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CAPPELLA
PAPALE NELLA SOLENNITA' DI PENTECOSTE |
Benedetto
XVI nella Solennità di Pentecoste: lo Spirito Santo
unisce la Chiesa nella diversità, Babele impone la
cultura dell'unità
◊ La Chiesa non
impone l’unità, come vuole il modello di Babele con
l'imposizione di una cultura dell'unità. La Chiesa è una
e molteplice perché l’unità dello Spirito si manifesta
nella pluralità della comprensione: è quanto ha detto il
Papa, stamani, nella Messa da lui presieduta nella
Solennità di Pentecoste nella Basilica Vaticana. Il
servizio di Sergio Centofanti
(canto)
La Chiesa nel giorno di Pentecoste invoca con forza il
dono dello Spirito Santo, un dono – afferma il Papa -
che “Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre
per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha
ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo”.
Ma quali sono gli effetti dello Spirito Santo?
“Là dove ci sono lacerazioni ed estraneità, essa
crea unità e comprensione. Si innesca un processo di
riunificazione tra le parti della famiglia umana, divise e
disperse; le persone, spesso ridotte a individui in
competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo
Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della
comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di
loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa.
Questo è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità;
perciò l’unità è il segno di riconoscimento, il
‘biglietto da visita’ della Chiesa nel corso della sua
storia universale”.
La Chiesa – sottolinea Benedetto XVI – fin dal
giorno di Pentecoste “parla tutte le lingue”: è nello
stesso tempo “una e molteplice” essendo costituita
dalla duplice dimensione di “unità e universalità”.
Da qui deriva “un criterio pratico di discernimento per
la vita cristiana”:
“Quando una persona, o una comunità, si chiude
nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è
allontanata dallo Spirito Santo. Il cammino dei cristiani
e delle Chiese particolari deve sempre confrontarsi con
quello della Chiesa una e cattolica, e armonizzarsi con
esso. Ciò non significa che l’unità creata dallo
Spirito Santo sia una specie di egualitarismo. Al
contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè
l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo
definire “tecnica”. La Bibbia, infatti, ci dice (cfr
Gen 11,1-9) che a Babele tutti parlavano una sola lingua.
A Pentecoste, invece, gli Apostoli parlano lingue diverse
in modo che ciascuno comprenda il messaggio nel proprio
idioma. L’unità dello Spirito si manifesta nella
pluralità della comprensione”.
La Chiesa guarda oltre gli orizzonti geografici e
“supera muri e barriere”:
“La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini
politici, razziali e culturali; non si può confondere con
gli Stati e neppure con le Federazioni di Stati, perché
la sua unità è di genere diverso e aspira ad
attraversare tutte le frontiere umane”.
Il Papa ricorda che a Pentecoste lo Spirito Santo si
manifesta come fuoco che dà ai discepoli “il nuovo
ardore di Dio” per rinnovare la faccia della terra:
“Com’è diverso questo fuoco da
quello delle guerre e delle bombe! Com’è diverso
l’incendio di Cristo, propagato dalla Chiesa, rispetto a
quelli accesi dai dittatori di ogni epoca, anche del
secolo scorso, che lasciano dietro di sé terra bruciata.
Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello
del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’
una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi,
divampando fa emergere la parte migliore e più vera
dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma
interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore”.
E’ un fuoco che “arde ma non brucia”,
operando una trasformazione: deve infatti “consumare
qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo
ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.
Questo effetto del fuoco divino – spiega il Papa - ci
spaventa, abbiamo paura di essere ‘scottati’,
preferiremmo rimanere così come siamo”:
“Ciò dipende dal fatto che molte
volte la nostra vita è impostata secondo la logica
dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte
persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù
Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa
di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle
esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare
a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che
seguire Cristo ci privi della libertà, di certe
esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato
vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e
dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò
comporta”.
Il Papa ripete l’esortazione di Gesù ai discepoli:
“’Non abbiate paura’. Come Simon
Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza
e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre
soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere
che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il
Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare,
ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù
sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del
cuore, che il mondo non può donare, e non può nemmeno
togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la
pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito
Santo!”
“Il dolore che ci procura è necessario alla nostra
trasformazione. E’ la realtà della croce” –
prosegue il Papa – è il “mistero della croce, senza
il quale non esiste cristianesimo”. Benedetto XVI
conclude la sua omelia con l’invocazione allo Spirito:
“Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del
tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace,
con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di
Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo
essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per
difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci
vuole donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito
Santo, perché solo l’Amore redime. Amen”.
Dopo la Messa in Basilica, il Papa ha guidato il Regina
Coeli dalla finestra del suo studio privato. Decine di
migliaia i fedeli presenti in Piazza San Pietro in una
stupenda giornata di sole. Benedetto XVI ha sottolineato
che la Chiesa “vive costantemente della effusione dello
Spirito Santo” e conosce innumerevoli “pentecoste”,
come il Concilio Vaticano II. “Non c’è dunque Chiesa
senza Pentecoste” – ha detto - e “non c’è
Pentecoste senza la Vergine Maria” come hanno mostrato
gli incontri nel suo recente viaggio a Fatima, dove
un’immensa moltitudine si è radunata in preghiera con
“un cuore solo e un’anima sola”. Il Papa ha
rinnovato quindi la sua preghiera, “in quest’Anno
Sacerdotale, per tutti i ministri del Vangelo, affinché
il messaggio della salvezza sia annunciato a tutte le
genti”.
Ha poi ricordato che ieri, a Benevento, è stata
proclamata Beata Teresa Manganiello, fedele laica,
appartenente al Terz’Ordine Francescano. La Messa è
stata presieduta dall'arcivescovo Angelo Amato, prefetto
della Congregazione delle Cause dei Santi. Undicesima
figlia di una famiglia di contadini, vissuta
nell’Ottocento, ha trascorso “una vita semplice e
umile, tra le faccende di casa e l’impegno spirituale
nella chiesa dei Cappuccini”:
“Come san Francesco d’Assisi cercava di imitare
Gesù Cristo offrendo sofferenze e penitenze per riparare
i peccati, ed era piena di amore per il prossimo: si
prodigava per tutti, specialmente per i poveri e i malati.
Sempre sorridente e dolce, a soli 27 anni è partita per
il Cielo, dove già il suo cuore abitava. Rendiamo grazie
a Dio per questa luminosa testimone del Vangelo!”
Il Papa ha ricordato anche che domani 24 maggio,
memoria liturgica della Beata Vergine Maria, Aiuto dei
Cristiani, si celebra la Giornata di preghiera per la
Chiesa in Cina:
“Mentre i fedeli che sono in Cina pregano affinché
l'unità tra di loro e con la Chiesa universale si
approfondisca sempre di più, i cattolici nel mondo intero
- specialmente quelli che sono di origine cinese - si
uniscono a loro nell’orazione e nella carità, che lo
Spirito Santo infonde nei nostri cuori particolarmente
nella solennità odierna”.
Infine, ha rivolto il suo saluto ai membri del
Movimento per la Vita, che “promuove la cultura della
vita e concretamente aiuta tante giovani donne a portare a
termine una gravidanza difficile”:
“Cari amici, con voi ricordo le parole della Beata
Teresa di Calcutta: ‘Quel piccolo bambino, nato e non
ancora nato, è stato creato per una grande cosa: amare ed
essere amato’”.
(Radio
Vaticana)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Domenica, 23 maggio 2010
Immagini
della celebrazione
Cari
fratelli e sorelle,
nella
celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a
professare la nostra fede nella presenza e nell’azione
dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi,
sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque,
e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa
stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione
tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente
profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo
Spirito Santo, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e
continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e
principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione
e Ascensione al Cielo.
Di questa
preghiera di Cristo ci parla il brano evangelico odierno,
che ha come contesto l’Ultima Cena. Il Signore Gesù
disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv
14,15-16). Qui ci viene svelato il cuore orante di Gesù,
il suo cuore filiale e fraterno. Questa preghiera
raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce,
dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono
totale che Egli fa di se stesso, e così il suo pregare
diventa per così dire il sigillo stesso del suo donarsi
in pienezza per amore del Padre e dell’umanità:
invocazione e donazione dello Spirito s’incontrano, si
compenetrano, diventano un’unica realtà. «E io pregherò
il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre». In realtà, la preghiera di
Gesù – quella dell’Ultima Cena e quella sulla croce
– è una preghiera che permane anche in Cielo, dove
Cristo siede alla destra del Padre. Gesù, infatti, vive
sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del
popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti
noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo.
Il
racconto della Pentecoste nel libro degli Atti degli
Apostoli – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura
(cfr At 2,1-11) – presenta il “nuovo corso”
dell’opera di Dio iniziato con la risurrezione di
Cristo, opera che coinvolge l’uomo, la storia e il
cosmo. Dal Figlio di Dio morto e risorto e ritornato al
Padre spira ora sull’umanità, con inedita energia, il
soffio divino, lo Spirito Santo. E cosa produce questa
nuova e potente auto-comunicazione di Dio? Là dove ci
sono lacerazioni ed estraneità, essa crea unità e
comprensione. Si innesca un processo di riunificazione tra
le parti della famiglia umana, divise e disperse; le
persone, spesso ridotte a individui in competizione o in
conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si
aprono all’esperienza della comunione, che può
coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo
organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa. Questo è
l’effetto dell’opera di Dio: l’unità; perciò
l’unità è il segno di riconoscimento, il “biglietto
da visita” della Chiesa nel corso della sua storia
universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste,
essa parla tutte le lingue. La Chiesa universale precede
le Chiese particolari, e queste devono sempre conformarsi
a quella, secondo un criterio di unità e universalità.
La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini politici,
razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati
e neppure con le Federazioni di Stati, perché la sua unità
è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le
frontiere umane.
Da
questo, cari fratelli, deriva un criterio pratico di
discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o
una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di
agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito Santo.
Il cammino dei cristiani e delle Chiese particolari deve
sempre confrontarsi con quello della Chiesa una e
cattolica, e armonizzarsi con esso. Ciò non significa che
l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di
egualitarismo. Al contrario, questo è piuttosto il
modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura
dell’unità che potremmo definire “tecnica”. La
Bibbia, infatti, ci dice (cfr Gen 11,1-9) che a
Babele tutti parlavano una sola lingua. A Pentecoste,
invece, gli Apostoli parlano lingue diverse in modo che
ciascuno comprenda il messaggio nel proprio idioma.
L’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità
della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e
molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le
nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti
sociali. Essa risponde alla sua vocazione, di essere segno
e strumento di unità di tutto il genere umano (cfr Lumen
gentium, 1), solo se rimane autonoma da ogni Stato
e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la
Chiesa dev’essere veramente, cattolica e universale, la
casa di tutti in cui ciascuno si può ritrovare.
Il
racconto degli Atti degli Apostoli ci offre anche
un altro spunto molto concreto. L’universalità della
Chiesa viene espressa dall’elenco dei popoli, secondo
l’antica tradizione: “Siamo Parti, Medi,
Elamiti…”, eccetera. Si può osservare qui che san
Luca va oltre il numero 12, che già esprime sempre
un’universalità. Egli guarda oltre gli orizzonti
dell’Asia e dell’Africa nord-occidentale, e aggiunge
altri tre elementi: i “Romani”, cioè il mondo
occidentale; i “Giudei e prosèliti”, comprendendo in
modo nuovo l’unità tra Israele e il mondo; e infine
“Cretesi e Arabi”, che rappresentano Occidente e
Oriente, isole e terra ferma. Questa apertura di orizzonti
conferma ulteriormente la novità di Cristo nella
dimensione dello spazio umano, della storia delle genti:
lo Spirito Santo coinvolge uomini e popoli e, attraverso
di essi, supera muri e barriere.
A
Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La
sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa
in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio. Si
realizza così ciò che aveva predetto il Signore Gesù:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei
che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Gli Apostoli,
insieme ai fedeli delle diverse comunità, hanno portato
questa fiamma divina fino agli estremi confini della
Terra; hanno aperto così una strada per l’umanità, una
strada luminosa, e hanno collaborato con Dio che con il
suo fuoco vuole rinnovare la faccia della terra. Com’è
diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe!
Com’è diverso l’incendio di Cristo, propagato dalla
Chiesa, rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni
epoca, anche del secolo scorso, che lasciano dietro di sé
terra bruciata. Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito
Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare
(cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non
distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte
migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa
emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla
verità e all’amore.
Un Padre
della Chiesa, Origene, in una delle sue Omelie su Geremia,
riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle
Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così: «Chi
è presso di me è presso il fuoco» (Omelia su Geremia
L. I [III]). In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio,
che nella Bibbia è paragonato al fuoco. Abbiamo osservato
poco fa che la fiamma dello Spirito Santo arde ma non
brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò
deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo
corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e
con il prossimo. Questo effetto del fuoco divino però ci
spaventa, abbiamo paura di essere “scottati”,
preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal
fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo
la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi.
Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù
Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa
di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle
esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare
a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che
seguire Cristo ci privi della libertà, di certe
esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato
vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e
dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò
comporta.
Cari
fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci
dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi
amici: “Non abbiate paura”. Come Simon Pietro e gli
altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua
grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle
debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere
qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio
dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare,
ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù
sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del
cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno
togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la
pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo!
Il dolore che ci procura è necessario alla nostra
trasformazione. E’ la realtà della croce: non per nulla
nel linguaggio di Gesù il “fuoco” è soprattutto una
rappresentazione del mistero della croce, senza il quale
non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati
da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione:
Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo
amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la
quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma
sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa –
ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la
nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole
donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo,
perché solo l’Amore redime. Amen.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
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