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VIAGGIO
APOSTOLICO A CIPRO (4-6 GIUGNO 2010) |
L'umanità
ha bisogno della Croce di Cristo per vincere il male nel
mondo: così il Papa nella Chiesa della Santa Croce
◊
Il mondo ha bisogno
della Croce di Cristo per vincere i mali del mondo:
l’uomo non può salvare se stesso. E’ quanto ha detto
il Papa ieri pomeriggio nell’omelia della Messa da lui
celebrata per i sacerdoti, i religiosi e i diaconi nella
Chiesa della Santa Croce a Nicosia. Il servizio di Sergio
Centofanti
Grande intensità di preghiera, ma anche festa,
tanta gioia e affetto nella Messa presieduta dal Papa
nella Chiesa della Santa Croce, situata nella zona
cuscinetto che separa le due comunità cipriote a Nicosia
ed è controllata dalle forze dell’Onu. Poco prima della
celebrazione, Benedetto XVI ha incontrato brevemente,
all’esterno della nunziatura, un anziano leader islamico
di un movimento sufi, Cheik Mohammed Nazim Abil Al-Haqqan,
89 anni, impegnato nel dialogo interreligioso. Il leader
sufi, giunto dalla parte Nord di Cipro per salutare il
Pontefice, si è scusato per il fatto di averlo aspettato
seduto. “Sono molto vecchio”, ha detto. Il Papa ha
risposto: “Sono anziano anch’io!”. Nazim ha poi
donato al Papa un bastone istoriato, una targa con parole
di pace in arabo e un rosario musulmano. Il Pontefice, da
parte sua, gli ha donato una medaglia: quindi si sono
abbracciati in un gesto di affetto fraterno. Nazim ha
chiesto infine a Benedetto XVI di pregare per lui.
“Certamente lo farò - gli ha risposto il Papa -
pregheremo l'uno per l'altro”.
canto
Nell’omelia il Papa ha parlato della Croce di
Cristo:
“Many might be tempted to ask why we
Christians celebrate an instrument…
“Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché
noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un
segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. E’
vero che la croce esprime tutti questi significati. E
tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla
croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il
definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del
mondo”.
Benedetto XVI ricorda l’antica tradizione
secondo la quale il legno della croce sarebbe stato preso
da un albero piantato sul Golgota, dove Adamo fu sepolto,
e cresciuto da un seme proveniente da un altro albero,
quello della conoscenza del bene e del male, che si
trovava nell’Eden. “Attraverso la provvidenza di Dio
– ha spiegato il Papa - l’opera del Maligno sarebbe
stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di
lui”:
“The wood of the Cross became the
vehicle for our redemption…
“Il legno della croce divenne lo strumento per la
nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era
stato tratto aveva originato la caduta dei nostri
progenitori. La sofferenza e la morte, che erano
conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso
attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello
innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e
tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una
vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla
potenza dell’amore che sacrifica se stesso”.
“L’uomo – ha proseguito il Pontefice - non
può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio
peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto
Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e
fisica”. La Croce – pertanto è “il simbolo più
eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto.
Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i
malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della
violenza – ed offre loro la speranza che Dio può
trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro
isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre
speranza senza limiti al nostro mondo decaduto”:
“That is why the world needs the Cross…
“Ecco perché il mondo ha bisogno della croce.
Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione,
non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo
all’interno della società, ed il suo significato più
profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione
forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza,
parla di amore, parla della vittoria della non violenza
sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà
forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere
l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un
mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la
brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe
sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima.
L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si
manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci
sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza.
Solo la croce vi pone fine”.
“Nessun potere terreno può salvarci dalle
conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena
può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente”
– ha aggiunto Benedetto XVI - ma “l’intervento
salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la
realtà del peccato e della morte nel suo opposto”. Ma
cosa vuol dire dare al mondo il messaggio della Croce?
“When we proclaim Christ crucified we are
proclaiming not ourselves, but him…
“Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non
proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra
sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti,
ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore,
dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere
semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia,
sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi
della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire.
Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla
grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo
mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso
tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della
nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante
i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della
nostra testimonianza”.
Il Papa esorta i sacerdoti a conformare la loro vita
“al mistero della croce di Cristo Signore”. “Nel
riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia
collettivamente – ha aggiunto - riconosciamo umilmente
di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello
innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con
quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle
sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una
felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua
gloria”.
Rivolge quindi il suo pensiero ai molti sacerdoti
e religiosi del Medio Oriente chiamati a vivere il mistero
della croce del Signore:
“Through the difficulties facing their
communities as a result of the conflicts…
“Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono
privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose,
molte famiglie prendono la decisione di andare via, e
anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In
situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una
comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e
continua a dar testimonianza a Cristo è un segno
straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma
anche per quanti vivono nella Regione”.
“Abbracciando la croce loro offerta – ha
concluso il Papa - i sacerdoti e i religiosi del Medio
Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al
cuore del mistero” stesso della Croce di Cristo.
Fuori dalla Chiesa un gruppo d’immigrati africani a
Cipro ha voluto offrire al Papa il suo abbraccio con canti
e applusi.
SANTA MESSA CON
SACERDOTI,
RELIGIOSI, RELIGIOSE, DIACONI, CATECHISTI
ED ESPONENTI DI MOVIMENTI ECCLESIALI DI CIPRO
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Chiesa
parrocchiale latina della Santa Croce - Nicosia
Sabato, 5 giugno 2010
Cari
fratelli e sorelle in Cristo,
il Figlio
dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque
crede in lui abbia la vita eterna (cfr Gv 3,14-15).
In questa Messa votiva adoriamo e lodiamo il nostro
Signore Gesù Cristo, poiché con la sua Santa Croce ha
redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha
spalancato le porte del Cielo e ci ha preparato un posto,
affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare
alla sua gloria.
Nella
gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti
voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio
per la vostra presenza. Apprezzo molto il calore con il
quale mi avete accolto. Sono particolarmente grato a Sua
Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme per le sue
parole di benvenuto all’inizio della Messa, e per la
presenza del Padre Custode di Terra Santa. Qui a Cipro,
terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi
missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo
oggi fra voi, sulle orme di quel grande Apostolo, per
rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il
Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro
della celebrazione odierna è la Croce di Cristo. Molti
potrebbero essere tentati di chiedere perché noi
cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di
sofferenza, di sconfitta e di fallimento. E’ vero che la
croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa
di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra
salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo
dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo.
Vi è
un’antica tradizione che il legno della croce sia stato
preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel
luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo,
conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth
piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e
del male, l’albero che si trovava al centro del giardino
dell’Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera
del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue
stesse armi contro di lui.
Ingannato
dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in
Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero
del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza
di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la
morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la
sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella
storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima
lettura di oggi, che fa eco alla caduta e prefigura la
redenzione di Cristo.
Come
punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre
languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe
potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al
simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce
che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta
per tutte. Vediamo chiaramente che l’uomo non può
salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato.
Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può
liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché
Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo
Figlio unigenito non per condannare il mondo – come
avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso
di Lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito
Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè
innalzò il serpente nel deserto, così che quanti
avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero
avere la vita.
Il legno
della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione,
proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva
originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza
e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero
il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu
sconfitto. L’agnello innocente fu sacrificato
sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione
della vittima scaturì una vita nuova: il potere del
maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che
sacrifica se stesso.
La croce,
pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di
quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno
strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma
allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la
definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il
simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia
mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli
oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime
della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può
trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro
isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre
speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
Ecco
perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è
semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un
distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno
della società, ed il suo significato più profondo non ha
nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o
di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla
della vittoria della non violenza sull’oppressione,
parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli,
fa superare le divisioni, e vincere l’odio con
l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza
speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità
rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e
l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità
dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in
modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine
al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone
fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle
conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena
può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente,
tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio
misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e
della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo
quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente
sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più
nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […],
poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la
ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a
noi restituita” (Oratio X, PG 97,
1018-1019).
Cari
fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il
messaggio della croce è stato affidato a noi, così che
possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo
Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non
offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei
nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua
sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici.
Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta
e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per
essere araldi della verità salvifica che il mondo ha
bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di
fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non
cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo
stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni
della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire
mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità
della nostra testimonianza.
In questo
Anno
Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola
speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si
preparano all’ordinazione. Riflettete sulle parole
pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli
presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò
che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita
al mistero della croce di Cristo Signore”.
Mentre
proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di
imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se
stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è
allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui
persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero
ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia
individualmente sia collettivamente, riconosciamo
umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello
innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con
quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle
sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una
felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua
gloria.
Nei miei
pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale
dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che
stanno sperimentando in questi momenti una particolare
chiamata a conformare le proprie vite al mistero della
croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza,
dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e
religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare
via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In
situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una
comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e
continua a dar testimonianza a Cristo è un segno
straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma
anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola
presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della
pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura
di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della
Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole
accettazione dell’altro. Abbracciando la croce loro
offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente
possono realmente irradiare la speranza che è al cuore
del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.
Rinfranchiamoci
con le parole della seconda lettura di oggi, che parla così
bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in
croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. “Per
questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di
sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni
ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra” (Fil 2,9-10).
Ναι,
αγαπητές
εν Χριστώ
αδελφές
και
αγαπητοί
αδελφοί, εμάς
δε μή
γένοιτο
καυχάσθαι
ει μή εν τώ
σταυρώ του
Κυρίου
ημών Ιησού
Χριστού (cfr
Gal 6:14). Αυτος
ειναι η
σωτηρία, η
ζωή και η
ανάστασις.
Δια μέσου
αυτου
εσωθήκαμε
και
ελευθερωθήκαμε. [Sì,
amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria
che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù
Cristo (cfr Gal 6,14). Lui è la nostra vita, la
nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi
siamo stati salvati e resi liberi.]
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