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UDIENZA
AL CLERO ROMANO (2/03/2006) |
Radio Vaticana,
2 marzo 2006
AFFETTUOSO
INCONTRO STAMANE IN VATICANO TRA BENEDETTO XVI E IL CLERO
DELLA DIOCESI DI ROMA
Affettuoso
incontro stamane nell’Aula
della Benedizione in Vaticano, tra il Papa e
il
clero della
diocesi di Roma.
Benedetto XVI ha parlato a braccio rispondendo alle
domande dei parroci romani in un colloquio durato circa
due ore. Ricordiamo che le parrocchie della diocesi di
Roma sono più di 330. I sacerdoti
presenti nella capitale sono circa 5.500. Ma
ascoltiamo il servizio di Alessandro Gisotti:
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Un
incontro all’insegna della cordialità e della
franchezza nel quale Benedetto XVI e i parroci romani si
sono confrontati sulle grandi sfide che la Chiesa di Roma
si trova oggi ad affrontare. Ma anche un “colloquio
fraterno”, come lo ha definito il Papa stesso. In
apertura, anche un momento simpatico con la lettura di un
sonetto, di un parroco, dedicato a Benedetto XVI e al suo
amato predecessore Giovanni Paolo II. La famiglia, il
confronto con i giovani, la formazione dei giovani preti:
questi i temi, che hanno caratterizzato gli interventi dei
quindici parroci che hanno chiesto una riflessione, dei
suggerimenti, ma anche un incoraggiamento al Santo Padre.
In molti, a partire dal Pontefice e dal cardinale vicario
Camillo Ruini hanno ricordato
la grande testimonianza di amore cristiano offerta da don
Andrea Santoro. Soprattutto in Quaresima, ha sottolineato
il Papa dobbiamo ribadire la nostra vocazione, che è
un’opzione fondamentale per la vita. “Un mondo vuoto
di Dio, che ha dimenticato Dio – ha avvertito – perde
la vita e cade in una cultura della morte”. Un pericolo,
ha ricordato, già indicato da Papa Wojtyla
nell’Enciclica Evangelium
Vitae. E’ offrendo la vita, ha aggiunto il Papa, che
la possiamo trovare. Questo è il “senso ultimo della
Croce”.
Quindi,
il Santo Padre si è soffermato sull’importanza per il
cristiano del “lasciarsi donare”. Un’umiltà che il
Papa ha chiesto ai parroci nel loro servizio ai fedeli.
Dobbiamo accettare la nostra imperfezione, ha ribadito il
Papa, per accogliere il Dio che è Amore. Benedetto XVI ha
così messo l’accento su quanto la Chiesa può fare per
aiutare la famiglia, cellula fondamentale di ogni società
sana. “E’ importante – ha affermato – insegnare la
preghiera in famiglia”. Il Papa ha inoltre condiviso la
preoccupazione di un sacerdote sull’isolamento delle e
nelle famiglie. Per questo, ha constatato, c’è bisogno
della compartecipazione della Chiesa per salvare la
famiglia. Nelle sue risposte ai parroci, il Papa si è
anche soffermato sull’importanza dell’Adorazione
Eucaristica, che, ha detto, va sempre più incoraggiata.
Quindi, riprendendo la sua Enciclica Deus
caritas est ha rivolto
parole di incoraggiamento a quanti, testimoni dell’amore
cristiano, si impegnano in favore dei poveri e degli
ammalati.
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DISCORSO
DEL PAPA
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FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Parlo
subito, altrimenti il mio monologo diventa troppo lungo,
se aspetto che si concludano tutti gli interventi. Vorrei
innanzitutto esprimere la mia gioia di essere qui con voi,
cari Sacerdoti di Roma. È una gioia reale: quella di
vedere tanti buoni pastori a servizio del «Buon Pastore»
qui, nella prima Sede della Cristianità, nella Chiesa che
«presiede alla carità» e che deve essere modello delle
altre Chiese locali. Grazie per il vostro servizio!
Abbiamo
il luminoso esempio di Don Andrea, che ci mostra l'«essere»
sacerdote sino in fondo: morire per Cristo nel momento
della preghiera e così testimoniare, da una parte,
l'interiorità della propria vita con Cristo e,
dall'altra, la propria testimonianza per gli uomini in un
punto realmente «panperiferico» del mondo, circondato
dall'odio e dal fanatismo di altri. È una testimonianza
che ispira tutti a seguire Cristo, a dare la vita per gli
altri e a trovare proprio così la Vita.
Riguardo
al primo intervento, rivolgo, innanzitutto un grande
grazie per questa meravigliosa poesia! Ci sono anche poeti
ed artisti nella Chiesa di Roma, nel presbiterio di Roma,
e avrò ancora la possibilità di meditare, di
interiorizzare queste belle parole e di tener presente che
questa «finestra» è sempre «aperta». Forse è questa
l'occasione per ricordare l'eredità fondamentale del
grande Papa Giovanni Paolo II, per continuare ad
assimilare sempre più questa eredità.
Ieri
abbiamo dato inizio alla Quaresima. La Liturgia di oggi ci
offre una profonda indicazione del significato essenziale
della Quaresima: è un indicatore di strada per la nostra
vita. Perciò mi sembra — parlo riferendomi a Papa
Giovanni Paolo II — che dobbiamo insistere un po' sulla
prima Lettura della giornata di oggi. Il grande discorso
di Mosè sulla soglia della Terra Santa, dopo i quarant'anni
del pellegrinaggio nel deserto, è un riassunto di tutta
la Torah, di tutta la Legge. Troviamo qui l'essenziale non
solo per il popolo ebraico ma anche per noi. Questo
essenziale è la parola di Dio: «Io ti ho posto davanti
la vita e la morte, la benedizione e la maledizione;
scegli dunque la vita» (Dt 30,19). Questa parola
fondamentale della Quaresima è anche la parola
fondamentale dell'eredità del nostro grande Papa Giovanni
Paolo II: scegliere la vita. Questa è la nostra vocazione
sacerdotale: scegliere noi stessi la vita e aiutare gli
altri a scegliere la vita. Si tratta di rinnovare nella
Quaresima la nostra, per così dire, «opzione
fondamentale», l'opzione per la vita.
Ma, nasce
subito la questione: come si sceglie la vita? come si fa?
Riflettendo, mi è venuto in mente che la grande defezione
dal Cristianesimo realizzatasi nell'Occidente negli ultimi
cento anni, è stata attuata proprio in nome dell'opzione
per la vita. È stato detto — penso a Nietzsche ma anche
a tanti altri — che il Cristianesimo è una opzione
contro la vita. Con la Croce, con tutti i Comandamenti,
con tutti i «No» che ci propone, ci chiude la porta
della vita. Ma noi, vogliamo avere la vita, e scegliamo,
optiamo, finalmente, per la vita liberandoci dalla Croce,
liberandoci da tutti questi Comandamenti e da tutti questi
«No». Vogliamo avere la vita in abbondanza, nient'altro
che la vita. Qui subito viene in mente la parola del
Vangelo di oggi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la
perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la
salverà» ( Lc 9, 24). Questo è il paradosso che
dobbiamo innanzitutto tener presente nell'opzione per la
vita. Non arrogandoci la vita per noi ma solo dando la
vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo
trovarla. Questo è il senso ultimo della Croce: non
prendere per sé ma dare la vita.
Così,
Nuovo e Vecchio Testamento vanno insieme. Nella prima
Lettura del Deuteronomio la risposta di Dio è: «Io oggi
ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per
le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le
sue norme, perché tu viva» (30, 16). Questo, a prima
vista non ci piace, ma è la strada: l'opzione per la vita
e l'opzione per Dio sono identiche. Il Signore lo dice nel
Vangelo di San Giovanni: «Questa è la vita eterna: che
conoscano te» (Gv 17, 3). La vita umana è una relazione.
Solo in relazione, non chiusi in noi stessi, possiamo
avere la vita. E la relazione fondamentale è la relazione
col Creatore, altrimenti le altre relazioni sono fragili.
Scegliere Dio, quindi: questo è essenziale. Un mondo
vuoto di Dio, un mondo che ha dimenticato Dio, perde la
vita e cade in una cultura di morte. Scegliere la vita,
fare l'opzione per la vita, quindi, è, innanzitutto,
scegliere l’opzione-relazione con Dio. Ma, subito nasce
la questione: con quale Dio? Qui, di nuovo, ci aiuta il
Vangelo: con quel Dio che ci ha mostrato il suo volto in
Cristo, con quel Dio che ha vinto l'odio sulla Croce, cioè
nell'amore sino alla fine. Così, scegliendo questo Dio,
scegliamo la vita.
Il Papa
Giovanni Paolo II ci ha donato la grande Enciclica Evangelium
vitae. In essa — è quasi un ritratto dei problemi
della cultura odierna, delle speranze e dei pericoli —
diviene visibile che una società che dimentica Dio, che
esclude Dio e, proprio per avere la vita, cade in una
cultura di morte. Proprio volendo avere la vita si dice «No»
al bambino, perché mi toglie qualche parte della mia
vita; si dice «No» al futuro, per avere tutto il
presente; si dice «No» sia alla vita che nasce sia alla
vita sofferente, che va verso la morte. Questa apparente
cultura della vita diventa la anti-cultura della morte,
dove Dio è assente, dove è assente quel Dio che non
ordina l'odio ma vince l'odio. Qui facciamo la vera
opzione per la vita. Tutto, allora, è connesso: la più
profonda opzione per Cristo Crocifisso con la più
completa opzione per la vita, dal primo momento fino
all'ultimo momento.
Questo,
mi sembra, in qualche modo, anche il nucleo della nostra
pastorale: aiutare a fare una vera opzione per la vita,
rinnovare la relazione con Dio come la relazione che ci dà
vita e ci mostra la strada per la vita. E così amare di
nuovo Cristo, che dall'Essere più ignoto, al quale non
arrivavamo e che rimaneva enigmatico, si è reso un Dio
noto, un Dio dal volto umano, un Dio che è amore. Teniamo
presente proprio questo punto fondamentale per la vita e
consideriamo che in questo programma è presente tutto il
Vangelo, dall'Antico al Nuovo Testamento, che ha come
centro Cristo. La Quaresima, per noi stessi, dovrebbe
essere il tempo per rinnovare la nostra conoscenza di Dio,
la nostra amicizia con Gesù, per essere così capaci di
guidare gli altri in modo convincente alla opzione per la
vita, che è innanzitutto opzione per Dio. A noi stessi
deve risultare chiaro che scegliendo Cristo non abbiamo
scelto la negazione della vita, ma abbiamo scelto
realmente la vita in abbondanza.
L'opzione
cristiana è, in fondo, molto semplice: è l'opzione del
«Sì» alla vita. Ma questo «Sì», si realizza solo con
un Dio non ignoto, con un Dio dal volto umano. Si realizza
seguendo questo Dio nella comunione dell'amore. Quanto ho
fin qui detto vuol essere un modo di rinnovare il nostro
ricordo nei riguardi del grande Papa Giovanni Paolo II.
Veniamo
al secondo intervento, così simpatico, a proposito delle
mamme. Direi che adesso non posso comunicare grandi
programmi, parole che potrete dire alle mamme. Dite
semplicemente: il Papa vi ringrazia! Vi ringrazia perché
avete donato la vita, perché volete aiutare questa vita
che cresce e volete così costruire un mondo umano,
contribuendo ad un futuro umano. E lo fate non dando solo
la vita biologica, ma comunicando il centro della vita,
facendo conoscere Gesù, introducendo i vostri bambini
alla conoscenza di Gesù, all'amicizia con Gesù. Questo
è il fondamento di ogni catechesi. Quindi bisogna
ringraziare le mamme soprattutto perché hanno avuto il
coraggio di dare la vita. E bisogna pregare le mamme perché
completino questo loro dare la vita dando l'amicizia con
Gesù.
Il terzo
intervento era del Rettore della chiesa di sant'Anastasia.
Qui, forse, posso dire, tra parentesi, che la chiesa di
sant'Anastasia mi era già cara prima di averla vista,
perché era la chiesa titolare del nostro Cardinale de
Faulhaber. Egli ci ha sempre fatto sapere che a Roma aveva
una sua chiesa, quella di sant'Anastasia. Con questa
comunità ci siamo sempre incontrati in occasione della
seconda Messa di Natale, dedicata alla «stazione» di
sant'Anastasia. Gli storici dicono che là, il Papa,
doveva visitare il Governatore bizantino, che lì aveva la
sede. La chiesa ci fa pensare anche a quella santa e così
anche all'«Anastasis»: a Natale pensiamo anche
alla Risurrezione. Non sapevo, e sono grato di esserne
stato informato, che adesso la chiesa è sede dell'«Adorazione
perpetua»; è quindi un punto focale della vita di fede a
Roma. Questa proposta di creare nei cinque Settori della
Diocesi di Roma, cinque luoghi di Adorazione perpetua, la
pongo fiduciosamente nelle mani del Cardinale Vicario.
Vorrei soltanto dire: grazie a Dio, perché dopo il
Concilio, dopo un periodo in cui mancava un po' il senso
dell'adorazione eucaristica, è rinata la gioia di questa
adorazione dappertutto nella Chiesa, come abbiamo visto e
sentito nel Sinodo sull'Eucaristia. Certo, con la
Costituzione conciliare sulla Liturgia, è stata
riscoperta soprattutto tutta la ricchezza dell'Eucaristia
celebrata, dove si realizza il testamento del Signore:
Egli si dà a noi e noi rispondiamo dandoci a Lui. Ma,
adesso, abbiamo riscoperto che questo centro che ci ha
donato il Signore nel poter celebrare il suo sacrificio e
così entrare in comunione sacramentale, quasi corporale,
con Lui perde la sua profondità e anche la sua ricchezza
umana se manca l'Adorazione, come atto conseguente alla
comunione ricevuta: l’adorazione è un entrare con la
profondità del nostro cuore in comunione con il Signore
che si fa presente corporalmente nell'Eucaristia.
Nell'Ostensorio si dà sempre nelle nostre mani e ci
invita ad unirci alla sua Presenza, al suo Corpo risorto.
Adesso,
veniamo alla quarta domanda. Se ho capito bene, ma non ne
sono sicuro, era: «come arrivare ad una fede viva, ad una
fede realmente cattolica, ad una fede concreta, vivace,
efficiente?». La fede, in ultima istanza, è un dono.
Quindi la prima condizione è lasciarsi donare qualcosa,
non essere autosufficienti, non fare tutto da noi, perché
non lo possiamo, ma aprirci nella consapevolezza che il
Signore dona realmente. Mi sembra che questo gesto di
apertura sia anche il primo gesto della preghiera: essere
aperto alla presenza del Signore e al suo dono. È questo
anche il primo passo nel ricevere una cosa che noi non
facciamo e che non possiamo avere, nell'intento di farla
da noi stessi. Questo gesto di apertura, di preghiera —
donami la fede, Signore! — deve essere realizzato con
tutto il nostro essere. Noi dobbiamo entrare in questa
disponibilità di accettare il dono e di lasciarci
permeare dal dono nel nostro pensiero, nel nostro affetto,
nella nostra volontà. Qui, mi sembra molto importante
sottolineare un punto essenziale: nessuno crede solo da se
stesso. Noi crediamo sempre in e con la Chiesa. Il credo
è sempre un atto condiviso, un lasciarsi inserire in una
comunione di cammino, di vita, di parola, di pensiero. Noi
non "facciamo" la fede, nel senso che è
anzitutto Dio che la dà. Ma, non la "facciamo"
anche nel senso che essa non dev’essere inventata da
noi. Dobbiamo lasciarci cadere, per così dire, nella
comunione della fede, della Chiesa. Credere è un atto
cattolico in sé. È partecipazione a questa grande
certezza, che è presente nel soggetto vivente della
Chiesa. Solo così possiamo anche capire la Sacra
Scrittura nella diversità di una lettura che si sviluppa
per mille anni. È una Scrittura, perché è elemento,
espressione dell'unico soggetto — il Popolo di Dio —
che nel suo pellegrinaggio è sempre lo stesso soggetto.
Naturalmente, è un soggetto che non parla da sé, ma è
un soggetto creato da Dio — l'espressione classica è «ispirato»
—, un soggetto che riceve, poi traduce e comunica questa
parola. Questa sinergia è molto importante. Sappiamo che
il Corano, secondo la fede islamica, è parola verbalmente
data da Dio, senza mediazione umana. Il Profeta non
c'entra. Egli solo l'ha scritta e comunicata. È pura
parola di Dio. Mentre per noi, Dio entra in comunione con
noi, ci fa cooperare, crea questo soggetto e in questo
soggetto cresce e si sviluppa la sua parola. Questa parte
umana è essenziale, e ci dà anche la possibilità di
vedere come le singole parole diventano realmente Parola
di Dio solo nell'unità di tutta la Scrittura nel soggetto
vivente del popolo di Dio. Quindi, il primo elemento è il
dono di Dio; il secondo è la compartecipazione nella fede
del popolo pellegrinante, la comunicazione nella Santa
Chiesa, la quale, da parte sua, riceve il Verbo di Dio,
che è il Corpo di Cristo, animato dalla Parola vivente,
dal Logos divino. Dobbiamo approfondire, giorno dopo
giorno, questa nostra comunione con la Santa Chiesa e così
con la Parola di Dio. Non sono due cose opposte, così che
io possa dire: sono più per la Chiesa o sono più per la
Parola di Dio. Solo unitamente si è nella Chiesa, si fa
parte della Chiesa, si diventa membri della Chiesa, si
vive della Parola di Dio, che è la forza di vita della
Chiesa. E chi vive della Parola di Dio può viverla solo
perché è viva e vitale nella Chiesa vivente.
Il quinto
intervento era su Pio XII. Grazie per questo intervento.
Era il Papa della mia gioventù. Lo abbiamo venerato
tutti. Come è stato detto giustamente, egli ha molto
amato il popolo tedesco, lo ha difeso anche nella grande
catastrofe dopo la guerra. E devo aggiungere che prima di
essere Nunzio a Berlino era Nunzio a Monaco, perché
inizialmente a Berlino non aveva ancora la Rappresentanza
Pontificia. Era proprio anche vicino a noi. Mi sembra,
questa, l'occasione per esprimere gratitudine a tutti i
grandi Papi del secolo scorso. Si è aperto il secolo con
il santo Pio X, poi Benedetto XV, Pio XI, Pio XII,
Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo
II. Mi sembra che questo sia un dono speciale in un secolo
così difficile, con due guerre mondiali, con due
ideologie distruttive: fascismo-nazismo e comunismo.
Proprio in questo secolo, che si è opposto alla fede
della Chiesa, il Signore ci ha dato una catena di grandi
Papi, e così un'eredità spirituale che ha confermato,
direi, storicamente, la verità del Primato del Successore
di Pietro.
Il
successivo intervento dedicato alla famiglia, era del
parroco di santa Silvia. Qui posso soltanto essere
totalmente d'accordo. Anche nelle visite «ad limina»
parlo sempre con i Vescovi della famiglia, minacciata, in
diversi modi, nel mondo. È minacciata in Africa, perché
si trova difficilmente il passaggio dal «mariage
coutumier» al «mariage religieux», perché
si teme la definitività.
Mentre in
Occidente la paura del bambino è motivata dal timore di
perdere qualcosa della vita, lì è il contrario: finché
non consta che la moglie avrà anche bambini, non si può
osare il matrimonio definitivo. Perciò il numero dei
matrimoni religiosi rimane relativamente piccolo e molti
anche "buoni" cristiani, anche con un'ottima
volontà di essere cristiani, non compiono quest'ultimo
passo. Il matrimonio è minacciato anche in America
Latina, per altri motivi, ed è minacciato fortemente,
come sappiamo, in Occidente. Tanto più dobbiamo, noi come
Chiesa, aiutare le famiglie che sono la cellula
fondamentale di ogni società sana. Solo così nella
famiglia può crearsi una comunione delle generazioni,
nella quale la memoria del passato vive nel presente e si
apre al futuro. Così, realmente, continua e si sviluppa
la vita e va avanti. Un vero progresso non è possibile
senza questa continuità di vita e, di nuovo, non è
possibile senza l'elemento religioso. Senza la fiducia in
Dio, senza la fiducia in Cristo che ci dona anche la
capacità della fede e della vita, la famiglia non può
sopravvivere. Lo vediamo oggi. Solo la fede in Cristo e
solo la compartecipazione della fede della Chiesa salva la
famiglia e, d'altra parte, solo se viene salvata la
famiglia anche la Chiesa può vivere. Io adesso non ho la
ricetta di come fare questo. Ma, mi sembra, che dobbiamo
sempre tenerlo presente. Perciò dobbiamo fare tutto ciò
che favorisce la famiglia: circoli familiari, catechesi
familiari, insegnare la preghiera in famiglia. Questo mi
sembra molto importante: dove si prega insieme, si rende
presente il Signore, si rende presente questa forza che può
anche rompere la «sclerocardia», quella durezza del
cuore che, secondo il Signore, è il vero motivo del
divorzio. Nient'altro, solo la presenza del Signore ci
aiuta a vivere realmente quanto era dall'inizio voluto dal
Creatore e rinnovato dal Redentore. Insegnare la preghiera
familiare e così invitare alla preghiera con la Chiesa. E
trovare poi tutti gli altri modi.
Rispondo
ora al vice Parroco di san Girolamo — vedo che è anche
molto giovane — che ci parla di quanto fanno le donne
nella Chiesa, anche proprio per i sacerdoti. Posso solo
sottolineare che mi fa sempre grande impressione, nel
primo Canone , quello Romano, la speciale preghiera per i
sacerdoti: «Nobis quoque peccatoribus». Ecco, in
questa umiltà realistica dei sacerdoti noi, proprio come
peccatori, preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere
suoi servi. In questa preghiera per il sacerdote, proprio
solo in questa, appaiono sette donne che circondano il
sacerdote. Esse si mostrano proprio come le donne credenti
che ci aiutano nel nostro cammino. Ognuno ha certamente
questa esperienza. E così la Chiesa ha un grande debito
di ringraziamento per le donne. E giustamente Lei ha
sottolineato che, a livello carismatico, le donne fanno
tanto, oserei dire, per il governo della Chiesa,
cominciando dalle suore, dalle sorelle dei grandi Padri
della Chiesa, come sant'Ambrogio, fino alle grandi donne
del medioevo — santa Ildegarda, santa Caterina da Siena,
poi santa Teresa d'Avila — e fino a Madre Teresa. Direi
che questo settore carismatico certamente si distingue dal
settore ministeriale nel senso stretto della parola, ma è
una vera e profonda partecipazione al governo della
Chiesa. Come si potrebbe immaginare il governo della
Chiesa senza questo contributo, che talvolta diventa molto
visibile, come quando santa Ildegarda critica i Vescovi, o
come quando santa Brigida e santa Caterina da Siena
ammoniscono e ottengono il ritorno dei Papi a Roma? Sempre
è un fattore determinante, senza il quale la Chiesa non
può vivere. Tuttavia, giustamente Lei dice: vogliamo
vedere anche più visibilmente in modo ministeriale le
donne nel governo della Chiesa. Diciamo che la questione
è questa. Il ministero sacerdotale dal Signore è, come
sappiamo, riservato agli uomini, in quanto il ministero
sacerdotale è governo nel senso profondo che, in
definitiva, è il Sacramento che governa la Chiesa. Questo
è il punto decisivo. Non è l'uomo che fa qualcosa, ma il
sacerdote fedele alla sua missione governa, nel senso che
è il Sacramento, cioè mediante il Sacramento è Cristo
stesso che governa, sia tramite l'Eucaristia che negli
altri Sacramenti, e così sempre Cristo presiede.
Tuttavia, è giusto chiedersi se anche nel servizio
ministeriale — nonostante il fatto che qui Sacramento e
carisma siano il binario unico nel quale si realizza la
Chiesa — non si possa offrire più spazio, più
posizioni di responsabilità alle donne.
Non ho
del tutto capito le parole dell'ottavo intervento.
Sostanzialmente ho capito che oggi l'umanità camminando
da Gerusalemme a Gerico incontra sul cammino i ladri. Il
Buon Samaritano l'aiuta con la misericordia del Signore.
Possiamo solo sottolineare che, alla fine, è l'uomo che
è caduto e cade sempre di nuovo tra i ladri, ed è Cristo
che ci guarisce. Noi dobbiamo e possiamo aiutarlo, sia nel
servizio dell'amore sia nel servizio della fede che è
anche un ministero di amore.
Poi i
Martiri dell'Uganda. Grazie per questo contributo. Ci fa
pensare al Continente africano, che è la grande speranza
della Chiesa. Ho ricevuto negli ultimi mesi gran parte dei
Vescovi africani in visita «ad limina». E per me
è stato molto edificante, ed anche consolante, vedere
Vescovi di alto livello teologico e culturale, Vescovi
zelanti, che realmente sono animati dalla gioia della
fede. Sappiamo che è in buone mani questa Chiesa, ma che
tuttavia soffre perché le Nazioni ancora non si sono
formate. In Europa era proprio tramite il Cristianesimo
che, oltre le etnie che esistevano, si sono formati i
grandi corpi delle Nazioni, le grandi lingue, e così
comunioni di culture e spazi di pace, benché poi questi
grandi spazi di pace opposti tra di loro abbiano creato
anche una nuova specie di guerra che prima non esisteva.
Tuttavia, in Africa, abbiamo ancora in molte parti questa
situazione, dove ci sono soprattutto le etnie dominanti.
Il potere coloniale poi ha imposto frontiere nelle quali
adesso devono formarsi Nazioni. Ma ancora c'è questa
difficoltà di ritrovarsi in un grande insieme e di
trovare, oltre le etnie, l'unità del governo democratico
e anche la possibilità di opporsi agli abusi coloniali
che continuano. Ancora, sempre da parte delle grandi
potenze, l'Africa continua ad essere oggetto di abuso e
molti conflitti non avrebbero assunto questa forma se non
ci fossero dietro gli interessi delle grandi potenze. Così
ho visto anche come la Chiesa, in tutta questa confusione,
con la sua unità cattolica, è il grande fattore che
unisce nella dispersione. In molte situazioni, adesso
soprattutto dopo la grande guerra nella Repubblica
Democratica del Congo, la Chiesa è rimasta l'unica realtà
che funziona e che fa continuare la vita, dà l'assistenza
necessaria, garantisce la convivenza e aiuta a trovare la
possibilità di realizzare un grande insieme. In tal
senso, in queste situazioni, la Chiesa svolge anche un
servizio sostitutivo del livello politico, dando la
possibilità di vivere insieme, e di ricostruire, dopo le
distruzioni, la comunione, così come di ricostruire, dopo
lo scoppio dell'odio, lo spirito di riconciliazione. Molti
mi hanno detto che proprio in queste situazioni il
Sacramento della Penitenza è di grande importanza come
forza di riconciliazione e deve essere anche amministrato
in questo senso. Volevo, con una parola, dire che l'Africa
è un Continente di grande speranza, di grande fede, di
realtà ecclesiali commoventi, di sacerdoti e di Vescovi
zelanti. Ma è sempre anche un Continente che ha bisogno
— dopo le distruzioni che vi abbiamo portato dall'Europa
— del nostro fraterno aiuto. Ed esso non può non
nascere dalla fede, che crea anche la carità universale
oltre le divisioni umane. Questa è la nostra grande
responsabilità in questo tempo. L'Europa ha importato le
sue ideologie, i suoi interessi, ma ha anche importato con
la missione il fattore della guarigione. Ancor più, oggi,
abbiamo la responsabilità di avere anche noi una fede
zelante, che si comunica, che vuole aiutare gli altri, che
è ben consapevole che dare la fede non è introdurre una
forza di alienazione ma è dare il vero dono del quale ha
bisogno l'uomo proprio per essere anche creatura
dell'amore.
Ultimo
punto era quello toccato dal vice Parroco carmelitano di
santa Teresa d'Avila, che ci ha rivelato giustamente le
sue preoccupazioni. Sarebbe certamente sbagliato un
semplice e superficiale ottimismo, che non si accorge
delle grandi minacce nei confronti della gioventù di
oggi, i bambini, le famiglie. Dobbiamo percepire con
grande realismo queste minacce, che nascono dove Dio è
assente. Dobbiamo sentire sempre più la nostra
responsabilità, affinché Dio sia presente, e così la
speranza e la capacità di andare con fiducia verso il
futuro.
* * *
Riprendo
ora la parola, cominciando con la Pontificia Accademia.
Quanto Lei ha detto sul problema degli adolescenti, sulla
loro solitudine e sull'incomprensione da parte degli
adulti, lo tocchiamo con mano, oggi. È interessante che
questa gioventù, che cerca nelle discoteche di essere
vicinissima, soffra in realtà di una grande solitudine, e
naturalmente anche di incomprensione. Mi sembra questo, in
un certo senso, espressione del fatto che i padri, come è
stato detto, in gran parte sono assenti dalla formazione
della famiglia. Ma anche le madri devono lavorare fuori
casa. La comunione tra loro è molto fragile. Ognuno vive
il suo mondo: sono isole del pensiero, del sentimento, che
non si uniscono. Il grande problema proprio di questo
tempo — nel quale ognuno, volendo avere la vita per sé,
la perde perché si isola e isola l'altro da sé — è di
ritrovare la profonda comunione che alla fine può venire
soltanto da un fondo comune a tutte le anime, dalla
presenza divina che ci unisce tutti. Mi sembra che la
condizione sia di superare la solitudine e anche di
superare l'incomprensione, perché anche quest'ultima è
il risultato del fatto che il pensiero oggi è
frammentato. Ognuno cerca il suo modo di pensare, di
vivere, e non c'è una comunicazione in una profonda
visione della vita. La gioventù si sente esposta a nuovi
orizzonti non partecipati dalla generazione precedente
perché manca la continuità della visione del mondo,
preso in una sequela sempre più rapida di nuove
invenzioni. In dieci anni si sono realizzati cambiamenti
che in passato neppure in cento anni si erano verificati.
Così si separano realmente mondi. Penso alla mia gioventù
e all'ingenuità, se così posso dire, nella quale abbiamo
vissuto, in una società del tutto agraria in confronto
con la società di oggi. Vediamo come il mondo cambia
sempre più rapidamente, cosicché si frammenta anche con
questi cambiamenti. Perciò, in un momento di rinnovamento
e di cambiamento, l'elemento del permanente diventa più
importante. Mi ricordo quando è stata discussa la
Costituzione conciliare Gaudium et spes. Da una
parte, c'era il riconoscimento del nuovo, della novità,
il «Sì» della Chiesa all'epoca nuova con le sue
innovazioni, il «No» al romanticismo del passato, un «No»
giusto e necessario. Ma poi i Padri — se ne trova la
prova anche nel testo — hanno detto anche che nonostante
questo, nonostante la necessaria disponibilità ad andare
avanti, a lasciar cadere anche altre cose che ci erano
care, c'è qualcosa che non cambia, perché è l'umano
stesso, la creaturalità. L'uomo non è del tutto storico.
L'assolutizzazione dello storicismo, nel senso che l'uomo
sarebbe solo e sempre creatura frutto di un certo periodo,
non è vera. C'è la creaturalità e proprio essa ci dà
la possibilità anche di vivere nel cambiamento e di
rimanere identici a noi stessi. Questa non è una risposta
immediata a quello che dobbiamo fare, ma, mi sembra, che
il primo passo, sia quello di avere la diagnosi. Perché
questa solitudine in una società che d'altra parte appare
come una società di massa? Perché questa incomprensione
in una società nella quale tutti cercano di capirsi, dove
la comunicazione è tutto e dove la trasparenza di tutto a
tutti è la suprema legge? La risposta sta nel fatto che
vediamo il cambiamento nel nostro proprio mondo e non
viviamo sufficientemente quell'elemento che ci collega
tutti, l'elemento creaturale, che diventa accessibile e
diventa realtà in una certa storia: la storia di Cristo,
che non sta contro la creaturalità ma restituisce quanto
era voluto dal Creatore, come dice il Signore circa il
matrimonio. Il cristianesimo, proprio sottolineando la
storia e la religione come un dato storico, dato in una
storia, a cominciare da Abramo, e quindi come una fede
storica, avendo aperto proprio la porta alla modernità
con il suo senso del progresso, dell'andare
permanentemente avanti, è anche, nello stesso momento,
una fede che si basa sul Creatore, che si rivela e si
rende presente in una storia alla quale dà la sua
continuità, quindi la comunicabilità tra le anime. Penso
quindi, anche qui, che una fede vissuta in profondità e
con tutta l'apertura verso l'oggi, ma anche con tutta
l'apertura verso Dio, unisce le due cose: il rispetto
della alterità e della novità, e la continuità del
nostro essere, la comunicabilità tra le persone e tra i
tempi.
L'altro
punto era: come possiamo noi vivere la vita come dono? È
una questione che poniamo soprattutto adesso, in
Quaresima. Vogliamo rinnovare l'opzione per la vita che è,
come ho detto, opzione non per possedere se stessi ma per
donare se stessi. Mi sembra che possiamo farlo solo grazie
ad un permanente colloquio col Signore e al colloquio tra
di noi. Anche con la «correctio fraterna» è
necessario maturare sempre più di fronte ad una sempre
insufficiente capacità di vivere il dono di se stessi.
Ma, mi sembra, che dobbiamo anche qui unire le due cose.
Da una parte, dobbiamo accettare la nostra insufficienza
con umiltà, accettare questo «Io» che non è mai
perfetto ma si protende sempre verso il Signore per
arrivare alla comunione col Signore e con tutti.
Questa
umiltà di accettare anche i propri limiti è molto
importante. Solo così, d'altra parte, possiamo anche
crescere, maturare e pregare il Signore perché ci aiuti a
non stancarci nel cammino, pur accettando con umiltà che
mai saremo perfetti, accettando anche l'imperfezione,
soprattutto dell'altro. Accettando la propria possiamo
accettare più facilmente quella dell'altro, lasciandoci
formare e riformare sempre di nuovo, dal Signore.
Ora gli
ospedali. Grazie per il saluto che viene dagli ospedali.
Non conoscevo la mentalità secondo la quale un sacerdote
si trova a svolgere il suo ministero in ospedale perché
ha compiuto qualcosa di male... Ho sempre pensato che è
servizio primario del sacerdote quello di servire i
malati, i sofferenti, perché il Signore è venuto
soprattutto per stare con i malati. È venuto per
condividere le nostre sofferenze e per guarirci. In
occasione delle visite «ad limina» ai Vescovi
africani dico sempre che le due colonne del nostro lavoro
sono l'educazione — cioè la formazione dell'uomo, che
implica tante dimensioni come l'educazione per imparare,
la professionalità, l'educazione nell'intimità della
persona — e la guarigione. Il servizio fondamentale,
essenziale della Chiesa è dunque quello di guarire. E
proprio nei Paesi africani si realizza tutto questo: la
Chiesa offre la guarigione. Presenta le persone che
aiutano i malati, aiutano a guarire nel corpo e
nell'anima. Mi sembra, quindi, che dobbiamo vedere proprio
nel Signore il nostro modello di sacerdote per guarire,
per aiutare, per assistere, per accompagnare verso la
guarigione. Ciò è fondamentale per l'impegno della
Chiesa; è forma fondamentale dell'amore e quindi, è
espressione fondamentale della fede. Di conseguenza anche
nel sacerdozio è il punto centrale.
Poi,
rispondo al Vice parroco dei santi Patroni d'Italia che ci
ha parlato del dialogo con gli Ortodossi e del dialogo
ecumenico in generale. Nella situazione mondiale di oggi,
vediamo come il dialogo a tutti i livelli sia
fondamentale. Ancor di più è importante che i cristiani
non siano chiusi tra di loro ma aperti, e proprio nei
rapporti con gli Ortodossi vedo come le relazioni
personali siano fondamentali. In dottrina siamo in gran
parte uniti su tutte le cose fondamentali, tuttavia in
dottrina sembra molto difficile fare dei progressi. Ma
avvicinarci nella comunione, nelle comune esperienza della
vita della fede, è il modo per riconoscerci
reciprocamente come figli di Dio e discepoli di Cristo. E
questa è la mia esperienza da almeno quaranta, cinquant'
anni quasi: questa esperienza del comune discepolato, che
finalmente viviamo nella stessa fede, nella stessa
successione apostolica, con gli stessi sacramenti e quindi
anche con la grande tradizione di pregare; è bella questa
diversità e molteplicità delle culture religiose, della
culture di fede. Avere questa esperienza è fondamentale e
mi sembra, forse, che la convinzione di alcuni, di una
parte dei monaci dell'Athos contro l'ecumenismo, risulti
anche dal fatto che manchi questa esperienza nella quale
si vede e si tocca che anche l'altro appartiene allo
stesso Cristo, appartiene alla stessa comunione con Cristo
nell'Eucaristia. Quindi questo è di grande importanza:
dobbiamo sopportare la separazione che esiste. San Paolo
dice che gli scismi sono necessari per un certo tempo e il
Signore sa perché: per provarci, per esercitarci, per
farci maturare, per farci più umili. Ma nello stesso
tempo siamo obbligati ad andare verso l'unità e già
andare verso l'unità è una forma di unità.
Veniamo
ora al Padre spirituale del Seminario. Il primo problema
era la difficoltà della carità pastorale. La viviamo da
una parte, ma dall'altra parte vorrei anche dire:
coraggio. La Chiesa fa tanto grazie a Dio, in Africa ma
anche a Roma e in Europa! Fa tanto e tanti le sono grati,
sia nel settore della pastorale degli ammalati, sia nella
pastorale dei poveri e degli abbandonati. Continuiamo con
coraggio e cerchiamo di trovare insieme le strade
migliori.
L'altro
punto era incentrato sul fatto che la formazione
sacerdotale tra generazioni, anche vicine, sembra essere
per molti un po' diversa, e questo complica il comune
impegno per la trasmissione della fede. Ho notato questo
quando ero Arcivescovo di Monaco. Quando noi siamo entrati
in seminario, abbiamo avuto tutti una comune spiritualità
cattolica, più o meno matura. Diciamo che il fondamento
spirituale era comune. Adesso vengono da esperienze
spirituali molto diverse. Ho constatato nel mio seminario
che vivevano in diverse «isole» di spiritualità che
comunicavano difficilmente. Tanto più ringraziamo il
Signore perché ha dato tanti nuovi impulsi alla Chiesa e
tante nuove forme anche di vita spirituale, di scoperta
della ricchezza della fede. Bisogna soprattutto non
trascurare la comune spiritualità cattolica, che si
esprime nella Liturgia e nella grande Tradizione della
fede. Questo mi sembra molto importante. Questo punto è
importante anche riguardo al Concilio. Non bisogna vivere
— come ho detto prima di Natale alla Curia Romana —
l'ermeneutica della discontinuità, ma vivere
l'ermeneutica del rinnovamento, che è spiritualità della
continuità, dell'andare avanti in continuità. Questo mi
sembra molto importante anche riguardo alla Liturgia.
Prendo un esempio concreto che mi è venuto proprio oggi
con la breve meditazione di questo giorno. La «Statio»
di questo giorno, giovedì dopo il Mercoledì delle
Ceneri, è san Giorgio. Corrispondenti a questo santo
soldato, una volta vi erano due letture su due santi
soldati. La prima parla del re Ezechia, che, malato, è
condannato a morte e prega il Signore piangendo: dammi
ancora un po' di vita! E il Signore è buono e gli concede
ancora 17 anni di vita. Quindi una bella guarigione e un
soldato che può riprendere di nuovo in mano la sua
attività. La seconda è il Vangelo che narra
dell'ufficiale di Cafarnao con il suo servo malato.
Abbiamo così due motivi: quello della guarigione e quello
della «milizia» di Cristo, della grande lotta. Adesso,
nella Liturgia attuale, abbiamo due letture totalmente
diverse. Abbiamo quella del Deuteronomio: «Scegli la vita»,
e il Vangelo: «Seguire Cristo e prendere la croce su di sé»,
che vuol dire non cercare la propria vita ma donare la
vita, ed è una interpretazione di cosa vuol dire «scegli
la vita». Devo dire che io ho sempre molto amato la
Liturgia. Ero proprio innamorato del cammino quaresimale
della Chiesa, con queste «chiese stazionali» e le
letture collegate a queste chiese: una geografia di fede
che diventa una geografia spirituale del pellegrinaggio
col Signore. Ed ero rimasto un po' male per il fatto che
ci avessero tolto questo nesso tra la «stazione» e le
letture. Oggi vedo che proprio queste letture sono molto
belle ed esprimono il programma della Quaresima: scegliere
la vita, cioè rinnovare il «Sì» del Battesimo, che è
proprio scelta della vita. In questo senso, c'è un'intima
continuità e mi sembra che dobbiamo impararlo da questo
che è solo un piccolissimo esempio tra discontinuità e
continuità. Dobbiamo accettare le novità ma anche amare
la continuità e vedere il Concilio in questa ottica della
continuità. Questo ci aiuterà anche nel mediare tra le
generazioni nel loro modo di comunicare la fede.
Infine,
il sacerdote del Vicariato di Roma, ha concluso con una
parola della quale mi approprio perfettamente così che
con essa possiamo anche concludere: divenire più
semplici. Mi sembra questo un programma bellissimo.
Cerchiamo di metterlo in pratica e così saremo più
aperti al Signore e alla gente.
Grazie!
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