Il
documento pontificio, che nella versione italiana consta
di 54 pagine e 20 capitoli, offre orientamenti sulla vita
della Chiesa e sull’opera di evangelizzazione in Cina,
rispondendo a numerose richieste pervenute alla Santa Sede
negli ultimi anni. In una nota, diramata dalla Sala Stampa
vaticana, si sottolinea che la Lettera “tratta questioni
eminentemente religiose” e “non è quindi un documento
politico” né “vuol essere un atto di accusa contro le
autorità governative, pur non potendo ignorare le note
difficoltà che la Chiesa in Cina deve affrontare
quotidianamente”. Tali problematiche, spiega una Nota
esplicativa, sono state analizzate in Vaticano da una
Commissione ristretta. Il 19 e 20 gennaio, poi, il Papa ha
deciso di convocare una riunione che ha visto la
partecipazione di vari ecclesiastici anche cinesi. A
seguito di questo incontro, la Commissione si è adoperata
per preparare il documento, che, significativamente, è
stato firmato dal Papa il 27 maggio scorso, domenica di
Pentecoste. Con la Lettera, il Papa istituisce una
Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, da celebrarsi
il 24 maggio. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Un profondo affetto per tutta la comunità cattolica in
Cina ed un’appassionata fedeltà ai grandi valori della
tradizione cattolica in campo ecclesiologico: sono questi
i due principi a cui si ispira Benedetto XVI nella Lettera
ai cattolici cinesi ai quali il Papa manifesta
innanzitutto la sua “fraterna vicinanza”. “Voi -
scrive Papa Benedetto, all’inizio della Lettera - sapete
bene quanto siete presenti nel mio cuore”. E fin dalle
prime righe, esprime la sua intensa gioia per la fedeltà
dei cattolici cinesi a Cristo e alla Chiesa, “a volte
anche a prezzo di gravi sofferenze”. Una testimonianza
di fedeltà, ribadisce, offerta “in circostanze
veramente difficili”. Ai fedeli, il Santo Padre chiede
dialogo, comprensione e perdono quando è necessario. Li
invita dunque ad un cammino serio verso una completa
comunione per rimanere fedeli a Cristo e al Successore di
Pietro, in un dialogo “rispettoso e costruttivo” con
il governo. Il Papa mostra apprezzamento per il
raggiungimento da parte della Cina di significative mete
di progresso economico sociale, e rileva che, specie tra i
giovani, da una parte cresce l’interesse per la
dimensione spirituale; dall’altra, si avverte “la
tendenza al materialismo e all’edonismo”. Il Pontefice
esorta, così, la Chiesa che è in Cina ad essere
testimone di Cristo, “a guardare in avanti con speranza
e a misurarsi, nell’annuncio del Vangelo, con le nuove
sfide che il popolo cinese deve affrontare”
D’altro canto, con la Lettera, il Pontefice invia
anche un particolare messaggio alle autorità civili. La
Santa Sede riafferma la disponibilità al dialogo e
sottolinea di non voler interferire negli affari interni
delle comunità politiche. “Lo sappia la Cina - afferma
il Papa - la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di
offrire, ancora una volta, un umile e disinteressato
servizio, in ciò che le compete, per il bene dei
cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del
Paese”. Tuttavia, Benedetto XVI ribadisce la posizione
della Santa Sede sulla libertà religiosa. “La soluzione
dei problemi esistenti - si legge al capitolo IV - non può
essere perseguita attraverso un permanente conflitto con
le legittime autorità civili; nello stesso tempo, però,
non è accettabile un’arrendevolezza alle medesime,
quando esse interferiscano indebitamente in materie che
riguardano la fede e la disciplina della Chiesa”. Le
autorità civili, scrive Benedetto XVI, “sono ben
consapevoli che la Chiesa, nel suo insegnamento, invita i
fedeli ad essere buoni cittadini”, “ma è altresì
chiaro che essa chiede allo Stato di garantire” ai
cittadini cattolici “il pieno esercizio della loro fede,
nel rispetto di un’autentica libertà religiosa”. La
Santa Sede, dunque, a nome dell’intera Chiesa cattolica,
auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le
autorità di Pechino, affinché, superate le
incomprensioni del passato, si possa lavorare assieme per
il bene del popolo cinese. Il Papa riconosce che tale
normalizzazione di rapporti richiederà tempo. Tuttavia,
come il suo predecessore Giovanni Paolo II, è convinto
che tale normalizzazione offrirà un impareggiabile
contributo alla pace nel mondo.
Venendo agli aspetti più specificamente ecclesiali, il
Papa si sofferma sulla “situazione di forti contrasti
che vede coinvolti fedeli laici e pastori” cinesi. Il
Papa rammenta che per l’unità della Chiesa nelle
singole nazioni, ogni vescovo deve essere in comunione con
gli altri vescovi e tutti, a loro volta, in comunione
visibile e concreta con il Papa. “La Chiesa che è in
Cina - si legge nella Lettera - è chiamata a vivere e a
manifestare questa unità, in una più ricca spiritualità
di comunione”. Al capitolo sette, il documento
pontificio si sofferma sull’Associazione Patriottica,
che, viene ribadito, è un organismo voluto dallo Stato,
estraneo allo struttura della Chiesa, con la pretesa di
porsi sopra i vescovi stessi e di guidare la comunità
ecclesiale. Le sue dichiarate finalità di attuare i
principi d’indipendenza e autonomia, autogestione e
amministrazione della Chiesa sono dunque inconciliabili
con la dottrina cattolica, ed hanno, inoltre, “causato
divisioni sia tra il clero sia tra i fedeli”. Ancora, la
Lettera evidenzia che la comunione e l’unità “sono
elementi essenziali e integrali della Chiesa cattolica;
pertanto il progetto di una Chiesa ‘indipendente’, in
ambito religioso dalla Santa Sede è incompatibile con la
dottrina cattolica”.
Nei capitoli otto e nove, il Papa rivolge
l’attenzione alla condizione dell’episcopato cinese ed
affronta il delicato tema delle ordinazioni episcopali,
che, come ricorda la Lettera, “tocca il cuore stesso
della vita della Chiesa” e rappresenta “un elemento
costitutivo del pieno esercizio del diritto alla libertà
religiosa”. Viene ribadito che la nomina dei presuli
spetta al Papa “a garanzia dell’unità della Chiesa”
e che un’ordinazione illegittima rappresenta una
“dolorosa ferita alla comunione ecclesiale”. La
Lettera auspica il raggiungimento di un accordo con il
governo per risolvere alcune questioni concernenti la
scelta dei candidati, la pubblicazione della nomina e il
riconoscimento da parte delle autorità civili. La
legittimazione dei vescovi ordinati senza mandato
apostolico, evidenzia il documento, è una questione molto
delicata e riguarda soprattutto la persona del vescovo.
Per questo, ogni caso va studiato a sé, specie quando
manca un vero spazio di libertà. “Quale grande
ricchezza spirituale - scrive il Papa - ne deriverebbe per
tutta la Chiesa in Cina, se in presenza delle necessarie
condizioni, anche questi pastori pervenissero alla
comunione con il Successore di Pietro e con tutto
l’episcopato cattolico”.
Al capitolo 10, si apre la seconda parte della Lettera,
dedicata interamente agli Orientamenti di vita pastorale.
Il Santo Padre mette l’accento sull’importanza della
formazione dei cristiani, del clero come dei laici. E non
manca di soffermarsi sul ruolo della famiglia in Cina,
invitando i cattolici a “sentire in modo più vivo e
stringente la sua missione” per il bene di tutta la
società. Benedetto XVI chiede anche ai fedeli cinesi di
vivere intensamente la propria vocazione missionaria. In
varie parti della Lettera, il Papa si sofferma sulla
testimonianza dei cristiani che hanno dato la vita per la
fede e rappresentano l’esempio e il sostegno della nuova
evangelizzazione. Nelle pagine conclusive, il Papa,
considerando alcuni positivi sviluppi della situazione
della Chiesa in Cina, comunica la revoca delle facoltà e
direttive di ordine pastorale concesse in tempi
particolarmente difficili per la Chiesa. La Lettera si
conclude con l’annuncio da parte del Papa
dell’istituzione di una Giornata di preghiera per la
Chiesa in Cina, da osservarsi il 24 maggio, memoria
liturgica della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani,
venerata con tanta devozione nel santuario mariano di
Sheshan a Shanghai. Nella medesima giornata, è
l’auspicio del Papa, i cattolici del mondo intero
chiedano al Signore per i fedeli della Cina “il dono
della perseveranza nella testimonianza” certi che le
sofferenze passate saranno premiate, “anche se talvolta
tutto possa sembrare un triste fallimento”.
Con la sua lunga Lettera, Benedetto XVI esprime dunque il
proprio auspicio per una Chiesa che sia pienamente cinese
e pienamente cattolica. Per un commento a questo
importante documento del Papa, ascoltiamo la nota del
direttore della Sala Stampa vaticana, e nostro direttore
generale, padre Federico Lombardi:
La lettera del Papa ai cattolici cinesi non delude la
lunga attesa, anzi sorprende positivamente. Ha uno stile
originale, che evoca le grandi epistole del Nuovo
Testamento, scritte dagli Apostoli nella fede per
confortare e orientare le comunità lontane di credenti
nella prova, in uno spirito di comunione nella più ampia
comunità della Chiesa universale.
Non erano mancati i messaggi dei Papi precedenti per la
Chiesa e il popolo cinesi, né gli orientamenti fatti
pervenire per diverse vie ai vescovi che li domandavano,
ma qui ci troviamo davanti a un documento ampio,
esplicito, pubblico, che dice a tutti con grande chiarezza
e serenità che cosa è e che cosa vuol essere la comunità
della Chiesa cattolica che vive nel più popoloso Paese
del mondo, dove deve affrontare ancora una situazione
difficile a seguito delle incomprensioni e limitazioni che
ne impediscono la vita e la crescita in piena libertà.
E’ la risposta a domande nate in situazione di
sofferenza e disorientamento, rivolte con fiducia da molti
anni a Roma, al Papa come all’unica persona da cui può
venire una risposta con vera autorità.
La lettera di Benedetto XVI è dunque animata da due
grandi amori: per la Cina e per la Chiesa cattolica nella
sua vera natura, quale essa appare dalla tradizione e
dalla dottrina più genuina.
Il discorso – secondo lo stile caratteristico del
Papa – è insieme denso di affetto e di gratitudine per
la fedele testimonianza di tanti cattolici cinesi, ed è
allo stesso tempo denso di teologia della Chiesa, con
ampie citazioni che vanno dal Nuovo Testamento al Concilio
Vaticano II. E’ un discorso essenzialmente religioso e
pastorale, diretto appunto ai membri della Chiesa
cattolica in Cina, e non vuole addentrarsi in problemi
politici o diplomatici.
Il Papa non cerca scontri con nessuno. Non pronuncia
accuse nei confronti di nessuno, né dentro, né fuori la
Chiesa; conserva sempre un tono sereno e pieno di
rispetto, anche quando deve riferirsi alle limitazioni
della libertà, agli atteggiamenti non accettabili, alle
tensioni interne alla Chiesa. Una Chiesa che viene sempre
considerata un’unica Chiesa, profondamente desiderosa di
unione con il Papa e al suo interno, anche se
apparentemente divisa. L’esortazione all’unione, alla
riconciliazione, al perdono reciproco è uno dei messaggi
più intensi, che pervadono tutto il documento.
La chiara esposizione della natura caratteristica della
comunità ecclesiale e del ruolo dei vescovi conduce
necessariamente a toccare i punti critici della nomina dei
Vescovi e dell’azione di organismi statali che mirano ad
attuare nella vita della Chiesa in Cina principi
inconciliabili con la visione cattolica, come quelli della
“indipendenza, autonomia e autogestione”. Se da parte
delle autorità cinesi si teme tradizionalmente una
interferenza esterna nella vita interna del Paese, da
parte della Chiesa si sente invece il rischio di una
interferenza indebita dello Stato nella sua vita interna.
Perciò il Papa mette ogni impegno per spiegare la
corretta distinzione fra il piano politico e quello
religioso, fra le responsabilità delle autorità civili e
quelle della Chiesa, e dichiara fiduciosamente la
disponibilità della Chiesa al dialogo per superare le
incomprensioni e i punti controversi, anche nel
procedimento di nomina dei vescovi. Il cammino verso la
normalizzazione dei rapporti fra Santa Sede e Cina non è
quindi l’argomento della lettera, ma sullo sfondo viene
chiaramente auspicato un suo sviluppo positivo tramite il
dialogo su problemi concreti.
Del resto, la lettera manifesta più volte che la
Chiesa in Cina non solo è cresciuta numericamente nei
decenni trascorsi, ma anche che ora sente di poter
camminare in modo più normale, con spazi di movimento più
ampi che in passato. Significativa in questo senso –
anche se forse non immediatamente evidente ai non
specialisti di diritto canonico – è la revoca delle
facoltà eccezionali concesse in passato per le situazioni
particolarmente difficili della Chiesa in Cina. Quanto a
dire: oggi la Chiesa in Cina può e deve seguire le norme
comuni in tutta la Chiesa universale.
Dai passi iniziali, che si riferiscono con attenzione,
simpatia e partecipazione al grande e difficile impegno di
sviluppo della Cina di oggi, fino ai paragrafi conclusivi
rivolti alle diverse componenti della comunità cattolica,
tutta la lettera guarda in una prospettiva molto positiva
e ricca di speranza verso la crescita di una Chiesa che
sia pienamente cinese e pienamente cattolica. Una Chiesa
inserita vitalmente e costruttivamente nella vicenda del
suo popolo e della sua cultura, solidale e capace di
portare ad esso la ricchezza spirituale del Vangelo e
della testimonianza operosa della fede. La Chiesa vuole e
può essere veramente cinese, vuole essere per la Cina,
per offrirle il Vangelo di Gesù e senza cercare nulla per
sé stessa. Sarà e potrà essere veramente cinese, quanto
più e quanto meglio potrà essere pienamente se stessa.
Questo è in ultima analisi, il grande, fiducioso e
meraviglioso, messaggio del Papa.
NOTA ESPLICATIVA
Con la
"Lettera ai Vescovi, ai presbiteri, alle persone
consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella
Repubblica Popolare Cinese", che porta la data della
domenica di Pentecoste, il papa Benedetto XVI desidera
manifestare il suo amore e la sua vicinanza ai cattolici,
presenti in Cina. Lo fa, senza dubbio, come Successore di
Pietro e Pastore Universale della Chiesa.
Dal testo
emergono due pensieri fondamentali: da una parte, un
profondo affetto per tutta la comunità cattolica in Cina
e, dall’altra parte, un’appassionata fedeltà ai
grandi valori della tradizione cattolica in campo
ecclesiologico; quindi, una passione per la carità e una
per la verità. Il Papa ricorda le grandi linee
ecclesiologiche del Concilio Vaticano II e della
tradizione cattolica, ma nello stesso tempo prende in
considerazione aspetti particolari della vita della Chiesa
in Cina, inquadrandoli in un’ampia visione teologica.
A - La
Chiesa in Cina negli ultimi 50 anni
La
comunità cattolica in Cina ha vissuto intensamente questi
ultimi 50 anni, affrontando un cammino difficile e
doloroso, che non soltanto l’ha segnata in profondità
ma anche le ha fatto assumere caratteristiche peculiari
che la distinguono ancora oggi.
La
comunità cattolica soffrì una prima persecuzione negli
anni ’50, che vide l’espulsione dei Vescovi e dei
missionari stranieri, l’imprigionamento di quasi tutti
gli ecclesiastici cinesi e dei responsabili dei vari
movimenti laicali, la chiusura delle chiese e
l’isolamento dei fedeli. Alla fine degli anni ’50
furono poi creati organismi statali quali l’Ufficio per
gli Affari Religiosi e l’Associazione Patriottica dei
Cattolici Cinesi, con lo scopo di guidare e
"controllare" ogni attività religiosa. Nel 1958
ebbero luogo le prime due ordinazioni episcopali senza il
mandato papale, dando inizio a una lunga serie di gesti
che feriscono profondamente la comunione ecclesiale.
Nel
decennio 1966-1976, la Rivoluzione Culturale, che era in
atto in tutto il Paese, coinvolse violentemente la comunità
cattolica, colpendo anche quei Vescovi, sacerdoti e fedeli
laici che si erano dimostrati più disponibili verso i
nuovi orientamenti, imposti dalle Autorità governative.
Negli
anni ’80, con le aperture promosse da Deng Xiaoping,
cominciò un periodo di tolleranza religiosa con qualche
possibilità di movimento e di dialogo, che permise la
riapertura di chiese, di seminari e di case religiose, e
una certa ripresa della vita comunitaria. Le informazioni,
che pervenivano dalle comunità ecclesiali cinesi,
confermavano che, ancora una volta, il sangue dei martiri
era stato seme di nuovi cristiani: la fede era rimasta
viva nelle comunità, la maggioranza dei cattolici aveva
dato una fervida testimonianza di fedeltà a Cristo e alla
Chiesa, le famiglie erano diventate al loro interno il
fulcro della trasmissione della fede. Il nuovo clima non
mancò, però, di suscitare differenti reazioni in seno
alla comunità cattolica.
A questo
proposito, il Papa ricorda che alcuni Pastori, "non
volendo sottostare a un indebito controllo, esercitato
sulla vita della Chiesa, e desiderosi di mantenere una
piena fedeltà al Successore di Pietro e alla dottrina
cattolica, si sono visti costretti a farsi consacrare
clandestinamente" per assicurare un servizio
pastorale alle proprie comunità (n. 8). Infatti "la
clandestinità" - precisa il Santo Padre - "non
rientra nella normalità della vita della Chiesa, e la
storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso
soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la
propria fede e di non accettare ingerenze di organismi
statali in ciò che tocca l’intimo della vita della
Chiesa" (ivi).
Altri,
solleciti soprattutto del bene dei fedeli e guardando al
futuro, "hanno acconsentito a ricevere
l’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio ma,
in seguito, hanno chiesto di poter essere accolti nella
comunione con il Successore di Pietro e con gli altri
Fratelli nell’episcopato" (ivi). Il Papa,
considerando la complessità della situazione e
profondamente desideroso di favorire il ristabilimento di
una piena comunione, ha concesso a molti di loro "il
pieno e legittimo esercizio della giurisdizione
episcopale".
Analizzando
attentamente la situazione della Chiesa in Cina, Benedetto
XVI è consapevole del fatto che la comunità soffre, al
suo interno, di una situazione di forti contrasti che vede
coinvolti fedeli e Pastori. Egli mette, però, in risalto
che tale dolorosa situazione non è stata provocata da
diverse posizioni dottrinali ma è frutto del "ruolo
significativo svolto da organismi, che sono stati imposti
come principali responsabili della vita della comunità
cattolica" (n. 7). Si tratta di organismi, le cui
dichiarate finalità, in particolare quella di attuare i
principi di indipendenza, autogoverno e autogestione della
Chiesa, non sono conciliabili con la dottrina cattolica.
Questa interferenza ha dato luogo a situazioni veramente
preoccupanti. Per di più, i Vescovi e i sacerdoti si sono
visti molto controllati e coartati nell’esercizio del
proprio officio pastorale.
Negli
anni ’90, da più parti e con sempre maggiore frequenza,
Vescovi e sacerdoti si sono rivolti alla Congregazione per
l’Evangelizzazione dei Popoli e alla Segretaria di Stato
per poter ricevere dalla Santa Sede precise indicazioni di
comportamento circa alcuni problemi della vita ecclesiale
in Cina. Molti chiedevano quale atteggiamento dovessero
assumere nei confronti del Governo e degli organismi
statali, preposti alla vita della Chiesa. Altre richieste
riguardavano problemi strettamente sacramentali, quali la
possibilità di concelebrare con Vescovi che erano stati
ordinati senza mandato pontificio o di ricevere i
Sacramenti da sacerdoti, ordinati da quei Vescovi. Alcuni
settori della comunità cattolica, infine, si trovavano
disorientati di fronte alla legittimazione di numerosi
Vescovi, che erano stati consacrati illecitamente.
La legge
sulla registrazione dei luoghi di culto, poi, e la
richiesta statale del certificato di appartenenza
all’Associazione Patriottica hanno suscitato nuove
tensioni e ulteriori interrogativi.
Durante
quegli anni il papa Giovanni Paolo II ha indirizzato più
volte alla Chiesa, che è in Cina, messaggi e appelli che
invitavano tutti i cattolici all’unità e alla
riconciliazione. Gli interventi del Santo Padre sono stati
bene accolti, creando una passione per l’unità, ma le
tensioni con le Autorità e all’interno della comunità
cattolica non sono, purtroppo, diminuite.
Da parte
sua, la Santa Sede ha dato indicazioni circa varie
problematiche, ma il passare del tempo e il sorgere di
nuove situazioni sempre più complesse esigevano una
riconsiderazione dell’intera materia al fine di offrire
una risposta più precisa possibile alle richieste e di
far conoscere sicuri orientamenti per l’attività
pastorale negli anni a venire.
B - Iter
storico della Lettera pontificia
Le varie
problematiche, che sembrano marcare più da vicino la vita
della Chiesa in Cina durante questi ultimi anni, sono
state ampiamente e attentamente analizzate da
un’apposita Commissione ristretta, composta da alcuni
sinologi e da coloro che, nella Curia Romana, seguono la
situazione di quella comunità. Quando poi il papa
Benedetto XVI ha deciso di convocare, per i giorni 19-20
gennaio 2007, una Riunione che ha visto la partecipazione
di vari ecclesiastici anche cinesi, la menzionata
Commissione si è adoperata per preparare un documento al
fine di favorire un ampio dibattito sui vari punti, di
raccogliere indicazioni pratiche dai partecipanti e di
prospettare alcuni possibili orientamenti
teologico-pastorali per la comunità cattolica in Cina.
Sua Santità, che ha benevolmente partecipato all’ultima
sessione della Riunione, tra le altre cose ha deciso di
indirizzare una sua Lettera ai Vescovi, ai presbiteri,
alle persone consacrate e ai fedeli laici.
C -
Contenuti della Lettera
"Senza
pretendere di trattare ogni particolare di complesse
problematiche da voi ben conosciute", scrive
Benedetto XVI ai cattolici cinesi, "con questa
Lettera vorrei offrire alcuni orientamenti in merito alla
vita della Chiesa e all’opera di evangelizzazione in
Cina, per aiutarvi a scoprire ciò che da voi vuole il
Signore e Maestro, Gesù Cristo" (n. 2). Il Papa
richiama alcuni principi fondamentali dell’ecclesiologia
cattolica per illuminare le problematiche più importanti,
nella consapevolezza che la luce di tali principi potrà
aiutare ad affrontare le varie questioni e gli aspetti più
concreti della vita della comunità cattolica.
Nell’esprimere
viva gioia per la fedeltà che i cattolici in Cina hanno
mostrato in questi ultimi cinquant’anni, Benedetto XVI
riafferma il valore inestimabile delle loro sofferenze e
della persecuzione subita a causa del Vangelo, e rivolge a
tutti un fervido appello all’unità e alla
riconciliazione. Consapevole del fatto che la piena
riconciliazione "non potrà compiersi dall’oggi al
domani", egli ricorda che tale cammino "è
sostenuto dall’esempio e dalla preghiera di tanti «testimoni
della fede» che hanno sofferto e hanno perdonato,
offrendo la loro vita per l’avvenire della Chiesa
cattolica in Cina" (n. 6).
In questo
contesto, risuona ancora valida la parola di Gesù "Duc
in altum" (Lc 5, 4). È una parola che
"ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere
con passione il presente, ad aprirci con fiducia al
futuro". In Cina, infatti, come nel resto del mondo,
"la Chiesa è chiamata ad essere testimone di Cristo,
a guardare in avanti con speranza e a misurarsi -
nell’annuncio del Vangelo - con le nuove sfide che il
Popolo cinese deve affrontare" (n. 3). "Anche
nel vostro Paese", il Papa ricorda,
"l’annuncio di Cristo crocifisso e risorto sarà
possibile nella misura in cui con fedeltà al Vangelo,
nella comunione con il Successore dell’Apostolo Pietro e
con la Chiesa universale, saprete realizzare i segni
dell’amore e dell’unità" (ivi).
Nell’affrontare
alcune problematiche più urgenti, che emergono dalle
richieste pervenute alla Santa Sede da parte di Vescovi e
di sacerdoti, Benedetto XVI offre indicazioni circa il
riconoscimento di ecclesiastici della comunità
clandestina da parte delle Autorità governative (cfr. n.
7) e mette in ampio risalto il tema dell’Episcopato
cinese (cfr. n. 8), con particolare riferimento a quanto
concerne la nomina dei Vescovi (cfr. n. 9). Hanno, poi,
uno speciale significato gli orientamenti pastorali, che
il Santo Padre dona alla comunità, sottolineando in primo
luogo la figura e la missione del Vescovo nella comunità
diocesana: "niente senza il Vescovo". Offre,
inoltre, indicazioni per la concelebrazione eucaristica e
invita a creare gli organismi diocesani, previsti dalle
norme canoniche. Non manca di dare indicazioni circa la
formazione dei presbiteri e la vita della famiglia.
Per
quanto riguarda i rapporti della comunità cattolica con
lo Stato, con tono sereno e rispettoso Benedetto XVI
ricorda la dottrina cattolica, riproposta anche dal
Concilio Vaticano II. Esprime poi il sincero auspicio che
possa andare avanti il dialogo tra la Santa Sede e il
Governo cinese per poter giungere ad un accordo sulla
nomina dei Vescovi, al pieno esercizio della fede dei
cattolici mediante il rispetto di un’autentica libertà
religiosa, e alla normalizzazione dei rapporti tra la
Santa Sede e il Governo di Pechino.
Il Papa,
infine, revoca tutte le Facoltà e le Direttive di ordine
pastorale, passate e recenti, che sono state concesse
dalla Santa Sede alla Chiesa in Cina. Le mutate
circostanze della situazione generale della Chiesa in Cina
e le maggiori possibilità di comunicazione permettono
ormai ai cattolici di seguire le norme canoniche generali
e, se del caso, di ricorrere alla Sede Apostolica. In ogni
caso, i principi dottrinali, che ispiravano le suddette
Facoltà e Direttive, trovano ora nuova applicazione nelle
direttive, contenute nella presente Lettera (cfr. n. 18).
D - Tono
e prospettive della Lettera
Benedetto
XVI, con afflato spirituale e con un linguaggio
eminentemente pastorale, si rivolge a tutta la Chiesa che
è in Cina. La sua intenzione non è quella di creare
situazioni di aspro confronto con persone e con gruppi
particolari: egli, anche se esprime rilievi su talune
situazioni critiche, lo fa con molta comprensione per gli
aspetti contingenti e per le persone coinvolte, pur
ricordando con estrema chiarezza i principi teologici. Il
Papa desidera invitare la Chiesa a una più profonda
fedeltà a Gesù Cristo e ricorda a tutti i cattolici
cinesi la missione di essere evangelizzatori
nell’attuale contesto concreto del loro Paese. Il Santo
Padre guarda con rispetto e con profonda simpatia alla
storia antica e recente del grande Popolo cinese e si
dice, ancora una volta, disponibile al dialogo con le
Autorità cinesi nella consapevolezza che la
normalizzazione della vita della Chiesa in Cina presuppone
un dialogo franco, aperto e costruttivo con le Autorità.
Benedetto XVI, come già il suo Predecessore, Giovanni
Paolo II, è inoltre fermamente convinto che detta
normalizzazione offrirà un impareggiabile contributo alla
pace nel mondo, creando così un’insostituibile tessera
nel grande mosaico della convivenza pacifica tra i popoli.