che la
ragione nostra non è in fondo qualcosa di irrazionale, un
prodotto della irrazionalità, ma che la ragione precede
tutto, la ragione creatrice, e che noi siamo realmente il
riflesso della ragione creatrice. Siamo pensati e voluti
e, quindi, c’è una idea che mi precede, un senso che mi
precede e che devo scoprire, seguire e che dà finalmente
significato alla mia vita. Mi sembra questo il primo
punto: scoprire che realmente il mio essere è
ragionevole, è pensato, ha un senso e la mia grande
missione è scoprire questo senso, viverlo e dare così un
nuovo elemento alla grande armonia cosmica pensata dal
Creatore. Se è così, allora anche gli elementi di
difficoltà diventano momenti di maturità, di processo e
di progresso del mio stesso essere, che ha senso dal suo
concepimento fino all’ultimo momento di vita. Possiamo
conoscere questa realtà del senso precedente a tutti noi,
possiamo anche riscoprire il senso della sofferenza e del
dolore; certamente c’è un dolore che dobbiamo evitare e
che dobbiamo allontanare dal mondo: tanti dolori inutili
provocati dalle dittature, dai sistemi sbagliati,
dall’odio e dalla violenza. Ma c’è anche nel dolore
un senso profondo e solo se possiamo dare senso al dolore
e alla sofferenza può maturare la nostra vita. Direi
soprattutto che non è possibile l’amore senza il
dolore, perché l’amore implica sempre una rinuncia a
me, un lasciare me, un accettare l’altro nella sua
alterità, implica un dono di me e, quindi, un uscire da
me stesso. Tutto questo è dolore, sofferenza, ma proprio
in questa sofferenza del perdermi per l’altro, per
l’amato e quindi per Dio, divento grande e la mia vita
trova l’amore e nell’amore il suo senso. Anche
l’inscindibilità di amore e dolore, di amore e Dio sono
elementi che devono entrare nella coscienza moderna per
aiutarci a vivere. In questo senso direi che è importante
far scoprire ai giovani Dio, far scoprire loro l’amore
vero che proprio nella rinuncia diventa grande e così far
scoprire loro anche la bontà interiore della sofferenza,
che mi rende più libero e più grande. Naturalmente per
aiutare i giovani a trovare questi elementi c’è sempre
bisogno di compagnia e di commino, sia la parrocchia o
l’Azione Cattolica o un Movimento, solo in compagnia con
gli altri possiamo anche scoprire nelle nuove generazioni
questa grande dimensione del nostro essere.
D. –
Sono don Francesco. Santo Padre, mi ha molto colpito una
frase che ha scritto nel suo libro "Gesù di Nazaret":
"Ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha
portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un
mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto
semplice: ‘Dio. Ha portato Dio’". Fin qui la
citazione che trovo di una chiarezza e di una verità
disarmanti. La domanda è questa: si parla di nuova
evangelizzazione, di nuovo annuncio del Vangelo - questa
è stata anche la scelta principale del Sinodo della
nostra diocesi di Belluno-Feltre – ma cosa fare perché
questo Dio, unica ricchezza portata da Gesù e che spesso
appare a tanti come avvolto nella nebbia, possa
risplendere ancora fra le nostre case e possa essere acqua
che disseta anche i tanti che sembrano non avere più
sete? Grazie.
R. –
Grazie. Domanda fondamentale. La domanda fondamentale del
nostro lavoro pastorale è come portare Dio al mondo, ai
nostri contemporanei. Evidentemente questo portare Dio è
una cosa multidimensionale: già nell’annuncio, nella
vita e nella morte di Gesù, vediamo come si sviluppa in
tante dimensioni questo Unico. Mi sembra che dobbiamo
sempre tenere le due cose: da una parte l’annuncio
cristiano, il cristianesimo non è un pacchetto
complicatissimo di tanti dogmi, così che nessuno può
conoscerli tutti; non è cosa solo per accademici, che
possono studiare queste cose, ma è cosa semplice: Dio
c’è e Dio è vicino in Gesù Cristo. Così Gesù Cristo
stesso ha detto, riassumendo, è arrivato il Regno di Dio.
Questo annunciamo. Una cosa, in fondo, semplice. Tutte le
dimensioni che poi si mostrano sono dimensioni
dell’unica cosa e non tutti devono conoscere tutto, ma
certamente devono entrare nell’intimo e
nell’essenziale, così si aprono con una sempre
crescente gioia anche le diverse dimensioni. Ma adesso
come fare in concreto? Mi sembra che, parlando del lavoro
pastorale oggi, ne abbiamo già toccato i punti
essenziali. Ma per continuare in questo senso, portare Dio
implica soprattutto - da una parte - l’amore e -
dall’altra - la speranza e la fede. Quindi la dimensione
della vita vissuta, la migliore testimonianza per Cristo,
il miglior annuncio è sempre la vita di veri cristiani.
Se vediamo famiglie nutrite dalla fede come vivono nella
gioia, come vivono anche la sofferenza in una profonda e
fondamentale gioia, come aiutano gli altri, amando Dio e
il prossimo, mi sembra che questo sia oggi l’annuncio più
bello. Anche per me l’annuncio più confortante è
sempre quello di vedere le famiglie cattoliche o le
personalità cattoliche che sono penetrate dalla fede:
risplende in loro realmente la presenza di Dio e arriva
questa "acqua viva" della quale Lei ha parlato.
Quindi l’annuncio fondamentale è proprio quello della
vita stessa dei cristiani. Naturalmente c’è poi
l’annuncio della Parola. Dobbiamo fare tutto perché la
Parola sia ascoltata, sia conosciuta. Oggi ci sono tante
scuole della Parola e del colloquio con Dio nella Sacra
Scrittura, colloquio che diventa necessariamente anche
preghiera, perché uno studio puramente teorico della
Sacra Scrittura è un ascolto solo intellettuale e non
sarebbe un vero e sufficiente incontro con la Parola di
Dio. Se è vero che nella Scrittura e nella Parola di Dio
è il Signore Dio Vivente che parla con noi, provoca la
risposta e la preghiera, allora le scuole della Scrittura
devono essere anche scuole della preghiera, del dialogo
con Dio, dell’avvicinarsi intimamente a Dio. Quindi,
tutto l’annuncio. Poi naturalmente direi i Sacramenti.
Con Dio vengono sempre anche tutti i Santi. E’
importante – questo ci dice la Sacra Scrittura sin
dall’inizio – Dio non viene mai da solo, ma viene
accompagnato e circondato dagli Angeli e dai Santi. Nella
grande vetrata di San Pietro che raffigura lo Spirito
Santo mi piace tanto il fatto che Dio è circondato da una
folla di angeli e di esseri viventi, che sono espressione
e emanazione – per così dire – dell’amore di Dio.
Con Dio, con Cristo, con l’uomo che è Dio e con Dio che
è uomo, arriva la Madonna. Questo è molto importante.
Dio, il Signore, ha una Madre e nella Madre riconosciamo
realmente la bontà materna di Dio. La Madonna, la Madre
di Dio, è l’ausilio dei cristiani, è la nostra
permanente consolazione, è il nostro grande aiuto. Questo
lo vedo anche nel dialogo con i vescovi del mondo,
dell’Africa ed ultimamente anche dell’America Latina,
che l’amore per la Madonna è la grande forza della
cattolicità. Nella Madonna riconosciamo tutta la
tenerezza di Dio e, quindi, coltivare e vivere questo
gioioso amore della Madonna, di Maria, è un dono della
cattolicità molto grande. E poi ci sono i Santi, ogni
luogo ha il suo Santo. Questo va bene così, perché così
vediamo i molteplici colori dell’unica luce di Dio e del
suo amore, che si avvicina a noi. Scoprire i Santi nella
loro bellezza, nel loro avvicinarsi nella Parola a me,
poiché in un determinato Santo, posso trovare tradotta
proprio per me la Parola inesauribile di Dio. E poi tutti
gli aspetti della vita parrocchiale, anche quelli umani.
Non dobbiamo essere sempre nelle nuvole, nelle altissime
nuvole del Mistero, dobbiamo essere anche con i piedi per
terra e vivere insieme la gioia di essere una grande
famiglia: la piccola grande famiglia della parrocchia; la
grande famiglia della diocesi, la grande famiglia della
Chiesa universale. A Roma posso vedere tutto questo, posso
vedere come persone provenienti da tutte le parti della
terra e che non si conoscono, in realtà si conoscono,
perché sono tutti parte della famiglia di Dio, sono
vicini perché hanno tutto: l’amore del Signore,
l’amore della Madonna, l’amore dei Santi, la
successione apostolica e il successore di Pietro, i
vescovi. Direi che questa gioia della cattolicità, con i
suoi molteplici colori, è anche la gioia della bellezza.
Abbiamo qui la bellezza di un bell’organo; la bellezza
di una bellissima chiesa, la bellezza cresciuta nella
Chiesa. Mi sembra una meravigliosa testimonianza della
presenza e della verità di Dio. La Verità si esprime
nella bellezza e dobbiamo essere grati per questa bellezza
e cercare di fare tutto il possibile perché rimanga
presente, si sviluppi e cresca ancora. Così mi sembra che
arrivi Dio, in modo molto concreto, in mezzo a noi.
D. –
Sono don Lorenzo, parroco. Santo Padre, dai sacerdoti i
fedeli attendono soltanto una cosa: che siano specialisti
nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Non sono
parole mie, ma di Sua Santità in un intervento al clero.
Il mio padre spirituale in seminario, durante quelle
faticosissime sedute di direzione spirituale, mi diceva:
"Lorenzino, umanamente ci siamo, ma…." e
quando diceva "ma" intendeva dire che a me
piaceva più giocare al pallone che fare l’adorazione
eucaristica. E questo non faceva bene alla mia vocazione,
che non era bello contestare le lezioni di morale e di
diritto, perché i professori ne sapevano più di me. E
con quel "ma" chissà cos’altro voleva
intendere. Ora lo penso in cielo e gli dico comunque
qualche requiem. Malgrado tutto ciò, sono 34 anni
che sono prete e ne sono anche felice: miracoli non ne ho
fatti, disastri conosciuti nemmeno, sconosciuti forse.
"Umanamente ci siamo", per me è un grande
complimento. Ma avvicinare l’uomo a Dio e Dio all’uomo
non passa soprattutto attraverso quanto chiamiamo umanità
che è irrinunciabile, anche per noi preti?
R. –
Grazie. Direi semplicemente sì a quanto Lei ha detto alla
fine. Il cattolicesimo, un po’ semplicisticamente, è
stato sempre considerato la religione del grande et et:
non di grandi esclusivismi, ma della sintesi. Cattolico
vuole dire proprio "sintesi". Perciò sarei
contro una alternativa o giocare al pallone o studiare la
Sacra Scrittura o il Diritto Canonico. Facciamo ambedue le
cose. E’ bello fare lo sport, io non sono un grande
sportivo, ma magari andare in montagna mi piaceva quando
ero ancora più giovane, adesso faccio solo camminate
molto facili, ma sempre trovo molto bello camminare qui in
questa bella terra che il Signore ci ha dato. Quindi non
possiamo sempre vivere nella meditazione alta, forse un
Santo nell’ultimo gradino del suo cammino terrestre può
arrivare a questo punto, ma normalmente viviamo con i
piedi per terra e gli occhi verso il cielo. Ambedue le
cose ci sono date dal Signore e quindi amare le cose
umane, amare le bellezze della sua terra non solo è molto
umano, ma è anche molto cristiano e proprio cattolico.
Direi che – e mi sembra di averlo già accennato prima
– ad una pastorale buona e realmente cattolica
appartiene anche questo aspetto: vivere nell’et et;
vivere l’umanità e l’umanesimo dell’uomo, tutti i
doni che il Signore ci ha dato e che abbiamo sviluppato e,
nello stesso tempo, non dimenticare Dio, perché alla fine
la luce grande viene da Dio e soltanto da Lui viene poi la
luce che dà gioia a tutti questi aspetti delle cose che
ci sono. Quindi vorrei semplicemente impegnarmi per la
grande sintesi cattolica, per questo "et et";
essere veramente uomo ed ognuno secondo i suoi doni e
secondo il suo carisma amare la terra e le belle cose che
il Signore ci ha dato, ma essere anche grati perché sulla
terra splende la luce di Dio, che dà splendore e bellezza
a tutto il resto. Viviamo in questo senso gioiosamente la
cattolicità. Questa sarebbe la mia risposta.
(Applausi)
D. – Mi
chiamo don Arnaldo. Santo Padre, esigenze pastorali e di
ministero, oltre al diminuito numero di sacerdoti,
sollecitano i nostri vescovi a rivedere la distribuzione
del clero, spesso accumulando impegni e più parrocchie
nella stessa persona. Ciò tocca la sensibilità di tante
comunità di battezzati e la disponibilità di noi
sacerdoti a vivere insieme – preti e laici – il
ministero pastorale. Come vivere questo cambiamento di
organizzazione pastorale, privilegiando la spiritualità
del buon Pastore? Grazie, Santità…
R. – Sì,
ritorniamo a questa questione delle priorità pastorali e
come oggi fare il parroco. Poco tempo fa, un Vescovo
francese, che era religioso e quindi non è stato mai
parroco, mi ha detto: "Santità, vorrei che Lei mi
chiarisse che cosa è un parroco. Noi in Francia abbiamo
queste grandi unità pastorali con 5-6-7 parrocchie e il
parroco diventa un coordinatore di organismi, di lavori
diversi", ma gli sembrava che, essendo talmente
occupato con il coordinamento di questi diversi enti con i
quali ha da fare, non avesse più la possibilità
dell’incontro personale con le sue pecorelle e lui,
essendo Vescovo e quindi un grande parroco, si domandava
se questo sistema è giusto o se non dovremmo ritrovare
una possibilità affinché il parroco sia realmente
parroco e quindi pastore del suo gregge. Naturalmente non
potevo immediatamente dare una ricetta per risolvere
questa situazione della Francia, ma il problema si pone in
generale, che il parroco nonostante nuove situazioni e
nuove forme di responsabilità non perda la vicinanza con
la gente, l’essere realmente in persona il pastore di
questo gregge affidatogli dal Signore. Le situazioni sono
diverse: penso ai vescovi nelle loro diocesi con
situazioni molto diverse; essi devono vedere bene come
assicurare che il parroco rimanga pastore e non diventi un
burocrate sacro. In ogni caso mi sembra che una prima
opportunità nella quale possiamo essere presenti alle
persone affidateci sia proprio la vita sacramentale:
nell’Eucaristia siamo insieme e possiamo e dobbiamo
incontrarci; il Sacramento della penitenza e della
riconciliazione è un incontro personalissimo; così come
lo è il Battesimo che è un incontro personale e non solo
il momento del conferimento del Sacramento. Questi
Sacramenti direi che hanno tutti un contesto: battezzare
vuole dire prima catechizzare un po’ questa giovane
famiglia, parlare con loro così che il Battesimo sia
anche un incontro personale ed un’occasione per una
catechesi molto concreta. Così come la preparazione alla
Prima Comunione, alla Cresima e al Matrimonio sono sempre
occasioni dove realmente il parroco, il sacerdote, in
persona incontra le persone; è il predicatore ed è
l’amministratore dei Sacramenti in un senso che implica
sempre la dimensione umana. Il Sacramento non è mai
soltanto un atto rituale, ma l’atto rituale e
sacramentale è il condensamento di un contesto umano nel
quale si muove il sacerdote, il parroco. Mi sembra poi
molto importante trovare dei sistemi giusti di delega. Non
è giusto che il parroco debba fare solo il coordinatore
di organismi; egli deve piuttosto delegare in modi diversi
e certamente nei Sinodi – e qui in diocesi avete avuto
il Sinodo – si trova il modo per poter liberare
sufficientemente il parroco, affinché da una parte
conservi la responsabilità di questa totalità
dell’unità pastorale affidatagli, ma non si riduca
sostanzialmente e soprattutto il burocrate che coordina,
ma uno che tiene in mano i fili essenziali, ma ha poi dei
collaboratori. Mi sembra che questo sia uno dei risultati
importanti e positivi del Concilio: la corresponsabilità
di tutta la parrocchia: non è più soltanto il parroco
che deve vivificare tutto, ma, poiché tutti siamo
parrocchia, tutti dobbiamo collaborare ed aiutare, affinché
il parroco non rimanga isolato sopra come coordinatore, ma
si trovi realmente come pastore affiancato in questi
lavori comuni nei quali, insieme, si realizza e si vive la
parrocchia. Direi quindi che - da una parte - questo
coordinamento e questa responsabilità vitale di tutta la
parrocchia e – dall’altra parte – la vita
sacramentale e di annuncio come centro della vita
parrocchiale potrebbero consentire anche oggi, in
circostanze certamente più difficili, di essere il
parroco che non conosce forse tutti per nome, come il
Signore ci dice del Buon Pastore, ma conosce realmente le
sue pecorelle ed è realmente il pastore che le chiama e
che le guida.
D. – Io
ho l’ultima domanda e sarei molto tentato di metterla
via, perché si tratta di una domanda piccola e dopo nove
volte che vostra Santità ha saputo trovare la strada per
parlarci di Dio e portarci molto molto in alto, mi pare
quasi banale e povero quello che sto per chiederle, ma
ormai lo faccio. Si tratta di una parola per quelli della
mia generazione, per noi che ci siamo preparati durante
gli anni del Concilio, poi siamo partiti con entusiasmo e
forse anche con la pretesa di cambiare il mondo, abbiamo
anche lavorato tanto ed oggi siamo un po’ in difficoltà,
perché stanchi, perché non si sono realizzati molti
sogni ed anche perché ci sentiamo un po’ isolati. I più
anziani ci dicono "Vedete che avevamo ragione noi ad
essere più prudenti" ed i giovani qualche volta ci
trattano da "nostalgici del Concilio". La nostra
domanda è questa: "Possiamo ancora portare un dono
alla nostra Chiesa, specialmente con quell’attaccamento
alla gente che ci sembra ci abbia contraddistinto? Ci
aiuti a riprendere speranza e serenità….
R. –
Grazie, è una domanda importante e che io conosco molto
bene. Anch’io ho vissuto i tempi del Concilio, essendo
nella Basilica di San Pietro con grande entusiasmo e
vedendo come si aprivano nuove porte e pareva realmente
essere la nuova Pentecoste, dove la Chiesa poteva
nuovamente convincere l’umanità, dopo
l’allontanamento del mondo dalla Chiesa nell’Ottocento
e nel Novecento, sembrava si rincontrassero di nuovo
Chiesa e mondo e che rinascesse nuovamente un mondo
cristiano ed una Chiesa del mondo e veramente aperta al
mondo. Abbiamo tanto sperato, ma le cose in realtà si
sono rivelate più difficili. Tuttavia rimane la grande
eredità del Concilio, che ha aperto una strada nuova, è
sempre una magna charta del cammino della Chiesa,
molto essenziale e fondamentale. Ma perché è andata così?
Prima vorrei forse cominciare con un’osservazione
storica. I tempi di un post-Concilio sono quasi sempre
molto difficili. Dopo il grande Concilio di Nicea - che
per noi è realmente il fondamento della nostra fede, di
fatto noi confessiamo la fede formulata a Nicea – non è
nata una situazione di riconciliazione e di unità come
aveva sperato Costantino, promotore di tale grande
Concilio, ma una situazione realmente caotica di lite di
tutti contro tutti. San Basilio nel suo libro sullo
Spirito Santo paragona la situazione della Chiesa dopo il
Concilio di Nicea ad una battaglia navale di notte dove
nessuno più conosce l’altro, ma tutti sono contro
tutti. Era realmente una situazione di caos totale: così
descrive con colori forti il dramma del dopo Concilio, del
dopo Nicea, San Basilio. Poi 50 anni dopo, per il Concilio
primo di Costantinopoli, l’imperatore invita San
Gregorio Nazianzeno a partecipare al Concilio e San
Gregorio Nazianzeno risponde: No, non vengo, perché io
conosco queste cose, so che da tutti i Concili nasce solo
confusione e battaglia, quindi non vengo. E non è andato.
Quindi non è adesso, in retrospettiva, una sorpresa così
grande come era nel primo momento per noi tutti digerire
il Concilio, questo grande messaggio. Immetterlo nella
vita della Chiesa, riceverlo, così che diventi vita della
Chiesa, assimilarlo nelle diverse realtà della Chiesa, è
una sofferenza, e solo nella sofferenza si realizza anche
la crescita. Crescere è sempre anche soffrire, perché è
uscire da uno stato e passare ad un altro. E nel concreto
del dopo-Concilio dobbiamo constatare che vi sono due
grandi cesure storiche. Nel dopo-Concilio, la cesura del
‘68, l’inizio o l’esplosione - oserei dire - della
grande crisi culturale dell’Occidente. Era finita la
generazione del dopoguerra, una generazione che dopo tutte
le distruzioni e vedendo l’orrore della guerra, del
combattersi e constatando il dramma delle queste grandi
ideologie che avevano realmente condotto le persone verso
il baratro della guerra, avevamo riscoperto le radici
cristiane dell’Europa e avevamo cominciato a ricostruire
l’Europa con queste ispirazioni grandi. Ma finita questa
generazione si vedevano anche tutti i fallimenti, le
lacune di questa ricostruzione, la grande miseria nel
mondo e così comincia, esplode la crisi della cultura
occidentale, direi una rivoluzione culturale che vuole
cambiare radicalmente. Dice: non abbiamo creato, in
duemila anni di cristianesimo, il mondo migliore. Dobbiamo
ricominciare da zero in modo assolutamente nuovo; il
marxismo sembra la ricetta scientifica per creare
finalmente il nuovo mondo. E in questo – diciamo –
grave, grande scontro tra la nuova, sana modernità voluta
dal Concilio e la crisi della modernità, diventa tutto
difficile come dopo il primo Concilio di Nicea. Una parte
era del parere che questa rivoluzione culturale era quanto
aveva voluto il Concilio, identificava questa nuova
rivoluzione culturale marxista con la volontà del
Concilio; diceva: questo è il Concilio. Nella lettera i
testi sono ancora un po’ antiquati, ma dietro le parole
scritte sta questo spirito, questo è la volontà del
Concilio, così dobbiamo fare. E dall’altra parte,
naturalmente, la reazione: così distruggete la Chiesa. La
reazione – diciamo – assoluta contro il Concilio, la
anti-conciliarità e – diciamo – la timida, umile
ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio. E come
dice un proverbio "Se cade un albero fa grande
rumore, se cresce una selva non si sente niente perché si
sviluppa un processo senza rumore" e quindi durante
questi grandi rumori del progressismo sbagliato, dell’anti-conciliarismo
cresce molto silenziosamente, con tante sofferenze e anche
con tante perdite nella costruzione di un nuovo passaggio
culturale, il cammino della Chiesa. E poi la seconda
cesura nell’89. Il crollo dei regimi comunisti, ma la
risposta non fu il ritorno alla fede, come si poteva forse
aspettare, non fu la riscoperta che proprio la Chiesa con
il Concilio autentico aveva dato la risposta. La risposta
fu invece lo scetticismo totale, la cosiddetta
post-modernità. Niente è vero, ognuno deve vedere come
vivere, si afferma un materialismo, uno scetticismo
pseudo-razionalista cieco che finisce nella droga, finisce
in tutti questi problemi che conosciamo e di nuovo chiude
le strade alla fede, perché è così semplice, così
evidente. No, non c’è nulla di vero. La verità è
intollerante, non possiamo prendere questa strada. Ecco:
in questi contesti di due rotture culturali, la prima, la
rivoluzione culturale del ’68, la seconda, la caduta
potremmo dire nel nichilismo dopo l’89, la Chiesa con
umiltà, tra le passioni del mondo e la gloria del
Signore, prende la sua strada. Su questa strada dobbiamo
crescere con pazienza e dobbiamo adesso in un modo nuovo
imparare che cosa vuol dire rinunciare al trionfalismo. Il
Concilio aveva detto di rinunciare al trionfalismo – e
aveva pensato al barocco, a tutte queste grandi culture
della Chiesa. Si disse: cominciamo in modo moderno, nuovo.
Ma era cresciuto un altro trionfalismo, quello di pensare:
noi adesso facciamo le cose, noi abbiamo trovato la strada
e troviamo su di essa il mondo nuovo. Ma l’umiltà della
Croce, del Crocifisso esclude proprio anche questo
trionfalismo, dobbiamo rinunciare al trionfalismo secondo
cui adesso nasce realmente la grande Chiesa del futuro. La
Chiesa di Cristo è sempre umile e proprio così è grande
e gioiosa. Mi sembra molto importante che adesso possiamo
vedere con occhi aperti quanto è anche cresciuto di
positivo nel dopo Concilio: nel rinnovamento della
liturgia, nei Sinodi, Sinodi romani, Sinodi universali,
Sinodi diocesani, nelle strutture parrocchiali, nella
collaborazione, nella nuova responsabilità dei laici,
nella grande corresponsabilità interculturale e
intercontinentale, in una nuova esperienza della
cattolicità della Chiesa, dell’unanimità che cresce in
umiltà e tuttavia è la vera speranza del mondo. E così
dobbiamo, mi sembra, riscoprire la grande eredità del
Concilio che non è uno spirito ricostruito dietro i
testi, ma sono proprio i grandi testi conciliari riletti
adesso con le esperienze che abbiamo avuto e che hanno
portato frutto in tanti movimenti, tante nuove comunità
religiose. In Brasile sono arrivato sapendo come si
espandono le sette ; ma una volta arrivato ho visto che
quasi ogni giorno in Brasile nasce una nuova comunità
religiosa, nasce un nuovo movimento, non solo crescono le
sette. Cresce la Chiesa con nuove realtà piene di vitalità,
non così da riempire le statistiche - questa è una
speranza falsa, la statistica non è la nostra divinità -
ma crescono negli animi e creano la gioia della fede,
creano presenza del Vangelo, creano così anche vero
sviluppo del mondo e della società. Quindi mi sembra che
dobbiamo combinare la grande umiltà del Crocifisso, di
una Chiesa che è sempre umile e sempre contrastata dai
grandi poteri economici, militari ecc., ma dobbiamo
imparare insieme con questa umiltà anche il vero
trionfalismo della cattolicità che cresce in tutti i
secoli. Cresce anche oggi la presenza del Crocifisso
risorto, che ha e conserva le sue ferite; è ferito, ma
proprio così rinnova il mondo, dà il suo soffio che
rinnova anche la Chiesa nonostante tutta la nostra povertà.
E direi, in questo insieme di umiltà della Croce e di
gioia del Signore risorto, che nel Concilio ci ha dato un
grande indicatore di strada, possiamo andare avanti
gioiosamente e pieni di speranza.
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