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Radio
Vaticana 4 marzo 2011
Il
dolore del Papa per l'assassinio del ministro Bhatti. La
testimonianza del fratello: ora sia abolita la legge sulla
blasfemia
Il
Papa, in un telegramma a firma del cardinale segretario di
Stato Tarcisio Bertone, inviato a mons. Lawrence Saldanha,
arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza
episcopale del pachistana, ha espresso il suo profondo
dolore per l’assassinio, ieri in Pakistan, del ministro
per le minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti, ucciso
durante un agguato teso da un commando di fondamentalisti
islamici ad Islamabad. La comunità cristiana pachistana
sta partecipando a manifestazioni di solidarietà
spontanee, alle quali prendono parte anche musulmani, e a
veglie di preghiera. Il servizio di Amedeo Lomonaco:
La comunità cattolica e tutti i cristiani nella
diocesi di Faisalabad, da cui proveniva il ministro Bhatti,
hanno organizzato un corteo pubblico di preghiera per le
vie della città. Sono stati anche annunciati tre giorni
di lutto pubblico, da domani a domenica prossima. Ad
Islamabad si terrà questa sera una fiaccolata con
“preghiere e canti spirituali”. Si tratta di
iniziative che intendono offrire “una testimonianza di
fede per commemorare il ministro e ricordare il suo
messaggio”. Domani la salma di Shabaz Bhatti sarà
portata nella chiesa di Nostra Signora di Fatima, a
Islamabad, dove il vescovo mons. Anthony Rufin, celebrerà
una Santa Messa di suffragio. Successivamente – ricorda
l’agenzia Fides - la comunità cristiana si riunirà, a
Kushphur il villaggio cattolico nella diocesi di
Faisalabad dove era nato il ministro Bhatti. Nella chiesa
di questo villaggio sarà celebrato il funerale, che verrà
presieduto da mons. Joseph Coutts, vescovo di Faisalabad.
E’ prevista una massiccia presenza di autorità civili,
di leader religiosi cristiani, indù e musulmani, di
attivisti per i diritti umani.
Ieri, dopo il diffondersi della notizia
dell’omicidio, manifestazioni spontanee si sono tenute
in tutte le principali città del Pakistan. In una
dichiarazione congiunta, la Chiesa cattolica e le Chiese
protestanti del Pakistan ricordano il ministro Bhatti come
“uno statista impegnato per l’armonia
interreligiosa”, affermando che il suo assassinio
solleva ancora una volta “la questione della protezione
delle minoranze religiose, della loro vita e della libertà”.
Le Chiese cristiane invitano il governo a fare “passi
concreti per fermare l’estremismo in Pakistan”. Se non
si fermeranno gli omicidi di democratici e liberali, che
esercitano “la libertà di coscienza e di
espressione”, estremisti e fanatici saranno legittimati
a prendere il potere. Le Chiese nel Paese stigmatizzano
anche l’uso della religione come “strumento di
minaccia e di sofferenza per la gente” e annunciano tre
giorni di lutto. Tutte le scuole e gli istituti cristiani
resteranno chiusi. Le comunità cristiane di tutte le
confessioni vivranno momenti di preghiera e di digiuno.
L’assassinio del ministro cattolico per le per le
Minoranze Shahbaz Bhatti mette a tacere la voce di chi ha
sempre difeso persone discriminate e più deboli. Ma
questo brutale omicidio non può impedire che venga
proseguito il cammino intrapreso per “un futuro di pace
e di speranza per i cristiani e per tutti i pachistani”.
E’ quanto sottolinea Paul Bhatti, medico
specialista in chirurgia d'urgenza da anni in Italia e
fratello del ministro. Amedeo Lomonaco lo ha raggiunto
telefonicamente poco prima della partenza per il Pakistan,
dove domani nel villaggio di Kushphur saranno celebrati i
funerali di Shahbaz Bhatti.
R. – Sto partendo per il Pakistan, dove mi stanno
aspettando per i funerali. Non so quello che dico, perché
veramente sono rimasto sconvolto da quanto accaduto. Ma
tutti ce lo aspettavamo, perché lui non si è mai
tutelato, si è sempre esposto per gli altri, soprattutto
per la gente più povera. Mio fratello combatteva per i
diritti dei cristiani e di tutte le minoranze oppresse in
Pakistan; in particolare contro la legge sulla blasfemia
che condanna a morte chi offende Maometto. Da qui, noi
avevamo l’impressione che questa legge venisse usata
spesso contro i cristiani per rancori personali. Lui ha
lottato molto per questo, al punto da ricevere anche
consensi internazionali dagli Stati Uniti, dal Vaticano e
anche da molti Paesi occidentali. E questo ha colpito il
governo locale, al punto che era quasi riuscito a
presentare un disegno di legge in Parlamento. Ma chi
sostiene che l’attuale legge sia giusta o chi sostiene
che il Parlamento sia manipolato dall’Occidente,
probabilmente non è d’accordo con il suo progetto. Era
molto tempo che mio fratello riceveva minacce di morte.
Poi c’è stato il caso di Asia Bibi, una donna
proveniente da un ceto molto povero condannata a morte
sulla base di quella legge sulla blasfemia. Mio fratello
ha lottato molto, insieme anche con il governatore del
Punjab che è stato ucciso qualche mese fa.
D. – Dr. Paul Bhatti, ci può ricordare chi era suo
fratello, quale la sua famiglia, quale l’educazione
religiosa ricevuta?
R. – Noi veniamo da una famiglia cattolica che vive
in un villaggio cattolico, cristiano del Pakistan, e che
si chiama Kushphur. Qui abbiamo ricevuto un’educazione
cattolica. Mio fratello si era laureato in legge e poi
aveva anche seguito un corso in relazioni internazionali;
ha iniziato ad interessarsi alla politica in maniera
particolare quando ha iniziato a vedere delle ingiustizie
in Pakistan. Il primo evento è stato quando si propose
una carta d’identità diversa tra cristiani e musulmani.
Lui era molto giovane ancora, avrà avuto 23 anni… Iniziò
a protestare, guidando varie manifestazioni. Alla fine,
riuscirono addirittura a far cambiare idea al governo e da
lì iniziò ad impegnarsi contro ogni ingiustizia. E non
solo in questo caso di Asia Bibi: in passato ha lottato
per altre persone che erano state condannate sempre sulla
base della legge contro la blasfemia.
D. – Dopo l’assassinio brutale di suo fratello,
cosa si può sperare per il Pakistan?
R. – Penso che questo possa essere un momento di
riflessione sia per la gente del Pakistan – perché mi
hanno telefonato tanti amici pakistani musulmani, che
condannano questo omicidio e non condividono la
discriminazione - sia per l’Occidente. Si dovrà
promuovere una riflessione all’insegna del dialogo con
quei Paesi che hanno una legge contro la blasfemia,
affinché questa legge venga abolita. Qualcosa dovrà
esser fatto, a livello internazionale, per continuare
questa lotta. Conoscendo l’obiettivo ed anche il
sacrificio di mio fratello, spero che la gente lo segua
…
D. – Quindi, il lavoro e l’impegno di suo fratello
non risulteranno vani …
R. – Credo di no, perché sicuramente anche io
personalmente – non a modo suo, ovviamente – ma per
quello che posso fare, ho deciso di impegnarmi nella
maniera più intensa possibile, perché questa è una
causa giusta, è una causa che lui ha portato avanti e noi
lo seguiamo, lo appoggiamo. Io sono medico qui, in Italia,
ma quello che posso fare sono disposto a farlo, perché
sono convinto che questa opera vada continuata, che vada
appoggiata sui diversi fronti.
D. – Dr. Bhatti, secondo lei dietro a questo
assassinio ci sono i talebani oppure altri gruppi
estremisti in Pakistan?
R. – Questo non lo so. Ho sentito dire che sarebbero
stati lasciati dei volantini dei talebani locali del
Punjab, che si sarebbero assunti la responsabilità
dell’omicidio. Ma quando il mese scorso sono stato in
Pakistan lui mi aveva detto di avere ricevuto molte
minacce e che immaginava che prima o poi l’avrebbero
ucciso. Io gli avevo detto: “Ti conviene venire in
Occidente per qualche mese, finché le acque non si
saranno calmate un po’”. E lui mi rispose che se si
fossero calmate le acque, si sarebbe calmato tutto e
nessuno avrebbe portato avanti la causa, e quindi non
voleva andare via.
D. – Cosa chiede alla Chiesa universale, a tutti i
fedeli, a tutti i cristiani, a tutti i cattolici?
R. – Mio fratello era un cristiano convinto,
praticava la sua fede. Perciò, chi è fedele, chi ha una
fede forte crede nella preghiera: a questa ci tengo e sono
convinto che serva. Penso che anche tutti i cristiani del
Pakistan dovrebbero riflettere su questa situazione in
modo che, in un modo o nell’altro, le ingiustizie si
risolvano. (gf)
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