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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 24 maggio 2009
Il
Papa a Cassino: cultura europea è ricerca di Dio e
attenzione ai più deboli. Il saluto ai cattolici in Cina
Benedetto
XVI è a Cassino, terra di San Benedetto e Santa
Scolastica, per una visita pastorale di un giorno.
Stamani, durante la Messa nel cuore di Cassino, “Città
martire” della Seconda Guerra Mondiale, il Papa ha
levato un vibrante appello per la pace nel mondo ed ha
ribadito che il vero umanesimo non può prescindere dalla
ricerca di Dio. Un nuovo umanesimo, è stata la sua
esortazione, deve mostrare attenzione verso gli ultimi, i
bisognosi e gli immigrati. Il Papa ha inoltre espresso
solidarietà agli operai della zona disoccupati e
cassintegrati. Da Cassino, il nostro inviato Alessandro
Gisotti:
Canto
San Benedetto e il monachesimo hanno ancora tanto da
offrire all’Europa, ai suoi popoli, alla sua civiltà:
è il forte messaggio che Benedetto XVI ha lanciato da
Cassino nella Messa concelebrata con i vescovi del Lazio,
davanti ad almeno ventimila fedeli, che hanno accolto il
passaggio della “Papamobile” con uno sventolio di
bandierine del Vaticano e canti festosi.
Canto
Il Papa ha ricevuto il saluto del sindaco di Cassino,
Bruno Scittarelli che ha annunciato, tra uno scroscio di
applausi, che il luogo della celebrazione, già Piazza
Miranda, si chiamerà ora “Piazza Benedetto XVI”.
Quindi, è stata la volta del vescovo abate dom Pietro
Vittorelli, che ha salutato con emozione il Papa che porta
il nome di San Benedetto:
“Un Papa di nome Benedetto che visita la Terra di San
Benedetto è una parola fin troppo eloquente delle
misericordia di Dio che ancora una volta benedice questa
nostra terra, una terra che ha visto distruzioni e
riedificazioni, ma che ha fatto della pace il suo
orgoglio”.
Benedetto XVI ha subito invocato il dono della pace per
l’umanità, appello particolarmente significativo in
questa terra che ha commemorato proprio in questi giorni
il 65.mo anniversario della devastante Battaglia di
Montecassino. Poi, nell’omelia, ha messo l’accento
sull’attualità della tradizione benedettina. Ancora
oggi, ha detto il Papa, sentiamo echeggiare l’appello di
San Benedetto a mantenere il cuore fisso su Cristo, “a
nulla anteporre a Lui”. Montecassino, ha aggiunto, ci
ricorda su quali solide fondamenta è cresciuta la cultura
del Vecchio Continente:
“Nella vostra Abbazia si tocca con mano il
‘quaerere Deum’, il fatto cioè che la cultura europea
è stata la ricerca di Dio e la disponibilità al suo
ascolto. E questo vale anche nel nostro tempo”.
Ora et labora et lege, “la preghiera, il lavoro e la
cultura”: questo motto, ha spiegato il Pontefice,
sintetizza il programma evangelico proposto dalla
spiritualità benedettina. Si è dunque soffermato su
ognuno di questi tre pilastri indicati da San Benedetto.
Innanzitutto la preghiera, “la più bella eredità
lasciata” dal fondatore dell’Ordine benedettino:
“Elevando lo sguardo da ogni paese e contrada
della diocesi, potete ammirare quel richiamo costante al
cielo che è il monastero di Montecassino, al quale salite
ogni anno in processione alla vigilia di Pentecoste. La
preghiera, a cui ogni mattina la campana di san Benedetto
con i suoi gravi rintocchi invita i monaci, è il sentiero
silenzioso che ci conduce direttamente nel cuore di Dio;
è il respiro dell’anima che ci ridona pace nelle
tempeste della vita”.
Ed ha aggiunto: “Alla scuola di San Benedetto, i
monaci hanno sempre coltivato un amore speciale per la
Parola di Dio nella lectio divina, diventata oggi
patrimonio comune di molti”. Di qui l’invito ai fedeli
affinché l’ascolto della Parola di Dio possa renderli
“profeti di verità e di amore in un corale impegno di
evangelizzazione e di promozione umana”. Ha così
rivolto il pensiero al lavoro, altro cardine della
spiritualità benedettina. “Umanizzare il mondo
lavorativo – ha rilevato – è tipico dell’anima del
monachesimo”. Uno sforzo, ha detto ancora, che si
concretizza nello stare a fianco dei numerosi lavoratori
della grande industria presente a Cassino. Ed ha espresso
solidarietà agli operai che vivono una preoccupante
situazione di precarietà:
“La ferita della disoccupazione che affligge
questo territorio induca i responsabili della cosa
pubblica, gli imprenditori e quanti ne hanno la possibilità
a ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni
alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a
salvaguardia delle famiglie”.
In particolare, il Papa ha chiesto un impegno in favore
della famiglia, “oggi fortemente insidiata” e dei
“giovani che fanno fatica a trovare una degna attività
lavorativa che permetta loro di costruirsi una
famiglia”. A loro, il Santo Padre ha rivolto parole di
incoraggiamento. E, ancora, ha invitato i ragazzi della
diocesi che hanno preso parte alla GMG di Sydney ad essere
“lievito evangelico” tra i propri coetanei.
“Nell’odierno sforzo culturale teso a creare un nuovo
umanesimo – ha detto ancora - fedeli alla tradizione
benedettina voi intendete giustamente sottolineare anche
l’attenzione all’uomo fragile, debole, alle persone
disabili e agli immigrati”:
“Non è difficile percepire che la vostra Comunità,
questa porzione di Chiesa che vive attorno a Montecassino,
è erede e depositaria della missione, impregnata dello
spirito di san Benedetto, di proclamare che nella nostra
vita nessuno e nulla devono togliere a Gesù il primo
posto; la missione di costruire, nel nome di Cristo, una
nuova umanità all’insegna dell’accoglienza e
dell’aiuto ai più deboli”.
Nell’odierna Solennità dell’Ascensione, il
Pontefice non ha poi mancato di offrire la sua riflessione
su questo Mistero che, ha detto, dovrebbe colmarci di
serenità ed entusiasmo, spronandoci a proclamare
dappertutto l’annuncio della Risurrezione del Cristo:
“Nel Cristo asceso al cielo, l’essere umano è
entrato in modo inaudito e nuovo nell'intimità di Dio;
l'uomo trova ormai per sempre spazio in Dio. Il
‘cielo’ non indica un luogo sopra le stelle, ma
qualcosa di molto più ardito e sublime: indica Cristo
stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per
sempre l’umanità, Colui nel quale Dio e uomo sono per
sempre inseparabilmente uniti”.
L’Ascensione, ha affermato il Papa, non è un
distacco. Piuttosto inaugura la “nuova, definitiva ed
insopprimibile forma” della presenza di Cristo, “in
virtù della sua partecipazione alla potenza regale di
Dio”. Ed ha evidenziato che la Chiesa non vive per
“supplire all’assenza del suo Signore scomparso, ma
piuttosto trova la ragione del suo essere e della sua
missione nell’invisibile presenza di Gesù operante con
la potenza del suo Spirito”.
Canto
Benedetto XVI ha salutato con affetto le autorità
civili e coloro che hanno contribuito alla preparazione
della visita. E qui ha ricordato quanto la gente di
Cassino abbia sofferto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ne sono silenziosi testimoni, ha osservato, i tanti
cimiteri che circondano la città di Cassino. Al cimitero
polacco, che visiterà in serata al termine del viaggio,
il Papa ha fatto riferimento dopo la recita del Regina
Caeli. Salutando i pellegrini venuti a Cassino dalla
Polonia, Benedetto XVI ha invocato una pace duratura per
l’Europa e per tutto il mondo. Invocazione espressa
anche nei saluti in italiano:
“Quanto bisogno ha la comunità cristiana e
l’intera umanità di assaporare appieno la ricchezza e
la potenza della pace di Cristo! San Benedetto ne è stato
grande testimone, perché l’ha accolta nella sua
esistenza e l’ha fatta fruttificare in opere di
autentico rinnovamento culturale e spirituale”.
Ricordando il suo recente viaggio in Terra Santa dove
si è fatto “pellegrino di pace”, il Papa ha ribadito
che “la pace è in primo luogo dono di Dio e dunque la
sua forza sta nella preghiera”. Tuttavia, ha precisato,
è un dono affidato all’impegno umano e dunque, come
insegna la storia del monachesimo, l’ascolto della
Parola di Dio deve spingere i credenti “ad uno sforzo
personale e comunitario di lotta contro ogni forma di
egoismo e di ingiustizia”. Per diventare “autentici
costruttori di pace”, ha avvertito, bisogna imparare
“a combattere e vincere il male dentro di sé e nelle
relazioni con gli altri”. Nell’odierna Giornata di
preghiera per la Chiesa in Cina, il Papa ha rivolto il suo
pensiero a tutto il popolo cinese:
“In particolare saluto con grande affetto i
cattolici in Cina e li esorto a rinnovare in questo giorno
la loro comunione di fede in Cristo e di fedeltà al
Successore di Pietro”.
La nostra comune preghiera, ha concluso, “ottenga
un'effusione dei doni dello Spirito Santo, affinché
l'unità fra tutti i cristiani, la cattolicità e
l'universalità della Chiesa siano sempre più profonde e
visibili”. Infine, ha rinnovato la sua gratitudine ai
fedeli di Cassino che hanno risposto con entusiasmo:
“Vi ringrazio per la vostra
accoglienza, in particolare quanti avete in diversi modi
collaborato alla preparazione della mia visita. Grazie di
cuore!"
Applausi
OMELIA
Cari
fratelli e sorelle!
"Riceverete
la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di
me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la
Samaria e fino ai confini della terra" (At
1,8). Con queste parole, Gesù si congeda dagli Apostoli,
come abbiamo ascoltato nella prima Lettura. Subito dopo
l’autore sacro aggiunge che "mentre lo guardavano,
fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro
occhi" (At 1,9). E’ il mistero
dell’Ascensione, che quest’oggi solennemente
celebriamo. Ma cosa intendono comunicarci la Bibbia e la
liturgia dicendo che Gesù "fu elevato in alto"?
Si comprende il senso di questa espressione non a partire
da un unico testo, neppure da un unico libro del Nuovo
Testamento, ma nell'attento ascolto di tutta la Sacra
Scrittura. L’uso del verbo "elevare" è in
effetti di origine veterotestamentaria, ed è riferito
all'insediamento nella regalità. L’Ascensione di Cristo
significa dunque, in primo luogo, l'insediamento del
Figlio dell'uomo crocifisso e risorto nella regalità di
Dio sul mondo.
C’è
però un senso più profondo non percepibile
immediatamente. Nella pagina degli Atti degli Apostoli si
dice dapprima che Gesù fu "elevato in alto" (v.
9), e dopo si aggiunge che "è stato assunto"
(v. 11). L'evento è descritto non come un viaggio verso
l'alto, bensì come un’azione della potenza di Dio, che
introduce Gesù nello spazio della prossimità divina. La
presenza della nuvola che "lo sottrasse ai loro
occhi" (v. 9), richiama un'antichissima immagine
della teologia veterotestamentaria, ed inserisce il
racconto dell'Ascensione nella storia di Dio con Israele,
dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell'alleanza del
deserto, fino alla nube luminosa sul monte della
Trasfigurazione. Presentare il Signore avvolto nella nube
evoca in definitiva il medesimo mistero espresso dal
simbolismo del "sedere alla destra di Dio". Nel
Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in
modo inaudito e nuovo nell'intimità di Dio; l'uomo trova
ormai per sempre spazio in Dio. Il "cielo" non
indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più
ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina
che accoglie pienamente e per sempre l’umanità, Colui
nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente
uniti. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel
cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed
entriamo in comunione con Lui. Pertanto, 1'odierna
solennità dell’Ascensione ci invita a una comunione
profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente
presente nella vita di ognuno di noi.
In questa
prospettiva comprendiamo perché l’evangelista Luca
affermi che, dopo l'Ascensione, i discepoli tornarono a
Gerusalemme "pieni di gioia" (24,52). La causa
della loro gioia sta nel fatto che quanto era accaduto non
era stato in verità un distacco: anzi essi avevano ormai
la certezza che il Crocifisso- Risorto era vivo, ed in Lui
erano state per sempre aperte all’umanità le porte
della vita eterna. In altri termini, la sua Ascensione non
ne comportava la temporanea assenza dal mondo, ma
piuttosto inaugurava la nuova, definitiva ed
insopprimibile forma della sua presenza, in virtù della
sua partecipazione alla potenza regale di Dio. Toccherà
proprio a loro, ai discepoli, resi arditi dalla potenza
dello Spirito Santo, renderne percepibile la presenza con
la testimonianza, la predicazione e l’impegno
missionario. La solennità dell'Ascensione del Signore
dovrebbe colmare anche noi di serenità e di entusiasmo,
proprio come avvenne per gli Apostoli che dal Monte degli
Ulivi ripartirono "pieni di gioia". Come loro,
anche noi, accogliendo l’invito dei "due uomini in
bianche vesti", non dobbiamo rimanere a fissare il
cielo, ma, sotto la guida dello Spirito Santo, dobbiamo
andare dappertutto e proclamare l’annuncio salvifico
della morte e risurrezione del Cristo. Ci accompagnano e
ci sono di conforto le sue stesse parole, con le quali si
chiude il Vangelo secondo san Matteo: "Ed ecco io
sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo" (Mt 28,19).
Cari
fratelli e sorelle, il carattere storico del mistero della
risurrezione e dell’ascensione del Cristo ci aiuta a
riconoscere e a comprendere la condizione trascendente ed
escatologica della Chiesa, la quale non è nata e non vive
per supplire all’assenza del suo Signore
"scomparso", ma piuttosto trova la ragione del
suo essere e della sua missione nell’invisibile presenza
di Gesù operante con la potenza del suo Spirito. In altri
termini, potremmo dire che la Chiesa non svolge la
funzione di preparare il ritorno di un Gesù
"assente", ma, al contrario, vive ed opera per
proclamarne la "presenza gloriosa" in maniera
storica ed esistenziale. Dal giorno dell’Ascensione,
ogni comunità cristiana avanza nel suo itinerario terreno
verso il compimento delle promesse messianiche, alimentata
dalla Parola di Dio e nutrita dal Corpo e Sangue del suo
Signore. Questa è la condizione della Chiesa – ricorda
il Concilio Vaticano II - mentre "prosegue il suo
pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le
consolazioni di Dio, annunziando la passione e morte del
Signore fino a che Egli venga" (Lumen gentium,
8).
Fratelli
e sorelle di questa cara Comunità diocesana, l’odierna
solennità ci esorta a rinsaldare la nostra fede nella
reale presenza di Gesù; senza di Lui nulla possiamo
compiere di efficace nella nostra vita e nel nostro
apostolato. E’ Lui, come ricorda l’apostolo Paolo
nella seconda lettura, che "ha dato ad alcuni di
essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri
ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e
maestri per compiere il ministero allo scopo di edificare
il corpo di Cristo" cioè la Chiesa. E ciò per
giungere "all’unità della fede e della conoscenza
del Figlio di Dio", essendo la comune vocazione di
tutti formare "un solo corpo e un solo spirito, come
una sola è la speranza a cui siamo chiamati" (Ef
4,11-13.14). In quest’ottica si colloca l’odierna mia
visita che, come ha ricordato il vostro Pastore, ha
l’obbiettivo di incoraggiarvi a "costruire, fondare
e riedificare" costantemente la vostra Comunità
diocesana su Cristo. Come? Ce lo indica lo stesso san
Benedetto, che raccomanda nella sua Regola di niente
anteporre a Cristo: "Christo nihil omnino
praeponere" (LXII,11).
Rendo
pertanto grazie a Dio per il bene che sta realizzando la
vostra Comunità sotto la guida del suo Pastore, il Padre
Abate Dom Pietro Vittorelli, che saluto con affetto e
ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome
di tutti. Con lui saluto la Comunità monastica, i
Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti.
Saluto le Autorità civili e militari, in primo luogo il
Sindaco a cui sono grato per l’indirizzo di benvenuto,
con cui mi ha accolto all’arrivo in questa Piazza
Miranda, che da oggi porterà il mio nome. Saluto i
catechisti, gli operatori pastorali, i giovani e quanti in
vario modo si prendono cura della diffusione del Vangelo
in questa terra carica di storia, che ha conosciuto
durante la seconda guerra mondiale momenti di grande
sofferenza. Ne sono silenziosi testimoni i tanti cimiteri
che circondano la vostra risorta città, tra i quali
ricordo in particolare quello polacco, quello tedesco e
quello del Commonwealth. Il mio saluto si estende infine a
tutti gli abitanti di Cassino e dei centri vicini: a
ciascuno, specialmente agli ammalati e ai sofferenti,
giunga l’assicurazione del mio affetto e della mia
preghiera.
Cari
fratelli e sorelle, sentiamo echeggiare in questa nostra
celebrazione l’appello di san Benedetto a mantenere il
cuore fisso sul Cristo, a nulla anteporre a Lui. Questo
non ci distrae, al contrario ci spinge ancor più ad
impegnarci nel costruire una società dove la solidarietà
sia espressa da segni concreti. Ma come? La spiritualità
benedettina, a voi ben nota, propone un programma
evangelico sintetizzato nel motto: ora et labora et
lege, la preghiera, il lavoro, la cultura.
Innanzitutto la preghiera, che è la più bella eredità
lasciata da san Benedetto ai monaci, ma anche alla vostra
Chiesa particolare: al vostro Clero, in gran parte formato
nel Seminario diocesano, per secoli ospitato nella stessa
Abbazia di Montecassino, ai seminaristi, ai tanti educati
nelle scuole e nei "ricreatori" benedettini e
nelle vostre parrocchie, a tutti voi che vivete in questa
terra. Elevando lo sguardo da ogni paese e contrada della
diocesi, potete ammirare quel richiamo costante al cielo
che è il monastero di Montecassino, al quale salite ogni
anno in processione alla vigilia di Pentecoste. La
preghiera, a cui ogni mattina la campana di san Benedetto
con i suoi gravi rintocchi invita i monaci, è il sentiero
silenzioso che ci conduce direttamente nel cuore di Dio;
è il respiro dell’anima che ci ridona pace nelle
tempeste della vita. Inoltre, alla scuola di san
Benedetto, i monaci hanno sempre coltivato un amore
speciale per la Parola di Dio nella lectio divina, diventata
oggi patrimonio comune di molti. So che la vostra Chiesa
diocesana, facendo proprie le indicazioni della Conferenza
Episcopale Italiana, dedica grande cura
all’approfondimento biblico, ed anzi ha inaugurato un
itinerario di studio delle Sacre Scritture, consacrato
quest’anno all’evangelista Marco e che proseguirà nel
prossimo quadriennio per concludersi, a Dio piacendo, con
un pellegrinaggio diocesano in Terra Santa. Possa
l’attento ascolto della Parola divina nutrire la vostra
preghiera e rendervi profeti di verità e di amore in un
corale impegno di evangelizzazione e di promozione umana.
Altro
cardine della spiritualità benedettina è il lavoro.
Umanizzare il mondo lavorativo è tipico dell’anima del
monachesimo, e questo è anche lo sforzo della vostra
Comunità che cerca di stare a fianco dei numerosi
lavoratori della grande industria presente a Cassino e
delle imprese ad essa collegate. So quanto sia critica la
situazione di tanti operai. Esprimo la mia solidarietà a
quanti vivono in una precarietà preoccupante, ai
lavoratori in cassa-integrazione o addirittura licenziati.
La ferita della disoccupazione che affligge questo
territorio induca i responsabili della cosa pubblica, gli
imprenditori e quanti ne hanno la possibilità a
ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni
alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a
salvaguardia delle famiglie. A questo proposito, come non
ricordare che la famiglia ha oggi urgente bisogno di
essere meglio tutelata, poiché è fortemente insidiata
nelle radici stesse della sua istituzione? Penso poi ai
giovani che fanno fatica a trovare una degna attività
lavorativa che permetta loro di costruirsi una famiglia.
Ad essi vorrei dire: non scoraggiatevi, cari amici, la
Chiesa non vi abbandona! So che ben 25 giovani della
vostra Diocesi hanno partecipato alla scorsa Giornata
Mondiale della Gioventù a Sydney: facendo tesoro di
quella straordinaria esperienza spirituale, siate lievito
evangelico tra i vostri amici e coetanei; con la forza
dello Spirito Santo, siate i nuovi missionari in questa
terra di san Benedetto!
Appartiene
infine alla vostra tradizione anche l’attenzione al
mondo della cultura e dell’educazione. Il celebre
Archivio e la Biblioteca di Montecassino raccolgono
innumerevoli testimonianze dell’impegno di uomini e
donne che hanno meditato e ricercato come migliorare la
vita spirituale e materiale dell’uomo. Nella vostra
Abbazia si tocca con mano il "quaerere Deum",
il fatto cioè che la cultura europea è stata la ricerca
di Dio e la disponibilità al suo ascolto. E questo vale
anche nel nostro tempo. So che voi state operando con
questo stesso spirito nell’Università e nelle scuole,
perché diventino laboratori di conoscenza, di ricerca, di
passione per il futuro delle nuove generazioni. So pure
che, in preparazione a questa mia visita, avete tenuto un
recente convegno sul tema dell’educazione per
sollecitare in tutti la viva determinazione a trasmettere
ai giovani i valori irrinunciabili del nostro patrimonio
umano e cristiano. Nell’odierno sforzo culturale teso a
creare un nuovo umanesimo, fedeli alla tradizione
benedettina voi intendete giustamente sottolineare anche
l’attenzione all’uomo fragile, debole, alle persone
disabili e agli immigrati. E vi sono grato che mi diate la
possibilità di inaugurare quest’oggi la "Casa
della Carità", dove si costruisce con i fatti una
cultura attenta alla vita.
Cari
fratelli e sorelle! Non è difficile percepire che la
vostra Comunità, questa porzione di Chiesa che vive
attorno a Montecassino, è erede e depositaria della
missione, impregnata dello spirito di san
Benedetto, di proclamare che nella nostra vita nessuno e
nulla devono togliere a Gesù il primo posto; la missione
di costruire, nel nome di Cristo, una nuova umanità
all’insegna dell’accoglienza e dell’aiuto ai più
deboli. Vi aiuti e vi accompagni il vostro santo
Patriarca, con santa Scolastica sua sorella; vi proteggano
i santi Patroni e soprattutto Maria, Madre della Chiesa e
Stella della nostra speranza. Amen!
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REGINA CAELI
Cari
fratelli e sorelle!
Ogni
volta che celebriamo la Santa Messa, sentiamo echeggiare
nel cuore le parole che Gesù affidò ai discepoli
nell’Ultima Cena come un dono prezioso: "Vi lascio
la pace, vi do la mia pace" (Gv 14,27). Quanto
bisogno ha la comunità cristiana e l’intera umanità di
assaporare appieno la ricchezza e la potenza della pace di
Cristo! San Benedetto ne è stato grande testimone, perché
l’ha accolta nella sua esistenza e l’ha fatta
fruttificare in opere di autentico rinnovamento culturale
e spirituale. Proprio per questo, all’ingresso
dell’Abbazia di Montecassino e di ogni altro monastero
benedettino, è posta come motto la parola "PAX":
la comunità monastica, infatti, è chiamata a vivere
secondo questa pace, che è dono pasquale per eccellenza.
Come sapete, nel mio recente viaggio in Terra Santa mi
sono fatto pellegrino di pace, e oggi – in questa terra
segnata dal carisma benedettino – mi è data
l’occasione per sottolineare, ancora una volta, che la
pace è in primo luogo dono di Dio, e dunque la sua forza
sta nella preghiera.
E’ dono
affidato, però, all’impegno umano. Anche l’energia
necessaria per attuarlo si può attingere dalla preghiera.
E’ pertanto fondamentale coltivare un’autentica vita
di preghiera per assicurare il progresso sociale nella
pace. Ancora una volta la storia del monachesimo ci
insegna che una grande crescita di civiltà si prepara nel
quotidiano ascolto della Parola di Dio, che spinge i
credenti ad un sforzo personale e comunitario di lotta
contro ogni forma di egoismo e di ingiustizia. Solo
imparando, con la grazia di Cristo, a combattere e vincere
il male dentro di sé e nelle relazioni con gli altri, si
diventa autentici costruttori di pace e di progresso
civile. La Vergine Maria, Regina della Pace, aiuti tutti i
cristiani, nelle diverse vocazioni e situazioni di vita,
ad essere testimoni della pace, che Cristo ci ha donato e
ci ha lasciato come missione impegnativa da realizzare
dappertutto.
Oggi, 24
maggio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria, Aiuto
dei Cristiani - che è venerata con grande devozione nel
santuario di Sheshan a Shanghai -, si celebra la Giornata
di preghiera per la Chiesa in Cina. Il mio pensiero va a
tutto il Popolo cinese. In particolare saluto con grande
affetto i cattolici in Cina e li esorto a rinnovare in
questo giorno la loro comunione di fede in Cristo e di
fedeltà al Successore di Pietro. La nostra comune
preghiera ottenga un 'effusione dei doni dello Spirito
Santo, affinché l'unità fra tutti i cristiani, la
cattolicità e l'universalità della Chiesa siano sempre
più profonde e visibili.
Je suis
heureux de saluer les pèlerins de langue française qui
ont voulu participer à cette célébration ou qui nous
sont unis par la radio ou par la télévision. Mon pèlerinage
en ces lieux marqués par le souvenir de saint Benoît est
l’occasion de l’invoquer aux intentions de l’Europe
tout entière, dont il est aussi l’un des Patrons. Que
son témoignage spirituel aide les peuples qui vivent sur
ce continent à demeurer fidèles à leurs racines chrétiennes,
et à édifier une Europe unie et solidaire, fondée sur
la recherche de la justice et de la paix. Que Dieu vous bénisse !
I greet
the English-speaking pilgrims who have come here today to
Monte Cassino. From the heights of this mountain we
contemplate with joy our risen and ascended Lord, who has
taken his seat in heaven at the right hand of the Father.
Where he has gone, we hope to follow. In this place, where
so many lost their lives in the battles that were fought
during the Second World War, we pray especially for the
souls of the fallen, commending them to God’s infinite
mercy, and we pray for an end to the wars that continue to
afflict our world. May God pour out his blessings upon all
of you and upon your loved ones at home.
Einen
herzlichen Gruß richte ich an die deutschsprachigen Gäste
hier in Cassino wie auch an alle, die über Rundfunk und
Fernsehen mit uns verbunden sind. Gerne nehme ich eure
Anliegen mit auf den Berg, wenn ich dort am Grab des
heiligen Benedikt, des Patrons Europas, für den Frieden
auf diesem Kontinent und in der Welt bete. Ebenso gedenke
ich aller Gefallenen des Zweiten Weltkriegs, wenn ich am
Abend stellvertretend den nahegelegenen polnischen
Soldatenfriedhof besuche. Es fügt sich, daß genau heute
sich zum hundertsten Mal der Todestag von Abt Franz
Pfanner aus Vorarlberg jährt, dem Gründer der
Kongregation der Missionare von Mariannhill. Nehmen wir
ein Wort dieses Mönchs und Missionars mit in die neue
Woche hinein: „Laß das Licht der Freude und des
Frohsinns brennen und behüte es in deiner Seele". Ja,
lassen wir dieses Licht Christi in uns nicht ausgehen! Der
Herr geleite euch auf allen Wegen.
Queridos
hermanos y hermanas, en esta solemnidad de la Ascensión
del Señor, que hoy se celebra en muchos lugares, os
invito a pedir constantemente por la Iglesia, para que,
exultante de gozo por la resurrección de Cristo y con la
fuerza del Espíritu Santo, continúe anunciando con
fidelidad el Evangelio de la salvación y dando testimonio
de la caridad con la palabra y las obras. Feliz domingo.
Serdeczne
pozdrowienie kieruję do Polaków. Po południu
udam się na polski cmentarz, aby uczcić pamięć
wszystkich żołnierzy różnych narodowości,
którzy dali świadectwo odwagi i tu ponieśli
śmierć. Za wstawiennictwem św. Benedykta
prośmy Boga, abyśmy dzięki modlitwie i
pracy odkrywali nowe przestrzenie wolności, i by trwał
pokój w Europie i na całym świecie. Niech Bóg
wam błogosławi!
[Un
cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Nel pomeriggio mi
recherò al Cimitero polacco, per rendere onore alla
memoria di tutti i militari di diverse nazioni che diedero
testimonianza valorosa e qui persero la vita. Per
l’intercessione di San Benedetto chiediamo a Dio che,
grazie alla preghiera e al lavoro, scopriamo le nuove
dimensioni della libertà, e che la pace duri in Europa e
in tutto il mondo. Dio vi benedica!]
E infine
saluto con grande affetto voi tutti, abitanti di Cassino e
del suo territorio! Vi ringrazio per la vostra
accoglienza, in particolare quanti avete in diversi modi
collaborato alla preparazione della mia visita. La Madonna
vegli sempre su di voi e vi dia la forza di perseverare
nel bene. Un pensiero speciale rivolgo anche ai ragazzi
della Diocesi di Genova, radunati in questo momento a
Roma, in Piazza San Pietro, per festeggiare la loro
Cresima. In questa domenica, in cui si celebra la Giornata
delle comunicazioni sociali, con fiducia filiale
invochiamo Maria Ausiliatrice con la preghiera del Regina
caeli.
I
Vespri a Montecassino. Il Papa prega perché l'Europa
valorizzi l'immensa ricchezza culturale e spirituale del
cristianesimo
Cari
fratelli e sorelle della grande Famiglia benedettina!
Quasi a conclusione dell’odierna mia visita, mi è
particolarmente gradito sostare in questo luogo sacro, in
questa Abbazia, quattro volte distrutta e ricostruita,
l’ultima volta dopo i bombardamenti della seconda guerra
mondiale di 65 anni fa. “Succisa virescit”: le parole
del suo nuovo stemma ne indicano bene la storia.
Montecassino, come secolare quercia piantata da san
Benedetto, è stata “sfrondata” dalla violenza della
guerra, ma è risorta più vigorosa. Più di una volta ho
avuto modo anch’io di godere dell’ospitalità dei
monaci, e in questa Abbazia ho trascorso momenti
indimenticabili di quiete e di preghiera. Questa sera vi
siamo entrati cantando le Laudes regiae per celebrare
insieme i Vespri della solennità dell’Ascensione di Gesù.
A ciascuno di voi esprimo la gioia di condividere questo
momento di preghiera, salutandovi tutti con affetto, grato
per l’accoglienza che avete riservato a me e a quanti mi
accompagnano in questo pellegrinaggio apostolico. In
particolare, saluto l’Abate Dom Pietro Vittorelli, che
si è fatto interprete dei vostri comuni sentimenti.
Estendo il mio saluto agli Abati, alle Abbadesse e alle
comunità benedettine qui presenti.
Oggi la liturgia ci invita a contemplare il mistero
dell’Ascensione del Signore. Nella breve lettura, tratta
dalla Prima Lettera di Pietro, siamo stati esortati a
fissare lo sguardo sul nostro Redentore, che è morto
“una volta per sempre per i peccati” per ricondurci a
Dio, alla cui destra si trova “dopo essere salito al
cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i
Principati e le Potenze” (cfr 1 Pt 3, 18.22). “Elevato
in alto” e reso invisibile agli occhi dei suoi
discepoli, Gesù non li ha tuttavia abbandonati: infatti,
“messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”
(1 Pt 3,18), Egli è ora presente in modo nuovo, interiore
nei credenti, ed in Lui la salvezza è offerta ad ogni
essere umano senza differenza di popolo, lingua e cultura.
La Prima Lettera di Pietro contiene precisi riferimenti
agli eventi cristologici fondamentali della fede
cristiana. La preoccupazione dell’Apostolo è quella di
porre in luce la portata universale della salvezza in
Cristo. Analogo assillo troviamo in san Paolo, del quale
stiamo celebrando il bimillenario della nascita, che alla
comunità di Corinto scrive: “Egli (il Cristo) è morto
per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per
se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”
(2 Cor 5, 15).
Non vivere più per se stessi, ma per Cristo: ecco ciò
che dà senso pieno alla vita di chi si lascia conquistare
da Lui. Lo manifesta chiaramente la vicenda umana e
spirituale di san Benedetto, che, abbandonato tutto, si
pose alla fedele sequela di Gesù. Incarnando nella
propria esistenza il Vangelo, è diventato iniziatore
d’un vasto movimento di rinascita spirituale e culturale
in Occidente. Vorrei qui fare cenno a un evento
straordinario della sua vita, di cui riferisce il biografo
san Gregorio Magno e a voi certamente ben noto. Si
potrebbe quasi dire che anche il santo Patriarca fu
“elevato in alto” in una indescrivibile esperienza
mistica. La notte del 29 ottobre del 540, – si legge
nella biografia – mentre, affacciato alla finestra,
“con gli occhi fissi su delle stelle s’internava nella
divina contemplazione, il santo sentiva che il cuore gli
si infiammava… Per lui il firmamento stellato era come
la cortina ricamata che svelava il Santo dei Santi. Ad un
certo punto l’anima sua si sentì trasportata
dall’altra parte del velo, per contemplare svelatamente
il volto di Colui che abita entro una luce
inaccessibile” (cfr A.I. Schuster, Storia di san
Benedetto e dei suoi tempi, Ed. Abbazia di Viboldone,
Milano, 1965, p. 11 e ss.). Di certo, analogamente a
quanto avvenne per Paolo dopo il suo rapimento in cielo,
anche per san Benedetto, a seguito proprio di tale
straordinaria esperienza spirituale, dovette iniziare una
vita nuova. Se infatti la visione fu passeggera, gli
effetti rimasero, la stessa sua fisionomia – riferiscono
i biografi – ne risultò modificata, il suo aspetto restò
sempre sereno e il portamento angelico e, pur vivendo
sulla terra, si capiva che con il cuore era già in
Paradiso.
San Benedetto ricevette questo dono divino non certo per
soddisfare la sua curiosità intellettuale, ma piuttosto
perché il carisma di cui Iddio lo aveva dotato avesse la
capacità di riprodurre nel monastero la vita stessa del
cielo e ristabilirvi l’armonia del creato mediante la
contemplazione e il lavoro. Giustamente, pertanto, la
Chiesa lo venera come “eminente maestro di vita
monastica” e “dottore di sapienza spirituale
nell’amore alla preghiera e al lavoro”; “fulgida
guida di popoli alla luce del Vangelo” che “innalzato
al cielo per una strada luminosa” insegna agli uomini di
tutti i tempi a cercare Dio e le ricchezze eterne da Lui
preparate (cfr Prefazio del Santo nel supplemento
monastico al MR, 1980, 153).
Sì, Benedetto fu esempio luminoso di santità e indicò
ai monaci come unico grande ideale Cristo; fu maestro di
civiltà che, proponendo un’equilibrata ed adeguata
visione delle esigenze divine e delle finalità ultime
dell’uomo, tenne sempre ben presenti anche le necessità
e le ragioni del cuore, per insegnare e suscitare una
fraternità autentica e costante, perché nel complesso
dei rapporti sociali non si perdesse di mira un’unità
di spirito capace di costruire ed alimentare sempre la
pace. Non a caso è la parola Pax ad accogliere i
pellegrini e i visitatori alle porte di questa Abbazia,
ricostruita dopo l’immane disastro del secondo conflitto
mondiale; essa si eleva come silenzioso monito a rigettare
ogni forma di violenza per costruire la pace: nelle
famiglie, nelle comunità, tra i popoli e nell’intera
umanità. San Benedetto invita ogni persona che sale su
questo Monte a cercare la pace e a seguirla: “inquire
pacem et sequere eam (Ps. 33,14-15)” (Regola, Prologo,
17).
Alla sua scuola i monasteri sono diventati, nel corso dei
secoli, fervidi centri di dialogo, di incontro e di
benefica fusione tra genti diverse, unificate dalla
cultura evangelica della pace. I monaci hanno saputo
insegnare con la parola e con l’esempio l’arte della
pace attuando in modo concreto i tre “vincoli” che
Benedetto indica come necessari per conservare l’unità
dello Spirito tra gli uomini: la Croce, che è la legge
stessa di Cristo; il libro e cioè la cultura; e
l’aratro, che indica il lavoro, la signoria sulla
materia e sul tempo. Grazie all’attività dei monasteri,
articolata nel triplice impegno quotidiano della
preghiera, dello studio e del lavoro, interi popoli del
continente europeo hanno conosciuto un autentico riscatto
e un benefico sviluppo morale, spirituale e culturale,
educandosi al senso della continuità con il passato,
all’azione concreta per il bene comune, all’apertura
verso Dio e la dimensione trascendente. Preghiamo perché
l’Europa sappia sempre valorizzare questo patrimonio di
principi e di ideali cristiani che costituisce
un’immensa ricchezza culturale e spirituale.
Ciò è possibile però soltanto se si accoglie il
costante insegnamento di san Benedetto, ossia il
“quaerere Deum”, cercare Dio, come fondamentale
impegno dell’uomo. L’essere umano non realizza appieno
sé stesso, non può essere veramente felice senza Dio.
Tocca in particolare a voi, cari monaci, essere esempi
viventi di questa interiore e profonda relazione con Lui,
attuando senza compromessi il programma che il vostro
Fondatore ha sintetizzato nel “nihil amori Christi
praeponere”, “nulla anteporre all’amore di Cristo”
(Regola 4,21). In questo consiste la santità, proposta
valida per ogni cristiano, più che mai nella nostra
epoca, in cui si avverte la necessità di ancorare la vita
e la storia a saldi riferimenti spirituali. Per questo,
cari fratelli e sorelle, è quanto mai attuale la vostra
vocazione ed è indispensabile la vostra missione di
monaci.
Da questo luogo, dove riposano le sue spoglie mortali, il
santo Patrono d’Europa continua ad invitare tutti a
proseguire la sua opera di evangelizzazione e di
promozione umana. Incoraggia in primo luogo voi, cari
monaci, a restare fedeli allo spirito delle origini e ad
essere interpreti autentici del suo programma di rinascita
spirituale e sociale. Vi conceda questo dono il Signore,
per intercessione del vostro Santo Fondatore, della
sorella santa Scolastica e dei Santi e Sante
dell’Ordine. E la celeste Madre del Signore, che oggi
invochiamo quale “Aiuto dei cristiani”, vegli su di
voi e protegga questa Abbazia e tutti i vostri monasteri,
come pure la comunità diocesana che vive attorno a
Montecassino. Amen!