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DISCORSO
AI CHIRURGHI (20 OTTOBRE 2008)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 20 ottobre 2008
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Benedetto
XVI ai chirurghi: non abbandonare il paziente
inguaribile, ma umanizzare la medicina rispettando
la dignità del malato e favorendo con lui
un'"alleanza terapeutica"
Una
medicina “altamente tecnologizzata”, ma priva
di “sufficiente” umanità, rischia di
considerare il malato come una “cosa” e quindi
di non rispettarne la dignità inviolabile di
essere umano. Lo ha affermato Benedetto XVI nel
ricevere questa mattina in udienza i partecipanti
al Congresso nazionale italiano intitolato “Per
una chirurgia nel rispetto del malato”. Un
rispetto, ha detto il Papa, che dovrebbe vedere
medico e paziente uniti da un rapporto di
reciproca fiducia, che alimenti sempre nel malato
la speranza della guarigione. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Più la medicina, nelle sue varie branche,
raffina le proprie capacità diagnostiche e
terapeutiche più rischia di perdere contatto con
l’oggetto delle sue cure, il quale - per
l’appunto - non è un oggetto ma un essere umano
che, oltre che di medicinali, avrà sempre bisogno
della “medicina” degli affetti, della
comprensione, del rispetto: in una parola, di
umanità. E proprio questa - “umanizzare la
medicina” - è stata la parola d’ordine sulla
quale Benedetto XVI ha imperniato il suo
intervento al cospetto dei circa 300
professionisti medico-chirurghi riuniti nella Sala
Clementina, in Vaticano. “La specifica missione
che qualifica la vostra professione medica e
chirurgica - ha detto loro il Papa - è costituita
dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la
persona malata o almeno cercare di incidere in
maniera efficace sull’evoluzione della malattia;
alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano,
soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi
cura della persona malata in tutte le sue umane
aspettative”. Ma se in passato, ha osservato,
“spesso ci si accontentava di alleviare la
sofferenza della persona malata” per i limiti
intrinseci della scienza medica, oggi che gli
sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica
hanno consentito di intervenire con crescente
successo nella vicenda del malato, si profila
“un nuovo rischio”:
“Quello di abbandonare il paziente nel
momento in cui si avverte l’impossibilità di
ottenere risultati apprezzabili. Resta vero,
invece, che, se anche la guarigione non è più
prospettabile, si può ancora fare molto per il
malato: se ne può alleviare la sofferenza,
soprattutto lo si può accompagnare nel suo
cammino, migliorandone in quanto possibile la
qualità di vita. Non è cosa da sottovalutare,
perché ogni singolo paziente, anche quello
inguaribile, porta con sé un valore
incondizionato, una dignità da onorare, che
costituisce il fondamento ineludibile di ogni
agire medico”.
Medico e paziente, ha proseguito il Pontefice,
hanno bisogno di stabilire un rapporto di “mutua
fiducia”, all’interno del quale ciò che viene
fatto per ottenere la guarigione - sia che si
tratti, ha notato, di “arditi interventi
salvavita”, sia che ci si “accontenti di mezzi
ordinari” - sia comunque mirato a rafforzare il
malato e non a minarne le già fragili risorse
psicofisiche:
“Ciò a cui si deve mirare è una vera
alleanza terapeutica col paziente, facendo leva su
quella specifica razionalità clinica che consente
al medico di scorgere le modalità di
comunicazione più adeguate al singolo paziente.
Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a
sostenere, pur nel rispetto della verità dei
fatti, la speranza, elemento essenziale del
contesto terapeutico”.
Il malato apprezza il medico che lo guarda con
“benevolenza”, e il medico a sua volta non
deve considerare il paziente un “antagonista”
nella sua professione, bensì “un collaboratore
attivo e responsabile” nella realizzazione del
"piano terapeutico". E questo anche in
un’epoca - ha constatato Benedetto XVI - nella
quale si insiste “sull’autonomia individuale
del paziente”:
“Da una parte, è innegabile che si debba
rispettare l’autodeterminazione del paziente,
senza dimenticare però che l’esaltazione
individualistica dell’autonomia finisce per
portare ad una lettura non realistica, e
certamente impoverita, della realtà umana.
Dall’altra, la responsabilità professionale del
medico deve portarlo a proporre un trattamento che
miri al vero bene del paziente, nella
consapevolezza che la sua specifica competenza lo
mette in grado in genere di valutare la situazione
meglio che non il paziente stesso”.
Il Papa ha invitato a guardare “con
sospetto” ogni tentativo di intromissione
esterna in questo “delicato rapporto
medico-paziente”. Tuttavia, ha soggiunto, c’è
un ambito che deve invece influenzare il percorso
della guarigione ed è quello familiare:
“Nei contesti altamente tecnologizzati
dell’odierna società, il paziente rischia di
essere in qualche misura “cosificato”. Egli si
ritrova infatti dominato da regole e pratiche che
sono spesso completamente estranee al suo modo di
essere. (…) E’ invece molto importante non
estromettere dalla relazione terapeutica il
contesto esistenziale del paziente, in particolare
la sua famiglia. (…) è un elemento importante
per evitare l’ulteriore alienazione che questi,
quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad una
medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una
sufficiente vibrazione umana”.
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DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI
PARTECIPANTI AL 110° CONGRESSO NAZIONALE
DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI
CHIRURGIA
Sala Clementina
Lunedì, 20 ottobre
2008
Illustri
Signori,
gentili Signore,
sono
lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si
svolge in occasione del Congresso Nazionale della Società
Italiana di Chirurgia. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio
saluto cordiale, riservando una speciale parola di
ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole con
cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i
lavori del Congresso, che vertono su un tema di
fondamentale importanza. Al centro del vostro Congresso
Nazionale vi è infatti questa promettente e impegnativa
dichiarazione: “Per una chirurgia nel rispetto del
malato”. A ragione si parla oggi, in un tempo di
grande progresso tecnologico, della necessità di
umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del
comportamento medico che meglio rispondono alla dignità
della persona malata a cui si presta servizio. La
specifica missione che qualifica la vostra professione
medica e chirurgica è costituita dal perseguimento di tre
obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di
incidere in maniera efficace sull’evoluzione della
malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la
accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata;
prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane
aspettative.
Nel
passato spesso ci si accontentava di alleviare la
sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il
decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso
gli sviluppi della scienza e della tecnica chirurgica
hanno consentito di intervenire con crescente successo
nella vicenda del malato. Così la guarigione, che
precedentemente in molti casi era solo una possibilità
marginale, oggi è una prospettiva normalmente
realizzabile, al punto da richiamare su di sé
l’attenzione quasi esclusiva della medicina
contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa
impostazione: quello di abbandonare il paziente nel
momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere
risultati apprezzabili. Resta vero, invece, che, se anche
la guarigione non è più prospettabile, si può ancora
fare molto per il malato: se ne può alleviare la
sofferenza, soprattutto lo si può accompagnare nel suo
cammino, migliorandone in quanto possibile la qualità di
vita. Non è cosa da sottovalutare, perché ogni singolo
paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un
valore incondizionato, una dignità da onorare, che
costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire
medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige
il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano,
nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione
esso si trovi.
In questa
prospettiva, acquista rilevanza primaria la relazione di
mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente.
Grazie a tale rapporto di fiducia il medico, ascoltando il
paziente, può ricostruire la sua storia clinica e capire
come egli vive la sua malattia. E’ ancora nel contesto
di questa relazione che, sulla base della stima reciproca
e della condivisione degli obiettivi realistici da
perseguire, può essere definito il piano terapeutico: un
piano che può portare ad arditi interventi salvavita
oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari
che la medicina offre. Quanto il medico comunica al
paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o
non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può
motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne
le risorse fisiche e mentali, o, al contrario, può
indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo,
ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò
a cui si deve mirare è una vera alleanza terapeutica col
paziente, facendo leva su quella specifica razionalità
clinica che consente al medico di scorgere le modalità di
comunicazione più adeguate al singolo paziente. Tale
strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere,
pur nel rispetto della verità dei fatti, la speranza,
elemento essenziale del contesto terapeutico. E’ bene
non dimenticare mai che sono proprio queste qualità umane
che, oltre alla competenza professionale in senso stretto,
il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere
guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere
ascoltato, non solo sottoposto a diagnosi sofisticate;
vuole percepire con sicurezza di essere nella mente e nel
cuore del medico che lo cura.
Anche
l’insistenza con cui oggi si pone in risalto
l’autonomia individuale del paziente deve essere
orientata a promuovere un approccio al malato che
giustamente lo consideri non antagonista, ma collaboratore
attivo e responsabile del trattamento terapeutico. Bisogna
guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione
dall’esterno in questo delicato rapporto
medico-paziente. Da una parte, è innegabile che si debba
rispettare l’autodeterminazione del paziente, senza
dimenticare però che l’esaltazione individualistica
dell’autonomia finisce per portare ad una lettura non
realistica, e certamente impoverita, della realtà umana.
Dall’altra, la responsabilità professionale del medico
deve portarlo a proporre un trattamento che miri al vero
bene del paziente, nella consapevolezza che la sua
specifica competenza lo mette in grado in genere di
valutare la situazione meglio che non il paziente stesso.
La
malattia, d’altro canto, si manifesta all’interno di
una precisa storia umana e si proietta sul futuro del
paziente e del suo ambiente familiare. Nei contesti
altamente tecnologizzati dell’odierna società, il
paziente rischia di essere in qualche misura
“cosificato”. Egli si ritrova infatti dominato da
regole e pratiche che sono spesso completamente estranee
al suo modo di essere. In nome delle esigenze della
scienza, della tecnica e dell’organizzazione
dell’assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita
risulta stravolto. E’ invece molto importante non
estromettere dalla relazione terapeutica il contesto
esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia.
Per questo occorre promuovere il senso di responsabilità
dei familiari nei confronti del loro congiunto: è un
elemento importante per evitare l’ulteriore alienazione
che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad
una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una
sufficiente vibrazione umana.
Su di
voi, dunque, cari chirurghi, grava in misura rilevante la
responsabilità di offrire una chirurgia veramente
rispettosa della persona del malato. E’ un compito in sé
affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio
per la sua missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene
con la sua preghiera. Con questi sentimenti, augurandovi
ogni migliore successo nel vostro lavoro, volentieri
imparto a voi ed ai vostri cari l’Apostolica
Benedizione.
©
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