|
RITI
DEL MERCOLEDI' DELLE CENERI (1 MARZO 2006) |
Radio Vaticana,
2 marzo 2006005
UN
CAMMINO DI QUARESIMA FATTO DI GESTI CONCRETI VERSO IL
PROSSIMO: COSI’ IL PAPA IERI DURANTE I RITI DEL
MERCOLEDI’ DELLE CENERI
Quaresima,
tempo per “ritornare a Dio con animo sinceramente
pentito, per ottenere la Sua misericordia”. Così il
Papa ieri pomeriggio nella Basilica di Santa Sabina dove
ha presieduto la Santa Messa con il rito di benedizione e
di imposizione delle ceneri, dopo la tradizionale
“stazione quaresimale”. Prima la preghiera nella
Basilica di Sant’Anselmo e la processione penitenziale.
Benedetto XVI ha rimarcato che i cristiani sono apostoli
di pace contro ogni forma di egoismo e di odio. Il
servizio è di Massimiliano Menichetti.
**********
Le
note dell’Inno gregoriano “Audi,
benigne Conditor” (Ascolta,
Creatore benigno) hanno segnato l’inizio del momento di
preghiera oggi pomeriggio nella Basilica di Sant'Anselmo
sull'Aventino a cui ha fatto
seguito la processione penitenziale quindi la “Statio”
nella Basilica di Santa Sabina, dove ha avuto luogo la
celebrazione dell'Eucaristia con il rito di benedizione e
di imposizione delle ceneri.
In
una Basilica colma di fedeli, Benedetto XVI ha
sottolineato la bellezza del pellegrinaggio nel tempo di
Quaresima presso le “memorie” dei Martiri, fondamento
della Chiesa di Roma, seguendo l’antica tradizione
romana delle stationes
in cui la processione e la sosta in preghiera davanti alle
reliquie dei martiri precede la Santa Messa. Ed è proprio
in queste Basiliche “che si fa memoria
- ha detto - di quanti con il loro sangue hanno
reso testimonianza a Cristo, e la loro evocazione diventa
stimolo per ciascun cristiano a rinnovare la propria
adesione al Vangelo”.
Parlando
dell’imposizione
delle Ceneri ha evidenziato che non si tratta di un mero
ritualismo, ma della “richiesta di ritornare a Dio, con
animo sinceramente pentito, per ottenere la sua
misericordia”. Quindi il richiamo alla lotta che ogni
cristiano deve affrontare “ogni giorno, ma
particolarmente in Quaresima”, “come quella che Cristo
ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta
giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani,
quando respinse l’estrema tentazione accettando fino in
fondo la volontà del Padre”:
“La
Quaresima ci ricorda, pertanto, che l’esistenza
cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno
utilizzate le “armi” della preghiera, del digiuno e
della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma
di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in
Dio è l’itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù
è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con
generosità e perseveranza.”
Il
Papa ha dunque ribadito che i cristiani sono “testimoni
e apostoli di pace”, che rispondono “alla violenza che
minaccia la pace nel mondo”, non con la vendetta,
l’odio e nemmeno fuggendo in un falso spiritualismo:
“La
risposta di chi segue Cristo è piuttosto quella di
percorrere la strada scelta da Colui che, davanti ai mali
del suo tempo e di tutti i tempi, ha abbracciato
decisamente la Croce, seguendo il sentiero più lungo ma
efficace dell’amore. Sulle sue orme
e uniti a Lui, dobbiamo tutti impegnarci
nell’opporci al male con il bene, alla menzogna con la
verità, all’odio con l’amore”.
Quindi
riferendosi alla sua prima Enciclica Deus caritas
est ha sottolineato di aver voluto presentare
l’amore come il segreto della conversione personale ed
ecclesiale. Un amore che deve “tradursi in gesti
concreti verso il prossimo, specialmente verso i poveri e
i bisognosi”. La concretezza dell’amore, ha detto,
“costituisce uno degli elementi essenziali della vita
dei cristiani, che sono incoraggiati da Gesù ad essere
luce del mondo, affinché gli uomini, vedendo le loro
“opere buone”, rendano gloria a Dio”:
“Questa
raccomandazione giunge a noi quanto mai opportuna
all’inizio della Quaresima, perché comprendiamo sempre
più che la carità non è per la Chiesa una specie di
attività di assistenza sociale ... ma
appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile
della sua stessa essenza”.
Quindi
l’invito alla conversione del cuore e ad “aprire lo
spirito alla potenza della grazia divina”. Animati da un
forte impegno di preghiera - ha concluso -, decisi a uno
sforzo più grande di penitenza, di digiuno e di
attenzione d’amore ai fratelli, incamminiamoci verso la
Pasqua, accompagnati dalla Vergine Maria, Madre della
Chiesa e modello di ogni autentico discepolo di Cristo.
**********
OMELIA
DEL PAPA
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
La
processione penitenziale, con cui abbiamo iniziato
l’odierna celebrazione, ci ha aiutati ad entrare nel
clima tipico della Quaresima, che è un pellegrinaggio
personale e comunitario di conversione e di rinnovamento
spirituale. Secondo l’antichissima tradizione romana
delle stationes quaresimali, durante questo tempo i
fedeli, insieme ai pellegrini, ogni giorno si radunano e
fanno sosta – statio – presso una delle tante
“memorie” dei Martiri, che costituiscono le fondamenta
della Chiesa di Roma. Nelle Basiliche, dove vengono
esposte le loro reliquie, è celebrata la Santa Messa
preceduta da una processione, durante la quale si cantano
le litanie dei Santi. Si fa così memoria di quanti con il
loro sangue hanno reso testimonianza a Cristo, e la loro
evocazione diventa stimolo per ciascun cristiano a
rinnovare la propria adesione al Vangelo. Malgrado il
passare dei secoli, questi riti conservano il loro valore,
perché ricordano quanto importante sia, anche in questi
nostri tempi, accogliere senza compromessi le parole di
Gesù: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc
9,23).
Altro
rito simbolico, gesto proprio ed esclusivo del primo
giorno della Quaresima, è l’imposizione delle Ceneri.
Qual è il suo più pregnante significato? Non si tratta
certo di mero ritualismo, ma di qualcosa di assai
profondo, che tocca il nostro cuore. Esso ci fa
comprendere l’attualità dell’ammonimento del profeta
Gioele, riecheggiato nella prima Lettura, ammonimento che
conserva anche per noi la sua salutare validità: ai gesti
esteriori deve sempre corrispondere la sincerità
dell’animo e la coerenza delle opere. A che serve
infatti - si domanda l’autore ispirato - lacerarsi le
vesti, se il cuore rimane lontano dal Signore, cioè dal
bene e dalla giustizia? Ecco ciò che conta veramente:
ritornare a Dio, con animo sinceramente pentito, per
ottenere la sua misericordia (cfr Gl
2,12-18). Un cuore nuovo e uno spirito nuovo: questo
domandiamo con il Salmo penitenziale per eccellenza, il Miserere,
che quest’oggi cantiamo col ritornello “Perdonaci,
Signore, abbiamo peccato”. Il vero credente, consapevole
di essere peccatore, aspira con tutto se stesso - spirito,
anima e corpo - al perdono divino, come a una nuova
creazione, in grado di restituirgli gioia e speranza (cfr Sal
50,3.5.12.14).
Un altro
aspetto della spiritualità quaresimale è quello che
potremmo definire “agonistico”, ed emerge
nell’odierna orazione “colletta”, là dove si parla
di “armi” della penitenza e di “combattimento”
contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma
particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare
una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto
di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo,
e poi nel Getsemani, quando respinse l’estrema
tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre.
Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta
contro il peccato e, ultimamente, contro satana,
“origine e causa di ogni peccato” (Rito del
Battesimo, Professione di fede). E’ una lotta che
investe l’intera persona e richiede un’attenta e
costante vigilanza. Osserva sant’Agostino che chi vuole
camminare nell’amore di Dio e nella sua misericordia non
può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e
mortali, ma “opera la verità riconoscendo anche i
peccati che si considerano meno gravi … e viene alla
luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se
trascurati, proliferano e producono la morte” (In Io.
evang. 12,13,35).
La
Quaresima ci ricorda, pertanto, che l’esistenza
cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno
utilizzate le “armi” della preghiera, del digiuno e
della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma
di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in
Dio è l’itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù
è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con
generosità e perseveranza. La docile sequela del divino
Maestro rende i cristiani testimoni e apostoli di pace.
Potremmo dire che questo interiore atteggiamento ci aiuta
a meglio evidenziare anche quale debba essere la risposta
cristiana alla violenza che minaccia la pace nel mondo.
Non certo la vendetta, non l’odio e nemmeno la fuga in
un falso spiritualismo. La risposta di chi segue Cristo è
piuttosto quella di percorrere la strada scelta da Colui
che, davanti ai mali del suo tempo e di tutti i tempi, ha
abbracciato decisamente la Croce, seguendo il sentiero più
lungo ma efficace dell’amore. Sulle sue orme e uniti a
Lui, dobbiamo tutti impegnarci nell’opporci al male con
il bene, alla menzogna con la verità, all’odio con
l’amore. Nell’Enciclica Deus
caritas est ho voluto presentare questo amore come
il segreto della nostra conversione personale ed
ecclesiale. Richiamandomi alle parole di Paolo ai Corinzi:
“L’amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14),
ho sottolineato come “la consapevolezza che in Lui Dio
stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a
non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per
gli altri” (n. 33).
L’amore,
come ribadisce Gesù quest’oggi nel Vangelo, deve poi
tradursi in gesti concreti verso il prossimo, specialmente
verso i poveri e i bisognosi, sempre subordinando il
valore delle “buone opere” alla sincerità del
rapporto con il “Padre che è nei cieli”, che “vede
nel segreto” e “ricompenserà” quanti fanno il bene
in modo umile e disinteressato (cfr Mt 6,1.4.6.18).
La concretezza dell’amore costituisce uno degli elementi
essenziali della vita dei cristiani, che sono incoraggiati
da Gesù ad essere luce del mondo, affinché gli uomini,
vedendo le loro “opere buone”, rendano gloria a Dio (cfr
Mt 5,16). Questa raccomandazione giunge a noi
quanto mai opportuna all’inizio della Quaresima, perché
comprendiamo sempre più che “la carità non è per la
Chiesa una specie di attività di assistenza sociale ...
ma appartiene alla sua natura, è espressione
irrinunciabile della sua stessa essenza” (Deus
caritas est, 25, a). L’amore vero si traduce in
gesti che non escludono nessuno, sull’esempio del buon
Samaritano che, con grande apertura d’animo, aiutò uno
sconosciuto in difficoltà, incontrato “per caso”
lungo la strada (cfr Lc 10,31).
Signori
Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel
Presbiterato, cari religiosi, religiose e fedeli laici,
che saluto tutti con viva cordialità, entriamo nel clima
tipico di questo periodo liturgico con questi sentimenti,
lasciando che la parola di Dio ci illumini e ci guidi. In
Quaresima sentiremo spesso riecheggiare l’invito a
convertirci e a credere al Vangelo, e saremo costantemente
stimolati ad aprire lo spirito alla potenza della grazia
divina. Facciamo tesoro degli insegnamenti che
abbondantemente in queste settimane ci offrirà la Chiesa.
Animati da un forte impegno di preghiera, decisi a uno
sforzo più grande di penitenza, di digiuno e di
attenzione d’amore ai fratelli, incamminiamoci verso la
Pasqua, accompagnati dalla Vergine Maria, Madre della
Chiesa e modello di ogni autentico discepolo di Cristo.
©
Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana
|
|