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Il
Papa alla Cei: risvegliare la passione educativa.
Illusorio superare la crisi economica ignorando la crisi
spirituale
◊ La
Chiesa continui “ad offrire il suo contributo alla
crescita sociale e morale dell’Italia”: è
l’esortazione di Benedetto XVI ai partecipanti
all’Assemblea generale della Conferenza episcopale
italiana ricevuti stamani in Vaticano. Il Papa si è
soffermato sulla sfida educativa delle nuove generazioni e
sulla crisi economica. Né ha mancato di riferirsi ai
peccati compiuti da alcuni membri della Chiesa a cui, ha
ribadito, bisogna rispondere con la penitenza e la
purificazione. L’indirizzo d’omaggio è stato rivolto
al Pontefice dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente
della Cei. Il servizio di Alessandro Gisotti:
“Il Papa sa di poter contare sempre sui vescovi
italiani”: inizia con un sentito ringraziamento il
discorso di Benedetto XVI ai presuli della Cei. Quindi, il
Pontefice si sofferma sulla nuova evangelizzazione a cui
è chiamata la Chiesa italiana:
“La volontà di promuovere una rinnovata stagione
di evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la
comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il
peccato di alcuni suoi membri. Questa umile e dolorosa
ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio
gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai
sacerdoti”.
L’anno speciale a loro dedicato, continua il Papa, ha
voluto proprio “costituire un’opportunità” per
promuovere “il rinnovamento interiore” dei sacerdoti,
“quale condizione per un più incisivo impegno
evangelico e ministeriale”. Nel contempo, è stata la
sua riflessione, “ci aiuta anche a riconoscere la
testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del
Curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare
alla speranza, alla fede e alla carità”.
“In questa luce, ciò che è motivo di scandalo,
deve tradursi per noi in richiamo a un “profondo bisogno
di ri-imparare la penitenza, di accettare la
purificazione, di imparare da una parte il perdono,
dall’altra la necessità della giustizia”.
Il Papa ha quindi rivolto il pensiero alla crisi che è
economica ma anche culturale e spirituale. “Sarebbe
illusorio – avverte – pensare di contrastare l’una
ignorando l’altra”. E rileva che pure in Italia si
vive una “marcata incertezza sui valori, evidente nella
fatica di tanti adulti a tener fede agli impegni
assunti”:
“Per questa ragione, mentre rinnovo l’appello ai
responsabili della cosa pubblica e agli imprenditori a
fare quanto è nelle loro possibilità per attutire gli
effetti della crisi occupazionale, esorto tutti a
riflettere sui presupposti di una vita buona e
significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola
educa”.
Alla Chiesa, ribadisce, sta infatti “a cuore il bene
comune”, che la “impegna a condividere risorse
economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando
ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i
problemi e le sfide del Paese”. Il Papa rivolge poi il
suo pensiero alla sfida educativa scelta dalla Cei come
tema portante per i prossimi dieci anni. Il Papa indica
tre radici dell’attuale emergenza educativa: il falso
concetto di autonomia dell’uomo che non vuole avere
imposizioni, lo scetticismo e il relativismo, infine
l’opposizione tra natura e Rivelazione. Tuttavia,
soggiunge, “pur consapevoli del peso di queste difficoltà
non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione”:
“Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo
arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore stesso
ci ha affidato, chiamandoci a pascere con amore il suo
gregge. Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità
quella passione educativa, che non si risolve in una
didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella
trasmissione di principi aridi”.
“Educare – afferma ancora – è formare le nuove
generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il
mondo, forti di una memoria significativa, di un
patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che,
mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta
il pensiero, gli affetti e il giudizio”:
“La sete che i giovani portano nel cuore è una
domanda di significato e di rapporti umani autentici, che
aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita.
È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una
compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno
con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a
partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma
raggiungibili”.
“La nostra risposta – conclude Benedetto XVI – è
l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è
fatto prossimo a ciascuno”. Per questo, “la
trasmissione della fede è parte irrinunciabile della
formazione integrale della persona, perché in Gesù
Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita”.
Dal canto suo, il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo
Bagnasco, ha ringraziato il Papa soprattutto per quanto
“sta facendo in ordine all’esemplarità della Chiesa e
dei suoi ministri”, affrontando “con credibilità e
lucidità questo tempo difficile”:
“Per questo desideriamo unirci alla Sua azione di
autoriforma della Chiesa perché sia all’altezza della
sua vocazione e diventi sempre più quella che corrisponde
al disegno di Dio, la cui presenza è necessario rendere
presente al mondo contemporaneo, fin dentro le condizioni
quotidiane dell’esistenza”.
(Radio Vaticana)
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLA
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (C.E.I.)
Aula del Sinodo
Giovedì 27 maggio
2010
Venerati
e cari Fratelli,
nel
Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità
di Pentecoste, Gesù ci ha promesso: “Il Paraclito,
lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui
vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io
vi ho detto” (Gv 14, 26). Lo Spirito Santo guida
la Chiesa nel mondo e nella storia. Grazie a questo
dono del Risorto, il Signore resta presente nello scorrere
degli eventi; è nello Spirito che possiamo riconoscere in
Cristo il senso delle vicende umane. Lo Spirito Santo ci
fa Chiesa, comunione e comunità incessantemente
convocata, rinnovata e rilanciata verso il compimento del
Regno di Dio. È nella comunione ecclesiale la radice e la
ragione fondamentale del vostro convenire e del mio essere
ancora una volta con voi, con gioia, in occasione di
questo appuntamento annuale; è la prospettiva con la
quale vi esorto ad affrontare i temi del vostro lavoro,
nel quale siete chiamati a riflettere sulla vita e sul
rinnovamento dell’azione pastorale della Chiesa in
Italia. Sono grato al Cardinale Angelo Bagnasco per le
cortesi e intense parole che mi ha rivolto, facendosi
interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter
contare sempre sui Vescovi italiani. In voi saluto le
comunità diocesane affidate alle vostre cure, mentre
estendo il mio pensiero e la mia vicinanza spirituale
all’intero popolo italiano.
Corroborati
dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal
Concilio Vaticano II, e in particolare con gli
orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete
scelto di assumere l’educazione quale tema
portante per i prossimi dieci anni. Tale orizzonte
temporale è proporzionato alla radicalità e
all’ampiezza della domanda educativa. E mi sembra
necessario andare fino alle radici profonde di questa
emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa
sfida. Io ne vedo soprattutto due. Una radice essenziale
consiste - mi sembra - in un falso concetto di autonomia
dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se
stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali
potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare
in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la
persona umana il fatto che diventa se stessa solo
dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal
“tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la
comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con
il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se
stesso. Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria
non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non
viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri,
cioè questo “tu” e “noi” nel quale si apre
l’“io” a se stesso. Quindi un primo punto mi sembra
questo: superare questa falsa idea di autonomia
dell’uomo, come un “io” completo in se stesso,
mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo
con il “tu” e con il “noi”.
L’altra
radice dell’emergenza educativa io la vedo nello
scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici
e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano
il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la
natura, la seconda la Rivelazione. Ma la natura viene
considerata oggi come una cosa puramente meccanica, quindi
che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun
orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e
quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso.
La Rivelazione viene considerata o come un momento dello
sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo
storico e culturale, o - si dice - forse c’è
rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni.
E se tacciono queste due fonti, la natura e la
Rivelazione, anche la terza fonte, la storia, non parla più,
perché anche la storia diventa solo un agglomerato di
decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non
valgono per il presente e per il futuro. Fondamentale è
quindi ritrovare un concetto vero della natura come
creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il
libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori
veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione:
riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci
dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella
Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia
culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera
sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da
purificare. Così, in questo “concerto” – per così
dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione,
concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti
e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di
Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione
che non è imposizione, ma realmente apertura
dell’“io” al “tu”, al “noi” e al “Tu” di
Dio.
Quindi le
difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio
delle fonti, ma, pur consapevoli del peso di queste
difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla
rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non
dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il
Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a pascere con
amore il suo gregge. Risvegliamo piuttosto nelle nostre
comunità quella passione educativa, che è una passione
dell’“io” per il “tu”, per il “noi”, per
Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme
di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi
aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché
sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una
memoria significativa che non è solo occasionale, ma
accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella
natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore
condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il
fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli
affetti e il giudizio.
I giovani
portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una
domanda di significato e di rapporti umani autentici, che
aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita.
È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una
compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno
con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a
partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma
raggiungibili. La nostra risposta è l’annuncio del Dio
amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a
ciascuno. La trasmissione della fede è parte
irrinunciabile della formazione integrale della persona,
perché in Gesù Cristo si realizza il progetto di una
vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II,
“chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa
anch’egli più uomo” (Gaudium
et spes, 41). L’incontro personale con Gesù è
la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza
quotidiana, il segreto per spenderla nella carità
fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute
e muoversi a costante conversione.
Il
compito educativo, che avete assunto come prioritario,
valorizza segni e tradizioni, di cui l’Italia è così
ricca. Necessita di luoghi credibili: anzitutto la
famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la
scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni
ideologiche; la parrocchia, “fontana del villaggio”,
luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle
relazioni quotidiane. In ognuno di questi ambiti resta
decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata
della missione ecclesiale. L’accoglienza della proposta
cristiana passa, infatti, attraverso relazioni di
vicinanza, lealtà e fiducia. In un tempo nel quale la
grande tradizione del passato rischia di rimanere lettera
morta, siamo chiamati ad affiancarci a ciascuno con
disponibilità sempre nuova, accompagnandolo nel cammino
di scoperta e assimilazione personale della verità. E
facendo questo anche noi possiamo riscoprire in modo nuovo
le realtà fondamentali.
La volontà
di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione
non nasconde le ferite da cui la comunità ecclesiale è
segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi
membri. Questa umile e dolorosa ammissione non deve, però,
far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di
tanti credenti, a partire dai sacerdoti. L’anno speciale
a loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per
promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione
per un più incisivo impegno evangelico e ministeriale.
Nel contempo, ci aiuta anche a riconoscere la
testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del
Curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare
alla speranza, alla fede e alla carità. In questa luce,
ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in
richiamo a un “profondo bisogno di ri-imparare la
penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da
una parte il perdono, ma anche la necessità della
giustizia” (Benedetto XVI, Intervista
ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11
maggio 2010).
Cari
Fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la
strada dell’impegno educativo. Lo Spirito Santo vi aiuti
a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad
andare loro incontro, vi porti a frequentarne gli ambienti
di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie
di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni
sua espressione. Non si tratta di adeguare il Vangelo al
mondo, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità,
che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per
annunciare la Parola che non passa, fecondando e
servendo l’umana esistenza. Torniamo, dunque, a proporre
ai giovani la misura alta e trascendente della vita,
intesa come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al
sacerdozio, al matrimonio, sappiano rispondere con
generosità all’appello del Signore, perché solo così
potranno cogliere ciò che è essenziale per ciascuno. La
frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia
convergenza di intenti: la formazione delle nuove
generazioni non può, infatti, che stare a cuore a tutti
gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità
della società intera di assicurare riferimenti affidabili
per lo sviluppo armonico delle persone.
Anche in
Italia la presente stagione è marcata da un’incertezza
sui valori, evidente nella fatica di tanti adulti a tener
fede agli impegni assunti: ciò è indice di una crisi
culturale e spirituale, altrettanto seria di quella
economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei
sottolinearlo – pensare di contrastare l’una,
ignorando l’altra. Per questa ragione, mentre rinnovo
l’appello ai responsabili della cosa pubblica e agli
imprenditori a fare quanto è nelle loro possibilità per
attutire gli effetti della crisi occupazionale, esorto
tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e
significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola
educa e ritorna alle vere fonti dei valori. Alla Chiesa,
infatti, sta a cuore il bene comune, che ci impegna a
condividere risorse economiche e intellettuali, morali e
spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un
contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese.
Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro
recente documento su Chiesa e Mezzogiorno, troverà
ulteriore approfondimento nella prossima Settimana
Sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre a
Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del
laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda
di speranza per l’Italia, perché “le esigenze della
giustizia diventino comprensibili e politicamente
realizzabili” (Enc. Deus
caritas est, 28). Il vostro ministero, cari
Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla
cui guida siete posti, sono la migliore assicurazione che
la Chiesa continuerà responsabilmente ad offrire il
suo contributo alla crescita sociale e morale
dell’Italia.
Chiamato
per grazia ad essere Pastore della Chiesa universale e
della splendida Città di Roma, porto costantemente con me
le vostre preoccupazioni e le vostre attese, che nei
giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera
umanità – ai piedi della Madonna di Fatima. A Lei va la
nostra preghiera: “Vergine Madre di Dio e nostra Madre
carissima, la tua presenza faccia rifiorire il deserto
delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre
oscurità, faccia tornare la calma dopo la tempesta,
affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha
il nome e il volto di Gesù, riflesso nei nostri cuori,
per sempre uniti al tuo! Così sia!” (Fatima,
12
maggio 2010). Di cuore vi ringrazio e vi benedico.
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