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MESSA
NEL MERCOLEDì DELLE CENERI (17 FEBBRAIO 2010) |
Radio
Vaticana, 11 febbraio 2010
Il
primo atto di giustizia è riconoscere la propria iniquità.
Solo in Cristo l'uomo torna ad essere giusto: così il
Papa alla Messa per il Mercoledì delle Ceneri
◊ “Il
primo atto di giustizia è riconoscere la propria iniquità".
L'uomo può tornare ad essere giusto solo grazie alla
giustizia di Dio svelata in Cristo. Così in sintesi il
Papa ieri pomeriggio durante la Messa con il rito di
benedizione e imposizione delle ceneri nella basilica di
santa Sabina sull’Aventino. “Iniziando una nuova
Quaresima- ha detto - la Chiesa indica la conversione
personale e comunitaria quale unica via per formare società
più giuste, dove tutti possano avere il necessario per
vivere secondo la dignità umana”. La celebrazione è
stata preceduta da una processione partita dalla Basilica
di sant’Anselmo. Il servizio è di Paolo Ondarza:
Riconoscere che l’iniquità è radicata nel cuore,
nel centro stesso della persona umana. E’questo il primo
atto di giustizia. Benedetto XVI lo ha indicato celebrando
il mercoledì delle ceneri, inizio del cammino
Quaresimale. Anche ai nostri giorni – ha proseguito il
Santo Padre - l’umanità ha bisogno di sperare in un
mondo più giusto, di credere che esso sia possibile,
malgrado le delusioni che vengono dalle esperienze
quotidiane. “Nel sacrificio di Cristo, morto e risorto
per la salvezza dell’uomo, si dischiude la giustizia
divina profondamente diversa e più grande di quella umana
perché basata sull’amore e sul perdono. “I digiuni, i
pianti, i lamenti ed ogni espressione penitenziale – ha
detto il Papa - hanno valore agli occhi di Dio solo se
sono segno di cuori sinceramente pentiti”.
“La vera ‘ricompensa’ non è l’ammirazione
degli altri, ma l’amicizia con Dio e la grazia che ne
deriva, una grazia che dona pace e forza di compiere il
bene, di amare anche chi non lo merita, di perdonare chi
ci ha offeso”.
I quaranta giorni vissuti da Cristo nel deserto – ha
proseguito Benedetto XVI – indicano all’uomo come
vivere la Quaresima: in totale abbandono nella Volontà
del Padre. “Inoltrarsi nel deserto” infatti – ha
spiegato il Papa:
“Significava esporsi volontariamente agli assalti
del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo e per
la cui invidia la morte è entrata nel mondo; significava
ingaggiare con lui la battaglia in campo aperto, sfidarlo
senza altre armi che la fiducia sconfinata nell’amore
onnipotente del Padre. Mi basta il tuo amore, mi cibo
della tua volontà”.
“Non fu un atto di orgoglio, un’impresa titanica
– ha detto Benedetto XVI - ma una scelta di umiltà”.
Anche l’uomo è chiamato ad attraversare il deserto
quaresimale per partecipare alla Pasqua nella profonda
certezza di essere stato preceduto da Cristo, vincitore
della morte. In questa ottica è possibile comprendere il
segno penitenziale delle ceneri imposte sul capo:
“E’ essenzialmente un gesto di umiltà, che
significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura
fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche
fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui. Polvere, sì,
ma amata, plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio
vitale, capace di riconoscere la sua voce e di
rispondergli; libera e, per questo, capace anche di
disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e
dell’autosufficienza. Ecco il peccato, malattia mortale
entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è
l’essere umano. Creato ad immagine del Santo e del
Giusto, l’uomo ha perduto la propria innocenza ed ora può
ritornare ad essere giusto solo grazie alla giustizia di
Dio”.
L’uomo è chiamato a testimoniare la giustizia di
Dio, la sua indulgenza infinita, “animata da costante e
universale volontà di vita”. Perdonando l’uomo,
infatti, – ha continuato il Papa – è come se Dio
dicesse: non voglio che tu muoia, ma che tu viva. Voglio
sempre e soltanto il tuo bene”.
La Quaresima – ha concluso Benedetto XVI - allarga il
nostro orizzonte, ci orienta verso la vita eterna. Ci fa
capire che in questa terra siamo pellegrini:
“Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma
andiamo in cerca di quella futura. La Quaresima fa capire
la relatività dei beni di questa terra e così ci rende
capaci per le rinunce necessarie, liberi per fare il
bene”.
SANTA MESSA,
BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica di
Santa Sabina
Mercoledì delle Ceneri, 17 febbraio 2010
“Tu ami
tutte le tue creature, Signore,
e nulla disprezzi di ciò che hai creato;
tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li
perdoni,
perché tu sei il Signore nostro Dio” (Antifona
d’ingresso).
Venerati
Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!
Con
questa commovente invocazione, tratta dal Libro della
Sapienza (cfr 11,23-26), la liturgia introduce la
celebrazione eucaristica del Mercoledì delle Ceneri. Sono
parole che, in qualche modo, aprono l’intero itinerario
quaresimale, ponendo a suo fondamento l’onnipotenza
d’amore di Dio, la sua assoluta signoria su ogni
creatura, che si traduce in indulgenza infinita, animata
da costante e universale volontà di vita. In effetti,
perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu
muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo
bene.
Questa
assoluta certezza ha sostenuto Gesù durante i quaranta
giorni trascorsi nel deserto della Giudea, dopo il
battesimo ricevuto da Giovanni nel Giordano. Quel lungo
tempo di silenzio e di digiuno fu per Lui un abbandonarsi
completamente al Padre e al suo disegno d’amore; fu esso
stesso un “battesimo”, cioè un’“immersione”
nella sua volontà, e in questo senso un anticipo della
Passione e della Croce. Inoltrarsi nel deserto e rimanervi
a lungo, da solo, significava esporsi volontariamente agli
assalti del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo
e per la cui invidia la morte è entrata nel mondo (cfr Sap
2,24); significava ingaggiare con lui la battaglia in
campo aperto, sfidarlo senza altre armi che la fiducia
sconfinata nell’amore onnipotente del Padre. Mi basta il
tuo amore, mi cibo della tua volontà (cfr Gv
4,34): questa convinzione abitava la mente e il cuore di
Gesù durante quella sua “quaresima”. Non fu un atto
di orgoglio, un’impresa titanica, ma una scelta di umiltà,
coerente con l’Incarnazione ed il battesimo nel
Giordano, nella stessa linea di obbedienza all’amore
misericordioso del Padre, che ha “tanto amato il mondo
da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).
Tutto
questo il Signore Gesù lo ha fatto per noi. Lo ha fatto
per salvarci, e al tempo stesso per mostrarci la via per
seguirlo. La salvezza, infatti, è dono, è grazia di Dio,
ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio
assenso, un’accoglienza dimostrata nei fatti, cioè
nella volontà di vivere come Gesù, di camminare dietro a
Lui. Seguire Gesù nel deserto quaresimale è dunque
condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua, al
suo “esodo”. Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre,
simbolo della comunione con Dio; ora, per ritornare a
questa comunione e dunque alla vera vita, la vita eterna,
bisogna attraversare il deserto, la prova della fede. Non
da soli, ma con Gesù! Lui – come sempre – ci ha
preceduto e ha già vinto il combattimento contro lo
spirito del male. Ecco il senso della Quaresima,
tempo liturgico che ogni anno ci invita a rinnovare la
scelta di seguire Cristo sulla via dell’umiltà per
partecipare alla sua vittoria sul peccato e sulla morte.
In questa
prospettiva si comprende anche il segno penitenziale delle
Ceneri, che vengono imposte sul capo di quanti iniziano
con buona volontà l’itinerario quaresimale. E’
essenzialmente un gesto di umiltà, che significa: mi
riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta
di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad
immagine di Dio e destinata a Lui. Polvere, sì, ma amata,
plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio vitale,
capace di riconoscere la sua voce e di rispondergli;
libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli,
cedendo alla tentazione dell’orgoglio e
dell’autosufficienza. Ecco il peccato, malattia mortale
entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è
l’essere umano. Creato ad immagine del Santo e del
Giusto, l’uomo ha perduto la propria innocenza ed ora può
ritornare ad essere giusto solo grazie alla giustizia di
Dio, la giustizia dell’amore che – come scrive san
Paolo – “si è manifestata per mezzo della fede
in Cristo” (Rm 3,22). Da queste parole
dell’Apostolo ho tratto lo spunto per il mio Messaggio,
rivolto a tutti i fedeli in occasione di questa Quaresima:
una riflessione sul tema della giustizia alla luce delle
Sacre Scritture e del loro compimento in Cristo.
Anche
nelle letture bibliche del Mercoledì delle Ceneri è ben
presente il tema della giustizia. Innanzitutto, la pagina
del profeta Gioele e il Salmo responsoriale – il Miserere
– formano un dittico penitenziale, che mette in risalto
come all’origine di ogni ingiustizia materiale e sociale
vi sia quella che la Bibbia chiama “iniquità”,
cioè il peccato, che consiste fondamentalmente in una
disobbedienza a Dio, vale a dire una mancanza d’amore.
“Sì – confessa il Salmista – le mie iniquità io le
riconosco, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi. /
Contro te, contro te solo ho peccato, / quello che è male
ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 50/51,5-6).
Il primo atto di giustizia è dunque riconoscere la
propria iniquità, e riconoscere che questa è radicata
nel “cuore”, nel centro stesso della persona umana. I
“digiuni”, i “pianti”, i “lamenti” (cfr Gl
2,12) ed ogni espressione penitenziale hanno valore agli
occhi di Dio solo se sono segno di cuori sinceramente
pentiti. Anche il Vangelo, tratto dal “discorso della
montagna”, insiste sull’esigenza di praticare la
propria “giustizia” – elemosina, preghiera, digiuno
– non davanti agli uomini, ma solo agli occhi di Dio,
che “vede nel segreto” (cfr Mt 6,1-6.16-18). La
vera “ricompensa” non è l’ammirazione degli altri,
ma l’amicizia con Dio e la grazia che ne deriva, una
grazia che dona pace e forza di compiere il bene, di amare
anche chi non lo merita, di perdonare chi ci ha offeso.
La
seconda lettura, l’appello di Paolo a lasciarsi
riconciliare con Dio (cfr 2 Cor 5,20), contiene uno
dei celebri paradossi paolini, che riconduce tutta la
riflessione sulla giustizia al mistero di Cristo. Scrive
san Paolo: “Colui che non aveva conosciuto peccato –
cioè il suo Figlio fatto uomo –, Dio lo fece peccato in
nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare
giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). Nel cuore di
Cristo, cioè nel centro della sua Persona divino-umana,
si è giocato in termini decisivi e definitivi tutto il
dramma della libertà. Dio ha portato alle estreme
conseguenze il proprio disegno di salvezza, rimanendo
fedele al suo amore anche a costo di consegnare il Figlio
unigenito alla morte, e alla morte di croce. Come ho
scritto nel Messaggio
quaresimale, “qui si dischiude la giustizia divina,
profondamente diversa da quella umana … Grazie
all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella
giustizia «più grande», che è quella dell’amore (cfr
Rm 13,8-10)”.
Cari
fratelli e sorelle, la Quaresima allarga
il nostro orizzonte, ci orienta verso la vita eterna. In
questa terra siamo in pellegrinaggio, “non abbiamo
quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella
futura” dice la Lettera agli Ebrei (Eb
13,14). La Quaresima fa
capire la relatività dei beni di questa terra e così ci
rende capaci alle rinunce necessarie, liberi per fare il
bene. Apriamo la terra alla luce del Cielo, alla presenza
di Dio in mezzo a noi. Amen
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