UDIENZA AL CLERO (13 MAGGIO 2005) |
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Servizio trasmesso da Radio Vaticana
SI AVRA’ MOLTO PRESTO L’APERTURA UFFICIALE DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE PER GIOVANNI PAOLO II: L’ANNUNCIO DI BENEDETTO XVI NEL GIORNO DELLA SUA UDIENZA AL CLERO ROMANO E DELLA PRESA DI POSSESSO DELL’APPARTAMENTO PONTIFICIO IN LATERANO. IL PAPA HA RIFLETTUTTO SUL SIGNIFICATO E LA MISSIONE DEL SACERDOZIO, RISPONDENDO ALLE DOMANDE DEI PARROCI ROMANI
- Servizio di Alessandro De Carolis -
Benedetto XVI “ha dispensato dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), Sommo Pontefice, cosicché la causa di Beatificazione e Canonizzazione del medesimo Servo di Dio possa avere subito inizio”. Sono queste le parole, pronunciate in latino, con le quali il Papa ha dato questa mattina un annuncio atteso da milioni di fedeli in tutta la Chiesa. L’annuncio di Benedetto XVI è stato dato all’interno della Basilica Lateranense, durante l’incontro con il clero romano. Il racconto dell’evento nel servizio di Alessandro De Carolis:
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“Summus Pontifex Benedictus XVI (…) dispensavit a tempore quinque annorum exspectationis post mortem Servi Dei Ioannis Pauli II (Caroli Wojtyla), Summi Pontificis, ita ut causa Beatificationis et Canonizationis eiusdem Servi Dei statim incipi posset.
E’ velata dalla formula in latino ma scatena subito un commosso entusiasmo la grande notizia che coglie di sorpresa la Chiesa universale e il mondo: Giovanni Paolo II sarà presto Beato. E’ lo stesso Benedetto XVI, sfoggiando un sorriso emozionato, ad annunciare la deroga al Canone, che – ad appena 42 giorni dalla morte di Papa Wojtyla – risponde in sostanza a quel grido partito dal cuore di Piazza San Pietro l’8 aprile scorso, giorno delle esequie di Giovanni Paolo II: “Santo subito!”.
L’annuncio della dispensa pontificia – dato significativamente il 13 maggio, festa della Madonna di Fatima cui Giovanni Paolo II ha detto nel suo testamento di dovere la sua “seconda” vita – ha fatto questa mattina da spartiacque tra i due momenti di un altro avvenimento importante in questo inizio di Pontificato: la presa di possesso dell’appartamento pontificio in Laterano da parte di Benedetto XVI, nella sua veste di vescovo di Roma. Il Papa ha voluto incontrare in Basilica il clero capitolino, in quella che è una tradizionale udienza annuale, offrendo un’ampia riflessione sull’essenza
spirituale e sulla natura ministeriale del sacerdozio e poi soffermandosi in dialogo con i sacerdoti, ascoltando e rispondendo alle loro domande.
Benedetto XVI ha fatto il suo ingresso nella Basilica Lateranense verso le 10, accompagnato dal cardinale vicario Camillo Ruini, dal vicegerente, mons. Luigi Moretti, e dal segretario generale del Vicariato, mons. Mauro Parmeggiani. Il Papa ha percorso la navata centrale della Basilica salutando i parroci romani che si protendevano dalle transenne per stringergli la mano. Dopo il saluto del cardinale Ruini, che ha annunciato in anteprima la presenza del Papa, con un suo discorso, all’apertura del Convegno diocesano dedicato ai temi della famiglia in Basilica, il prossimo 6 giugno – Benedetto XVI ha
voluto subito salutare “con animo amico”, ha detto, ciascun sacerdote impegnato come lui “nella fatica quotidiana nella vigna del Signore”. I funerali di Giovanni Paolo II, ha affermato, hanno dimostrato come la Chiesa di Roma sia “profondamente unita e piena di fervore”. Merito certamente dei sacerdoti romani, ha riconosciuto il Papa, chiamati a promuovere insieme a lui “l’esemplarità” della Chiesa capitolina:
“Conto dunque su di voi, sulla vostra preghiera, sulla vostra accoglienza e dedizione, perché questa nostra amata Diocesi corrisponda sempre più generosamente alla vocazione che il Signore le ha affidato. E da parte mia vi dico: potete contare, nonostante i miei limiti, sulla sincerità del mio paterno affetto”.
Benedetto XVI ha poi offerto una disamina della situazione attuale della Chiesa. Se è ormai alle spalle, ha osservato, il tempo della “crisi d’identità” che aveva “travagliato” molti sacerdoti nel passato, “rimangono però ben presenti – ha asserito -quelle cause di ‘deserto spirituale’ che affliggono l’umanità del nostro tempo e conseguentemente minano anche la Chiesa che vive in questa umanità”. Come non temere, si è chiesto allora, “che esse possano insidiare anche la vita dei sacerdoti?” Di qui, dunque, il discorso è entrato,
in modo concettualmente denso, nel merito del ministero sacerdotale:
“Siamo incaricati non di dire molte parole, ma di farci eco e portatori di una sola “Parola”, che è il Verbo di Dio fatto carne per la nostra salvezza (…) Cari sacerdoti di Roma, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, si affida a noi, ci affida il suo corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere con Lui un solo sentire, volere quello che Egli vuole e non volere quello che Egli non vuole”.
Vivere ed agire come Gesù, ha proseguito Benedetto XVI, comporta l’avere una relazione privilegiata con lui, attraverso l’Eucaristia. Nell’invitare ogni sacerdote, sulla scia di Giovanni Paolo II, a vivere la Santa Messa come centro “assoluto” della propria vita, il Papa ha toccato il tema delicato dell’ubbidienza:
“Nella Chiesa però l’ubbidienza non è qualcosa di formalistico; è ubbidienza a colui che è a sua volta ubbidiente e impersona il Cristo ubbidiente. Tutto ciò non vanifica e nemmeno attenua le esigenze concrete dell’ubbidienza, ma assicura la sua profondità teologale e il suo respiro cattolico: nel vescovo ubbidiamo a Cristo e alla Chiesa intera, che egli rappresenta in questo luogo”.
La riflessione si è poi rivolta al ruolo di mediatore che il sacerdote svolge tra Dio e l’umanità. “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro”. E in quanto ministro di Cristo, il sacerdote diventa servitore dell’uomo, per il dovere di annunciargli la salvezza del Vangelo, facendosi, come San Paolo” “tutto a tutti”:
“Naturalmente una tale vicinanza e dedizione ha per ciascuno di voi un costo personale, significa tempo, preoccupazioni, dispendio di energie. Conosco questa vostra fatica quotidiana e voglio ringraziarvi, da parte del Signore. Ma vorrei anche aiutarvi a non cedere sotto questa fatica. Per poter resistere, e anzi crescere, come persone e come sacerdoti, è fondamentale anzitutto l’intima comunione con Cristo, il cui cibo era fare la volontà del Padre”.
Proprio da Gesù, che sacrificò la propria vita per fare la volontà di Dio, il sacerdote impara, ha notato il Papa, “l’arte dell’ascesi sacerdotale”. Azione pastorale, dunque, ma anche preghiera e meditazione quotidiane perché, come lo ha dimostrato ampiamente Giovanni Paolo II, “il tempo per stare alla presenza di Dio è una vera priorità pastorale, in ultima analisi la più importante. Le ultime parole del suo discorso – prima dell’annuncio sul processo di beatificazione del suo predecessore – Benedetto XVI le ha dedicate all’esortazione
alla santità personale di ogni membro del clero e alla comunione all’interno della gerarchia ecclesiale.
Quindi, il microfono è passato ai parroci e ai sacerdoti romani. Venti interventi, intervallati da considerazioni, manifestazioni d’affetto, domande, sollecitazioni al Pontefice su temi tra i più vari, dalla necessità di una riaffermazione di Cristo al centro della vita ecclesiale e parrocchiale alla situazione dei divorziati, all’impegno ecumenico e alla missione. Proprio gettando uno sguardo al mondo – in particolare soffermandosi sulla responsabilità dell’Europa verso gli altri continenti, specialmente verso l’Africa - Benedetto XVI, rispondendo a braccio, ha aperto una parentesi tra le
più significative:
“L’Africa è un continente di grandissime possibilità, di una grandissima generosità da parte della sua gente, con una fede viva e impressionante, ma dobbiamo confessare che l’Europa ha esportato, purtroppo, non solo la fede in Cristo, ma anche i vizi. Ha esportato il senso della corruzione, ha esportato la violenza, che adesso sta devastando questa Africa. C’è il commercio delle armi. C’è lo sfruttamento dei tesori di questa terra. Tanto più noi cristiani dobbiamo fare di tutto perché arrivi la fede e con la fede la forza di resistere a questi vizi”.
Benedetto XVI ha quindi concluso il suo intervento a braccio, riaffermando con forza – tra gli applausi dei sacerdoti - la necessità della missione, dell’annuncio di Cristo a tutti gli uomini:
“Se noi abbiamo trovato il Signore, se per me il Signore è la luce e la gioia della vita, se è così, siamo sicuri che a un altro che non ha trovato Cristo manca una cosa essenziale. E’ un dovere nostro offrirgli questa realtà essenziale. Poi lasciamo alla guida dello Spirito Santo e alla libertà di ognuno quello che succederà. Ma se siamo convinti che abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, manca una realtà, la realtà fondamentale, siamo anche convinti che non facciamo torto a nessuno se gli mostriamo Cristo e
offriamo la possibilità di trovare la gioia di aver trovato la vita”.
Pochi minuti prima delle 12.30, il Papa ha fatto rientro in Vaticano a bordo della berlina scoperta, ed ha benedetto la folla che si era rapidamente addensata ai lati della strada per salutarlo.
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Nel corso della sua visita alla Basilica lateranense, Benedetto XVI ha rivolto un saluto ai dipendenti del Vicariato di Roma, le cui varie mansioni, ha detto loro, “sono accomunate però dalla partecipazione alla stessa missione della Chiesa”. Proprio quest’unica missione, ha soggiunto il Papa, “chiama ciascuno ad una profonda comunione che ha in Gesù Cristo il suo centro, ed esige da parte di tutti una quotidiana disponibilità alla collaborazione. In tal modo – ha concluso il Pontefice, chiedendo preghiere e sostegno ai presenti - ognuno porta a compimento con gioia il compito che gli è
affidato per il bene dell’intera Comunità diocesana”.
Radio Vaticana, Alessandro De Carolis, 13 maggio 2005
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