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MESSAGGIO
AL DICASTERO PER LE CAUSE DEI SANTI |
Radio Vaticana,
27 aprile 2006
CERTEZZA
DELLA FAMA DI SANTITA’, PRESENZA DI UN MIRACOLO
“FISICO” O DI UNA REALE SITUAZIONE DI MARTIRIO:
BENEDETTO XVI RIBADISCE IN UN MESSAGGIO AL DICASTERO PER
LE CAUSE DEI SANTI I PUNTI-CARDINE PER UNA CORRETTA
ATTUAZIONE DELLE PROCEDURE DI BEATIFICAZIONE E
CANONIZZAZIONE
Cause
istruite e studiate “con somma cura” perché la fama
di santità, i segni straordinari che l’accompagnarono
o, nel caso, l’accettazione del martirio diano prova
della perfezione evangelica del candidato alla gloria
degli altari. In un Messaggio al cardinale José Saraiva
Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei
Santi, Benedetto XVI si sofferma sulle procedure seguite
dal dicastero vaticano per giungere alla proclamazione di
un nuovo Santo. I particolari nel servizio di Alessandro
De Carolis.
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La
memoria dei Santi è sempre stata tenuta “in grande
onore” dalla Chiesa, fin dall’inizio. Per questo
motivo, nel corso dei secoli si è sviluppata
“un’attenzione sempre più vigile alle procedure che
conducono i Servi di Dio agli onori degli altari”. E’
la premessa dalla quale Benedetto XVI fa discendere le sue
osservazioni sugli iter della Congregazione delle Cause
dei santi. Il Papa prende in esame nel suo Messaggio i tre
temi al centro della plenaria del dicastero vaticano, il
primo dei quali riguarda l’Istruzione predisposta dalla
stessa Congregazione riguardo lo svolgimento della
cosiddetta “fase diocesana” di un processo che mira al
riconoscimento della santità. Nel rammentare la
“differenza sostanziale tra la beatificazione e la
canonizzazione” e la propria volontà di coinvolgere
“visibilmente le Chiese particolari” nei riti per la
proclamazione di nuovi Beati, Benedetto XVI afferma che
sin dall’inchiesta diocesana “le Cause vanno istruite
e studiate con somma cura, cercando diligentemente la
verità storica, attraverso prove testimoniali e
documentali”, secondo lo spirito della Costituzione
apostolica del 1983, con la quale Giovanni Paolo riformò
tali procedure.
Con
chiarezza, scrive il Papa, i vescovi hanno il dovere di
valutare se i candidati agli onori degli altari “godano
realmente di una solida e diffusa fama di santità e di
miracoli oppure di martirio”. Viceversa, obietta il
Pontefice, “è chiaro che non si potrà iniziare una
Causa di beatificazione e canonizzazione se manca una
comprovata fama di santità, anche se ci si trova in
presenza di persone che si sono distinte per coerenza
evangelica e per particolari benemerenze ecclesiali e
sociali”. Anche per ciò che concerne il miracolo –
secondo tema di discussione alla plenaria – Benedetto
XVI dice di auspicare che l’argomento sia approfondito
“alla luce della tradizione della Chiesa, dell’odierna
teologia e delle più accreditate acquisizioni della
scienza”. Fermo restando che - una volta accertata
l’esistenza di un “miracolo fisico” e non solo
“morale – sia la teologia a esprimere la “parola
decisiva”.
Terzo
tema, il martirio. In questo caso, Benedetto XVI chiede di
adottare un angolo di valutazione molto approfondito.
“Se il motivo che spinge al martirio resta invariato,
avendo in Cristo la fonte e il modello, sono invece mutati
– nota il Papa - i contesti culturali del martirio e le
strategie” della persecuzione, “che sempre meno cerca
di evidenziare in modo esplicito la sua avversione alla
fede cristiana o ad un comportamento connesso con le virtù
cristiane, ma simula differenti ragioni, per esempio di
natura politica o sociale”. Dunque, prosegue il
Pontefice, “è necessario reperire prove inconfutabili
sulla disponibilità al martirio, come effusione del
sangue, e sulla sua accettazione da parte della vittima,
ma è altrettanto necessario che affiori direttamente o
indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium
Fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non
si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina
teologica e giuridica della Chiesa”. BenEdetto XVI
conclude ribadendo un principio sancito dall’attuale
disciplina, ovvero quello che prevede “alla luce della
dottrina sulla collegialità proposta dal Concilio
Vaticano II”, l’opportunità che i vescovi interessati
ad un processo di canonizzazione “vengano maggiormente
associati alla Sede Apostolica nel trattare le Cause dei
Santi”.
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