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Per
una globalizzazione a misura dell’uomo:
pubblicata l’Enciclica Caritas in veritate di
Benedetto XVI sullo sviluppo umano integrale
“La
Carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto
testimone” è “la principale forza propulsiva
per il vero sviluppo di ogni persona e
dell’umanità intera”: inizia, così, Caritas
in Veritate, Enciclica "sullo sviluppo
umano integrale" indirizzata al mondo
cattolico e “a tutti gli uomini di buona volontà”,
presentata oggi nella Sala Stampa della Santa
Sede. La sintesi del documento nel servizio di Alessandro
Gisotti:
Nell’Introduzione, il Papa ricorda che
“la carità è la via maestra della dottrina
sociale della Chiesa”. D’altro canto, dato
“il rischio di fraintenderla, di estrometterla
dal vissuto etico”, va coniugata con la verità.
E avverte: “Un Cristianesimo di carità senza
verità può venire facilmente scambiato per una
riserva di buoni sentimenti, utili per la
convivenza sociale, ma marginali”. (1-4)
Lo sviluppo ha bisogno della verità. Senza
di essa, afferma il Pontefice, “l’agire
sociale cade in balia di privati interessi e di
logiche di potere, con effetti disgregatori sulla
società”. (5) Benedetto XVI si sofferma su due
“criteri orientativi dell’azione morale” che
derivano dal principio “carità nella verità”:
la giustizia e il bene comune. Ogni
cristiano è chiamato alla carità anche
attraverso una “via istituzionale” che incida
nella vita della polis, del vivere sociale.
(6-7) La Chiesa, ribadisce, “non ha soluzioni
tecniche da offrire”, ha però “una missione
di verità da compiere” per “una società a
misura dell’uomo, della sua dignità, della sua
vocazione”. (8-9)
Il primo capitolo del documento è dedicato al Messaggio
della Populorum Progressio di Paolo VI.
“Senza la prospettiva di una vita eterna –
avverte il Papa – il progresso umano in questo
mondo rimane privo di respiro”. Senza Dio, lo
sviluppo viene negato, “disumanizzato”.(10-12)
Paolo VI, si legge, ribadì “l’imprescindibile
importanza del Vangelo per la costruzione della
società secondo libertà e giustizia”.(13)
Nell’Enciclica Humanae Vitae, Papa
Montini “indica i forti legami esistenti tra
etica della vita ed etica sociale”. Anche oggi,
“la Chiesa propone con forza questo
collegamento”. (14-15) Il Papa spiega il
concetto di vocazione presente nella Populorum
Progressio. “Lo sviluppo è vocazione”
giacché “nasce da un appello trascendente”.
Ed è davvero “integrale”, sottolinea, quando
è “volto alla promozione di ogni uomo e di
tutto l’uomo”. “La fede cristiana –
soggiunge – si occupa dello sviluppo non
contando su privilegi o su posizioni di potere”,
“ma solo su Cristo”. (16-18) Il Pontefice
evidenzia che “le cause del sottosviluppo non
sono primariamente di ordine materiale”. Sono
innanzitutto nella volontà, nel pensiero e ancor
più “nella mancanza di fraternità tra gli
uomini e i popoli”. “La società sempre più
globalizzata – rileva – ci rende vicini, ma
non ci rende fratelli”. Bisogna allora
mobilitarsi, affinché l’economia evolva
“verso esiti pienamente umani”. (19-20)
Nel secondo capitolo, il Papa entra nel vivo dello
Sviluppo umano nel nostro tempo.
L’esclusivo obiettivo del profitto “senza il
bene comune come fine ultimo – osserva –
rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”.
Ed enumera alcune distorsioni dello sviluppo:
un’attività finanziaria “per lo più
speculativa”, i flussi migratori “spesso solo
provocati” e poi mal gestiti e, ancora, “lo
sfruttamento sregolato delle risorse della
terra”. Dinnanzi a tali problemi interconnessi,
il Papa invoca “una nuova sintesi umanistica”.
La crisi “ci obbliga a riprogettare il nostro
cammino”. (21)
Lo sviluppo, constata il Papa, è oggi
“policentrico”. “Cresce la ricchezza
mondiale in termini assoluti, ma aumentano le
disparità” e nascono nuove povertà. La
corruzione, è il suo rammarico, è presente in
Paesi ricchi e poveri; a volte grandi imprese
transnazionali non rispettano i diritti dei
lavoratori. D’altronde, “gli aiuti
internazionali sono stati spesso distolti dalle
loro finalità, per irresponsabilità” dei
donatori e dei fruitori. Al contempo, denuncia il
Pontefice, “ci sono forme eccessive di
protezione della conoscenza da parte dei Paesi
ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del
diritto di proprietà intellettuale, specialmente
nel campo sanitario”. (22)
Dopo la fine dei “blocchi”, viene ricordato,
Giovanni Paolo II aveva chiesto “una
riprogettazione globale dello sviluppo”, ma
questo “è avvenuto solo in parte”. C’è
oggi “una rinnovata valutazione” del ruolo dei
“pubblici poteri dello Stato”, ed è
auspicabile una partecipazione della società
civile alla politica nazionale e
internazionale. Rivolge poi l’attenzione alla
delocalizzazione di produzioni di basso costo da
parte dei Paesi ricchi. “Questi processi – è
il suo monito – hanno comportato la riduzione
delle reti di sicurezza sociale” con “grave
pericolo per i diritti dei lavoratori”. A ciò
si aggiunge che “i tagli alla spesa sociale,
spesso anche promossi dalle istituzioni
finanziarie internazionali, possono lasciare i
cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e
nuovi”. D’altronde, si verifica anche che “i
governi per ragioni di utilità economica,
limitano spesso le libertà sindacali”. Ricorda
perciò ai governanti che “il primo capitale
da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la
persona nella sua integrità”. (23-25)
Sul piano culturale, prosegue, le possibilità di
interazioni aprono nuove prospettive di dialogo,
ma vi è un duplice pericolo. In primo luogo, un eclettismo
culturale in cui le culture vengono
“considerate sostanzialmente equivalenti”. Il
pericolo opposto è “l’appiattimento
culturale”, “l’omologazione degli stili di
vita”. (26) Rivolge così il pensiero allo
scandalo della fame. Manca, denuncia il Papa,
“un assetto di istituzioni economiche in
grado” di fronteggiare tale emergenza. Auspica
il ricorso a “nuove frontiere” nelle tecniche
di produzione agricola e un’equa riforma agraria
nei Paesi in via di Sviluppo. (27)
Benedetto XVI tiene a sottolineare che il
rispetto per la vita “non può in alcun modo
essere disgiunto” dallo sviluppo dei popoli.
In varie parti del mondo, avverte, perdurano
pratiche di controllo demografico che “giungono
a imporre anche l’aborto”. Nei Paesi
sviluppati si è diffusa una “mentalità
antinatalista che spesso si cerca di trasmettere
anche ad altri Stati come se fosse un progresso
culturale”. Inoltre, prosegue, vi è “il
fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo
sviluppo vengano collegati” a “politiche
sanitarie implicanti di fatto l’imposizione”
del controllo delle nascite. Preoccupanti sono
pure le “legislazioni che prevedono
l’eutanasia”. “Quando una società s’avvia
verso la negazione e la soppressione della vita
– avverte – finisce per non trovare più”
motivazioni ed energie “per adoperarsi a
servizio del vero bene dell’uomo” (28).
Altro aspetto legato allo sviluppo è il diritto
alla libertà religiosa. Le violenze, scrive
il Papa, “frenano lo sviluppo autentico”, ciò
“si applica specialmente al terrorismo a sfondo
fondamentalista”. Al tempo stesso, la promozione
dell’ateismo da parte di molti Paesi
“contrasta con le necessità dello sviluppo dei
popoli, sottraendo loro risorse spirituali e
umane”. (29) Per lo sviluppo, prosegue, serve
l’interazione dei diversi livelli del sapere
armonizzati dalla carità. (30-31)
Il Papa auspica, quindi, che le scelte
economiche attuali continuino “a perseguire
quale priorità l’obiettivo dell’accesso al
lavoro” per tutti. Benedetto XVI mette in
guardia da un’economia “del breve e talvolta
brevissimo termine” che determina
“l’abbassamento del livello di tutela dei
diritti dei lavoratori” per far acquisire ad un
Paese “maggiore competitività
internazionale”. Per questo, esorta una
correzione delle disfunzioni del modello di
sviluppo come richiede oggi anche lo “stato di
salute ecologica del pianeta”. E conclude sulla
globalizzazione: “Senza la guida della carità
nella verità, questa spinta planetaria può
concorrere a creare rischi di danni sconosciuti
finora e di nuove divisioni”. E’ necessario,
perciò, “un impegno inedito e creativo”.
(32-33)
Fraternità, Sviluppo economico e società
civile è il tema del terzo capitolo
dell’Enciclica, che si apre con un elogio
dell’esperienza del dono, spesso non
riconosciuta “a causa di una visione solo
produttivistica e utilitaristica
dell’esistenza”. La convinzione di autonomia
dell’economia dalle “influenze di carattere
morale – rileva il Papa – ha spinto l’uomo
ad abusare dello strumento economico in modo
persino distruttivo”. Lo sviluppo, “se vuole
essere autenticamente umano”, deve invece
“fare spazio al principio di gratuità”. (34)
Ciò vale in particolare per il mercato.
“Senza forme interne di solidarietà e di
fiducia reciproca – è il suo monito – il
mercato non può pienamente espletare la propria
funzione economica”. Il mercato, ribadisce,
“non può contare solo su se stesso”, “deve
attingere energie morali da altri soggetti” e
non deve considerare i poveri un “fardello, bensì
una risorsa”. Il mercato non deve diventare
“luogo della sopraffazione del forte sul
debole”. E soggiunge: la logica mercantile
va “finalizzata al perseguimento del bene comune
di cui deve farsi carico anche e soprattutto la
comunità politica”. Il Papa precisa che il
mercato non è negativo per natura. Dunque, ad
essere chiamato in causa è l’uomo, “la sua
coscienza morale e la sua responsabilità”.
L’attuale crisi, conclude il Papa, mostra che i
“tradizionali principi dell’etica sociale” -
trasparenza, onestà e responsabilità - “non
possono venire trascurati”. Al contempo, ricorda
che l’economia non elimina il ruolo degli Stati
ed ha bisogno di “leggi giuste”. Riprendendo
la Centesimus Annus, indica la “necessità
di un sistema a tre soggetti”: mercato, Stato
e società civile e incoraggia una
“civilizzazione dell’economia”. Servono
“forme economiche solidali”. Mercato e
politica necessitano “di persone aperte al dono
reciproco”. (35-39)
La crisi attuale, annota, richiede anche dei “profondi
cambiamenti” per l’impresa. La sua
gestione “non può tenere conto degli interessi
dei soli proprietari”, ma “deve anche farsi
carico” della comunità locale. Il Papa fa
riferimento ai manager che spesso
“rispondono solo alle indicazioni degli
azionisti” ed invita ad evitare un impiego
“speculativo” delle risorse finanziarie.
(40-41)
Il capitolo si chiude con una nuova valutazione
del fenomeno globalizzazione, da non intendere
solo come “processo socio-economico”. “Non
dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti –
esorta – procedendo con ragionevolezza, guidati
dalla carità e dalla verità”. Alla
globalizzazione serve “un orientamento culturale
personalista e comunitario, aperto alla
trascendenza” capace di “correggerne le
disfunzioni”. C’è, aggiunge, “la possibilità
di una grande ridistribuzione della ricchezza”, ma
la diffusione del benessere non va frenato “con
progetti egoistici, protezionistici”. (42)
Nel quarto capitolo, l’Enciclica sviluppa il
tema dello Sviluppo dei popoli, diritti e
doveri, ambiente. Si nota, osserva, “la
rivendicazione del diritto al superfluo” nelle
società opulente, mentre mancano cibo e acqua in
certe regioni sottosviluppate. “I diritti
individuali svincolati da un quadro di doveri”,
rileva, “impazziscono”. Diritti e doveri,
precisa, rimandano ad un quadro etico. Se invece
“trovano il proprio fondamento solo nelle
deliberazioni di un’assemblea di cittadini”
possono essere “cambiati in ogni momento”.
Governi e organismi internazionali non possono
dimenticare “l’oggettività e
l’indisponibilità” dei diritti. (43) Al
riguardo, si sofferma sulle “problematiche
connesse con la crescita demografica”. E’
“scorretto”, afferma, “considerare
l’aumento della popolazione come causa prima del
sottosviluppo”. Riafferma che la sessualità non
si può “ridurre a mero fatto edonistico e
ludico”. Né si può regolare la sessualità con
politiche materialistiche “di forzata
pianificazione delle nascite”. Sottolinea poi
che “l’apertura moralmente responsabile alla
vita è una ricchezza sociale ed economica”. Gli
Stati, scrive, “sono chiamati a varare politiche
che promuovano la centralità della famiglia”.
(44)
“L’economia – ribadisce ancora – ha
bisogno dell’etica per il suo corretto
funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì
di un’etica amica della persona”. La
stessa centralità della persona, afferma, deve
essere il principio guida “negli interventi per
lo sviluppo” della cooperazione
internazionale, che devono sempre coinvolgere
i beneficiari. “Gli organismi internazionali –
esorta il Papa – dovrebbero interrogarsi sulla
reale efficacia dei loro apparati burocratici”,
“spesso troppo costosi”. Capita a volte,
constata, che “i poveri servano a mantenere in
vita dispendiose organizzazioni burocratiche”.
Di qui l’invito ad una “piena trasparenza”
sui fondi ricevuti (45-47).
Gli ultimi paragrafi del capitolo sono dedicati
all’ambiente. Per il credente, la natura è
un dono di Dio da usare responsabilmente. In tale
contesto, si sofferma sulle problematiche
energetiche. “L’accaparramento delle
risorse” da parte di Stati e gruppi di potere,
denuncia il Pontefice, costituisce “un grave
impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri”.
La comunità internazionale deve perciò
“trovare le strade istituzionali per
disciplinare lo sfruttamento delle risorse non
rinnovabili”. “Le società tecnologicamente
avanzate – aggiunge – possono e devono
diminuire il proprio fabbisogno energetico”,
mentre deve “avanzare la ricerca di energie
alternative”.
Infondo, esorta il Papa, “è necessario un
effettivo cambiamento di mentalità che ci induca
ad adottare nuovi stili di vita”. Uno stile che
oggi, in molte parti del mondo “è incline
all’edonismo e al consumismo”. Il problema
decisivo, prosegue, “è la complessiva tenuta
morale della società”. E avverte: “Se non si
rispetta il diritto alla vita e alla morte
naturale” la “coscienza comune finisce per
perdere il concetto di ecologia umana” e
quello di ecologia ambientale. (48-52)
La collaborazione della famiglia umana è
il cuore del quinto capitolo, in cui Benedetto XVI
evidenzia che “lo sviluppo dei popoli dipende
soprattutto dal riconoscimento di essere una sola
famiglia”. D’altronde, si legge, la
religione cristiana può contribuire allo sviluppo
“solo se Dio trova un posto anche nella sfera
pubblica”. Con “la negazione del diritto a
professare pubblicamente la propria religione”,
la politica “assume un volto opprimente e
aggressivo”. E avverte: “Nel laicismo e nel
fondamentalismo si perde la possibilità di un
dialogo fecondo” tra la ragione e la fede.
Rottura che “comporta un costo molto gravoso per
lo sviluppo dell’umanità”. (53-56)
Il Papa fa quindi riferimento al principio
di sussidiarietà, che offre un aiuto alla
persona “attraverso l’autonomia dei corpi
intermedi”. La sussidiarietà, spiega, “è
l’antidoto più efficace contro ogni forma di
assistenzialismo paternalista” ed è adatta ad
umanizzare la globalizzazione. Gli aiuti
internazionali, constata, “possono a volte
mantenere un popolo in uno stato di dipendenza”,
per questo vanno erogati coinvolgendo i soggetti
della società civile e non solo i governi.
“Troppo spesso”, infatti, “gli aiuti sono
valsi a creare soltanto mercati marginali per i
prodotti” dei Paesi in via di sviluppo. (57-58)
Esorta poi gli Stati ricchi a “destinare
maggiori quote” del Pil per lo sviluppo,
rispettando gli impegni presi. Ed auspica un
maggiore accesso all’educazione e ancor più
alla “formazione completa della persona”
rilevando che, cedendo al relativismo, si diventa
più poveri. Un esempio, scrive, ci è offerto dal
fenomeno perverso del turismo sessuale.
“E’ doloroso constatare – osserva – che ciò
si svolge spesso con l’avallo dei governi
locali, con il silenzio di quelli da cui
provengono i turisti e con la complicità di tanti
operatori del settore”. (59-61)
Affronta poi il fenomeno “epocale” delle
migrazioni. “Nessun Paese da solo – è il
suo monito – può ritenersi in grado di far
fronte ai problemi migratori”. Ogni migrante,
soggiunge, “è una persona umana” che
“possiede diritti che vanno rispettati da tutti
e in ogni situazione”. Il Papa chiede che i
lavoratori stranieri non siano considerati come
una merce ed evidenzia il “nesso diretto tra
povertà e disoccupazione”. Invoca un lavoro
decente per tutti e invita i sindacati, distinti
dalla politica, a volgere lo sguardo verso i
lavoratori dei Paesi dove i diritti sociali
vengono violati. (62-64)
La finanza, ripete, “dopo il suo cattivo
utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni
ad essere uno strumento finalizzato” allo
sviluppo. E aggiunge: “Gli operatori della
finanza devono riscoprire il fondamento
propriamente etico della loro attività”. Il
Papa chiede inoltre “una regolamentazione del
settore” per garantire i soggetti più deboli.
(65-66).
L’ultimo paragrafo del capitolo il Pontefice lo
dedica “all’urgenza della riforma”
dell’Onu e “dell’architettura economica e
finanziaria internazionale”. Urge “la
presenza di una vera Autorità politica
mondiale” che si attenga “in modo coerente
ai principi di sussidiarietà e di solidarietà”.
Un’Autorità, afferma, che goda di “potere
effettivo”. E conclude con l’appello ad
istituire “un grado superiore di ordinamento
internazionale” per governare la globalizzazione.
(67)
Il sesto ed ultimo capitolo è incentrato sul tema
dello Sviluppo dei popoli e la tecnica. Il
Papa mette in guardia dalla “pretesa prometeica”
secondo cui “l’umanità ritiene di potersi
ricreare avvalendosi dei ‘prodigi’ della
tecnologia”. La tecnica, è il suo monito,
non può avere una “libertà assoluta”.
Rileva come “il processo di globalizzazione
potrebbe sostituire le ideologie con la
tecnica”. (68-72) Connessi con lo sviluppo
tecnologico sono i mezzi di comunicazione
sociale chiamati a promuovere “la dignità
della persona e dei popoli”. (73)
Campo primario “della lotta culturale tra
l’assolutismo della tecnicità e la
responsabilità morale dell’uomo è oggi
quello della bioetica”, spiega il Papa che
aggiunge: “La ragione senza la fede è destinata
a perdersi nell’illusione della propria
onnipotenza”. La questione sociale diventa
“questione antropologica”. La ricerca sugli
embrioni, la clonazione, è il rammarico del
Pontefice, “sono promosse dall’attuale
cultura” che “crede di aver svelato ogni
mistero”. Il Papa paventa “una sistematica
pianificazione eugenetica delle nascite”.
(74-75) Viene quindi ribadito che “lo sviluppo
deve comprendere una crescita spirituale oltre che
materiale” Infine, l’esortazione del Papa ad
avere un “cuore nuovo” per “superare la
visione materialistica degli avvenimenti umani”.
(76-77)
Nella Conclusione dell’Enciclica, il Papa
sottolinea che lo sviluppo “ha bisogno di
cristiani con le braccia alzate verso Dio nel
gesto della preghiera”, di “amore e di
perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza
del prossimo, di giustizia e di pace”. (78-79)
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