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INCONTRO
DEL PAPA CON IL CLERO A BRESSANONE (6 AGOSTO 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 7 agosto 2008
L’amore
di Cristo che redime la sofferenza dell’uomo e
l’amministrazione dei Sacramenti ai ragazzi di oggi tra
i temi forti del dialogo tra Benedetto XVI e i sacerdoti
incontrati al Duomo di Bressanone
Il
significato della sofferenza nella vita di un cristiano e
l’importanza della catechesi dei bambini nella
preparazione ai Sacramenti sono stati i temi affrontati
dal Papa nelle risposte a due sacerdoti di lingua
italiana, nell’incontro con il clero altoatesino, ieri
nel Duomo di Bressanone. Come nelle altre quattro
risposte, in lingua tedesca, su diversi temi di grande
attualità per la vita pastorale, Benedetto XVI ha
risposto con franchezza, ricorrendo anche ad esperienze
personali. Il testo integrale del dialogo tra Benedetto
XVI e i sacerdoti della diocesi di Bolzano-Bressanone verrà
pubblicato domani dalla Sala Stampa della Santa Sede e da
“L’Osservatore Romano”. Ma torniamo alle risposte
del Papa ai sacerdoti di lingua italiana con il servizio
di Alessandro Gisotti:
Il messaggio fondamentale del cristianesimo è che la
sofferenza, la passione è presenza dell’amore di Cristo
che ci chiama ad amare i sofferenti: così, Benedetto XVI
ha risposto ad un sacerdote, gravemente malato, che ha
chiesto al Santo Padre una parola di conforto per chi
soffre. Riprendendo la sua Enciclica “Spe Salvi”, il
Papa ha sottolineato che la capacità di accettare le
sofferenze e i sofferenti è misura dell’umanità. Ed ha
ricordato l’esempio di Giovanni Paolo II, la
testimonianza umile della sua passione:
Questa umiltà, questa pazienza con la quale ha
accettato quasi la distruzione del suo corpo, la crescente
incapacità di usare la parola, laddove era stato maestro
della parola. E così ci ha mostrato - mi sembra -
visibilmente questa verità profonda che il Signore ci ha
redento con la sua Croce, con la Passione come estremo
atto del suo amore. Ci ha mostrato che la Passione non è
solo un non, un negativo, una mancanza di qualche cosa, ma
è una realtà positiva.
Papa Wojtyla, ha aggiunto, ha mostrato che la Passione,
accettata nell’amore di Cristo, nell’amore di Dio e
degli altri è una forza redentrice. Certo, ha detto
Benedetto XVI, Giovanni Paolo II è stato un gigante della
fede, ha portato il Vangelo fino ai confini della terra,
ha aperto nuove strade e fatto cadere le mura tra due
mondi. Ma questa sua testimonianza nella sofferenza, ha
ribadito, è una forza dell’amore non meno potente dei
grandi atti che aveva compiuto nella sua prima parte di
Pontificato. Benedetto XVI non ha mancato di esprimere la
sua gratitudine a quanti soffrendo si uniscono a Dio
amore, pur riconoscendo quanto ciò sia difficile:
Vorrei ringraziare tutti coloro che accettano la
passione, che soffrono con il Signore e vorrei
incoraggiare tutti noi ad avere un cuore aperto per i
sofferenti, per gli anziani e capire che proprio la loro
passione è una sorgente di rinnovamento per l’umanità
e crea in noi amore e ci unisce a Cristo. Ma alla fine è
comunque sempre difficile soffrire.
Al Papa è stata poi chiesta una riflessione
sull’amministrazione dei Sacramenti ai giovani. A porre
la domanda è stato un sacerdote, docente di teologia, che
ha rilevato con rammarico che non di rado i ragazzi sono
poco partecipi alla vita ecclesiale. Benedetto XVI ha
riconosciuto di non avere una “risposta infallibile”
sull’argomento ed ha affrontato la questione, prendendo
spunto da una sua testimonianza personale:
Quando ero più giovane ero piuttosto severo.
Dicevo: i Sacramenti sono i Sacramenti della fede, e
quindi dove la fede non c’è, dove non c’è prassi
della fede quindi anche il Sacramento non può essere
conferito. (…) Anche io nel corso degli anni ho capito
che dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore,
che era molto aperto anche con le persone al margine
dell’Israele di quel tempo, era un Signore della
misericordia.
Quindi, il Papa ha indicato alcune linee guida per
affrontare la questione, sulla quale, ha rammentato, aveva
già discusso con i suoi parroci quando era arcivescovo di
Monaco:
Quindi io direi sostanzialmente che i Sacramenti
sono naturalmente Sacramenti della fede, dove non ci fosse
nessun elemento di fede, dove la Prima Comunione fosse
soltanto una festa con un grande pranzo, una festa di bei
vestiti, di doni, allora non sarebbe più un Sacramento
della fede. Ma dall’altra parte se possiamo vedere una
piccola fiamma di desiderio di comunione con la Chiesa, un
desiderio anche di questi bambini che vogliono entrare in
comunione con Gesù, mi sembra che sia giusto essere
piuttosto largo.
Il
Papa ha così messo l’accento sull’importanza di
coinvolgere anche i genitori nel contesto della
preparazione dei bambini ai Sacramenti. I genitori, ha
rilevato, possono reimparare loro stessi la fede,
partecipando al cammino dei propri figli. Di qui
l’esortazione a portare la fiamma dell’amore di Gesù
nei cuori dei bambini e tramite i bambini nei cuori dei
loro genitori.
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Pubblicato
dalla Sala Stampa vaticana il testo integrale del dialogo
del Papa con il clero nel Duomo di Bressanone
La
Sala Stampa vaticana ha pubblicato il testo integrale del
lungo dialogo del Papa con il clero, svoltosi mercoledì
scorso nella Cattedrale di Bressanone. Ecco il testo:
Domanda di Michael Horrer, seminarista:
D. - Santo Padre, mi chiamo Michael Horrer e sono
seminarista. In occasione della XXIII Giornata mondiale
della Gioventù di Sydney, in Australia, alla quale ho
partecipato con altri giovani della nostra diocesi, Lei ha
ribadito continuamente ai 400 mila giovani presenti
l’importanza dell’opera dello Spirito Santo in noi
giovani e nella Chiesa. Il tema della Giornata era:
“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di
voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). Ora noi giovani
siamo ritornati – rafforzati dallo Spirito Santo e dalle
Sue parole – nelle nostre case, nella nostra diocesi ed
alla nostra vita quotidiana. Santo Padre, come possiamo
vivere concretamente qui, nel nostro Paese e nella nostra
vita quotidiana, i doni dello Spirito Santo e
testimoniarli agli altri, in modo che anche i nostri
parenti, amici e conoscenti sentano e sperimentino la
forza dello Spirito Santo e noi possiamo esercitare la
nostra missione di testimoni di Cristo? Cosa ci può
consigliare, per fare in modo che la nostra diocesi
rimanga giovane nonostante l’invecchiamento del clero e
rimanga anche aperta all’opera dello Spirito di Dio che
guida la Chiesa?
R. - Grazie per questa domanda. Sono contento di vedere
un seminarista, un candidato al sacerdozio di questa
diocesi, nel cui volto posso in un certo senso ritrovare
il volto giovane della diocesi, e sono contento di sentire
che Lei, insieme ad altri, è stato a Sydney, dove in una
grande festa della fede abbiamo sperimentato insieme
proprio la giovinezza della Chiesa. Anche per gli
australiani è stata una grande esperienza. Inizialmente
avevano guardato a questa Giornata mondiale della gioventù
con grande scetticismo perché ovviamente avrebbe portato
con sé molti impedimenti nella vita quotidiana, molti
fastidi, come ad esempio per il traffico eccetera. Ma alla
fine – l’abbiamo visto anche dai media, i cui
pregiudizi si sono sbriciolati pezzo per pezzo – tutti
si sono sentiti coinvolti da questa atmosfera di gioia e
di fede; hanno visto che i giovani vengono e non creano
problemi di sicurezza e nemmeno di altro genere, ma sanno
stare insieme con gioia. Hanno visto che anche oggi la
fede è una forza presente, che è una forza capace di
dare il giusto orientamento alle persone, per cui c’è
stato un momento in cui abbiamo veramente sentito il
soffio dello Spirito Santo che spazza via i
pregiudizi, che fa capire agli uomini che sì, qui
troviamo quello che ci tocca da vicino, questa è la
direzione in cui dobbiamo andare; e così si può vivere,
così si apre il futuro.
A ragione Lei ha detto che è stato un momento forte,
dal quale abbiamo riportato a casa una fiammella. Nella
vita quotidiana, però, è molto più difficile percepire
concretamente l’operare dello Spirito Santo o
addirittura essere personalmente mezzo affinché Egli
possa essere presente, affinché si verifichi quel soffio
che spazza via i pregiudizi del tempo, che nel buio crea
la luce e ci fa sentire che la fede non solo ha un futuro,
ma è il futuro. Come possiamo realizzare ciò?
Certamente, da soli non ne siamo in grado. Alla fine, è
il Signore che ci aiuta, ma noi dobbiamo essere strumenti
disponibili. Direi semplicemente: nessuno può dare quello
che non possiede personalmente, cioè: non possiamo
trasmettere lo Spirito Santo in modo efficace, renderlo
percepibile, se noi stessi non gli siamo vicini. Ecco
perché io penso che la cosa più importante sia che noi
stessi rimaniamo, per così dire, nel raggio del soffio
dello Spirito Santo, in contatto con lui. Soltanto se
saremo continuamente toccati interiormente dallo Spirito
Santo, se Egli ha la sua presenza in noi, soltanto allora
possiamo anche trasmetterlo ad altri, Egli allora ci dà
la fantasia e le idee creative sul come fare; idee che non
si possono programmare ma che nascono nella situazione
stessa, perché lì lo Spirito Santo sta operando. Quindi,
primo punto: dobbiamo noi stessi rimanere nel raggio del
soffio dello Spirito Santo.
Il Vangelo di Giovanni ci racconta come, dopo la
Risurrezione, il Signore viene dai discepoli, soffia su di
loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo”. Questo è un
parallelo alla Genesi, dove Dio soffia sull’impasto di
terra e questo prende vita e diventa uomo. Ora l’uomo,
che interiormente è oscurato e mezzo morto, riceve
nuovamente il soffio di Cristo ed è questo soffio di Dio
che gli dà una nuova dimensione di vita, gli dà la vita
con lo Spirito Santo. Possiamo quindi dire: lo Spirito
Santo è il soffio di Gesù Cristo e noi, in un certo
senso, dobbiamo chiedere a Cristo di soffiare sempre su di
noi affinché in noi questo soffio diventi vivo e forte e
operi nel mondo. Ciò significa dunque che dobbiamo
tenerci vicini a Cristo. Noi lo facciamo meditando la sua
Parola. Noi sappiamo che l’autore principale delle Sacre
Scritture è lo Spirito Santo. Quando attraverso di essa
noi parliamo con Dio, quando in essa non cerchiamo
soltanto il passato ma veramente il Signore presente che
ci parla, allora è come se noi ci trovassimo – come ho
detto anche in Australia – a passeggiare nel giardino
dello Spirito Santo, parliamo con Lui, Egli parla con noi.
Ecco, imparare ad essere di casa in questo ambito,
nell’ambito della Parola di Dio è una cosa molto
importante che, in un certo senso, ci introduce nel soffio
di Dio. E poi, naturalmente, questo ascoltare, camminare
nell’ambito della Parola deve trasformarsi in una
risposta, una risposta nella preghiera, nel contatto con
Cristo. E, naturalmente, innanzitutto nel Santo Sacramento
dell’Eucaristia, nel quale Egli ci viene incontro ed
entra in noi, quasi si fonde con noi. Ma poi anche nel
Sacramento della Penitenza, che sempre ci purifica, che
lava via le oscurità che la vita quotidiana ripone in
noi.
In breve, una vita con Cristo nello Spirito Santo,
nella Parola di Dio e nella comunione della Chiesa, nella
sua comunità viva. Sant’Agostino ha detto: “Se vuoi
lo Spirito di Dio, devi essere nel Corpo di Cristo”. Nel
Corpo mistico di Cristo si trova l’ambito del suo
Spirito.
Tutto questo dovrebbe determinare lo svolgimento della
nostra giornata, in modo che diventi una giornata
strutturata, un giorno in cui Dio ha sempre accesso a noi,
in cui continuamente si verifica il contatto con Cristo,
in cui proprio per questo riceviamo continuamente il
soffio dello Spirito Santo. Se faremo questo, se non
saremo troppo pigri, indisciplinati o indolenti, allora ci
accadrà qualcosa, allora la giornata prenderà una forma
e allora la nostra stessa vita prenderà una forma in essa
e questa luce emanerà da noi senza che dobbiamo stare a
pensarci troppo o che dobbiamo adottare un modo d’agire
– per così dire – “propagandistico”: viene da sé,
perché rispecchia il nostro animo.
A questa aggiungerei poi una seconda dimensione,
logicamente collegata con la prima: se viviamo con Cristo,
anche le cose umane ci riusciranno bene. Infatti, la fede
non comporta solo un aspetto soprannaturale, essa
ricostruisce l’uomo riportandolo alla sua umanità, come
mostra quel parallelo tra la Genesi e Giovanni 20; essa si
basa proprio sulle virtù naturali: l’onestà, la gioia,
la disponibilità ad ascoltare il prossimo, la capacità
di perdonare, la generosità, la bontà, la cordialità
tra le persone. Queste virtù umane sono indicative del
fatto che la fede è veramente presente, che noi veramente
siamo con Cristo. E credo che dovremmo fare molta
attenzione, anche per quanto riguarda noi stessi, a
questo: far maturare in noi l’autentica umanità, perché
la fede comporta la piena realizzazione dell’essere
umano, dell’umanità. Dovremmo far attenzione a svolgere
bene ed in maniera giusta le cose umane anche nella
professione, nel rispetto del prossimo,
preoccupandoci del prossimo, che è il modo migliore per
preoccuparci di noi stessi: infatti, “esserci” per il
prossimo è il modo migliore di “esserci” per noi
stessi. E da questo nascono poi quelle iniziative che non
si possono programmare: le comunità di preghiera, le
comunità che leggono insieme la Bibbia o anche l’aiuto
fattivo alle persone che sono in necessità, che ne hanno
bisogno, che si trovano ai margini della vita, ai malati,
agli handicappati e tante altre cose ancora ... Ecco che
ci si aprono gli occhi per vedere le nostre capacità
personali, per prendere le corrispondenti iniziative e
saper infondere negli altri il coraggio di fare
altrettanto. E proprio queste cose umane poi ci
fortificano, mettendoci in qualche modo nuovamente in
contatto con lo Spirito di Dio.
Il capo dei Cavalieri dell’ordine di Malta a Roma mi
ha raccontato che a Natale è andato con alcuni giovani
alla stazione per portare un po’ di Natale alle persone
abbandonate. Mentre egli stesso poi stava ritirandosi, ha
sentito uno dei giovani dire all’altro: “Questo è più
forte della discoteca. Qui è veramente bello, perché
posso fare qualcosa per gli altri!”. Queste sono le
iniziative che lo Spirito Santo suscita in noi. Senza
tante parole esse ci fanno sentire la forza dello Spirito
e si viene resi attenti a Cristo.
Bè, forse ho detto ora poco di concreto, ma penso che
la cosa più importante sia che, innanzitutto, la nostra
vita sia orientata verso lo Spirito Santo, perché viviamo
nell’ambito dello Spirito, nel Corpo di Cristo, e che
poi da questo sperimentiamo l’umanizzazione, curiamo le
semplici virtù umane ed impariamo così ad essere buoni
nel senso più ampio della parola. In questo modo si
acquista sensibilità per le iniziative di bene che poi
naturalmente sviluppano una forza missionaria e in un
certo senso preparano quel momento in cui diventa sensato
e comprensibile parlare di Cristo e della nostra fede.
Domanda di padre Willibald Hopfgartner OFM:
D. - Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono
francescano e opero nella scuola e in diversi ambiti della
guida dell’Ordine. Nel Suo Discorso di Ratisbona Lei ha
sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e
la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre
sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza,
dell’estetica. Allora, accanto al dialogo concettuale su
Dio (in teologia), non dovrebbe essere sempre di nuovo
ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito
della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?
R. - Grazie. Sì, penso che le due cose vadano insieme:
la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione
sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche
modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata,
sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite
formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione
è importante. La fede deve continuamente affrontare le
sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non
sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi
manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle
grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità
– come ebbe a dire una volta Tertulliano. San Pietro,
nella sua prima Lettera, aveva scritto quella frase che i
teologi del medioevo avevano preso come legittimazione,
quasi come incarico per il loro lavoro teologico: “Siate
pronti in ogni momento a rendere conto del senso della
speranza che è in voi” – apologia del logos della
speranza, un trasformare cioè il logos, la ragione della
speranza in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente,
egli era convinto del fatto che la fede fosse logos, che
essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla
Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del
nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo
può essere comunicata a tutti.
Ma proprio questo logos creatore non è soltanto un
logos tecnico – su questo aspetto torneremo con
un’altra risposta – è ampio, è un logos che è amore
e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E,
in realtà, una volta ho detto che per me, l’arte ed i
Santi sono la più grande apologia della nostra fede. Gli
argomenti portati dalla ragione sono assolutamente
importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte
rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i Santi,
questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha
attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è
una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è
veramente la luce dalla luce. E nello stesso modo, se
contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono
semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se
guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente!
Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della
cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio,
Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma
e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le
cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese
barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi
veramente una manifestazione, un’epifania di Dio. E nel
cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che
Dio è diventato una velata Epifania - appare e risplende.
Abbiamo appena ascoltato l’organo in tutto il suo
splendore e io penso che la grande musica nata nella
Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità
della nostra fede: dal gregoriano alla musica delle
cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach
e quindi a Mozart e Bruckner e così via ... Ascoltando
tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa
in si bemolle e le grandi composizioni spirituali della
polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta
la musica, anche quella di compositori minori –
improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del
genere, c’è la Verità. Senza un’intuizione che
scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere
tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare
in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme.
Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della
ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto
che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte
sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria
dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà:
non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi
stiamo lottando per l’allargamento della ragione e
quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al
bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di
totalmente diverso e irragionevole. L’arte cristiana è
un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o
alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte
barocca – ma è espressione artistica di una ragione
molto ampliata ,nella quale cuore e ragione si incontrano.
Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo
la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione
si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più
noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità,
tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche
nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica
convincente.
Allora, caro Padre Hopfgartner, grazie per la domanda;
cerchiamo di fare in modo che le due categorie, quella
estetica e quella noetica, siano unite e che in questa
grande ampiezza si manifesti l’interezza e la profondità
della nostra fede.
Domada di don Willi Fusaro:
D. - Santo Padre, sono don Willi Fusaro, ho 42 anni e sono
ammalato dall'anno della mia ordinazione sacerdotale. Sono
stato ordinato nel giugno del 1991; poi nel settembre
dello stesso anno ho avuto la diagnosi di sclerosi
multipla. Sono cooperatore parrocchiale presso la
parrocchia del Corpus Domini di Bolzano. Mi ha colpito
molto la figura di Giovanni Paolo II, soprattutto
nell'ultimo tempo del suo pontificato, quando portava con
coraggio e umiltà, davanti al mondo intero, la sua umana
debolezza. Vista la sua vicinanza al suo amato
predecessore, e in base alla sua personale esperienza,
quali parole mi può donare e può donare a tutti noi per
aiutare davvero i sacerdoti, anziani, ammalati a vivere
bene e fruttuosamente il loro sacerdozio nel presbiterio e
nella comunità cristiana? Grazie!
R. - Grazie, reverendo. Dunque, anche io direi che per
me le due parti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II
sono ugualmente importanti. La prima parte nella quale lo
abbiamo visto come gigante della fede: egli con un
coraggio incredibile, una forza straordinaria, una vera
gioia della fede, una grande lucidità, ha portato fino ai
confini della terra il messaggio del Vangelo. Ha parlato
con tutti, ha aperto nuove strade con i Movimenti, con il
dialogo interreligioso, con gli incontri ecumenici, con
l’approfondimento dell’ascolto della Parola Divina,
con tutto …. con il suo amore per la Sacra Liturgia. Lui
realmente – possiamo dire – ha fatto cadere non le
mura di Gerico, ma le mura tra due mondi, proprio con la
forza della sua fede e questa testimonianza rimane
indimenticabile, rimane una luce per questo nuovo
millennio.
Ma devo dire che per me anche questi ultimi anni del
suo Pontificato non erano di minore importanza, a motivo
di questa testimonianza umile della sua passione. Come ha
portato la Croce del Signore davanti a noi e ha realizzato
la parola del Signore: “Seguitemi, portando con me, e
seguendo me, la Croce”! Questa umiltà, questa pazienza
con la quale ha accettato quasi la distruzione del suo
corpo, la crescente incapacità di usare la parola, lui
che era stato maestro della parola. E così ci ha mostrato
- mi sembra - visibilmente questa verità profonda che il
Signore ci ha redento con la sua Croce, con la Passione
come estremo atto del suo amore. Ci ha mostrato che la
sofferenza non è solo un non, un qualcosa di negativo, la
mancanza di qualche cosa, ma è una realtà positiva. Che
la sofferenza accettata nell’amore di Cristo,
nell’amore di Dio e degli altri è una forza redentrice,
una forza dell’amore e non meno potente che i grandi
atti che aveva fatto nella prima parte del suo
Pontificato. Ci ha insegnato un nuovo amore per i
sofferenti e fatto capire che cosa vuol dire “nella
Croce e per la Croce siamo salvati”. Anche nella vita
del Signore abbiamo questi due aspetti. La prima
parte dove insegna la gioia del Regno di Dio, porta i suoi
doni agli uomini e poi, nella seconda parte,
l’immergersi nella Passione, fino all’ultimo grido
dalla Croce. E proprio così ci ha insegnato chi è Dio,
che Dio è amore e che nell’identificarsi con la nostra
sofferenza di esseri umani ci prende nelle sue mani e ci
immerge nel suo amore e solo l’amore è il bagno di
redenzione, di purificazione e di rinascita.
Perciò mi sembra che noi tutti – e sempre di nuovo
in un mondo che vive di attivismo, di giovinezza,
dell’essere giovane, forte, bello, del riuscire a fare
grandi cose – dobbiamo imparare la verità dell’amore
che si fa passione e proprio così redime l’uomo e lo
unisce con Dio amore. Quindi vorrei ringraziare tutti
coloro che accettano la sofferenza, che soffrono con il
Signore e vorrei incoraggiare tutti noi ad avere un cuore
aperto per i sofferenti, per gli anziani e capire che
proprio la loro passione è una sorgente di rinnovamento
per l’umanità e crea in noi amore e ci unisce al
Signore. Ma alla fine è sempre difficile soffrire. Mi
ricordo la sorella del cardinale Mayer: era molto
ammalata, e lui le diceva, quando era impaziente: “Ma,
vedi, tu sei adesso con il Signore”. E lei ha risposto:
“Per te è facile dire questo, perché tu sei sano, ma
io sono nella passione”. E’ vero, nella passione vera
diventa sempre difficile unirsi realmente al Signore e
rimanere in questa disposizione di unione con il Signore
sofferente. Preghiamo dunque per tutti i sofferenti
e facciamo quanto sta in noi per aiutarli, mostriamo la
nostra gratitudine per il loro soffrire e assistiamoli in
quanto possiamo, con questo grande rispetto per il valore
della vita umana, proprio della vita sofferente fino alla
fine. E’ questo un messaggio fondamentale del
cristianesimo, che viene dalla teologia della Croce: che
la sofferenza, la passione è presenza dell’amore di
Cristo, è sfida per noi ad unirci con questa sua
passione. Dobbiamo amare i sofferenti non solo con le
parole, ma con tutta la nostra azione e il nostro impegno.
Mi sembra che solo così siamo cristiani realmente. Ho
scritto nella mia Enciclica “Spe salvi” che la capacità
di accettare la sofferenza e i sofferenti è misura
dell’umanità che si possiede. Dove manca questa capacità,
l’uomo è ridotto e ridimensionato. Quindi preghiamo il
Signore perché ci aiuti nella nostra sofferenza e ci
induca ad essere vicini a tutti i sofferenti in questo
mondo.
Domanda del prof. Karl Golser:
D. - Santo Padre! Mi chiamo Karl Golser, sono professore
di teologia morale qui a Bressanone e anche direttore
dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela
della creazione; anche canonico. Mi piace ricordare il
periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla
Congregazione per la Dottrina della Fede. Come
Lei sa, la Chiesa cattolica ha profondamente forgiato la
storia e la cultura nel nostro Paese. Oggi però, a volte
abbiamo la sensazione che, come Chiesa, ci siamo un po’
ritirati in sagrestia. Le dichiarazioni del magistero
pontificio in merito alle grandi questioni sociali non
trovano il giusto riscontro a livello di parrocchie e di
comunità ecclesiali.
Qui, in Alto Adige, ad esempio, le autorità e molte
associazioni richiamano fortemente l’attenzione sui
problemi ambientali e in particolare sui cambiamenti
climatici: gli argomenti principali sono lo scioglimento
dei ghiacciai, le frane in montagna, i problemi del costo
dell’energia, il traffico e l’inquinamento
atmosferico. Molte sono le iniziative a favore della
tutela dell’ambiente.
Nella consapevolezza media dei nostri cristiani, però,
tutto questo ha ben poco a che vedere con la fede. Cosa
possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle
comunità cristiane il senso di responsabilità nei
riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere
sempre più insieme la Creazione e la Redenzione? Come
possiamo vivere in modo esemplare uno stile di vita
cristiano, che sia durevole? E come unirlo ad una qualità
di vita, che sia attraente per tutti gli uomini della
nostra terra?
R. - La ringrazio molto, caro professor Golser:
sicuramente Lei potrebbe rispondere molto meglio di me a
tali questioni, ma proverò lo stesso a dire qualcosa. Lei
ha dunque toccato il Tema Creazione e Redenzione ed io
penso che questo legame inscindibile debba ricevere nuovo
rilievo. Negli ultimi decenni, la dottrina della Creazione
era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile.
Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore
è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua
totale grandezza – di Creatore e di Redentore –
togliamo valore anche alla Redenzione. Infatti, se Dio non
ha nulla da dire nella Creazione, se viene relegato
semplicemente in un ambito della storia, come può
realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà
portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua
interezza e per il mondo nella sua totalità? Ecco perché
per me, il rinnovamento della dottrina della Creazione ed
una nuova comprensione dell’inscindibilità di
Creazione e Redenzione riveste una grandissima importanza.
Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il creator
Spiritus, la Ragione che è in principio e dalla quale
tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una
scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure
entrato nella storia e può entrare nella storia ed
operare in essa proprio perché Egli è il Dio
dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo
questo, ne conseguirà ovviamente che la Redenzione,
l’essere cristiani, semplicemente la fede cristiana
significano sempre e comunque anche responsabilità nei
riguardi della Creazione. Venti-trenta anni fa si
accusavano i cristiani – non so se questa accusa sia
ancora sostenuta – di essere i veri responsabili della
distruzione della Creazione, perché la parola contenuta
nella Genesi – “Soggiogate la terra” – avrebbe
portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui
noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che
dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in
tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata
considerata creazione di Dio, il compito di
“soggiogarla” non è mai stato inteso come un ordine
di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere
custodi della creazione e di svilupparne i doni; di
collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio,
all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i
doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e
distrutti.
Se osserviamo quello che è nato intorno ai monasteri,
come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere
piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente
che tutto ciò non sono soltanto parole, ma dove la Parola
del Creatore è stata compresa nella maniera corretta,
dove c’è stata vita con il Creatore redentore, lì ci
si è impegnati a salvare la creazione e non a
distruggerla. In questo contesto rientra anche il capitolo
8 della Lettera ai Romani, dove si dice che la creazione
soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che
attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà
liberata quando verranno delle creature, degli uomini che
sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio.
Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo
constatare come realtà: il creato geme – lo percepiamo,
quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo
guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della
creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è
ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le
ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà
nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco
della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna
istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi;
inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita
al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo
accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima
intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò
che è possibile possedere.
Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro
lo spreco e la distruzione del creato possono essere
realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là,
dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la
vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni
maggiori – nella responsabilità davanti a Dio – e un
giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta:
donando la vita, noi la riceviamo.
Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che
abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là
dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso
che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando
via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il
sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio
questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede
può parlare pubblicamente e può farsi valere come
istanza propositiva. Infatti, non si tratta soltanto di
trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è
importante trovare energie alternative ed altro. Ma tutto
questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo
un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di
rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai
quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più
facilmente possiamo disporne; una disciplina della
responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del
nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a
Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è
Redentore, ma appunto veramente anche nostro Giudice.
Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso
insieme le due dimensioni – Creazione e Redenzione, vita
terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del
creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del
futuro –, e che sia nostro compito intervenire così in
maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica. Per
essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare
con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile
di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi
stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E
vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere
la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che
il nostro stile di vita diventi testimonianza e poi a
parlare in maniera tale che le nostre parole portino in
modo credibile la fede come orientamento in questo nostro
tempo.
Domanda di don Franz Pixner, decano a Kastelruth:
D. - Santo Padre, mi chiamo Franz Pixner e sono il parroco
di due grandi parrocchie. Io stesso, insieme a molti
confratelli e anche laici, ci preoccupiamo del carico
crescente nella cura pastorale a causa, per esempio, delle
unità pastorali, che si stanno creando: la pesante
pressione del lavoro, la mancanza di riconoscimento, le
difficoltà riguardo al Magistero, la solitudine, la
diminuzione del numero dei sacerdoti ma anche delle
comunità di fedeli. Molti si domandano che cosa Dio ci
stia chiedendo, in questa situazione, e in quale modo lo
Spirito Santo ci voglia incoraggiare. In questo contesto
nascono domande, per esempio in merito al celibato dei
sacerdoti, all’ordinazione di viri probati al
sacerdozio, al coinvolgimento dei carismi, in particolare
anche dei carismi delle donne, nella pastorale,
all’incarico a collaboratrici e collaboratori formati in
teologia di conferire il battesimo e tenere omelie. Si
pone anche la domanda di come noi sacerdoti, di fronte
alle nuove sfide, possiamo aiutarci a vicenda in una
comunità fraterna, e questo nei diversi livelli di
diocesi, decanato, unità pastorale e parrocchia.
La preghiamo, Santo Padre, di darci un buon consiglio per
tutte queste domande. Grazie!
R. - Caro decano, Lei ha aperto tutto il fascio di
domande che occupano e preoccupano i pastori e noi tutti
in questa nostra epoca e certamente Lei sa che io non sono
in grado di dare in questo momento una risposta a tutto.
Immagino che Lei avrà modo di ragionare ripetutamente di
tutto questo anche con il suo Vescovo, e noi a nostra
volta ne parliamo nei Sinodi dei Vescovi. Noi tutti,
credo, abbiamo bisogno di questo dialogo tra di noi, del
dialogo della fede e della responsabilità, per trovare la
retta via in questo tempo sotto molti aspetti difficile
per la fede e faticoso per i sacerdoti. Nessuno ha la
ricetta pronta, stiamo cercando tutti insieme.
Con questa riserva, che cioè insieme a voi tutti mi
trovo in mezzo a questo processo di fatica e di lotta
interiore, cercherò di dire qualche parola, appunto come
parte di un dialogo più ampio.
Nella mia risposta vorrei considerare due aspetti
fondamentali. Da un lato, l’insostituibilità del
sacerdote, il significato e il modo del ministero
sacerdotale oggi; dall’altro lato – e questo oggi
risalta più di prima – la molteplicità dei carismi e
il fatto che tutti insieme sono Chiesa, edificano la
Chiesa e per questo dobbiamo impegnarci nel risvegliare i
carismi, dobbiamo curare questo vivo insieme che poi
sostiene anche il sacerdote. Egli sostiene gli altri, gli
altri sostengono lui, e soltanto in questo insieme
complesso e variegato la Chiesa può crescere oggi e verso
il futuro.
Da una parte, ci sarà sempre bisogno del sacerdote che
è completamente dedito al Signore e perciò completamente
dedito all’uomo. Nell’Antico Testamento c’è la
chiamata alla santificazione che più o meno corrisponde a
quello che noi intendiamo con la consacrazione, anche con
l’ordinazione sacerdotale: c’è qualche cosa che viene
consegnata a Dio e perciò viene tolta dalla sfera del
comune, data a Lui. Ma questo poi significa che ora è a
disposizione di tutti. Poiché è stata tolta e data a
Dio, proprio per questo ora non è isolata ma è stata
sollevata nel “per”, nel per tutti. Penso che questo
si possa dire anche del sacerdozio della Chiesa. Significa
che, da un lato, siamo consegnati al Signore, tolti dal
comune, ma, dall’altro, siamo consegnati a Lui perché
in questo modo possiamo appartenergli totalmente e
totalmente appartenere agli altri. Penso che dovremmo
continuamente cercare di mostrare questo ai giovani – a
loro che sono idealisti, che vogliono fare qualcosa per
l’insieme – mostrare che proprio questa “estrazione
dal comune” significa “consegna all’insieme” e che
questo è un modo importante, il modo più importante per
servire i fratelli. E di questo poi fa parte anche quel
mettersi a disposizione del Signore veramente nella
completezza del proprio essere e trovarsi quindi
totalmente a disposizione degli uomini. Penso che il
celibato sia un’espressione fondamentale di questa
totalità e già per questo un grande richiamo in questo
mondo, perché esso ha senso soltanto se noi crediamo
veramente alla vita eterna e se crediamo che Dio ci
impegna e che noi possiamo esserci per Lui. Quindi,
il sacerdozio è insostituibile perché nell’Eucaristia
esso, partendo da Dio, sempre edifica la Chiesa, perché
nel Sacramento della Penitenza sempre ci conferisce la
purificazione, perché nel Sacramento il sacerdozio è,
appunto, un essere coinvolto nel “per” di Gesù
Cristo. Ma io so bene, quanto oggi sia difficile –
quando un sacerdote si trova a guidare non più soltanto
una parrocchia di facile gestione, ma più parrocchie,
unità pastorali; quando deve essere a disposizione per
questo consiglio e per quell’altro e così via –
quanto sia difficile vivere una tale vita. Credo che in
questa situazione sia importante avere il coraggio di
limitarsi e la chiarezza nel decidere le priorità. Una
priorità fondamentale dell’esistenza sacerdotale è lo
stare con il Signore e quindi l’avere tempo per la
preghiera. San Carlo Borromeo diceva sempre: “Non potrai
curare l’anima degli altri se lasci che la tua
deperisca. Alla fine, non farai più niente nemmeno per
gli altri. Devi avere tempo anche per il tuo essere don
Dio”. Vorrei quindi sottolineare: per quanti impegni
possano sopraggiungere, è una vera priorità di
trovare ogni giorno, direi, un’ora di tempo per stare in
silenzio per il Signore e con il Signore, come la Chiesa
ci propone di fare con il breviario, con le preghiere del
giorno, per così potersi sempre di nuovo arricchire
interiormente, per ritornare – come dicevo rispondendo
alla prima domanda – nel raggio del soffio dello Spirito
Santo. E a partire da ciò ordinare poi le priorità: devo
imparare a vedere cosa sia veramente essenziale, dove sia
assolutamente richiesta la mia presenza di sacerdote e non
posso delegare nessuno. E allo stesso tempo devo accettare
umilmente quando molte cose che avrei da fare e dove
sarebbe richiesta la mia presenza non posso realizzare
perché riconosco i miei limiti. Io credo che una tale
umiltà sarà compresa dalla gente.
E con ciò devo ora collegare l’altro aspetto: saper
delegare, chiamare le persone alla collaborazione. Io ho
l’impressione che la gente lo capisce e che anche lo
apprezza, quando un sacerdote sta con Dio, quando bada al
suo incarico di essere colui che prega per gli altri: Noi
– dicono – non siamo capaci di pregare tanto, tu devi
farlo per me: in fondo, è il tuo mestiere, per così
dire, essere quello che prega per noi. Vogliono un
sacerdote che onestamente si impegni a vivere con il
Signore e poi sia a disposizione degli uomini – i
sofferenti, i moribondi, i bambini, i giovani (queste,
direi, sono le priorità) – ma che poi sappia anche
distinguere le cose che altri possono fare meglio di lui,
dando così spazio a quei carismi. Penso ai movimenti e a
molteplici altre forme di collaborazione nella parrocchia.
Su tutto questo si ragiona insieme anche nella Diocesi
stessa, si creano forme e si promuovono gli interscambi. A
ragione Lei ha detto che in ciò è importante guardare al
di là della parrocchia verso la comunità della diocesi,
anzi, verso la comunità della Chiesa universale, che a
sua volta, deve poi rivolgere lo sguardo per vedere cosa
succede in parrocchia e quali conseguenze ne derivano per
il singolo sacerdote.
Poi Lei ha toccato ancora un altro punto, molto
importante ai miei occhi: i sacerdoti, anche se magari
vivono geograficamente più lontani gli uni dagli altri,
sono una vera comunità di fratelli che devono sostenersi
ed aiutarsi a vicenda. Questa comunione tra i sacerdoti è
oggi quanto mai importante. Proprio per non piombare
nell’isolamento, nella solitudine con le sue tristezze,
è importante che possiamo incontrarci regolarmente. Sarà
compito della Diocesi stabilire come realizzare al meglio
gli incontri tra sacerdoti – oggi c’è la macchina che
facilità gli spostamenti – affinché comunque
sperimentiamo sempre di nuovo lo stare insieme, impariamo
l’uno dall’altro, ci correggiamo a vicenda e
vicendevolmente ci aiutiamo, ci rincuoriamo e ci
consoliamo, affinché in questa comunione del presbiterio,
insieme al Vescovo, possiamo rendere il nostro servizio
alla Chiesa locale. Appunto: nessun sacerdote è sacerdote
da solo, noi siamo presbiterio e solo in questa comunione
con il Vescovo ognuno può rendere il suo servizio. Ora,
questa bella comunione, da tutti riconosciuta su piano
teologico deve poi anche tradursi in pratica, nei modi
determinati dalla Chiesa locale. E deve allargarsi, perché
anche nessun Vescovo è Vescovo da solo, ma soltanto
Vescovo nel Collegio, nella grande comunione dei Vescovi.
È questa comunione per la quale vogliamo sempre
impegnarci. E penso che questo sia un aspetto
particolarmente bello del cattolicesimo: attraverso il
Primato, che non è una monarchia assoluta, ma un servizio
di comunione, possiamo avere la certezza di questa unità,
così che in una grande comunità a tante voci, tutti
insieme facciamo risuonare la grande musica della fede in
questo mondo.
Preghiamo il Signore che ci consoli sempre quando
pensiamo di non farcela più; sosteniamoci gli uni gli
altri, e allora il Signore ci aiuterà a trovare insieme
le strade giuste.
Domanda di don Paolo Rizzi, parroco e docente di
teologia all'Istituto Superiore di scienze religiose:
D. - Santo Padre, sono Paolo Rizzi, parroco e docente di
teologia all'Istituto Superiore di scienze religiose.
Gradiremmo il suo parere pastorale sulla situazione
riguardo ai sacramenti della Prima Comunione e della
Confermazione. Sempre più spesso i bambini, i ragazzi e
le ragazze che ricevono questi sacramenti si preparano con
impegno per quanto riguarda gli incontri di catechesi, ma
non partecipano all'Eucaristia domenicale e allora vien
fatto di domandarsi: che senso ha tutto questo? Alle volte
verrebbe voglia di dire: “Ma allora state a casa del
tutto!”. Invece si continua come sempre ad accettarli,
pensando che in ogni caso è meglio non spegnere lo
stoppino dalla fiamma tremolante. Si pensa cioè che
comunque il dono dello Spirito possa incidere anche al di
là di quello che vediamo e che in un’epoca di
transizione come questa sia più prudente non prendere
decisioni drastiche. Più in generale, trenta-trentacinque
anni fa io pensavo che ci stessimo avviando ad essere un
piccolo gregge, una comunità di minoranza più o meno in
tutta l’Europa. Che si dovesse quindi donare i
Sacramenti solo a chi si impegna veramente nella vita
cristiana. Poi, anche per lo stile del pontificato di
Giovanni Paolo II, ho riconsiderato le cose. Se è
possibile fare previsioni per il futuro, Lei cosa pensa?
Quali atteggiamenti pastorali ci può indicare? Grazie.
R. - Allora, non posso dare una risposta infallibile in
questo momento, posso solo cercare di rispondere secondo
quanto vedo io. Devo dire che io ho percorso una strada
simile alla sua. Quando ero più giovane ero piuttosto
severo. Dicevo: i Sacramenti sono i Sacramenti della fede,
e quindi dove la fede non c’è, dove non c’è prassi
di fede, anche il Sacramento non può essere conferito. E
poi ho sempre discusso quando ero arcivescovo di Monaco
con i miei parroci: anche qui vi erano due fazioni, una
severa e una larga. E anch’io nel corso dei tempi ho
capito che dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del
Signore, che era molto aperto anche con le persone ai
margini dell’Israele di quel tempo, era un Signore della
misericordia, troppo aperto - secondo molte autorità
ufficiali – con i peccatori, accogliendoli o lasciandosi
accogliere da loro nelle loro cene, attraendoli a sé
nella sua comunione.
Quindi io direi sostanzialmente che i Sacramenti sono
naturalmente Sacramenti della fede: dove non ci fosse
nessun elemento di fede, dove la Prima Comunione fosse
soltanto una festa con un grande pranzo, bei vestiti, bei
doni, allora non sarebbe più un Sacramento della fede.
Ma, dall’altra parte, se possiamo vedere ancora una
piccola fiamma di desiderio della comunione nella Chiesa,
un desiderio anche di questi bambini che vogliono entrare
in comunione con Gesù, mi sembra che sia giusto essere
piuttosto larghi. Naturalmente, certo, deve essere un
aspetto della nostra catechesi far capire che la
Comunione, la Prima Comunione, non è un fatto
“puntuale”, ma esige una continuità di amicizia con
Gesù, un cammino con Gesù. Io so che i bambini spesso
avrebbero intenzione e desiderio di andare la domenica a
Messa, ma i genitori non rendono possibile questo
desiderio. Se vediamo che i bambini lo vogliono, che hanno
il desiderio di andare, mi sembra sia quasi un Sacramento
di desiderio, il “voto” di una partecipazione alla
Messa domenicale. In questo senso dovremmo naturalmente
fare il possibile nel contesto della preparazione ai
Sacramenti, per arrivare anche ai genitori e – diciamo
– così svegliare anche in loro la sensibilità per il
cammino che fanno i bambini. Dovrebbero aiutare i loro
bambini a seguire il proprio desiderio di entrare in
amicizia con Gesù, che è forma della vita, del futuro.
Se i genitori hanno il desiderio che i loro bambini
possano fare la Prima Comunione, questo loro desiderio
piuttosto sociale dovrebbe allargarsi in un desiderio
religioso, per rendere possibile un cammino con Gesù.
Direi
quindi che, nel contesto della catechesi dei bambini,
sempre il lavoro con i genitori è molto importante. E
proprio questa è una delle occasioni di incontrarsi con i
genitori, rendendo presente la vita della fede anche agli
adulti, perché dai bambini – mi sembra – possono
reimparare loro stessi la fede e capire che questa grande
solennità ha senso soltanto, ed è vera ed autentica
soltanto, se si realizza nel contesto di un cammino con
Gesù, nel contesto di una vita di fede. Quindi convincere
un po’, tramite i bambini, i genitori della necessità
di un cammino preparatorio, che si mostra nella
partecipazione ai misteri e comincia a far amare questi
misteri. Direi che questa è certamente una risposta
abbastanza insufficiente, ma la pedagogia della fede è
sempre un cammino e noi dobbiamo accettare le situazioni
di oggi, ma anche aprirle a un di più, perché non
rimanga alla fine solo qualche ricordo esteriore di cose,
ma sia veramente toccato il cuore. Nel momento nel quale
veniamo convinti, il cuore è toccato, ha sentito un po’
l’amore di Gesù, ha provato un po’ il desiderio di
muoversi in questa linea e in questa direzione. In quel
momento, mi sembra, possiamo dire di aver fatto una vera
catechesi. Il senso proprio della catechesi, infatti,
dovrebbe essere questo: portare la fiamma dell’amore di
Gesù, anche se piccola, ai cuori dei bambini e tramite i
bambini ai loro genitori, aprendo così di nuovo i luoghi
della fede nel nostro tempo. |
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