Benedetto
XVI al clero romano: parola e testimonianza per
raggiungere il cuore dell’uomo. E sulla crisi economica:
le radici sono nell’egoismo
Le
ragioni profonde della crisi economica, l’importanza del
primo annuncio e, ancora l’emergenza educativa, il ruolo
del parroco nella società di oggi e la centralità della
liturgia nella vita del cristiano: sono alcuni dei temi
forti affrontati stamani in Vaticano da Benedetto XVI nel
suo tradizionale incontro con il clero romano,
all’inizio della Quaresima, il primo con il nuovo
cardinale vicario, Agostino Vallini. Introducendo
l’evento, il porporato ha messo l’accento sulla
dimensione famigliare dell’incontro nel quale i parroci
romani hanno potuto raccontare al proprio vescovo successi
e fatiche della propria attività pastorale. Il servizio
di Alessandro Gisotti:
Un incontro caratterizzato dall’affetto e dalla
franchezza. Uno scambio famigliare, ha detto il Papa,
sottolineando quanto sia importante per lui poter
ascoltare le esperienze dei sacerdoti della sua diocesi.
Benedetto XVI ha risposto ad otto domande di parroci,
espressione della Chiesa di Roma, che hanno spaziato su
diversi temi. Rispondendo ad un sacerdote della zona
periferica di Tor Bella Monaca, dove si fa particolarmente
sentire la crisi economica, il Papa ha ribadito che la
Chiesa è chiamata a denunciare i fallimenti del sistema
economico-finanziario senza moralismi: "Denunciare questi errori fondamentali che si
sono adesso dimostrati nel crollo delle grandi banche
americane: l’avarizia umana è idolatria che va contro
il vero Dio e la falsificazione dell’immagine di Dio con
un altro dio – Mammona; dobbiamo denunciare con coraggio
ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non
aiutano se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà,
che aiuta anche a capire che cosa si può in concreto
fare!". Da sempre, ha rilevato, la Chiesa non solo denuncia i
mali, ma mostra le strade che portano alla giustizia, alla
carità, alla conversione dei cuori. Non sempre è facile,
ha riconosciuto, perché spesso si oppongono interessi di
gruppo. Anche nell’economia, ha proseguito, la giustizia
si costruisce dunque solo se ci sono i giusti e costoro si
formano con la conversione dei cuori. Ha quindi ricordato
che su questo tema sta preparando un'Enciclica. Due
domande, in particolare si sono soffermate sulla sfida
della missione evangelizzatrice. Il Papa ha esortato il
clero romano a unire gli studi di teologia con
l’esperienza concreta per tradurre la Parola di Dio
all’uomo di oggi. Non dobbiamo perdere la semplicità
della Verità, ha detto ancora, che non può essere
assimilata ad una filosofia. Benedetto XVI ha poi messo
l’accento sul ruolo del parroco che, ha affermato, come
nessun altro conosce l’uomo nella sua profondità, al di
là dei ruoli che ricopre nella società: "Per l’annuncio abbiamo bisogno dei due
elementi: testimonianza e parola. E’ necessaria la
parola, che fa apparire la verità di Dio, la presenza di
Dio in Cristo e quindi l’annuncio è una cosa
assolutamente indispensabile, fondamentale, ma è
necessaria anche la testimonianza che dà credibilità a
questa parola, perché non appaia solo come una bella
filosofia, una utopia. E in questo senso mi sembra che la
testimonianza della comunità credente sia di grandissima
importanza. Dobbiamo aprire, in quanto possiamo, luoghi di
esperienza della fede". Il Pontefice ha quindi offerto la sua riflessione su un
tema a lui particolarmente caro quale è quello
dell’emergenza educativa. Compito dei sacerdoti, ha
rilevato, fin dall’oratorio è offrire ai giovani una
formazione umana integrale. Ed ha ribadito che oggi
viviamo in un mondo dove molte persone hanno tante
conoscenze ma senza orientamento interiore etico. Per
questo, la Chiesa ha il dovere di proporre una formazione
umana illuminata dalla fede. Aprirsi dunque alla cultura
del nostro tempo, ma indicando criteri di discernimento.
Nell’incontro non sono mancati momenti simpatici come
quando un parroco del quartiere della Casilina ha
declinato un sonetto in romanesco per celebrare la
prossima visita di Benedetto XVI in Campidoglio. Una
poesia che il Santo Padre ha particolarmente gradito: "Grazie! Abbiamo sentito parlare il cuore
romano, che è un cuore di poesia. E’ molto bello
sentire un po’ di romanesco e sentire che la poesia è
profondamente radicata nel cuore romano. Questo forse è
un privilegio naturale che il Signore ha dato ai romani,
è un carisma naturale che precede i privilegi ecclesiali
…" (risa - applausi) Nel colloquio con il clero romano, durato quasi due
ore, il Papa ha anche parlato della liturgia ribadendo che
imparare a celebrare significa conoscere Gesù Cristo,
entrare in contatto con Lui. La Liturgia, è stata la sua
riflessione, deve sempre più essere il cuore del nostro
essere cristiani. Ancora, il Pontefice ha indicato la
peculiarità della Chiesa di Roma, chiamata a presiedere
nella Carità. Un dono, ha affermato, che riguarda tutti i
fedeli di Roma. Il ministero petrino, ha poi aggiunto,
deve garantire l’unità e la ricchezza della Chiesa,
prevenendo ogni assolutizzazione ed escludendo ogni
particolarismo.
RISPOSTE
DEL PAPA AI PARROCI
Di
seguito riportiamo la sintesi degli interventi dei
sacerdoti e le risposte del Santo Padre.
1)Santo
Padre, sono Don Gianpiero Palmieri, parroco della
parrocchia di San Frumenzio ai Prati Fiscali. Volevo
rivolgerle una domanda sulla missione evangelizzatrice
della comunità cristiana e, in particolare, sul ruolo e
sulla formazione di noi presbiteri all'interno di questa
missione evangelizzatrice.
Per
spiegarmi, parto da un episodio personale. Quando, giovane
presbitero, ho cominciato il mio servizio pastorale nella
parrocchia e nella scuola, mi sentivo forte del bagaglio
degli studi e della formazione ricevuta, ben radicato nel
mondo delle mie convinzioni dei miei sistemi di pensiero.
Una donna credente e saggia, vedendomi in azione, scosse
la testa sorridendo e mi disse: don Gianpiero, quand'è
che metti i pantaloni lunghi, quand'è che diventi uomo?
È un episodio che m'è rimasto nel cuore. Quella donna
saggia cercava di spiegarmi che la vita, il mondo reale,
Dio stesso, sono più grandi e sorprendenti dei concetti
che noi elaboriamo. Mi invitava a mettermi in ascolto
dell'umano per cercare di capire, per comprendere, senza
aver fretta di giudicare. Mi chiedeva di imparare a
entrare in relazione con la realtà, senza paure, perché
la realtà è abitata da Cristo stesso che agisce
misteriosamente nel suo Spirito. Di fronte alla missione
evangelizzatrice oggi noi presbiteri ci sentiamo
impreparati e inadeguati, sempre con i calzoni corti. Sia
sotto l'aspetto culturale — ci sfugge la conoscenza
attenta delle grandi direttrici del pensiero
contemporaneo, nelle sue positività e nei suoi limiti —
e soprattutto sotto l'aspetto umano. Rischiamo sempre di
essere troppo schematici, incapaci di comprendere in
maniera saggia il cuore degli uomini di oggi. L'annuncio
della salvezza in Gesù non è anche l'annuncio dell'uomo
nuovo Gesù, il Figlio di Dio, nel quale anche la nostra
umanità povera viene redenta, resa autentica, trasformata
da Dio? Allora la mia domanda è questa: condivide questi
pochi pensieri? Nelle nostre comunità cristiane viene
tanta gente ferita dalla vita. Quali luoghi e modi
possiamo inventarci per aiutare nell'incontro con Gesù
l'umanità degli altri? E anche come costruire in noi
preti un'umanità bella e feconda? Grazie, Santità!
R.
Grazie! Cari confratelli, innanzitutto vorrei esprimere la
mia grande gioia di essere con voi, parroci di Roma: i
miei parroci, siamo in famiglia. Il Cardinale Vicario ci
ha detto bene è che un momento di riposo spirituale. E in
questo senso sono anche grato che posso iniziare la
Quaresima con un momento di riposo spirituale, di respiro
spirituale, nel contatto con voi. E ha anche detto: stiamo
insieme perché voi potete raccontarmi le vostre
esperienze, le vostre sofferenze, anche i vostri successi
e gioie. Quindi non direi che qui parla un oracolo, al
quale voi chiedete. Siamo invece in uno scambio familiare,
dove per me è anche molto importante, tramite voi,
conoscere la vita nelle parrocchie, le vostre esperienze
con la Parola di Dio nel contesto del nostro mondo di
oggi. E vorrei così imparare anch'io, avvicinarmi alla
realtà dalla quale chi è nel Palazzo Apostolico è anche
un po' troppo distante. E questo è anche il limite delle
mie risposte. Voi vivete nel contatto diretto, giorno per
giorno, con il mondo di oggi; io vivo in contatti
diversificati, che sono molto utili. Per esempio, adesso
ho avuto la visita «ad limina» dei Vescovi della
Nigeria. E ho potuto vedere così, tramite le persone, la
vita della Chiesa in un Paese importante dell'Africa, il
più grande, con 140 milioni di abitanti, un grande numero
di cattolici, e toccare le gioie e anche le sofferenze
della Chiesa. Ma per me questo è ovviamente un riposo
spirituale, perché è una Chiesa come la vediamo negli
Atti degli Apostoli. Una Chiesa dove c'è la fresca gioia
di aver trovato Cristo, di aver trovato il Messia di Dio.
Una Chiesa che vive e cresce ogni giorno. La gente è
gioiosa di trovare Cristo. Hanno vocazioni e così possono
dare, nei diversi Paesi del mondo, sacerdoti fidei
donum. E vedere che non c'è solo una Chiesa stanca,
come si trova spesso in Europa, ma una Chiesa giovane,
piena di gioia dello Spirito Santo, è certamente un
rinfresco spirituale. Ma è anche importante per me, con
tutte queste esperienze universali, vedere la mia Diocesi,
i problemi e tutte le realtà che vivono in questa
Diocesi.
In questo
senso, in sostanza, sono d'accordo con lei: non è
sufficiente predicare o fare pastorale con il bagaglio
prezioso acquisito negli studi della teologia. Questo è
importante e fondamentale, ma deve essere personalizzato:
da conoscenza accademica, che abbiamo imparato e anche
riflettuto, in visione personale della mia vita, per
arrivare alle altre persone. In questo senso vorrei dire
che è importante, da una parte, concretizzare con la
nostra esperienza personale della fede, nell'incontro con
i nostri parrocchiani, la grande parola della fede, ma
anche non perdere la sua semplicità. Naturalmente parole
grandi della tradizione — come sacrificio di espiazione,
redenzione del sacrificio del Cristo, peccato originale
— sono oggi come tali incomprensibili. Non possiamo
semplicemente lavorare con formule grandi, vere, ma non più
contestualizzate nel mondo di oggi. Dobbiamo, tramite lo
studio e quanto ci dicono i maestri della teologia e la
nostra esperienza personale con Dio, concretizzare,
tradurre queste grandi parole, così che devono entrare
nell'annuncio di Dio all'uomo nell'oggi.
E, direi,
dall'altra parte, non dovremmo coprire la semplicità
della Parola di Dio in valutazioni troppo pesanti di
avvicinamenti umani. Mi ricordo un amico che, dopo aver
ascoltato prediche con lunghe riflessioni antropologiche
per arrivare insieme al Vangelo, diceva: ma non mi
interessano questi avvicinamenti, io vorrei capire che
cosa dice il Vangelo! E mi sembra spesso che invece di
lunghi cammini di avvicinamento, sarebbe meglio — io
l'ho fatto quanto ero ancora nella mia vita normale —
dire: questo Vangelo non ci piace, siamo contrari a quanto
dice il Signore! Ma che cosa vuole dire? Se io dico
sinceramente che a prima vista non sono d'accordo, abbiamo
già l'attenzione: si vede che io vorrei, come uomo di
oggi, capire che cosa dice il Signore. Così possiamo
senza lunghi circuiti entrare nel vivo della Parola. E
dobbiamo anche tener presente, senza false
semplificazioni, che i dodici apostoli erano pescatori,
artigiani, di questa provincia, la Galilea, senza
particolare preparazione, senza conoscenza del grande
mondo greco e latino. Eppure sono andati in tutte le parti
dell'impero, anche fuori l'impero, fino all'India, e hanno
annunciato Cristo con semplicità e con la forza della
semplicità di quello che è vero. E mi sembra anche
questo importante: non perdiamo la semplicità della verità.
Dio c'è e Dio non è un essere ipotetico, lontano, ma è
vicino, ha parlato con noi, ha parlato con me. E così
diciamo semplicemente che cosa è e come si può e si deve
naturalmente spiegare e sviluppare. Ma non perdiamo il
fatto che noi non proponiamo riflessioni, non proponiamo
una filosofia, ma proponiamo l'annuncio semplice del Dio
che ha agito. E che ha agito anche con me.
E poi per
la contestualizzazione culturale, romana — che è
assolutamente necessaria — direi che il primo aiuto è
la nostra esperienza personale. Non viviamo sulla luna.
Sono un uomo di questo tempo se io vivo sinceramente la
mia fede nella cultura di oggi, essendo uno che vive con i
mass media di oggi, con i dialoghi, con le realtà
dell'economia, con tutto, se io stesso prendo sul serio la
mia esperienza e cerco di personalizzare in me questa
realtà. Così siamo proprio nel cammino di farci capire
anche dagli altri. San Bernardo di Chiaravalle ha detto
nel suo libro di considerazioni al suo discepolo Papa
Eugenio: considera di bere dalla tua propria fonte, cioè
dalla tua propria umanità. Se sei sincero con te e
cominci a vedere con te che cosa è la fede, con la tua
esperienza umana in questo tempo, bevendo dal tuo proprio
pozzo, come dice san Bernardo, anche agli altri puoi dire
quanto si deve dire. E in questo senso mi sembra
importante essere attenti realmente al mondo di oggi, ma
anche essere attenti al Signore in me stesso: essere un
uomo di questo tempo e nello stesso tempo un credente di
Cristo, che in sè trasforma il messaggio eterno in
messaggio attuale.
E chi
conosce meglio gli uomini di oggi che il parroco? La
canonica non è nel mondo, è invece nella parrocchia. E
qui, dal parroco, vengono gli uomini spesso, normalmente,
senza maschera, non con altri pretesti, ma nella
situazione della sofferenza, della malattia, della morte,
delle questioni in famiglia. Vengono nel confessionale
senza maschera, con il loro proprio essere. Nessun'altra
professione, mi sembra, dà questa possibilità di
conoscere l'uomo com'è nella sua umanità e non nel suo
ruolo che ha nella società. In questo senso, possiamo
realmente studiare l'uomo come è nella sua profondità,
fuori dai ruoli, e imparare anche noi stessi l'essere
umano, l'essere uomo sempre alla scuola di Cristo. In
questo senso direi che è assolutamente importante
imparare l'uomo, l'uomo di oggi, in noi e con gli altri,
ma anche sempre nell'ascolto attento al Signore e
accettando in me il seme della Parola, perché in me si
trasforma in frumento e diventa comunicabile agli altri.
2) Sono
Don Fabio Rosini, parroco di Santa Francesca Romana all'Ardeatino.
A fronte dell'attuale processo di secolarizzazione e delle
sue evidenti ricadute sociali ed esistenziali, quanto mai
opportunamente abbiamo, a più riprese, ricevuto dal Suo
magistero, in mirabile continuità con quello del suo
venerato Predecessore, l'esortazione all'urgenza del primo
annuncio, allo zelo pastorale per l'evangelizzazione o
rievangelizzazione, all'assunzione di una mentalità
missionaria. Abbiamo compreso quanto sia importante la
conversione dell'azione pastorale ordinaria, non più
presupponendo la fede della massa e accontentandoci di
curare quella porzione di credenti che persevera, grazie a
Dio, nella vita cristiana, ma interessandoci, più
decisamente e più organicamente, delle molte pecore
perdute, o perlomeno disorientate. In molti e con diversi
approcci, noi presbiteri romani abbiamo cercato di
rispondere a questa oggettiva urgenza di rifondare o,
addirittura, spesso fondare la fede. Si stanno
moltiplicando le esperienze di primo annuncio e non
mancano risultati anche molto incoraggianti. Personalmente
posso constatare come il Vangelo, annunciato con gioia e
franchezza, non tarda a guadagnare il cuore degli uomini e
delle donne di questa città, proprio perchè esso è la
verità e corrisponde a ciò di cui più intimamente ha
bisogno la persona umana. La bellezza del Vangelo e della
fede, infatti, se presentati con amorevole autenticità,
sono evidenti da se stessi. Ma il riscontro numerico,
talvolta sorprendentemente alto, non garantisce di per sè
la bontà di un'iniziativa. La storia della Chiesa, anche
recente, non manca di esempi. Un successo pastorale,
paradossalmente, può nascondere un errore, una stortura
di impostazione, che magari non appare immediatamente.
Ecco perchè vorrei chiederle: quali devono essere i
criteri imprescindibili di questa urgente azione di
evangelizzazione? Quali sono, secondo lei, gli elementi
che garantiscono di non correre invano nella fatica
pastorale dell'annuncio a questa generazione a noi
contemporanea? Le chiedo umilmente di segnalarci, nel suo
prudente discernimento, i parametri da rispettare e da
valorizzare per poter dire di compiere un'opera
evangelizzatrice che sia genuinamente cattolica e che
porti frutto nella Chiesa. La ringrazio di cuore per il
suo illuminato magistero. Ci benedica.
R. Sono
contento di sentire che si fa realmente questo primo
annuncio, che si va oltre i limiti della comunità fedele,
della parrocchia, alla ricerca delle cosiddette pecore
sperdute; che si cerca di andare verso l'uomo d'oggi che
vive senza Cristo, che ha dimenticato Cristo, per
annunciargli il Vangelo. E sono felice di sentire che non
solo si fa questo, ma che si conseguono anche dei successi
numericamente confortanti. Vedo, quindi, che voi siete
capaci di parlare a quelle persone nelle quali si deve
rifondare, o addirittura fondare, la fede.
Per
questo lavoro concreto, io non posso dare ricette, perchè
sono diverse le strade da seguire, a seconda delle
persone, delle loro professioni, delle varie situazioni.
Il catechismo indica l'essenza di quanto annunciare. Ma è
chi conosce le situazioni che deve applicare le
indicazioni, trovare un metodo per aprire i cuori ed
invitare a mettersi in cammino con il Signore e con la
Chiesa.
Lei parla
dei criteri di discernimento per non correre invano.
Vorrei innanzitutto dire che tutte e due le parti sono
importanti. La comunità dei fedeli è una cosa preziosa e
non dobbiamo sottovalutare — anche guardando ai tanti
che sono lontani — la realtà positiva e bella che
costituiscono questi fedeli, i quali dicono sì al Signore
nella Chiesa, cercano di vivere la fede, cercano di andare
sulle orme del Signore. Dobbiamo aiutare questi fedeli,
come abbiamo detto già poco fa rispondendo alla prima
domanda, a vedere la presenza della fede, a capire che non
è una cosa del passato, ma che oggi mostra la strada,
insegna a vivere da uomo. È molto importante che essi
trovino nel loro parroco realmente il pastore che li ama e
che li aiuta a sentire oggi la Parola di Dio; a capire che
è una Parola per loro e non solo per persone del passato
o del futuro; che li aiuta, ancora, nella vita
sacramentale, nell'esperienza della preghiera,
nell'ascolto della Parola di Dio e nella vita della
giustizia e della carità, perchè i cristiani dovrebbero
essere fermento nella nostra società con tanti problemi e
con tanti pericoli ed anche tanta corruzione che esiste.
In questo
modo credo che essi possano anche interpretare un ruolo
missionario «senza parole», poiché si tratta di persone
che vivono realmente una vita giusta. E così offrono una
testimonianza di come sia possibile vivere bene sulle
strade indicate dal Signore. La nostra società ha bisogno
proprio di queste comunità, capaci di vivere oggi la
giustizia non solo per se stessi ma anche per l'altro.
Persone che sappiano vivere, come abbiamo sentito oggi
nella prima lettura, la vita. Questa lettura all'inizio
dice: «Scegli la vita»: è facile dire sì. Ma poi
prosegue: «La tua vita è Dio». Quindi scegliere la vita
è scegliere l'opzione per la vita, che è l'opzione per
Dio. Se ci sono persone o comunità che fanno questa
scelta completa della vita e rendono visibile il fatto che
la vita che hanno scelto è realmente vita, rendono una
testimonianza di grandissimo valore.
E vengo a
una seconda riflessione. Per l'annuncio abbiamo bisogno di
due elementi: la Parola e la testimonianza. È necessaria,
come sappiamo dal Signore stesso, la Parola che dice
quanto lui ci ha detto, che fa apparire la verità di Dio,
la presenza di Dio in Cristo, la strada che ci si apre
davanti. Si tratta, quindi, di un annuncio nel presente,
come lei ha detto, che traduce le parole del passato nel
mondo della nostra esperienza. È una cosa assolutamente
indispensabile, fondamentale, dare, con la testimonianza,
credibilità a questa Parola, affinché non appaia solo
come una bella filosofia, o come una bella utopia, ma
piuttosto come realtà. Una realtà con la quale si può
vivere, ma non solo: una realtà che fa vivere. In questo
senso mi sembra che la testimonianza della comunità
credente, come sottofondo della Parola, dell'annuncio, sia
di grandissima importanza. Con la Parola dobbiamo aprire
luoghi di esperienza della fede a quelli che cercano Dio.
Così ha fatt0 la Chiesa antica con il catecumenato, che
non era semplicemente una catechesi, una cosa dottrinale,
ma un luogo di progressiva esperienza della vita della
fede, nella quale poi si dischiude anche la Parola, che
diventa comprensibile solo se interpretata dalla vita,
realizzata dalla vita.
Quindi mi
sembra importante, insieme con la Parola, la presenza di
un luogo di ospitalità della fede, un luogo in cui si fa
una progressiva esperienza della fede. E qui vedo anche
uno dei compiti della parrocchia: ospitalità per quelli
che non conoscono questa vita tipica della comunità
parrocchiale. Non dobbiamo essere un cerchio chiuso in noi
stessi. Abbiamo le nostre consuetudini, ma dobbiamo
comunque aprirci e cercare di creare anche vestiboli, cioè
spazi di avvicinamento. Uno che viene da lontano non può
subito entrare nella vita formata di una parrocchia, che
ha già le sue consuetudini. Per costui al momento tutto
è molto sorprendente, lontano dalla sua vita. Quindi
dobbiamo cercare di creare, con l'aiuto della Parola,
quello che la Chiesa antica ha creato con i catecumenati:
spazi in cui cominciare a vivere la Parola, a seguire la
Parola, a renderla comprensibile e realistica,
corrispondente a forme di esperienza reale. In questo
senso mi sembra molto importante quanto lei ha accennato,
cioè la necessità di collegare la Parola con la
testimonianza di una vita giusta, dell'essere per gli
altri, di aprirsi ai poveri, ai bisognosi, ma anche ai
ricchi, che hanno bisogno di essere aperti nel loro cuore,
di sentir bussare al loro cuore. Si tratta dunque di spazi
diversi, a seconda della situazione.
Mi pare
che in teoria si possa dire poco, ma l'esperienza concreta
mostrerà le strade da seguire. E naturalmente —
criterio sempre importante da seguire — bisogna essere
nella grande comunione della Chiesa, anche se forse in uno
spazio ancora un po' lontano: e cioè in comunione con il
vescovo, con il Papa, in comunione così con il grande
passato e con il grande futuro della Chiesa. Essere nella
Chiesa cattolica, infatti, non implica soltanto essere in
un grande cammino che ci precede, ma significa essere in
prospettiva di una grande apertura al futuro. Un futuro
che si apre solo in questo modo. Si potrebbe forse
proseguire nel parlare dei contenuti, ma possiamo trovare
un'altra occasione per questo.
3) Padre
Santo, sono Don Giuseppe Forlai, vicario parrocchiale
presso la parrocchia di San Giovanni Crisostomo, nel
settore nord della nostra Diocesi. L'emergenza educativa,
di cui autorevolmente la Santità Vostra ha parlato, è
anche, come tutti sappiamo, emergenza di educatori,
particolarmente credo sotto due aspetti. Prima di tutto,
è necessario avere un occhio maggiore sulla continuità
della presenza dell'educatore-prete. Un giovane non
stringe un patto di crescita con chi se ne va dopo due o
tre anni, anche perché già impegnato emotivamente a
gestire relazioni con genitori che lasciano casa, nuovi
partner della mamma o del papà, insegnanti precari che
ogni anno si danno il cambio. Per educare bisogna stare.
La prima necessità che sento è, dunque, quella di una
certa stabilità sul luogo dell'educatore-sacerdote.
Secondo aspetto: credo che la partita fondamentale della
pastorale giovanile si giochi sul fronte della cultura.
Cultura intesa come competenza emotivo-relazionale e come
padronanza delle parole che i concetti contengono. Un
giovane senza questa cultura può diventare il povero di
domani, una persona a rischio di fallimento affettivo e un
naufrago nel mondo del lavoro. Un giovane senza questa
cultura rischia di rimanere un non credente o, peggio
ancora, un praticante senza fede perché l'incompetenza
nelle relazioni deforma la relazione con Dio e l'ignoranza
delle parole blocca la comprensione dell'eccellenza della
parola del Vangelo. Non basta che i giovani riempiano
fisicamente lo spazio dei nostri oratori per passare un
po' di tempo libero. Vorrei che l'oratorio fosse un luogo
dove si impara a sviluppare competenze relazionali e dove
si riceve ascolto e sostegno scolastico. Un luogo che non
sia il rifugio costante di chi non ha voglia di studiare o
di impegnarsi, ma una comunità di persone che elaborino
quelle domande giuste che aprono al senso religioso e dove
si faccia la grande carità di aiutare a pensare. E qui si
dovrebbe anche aprire una seria riflessione sulla
collaborazione tra oratori e insegnanti di religione.
Santità, ci dica una parola autorevole in più su questi
due aspetti dell'emergenza educativa: la necessaria
stabilità degli operatori e l'urgenza di avere
educatori-sacerdoti culturalmente capaci. Grazie.
R.
Allora, cominciamo con il secondo punto. Diciamo che è più
ampio e, in un certo senso, anche più facile. Certamente
un oratorio nel quale si fanno solo dei giochi e si
prendono delle bevande sarebbe assolutamente superfluo. Il
senso di un oratorio deve realmente essere una formazione
culturale, umana e cristiana di una personalità, che deve
diventare una personalità matura. Su questo siamo
assolutamente d'accordo e, mi sembra, proprio oggi c'è
una povertà culturale dove si sanno tante cose, ma senza
un cuore, senza un collegamento interiore perché manca
una visione comune del mondo. E, perciò, una soluzione
culturale ispirata dalla fede della Chiesa, dalla
conoscenza di Dio che ci ha donato, è assolutamente
necessaria. Direi proprio questa è la funzione di un
oratorio: che uno non solo trovi possibilità per il tempo
libero ma soprattutto trovi formazione umana integrale che
rende completa la personalità.
E,
quindi, naturalmente il sacerdote come educatore deve
essere egli stesso formato bene e essere collocato nella
cultura di oggi, ricco di cultura, per aiutare anche i
giovani a entrare in una cultura ispirata dalla fede.
Aggiungerei, naturalmente, che alla fine il punto di
orientamento di ogni cultura è Dio, il Dio presente in
Cristo. Vediamo come oggi ci sono persone con tante
conoscenze, ma senza orientamento interiore. Così la
scienza può essere anche pericolosa per l'uomo, perché
senza orientamenti etici più profondi, lascia l'uomo
all'arbitrio e, quindi, senza gli orientamenti necessari
per divenire realmente un uomo. In questo senso, il cuore
di ogni formazione culturale, così necessaria, deve
essere senza dubbio la fede: conoscere il volto di Dio che
si è mostrato in Cristo e così avere il punto di
orientamento per tutta l'altra cultura, che altrimenti
diventa disorientata e disorientante. Una cultura senza
conoscenza personale di Dio e senza conoscenza del volto
di Dio in Cristo, è una cultura che potrebbe essere anche
distruttiva, perché non conosce gli orientamenti etici
necessari. In questo senso, mi sembra, abbiamo noi
realmente una missione di formazione culturale e umana
profonda, che si apre a tutte le ricchezze della cultura
del nostro tempo, ma dà anche il criterio, il
discernimento per provare quanto è cultura vera e quanto
potrebbe divenire anti-cultura.
Molto più
difficile per me è la prima domanda — la domanda è
anche a Sua Eminenza — cioè la permanenza del giovane
sacerdote per dare orientamento ai giovani. Senza dubbio
una relazione personale con l'educatore è importante e
deve avere anche la possibilità di un certo periodo per
orientarsi insieme. E, in questo senso posso, essere
d'accordo che il sacerdote, punto di orientamento per i
giovani, non può cambiare ogni giorno, perché così
perde proprio questo orientamento. D'altra parte, il
giovane sacerdote deve anche fare delle esperienze diverse
in contesti culturali diversi, proprio per arrivare, alla
fine, al bagaglio culturale necessario per essere, come
parroco, punto di riferimento per lungo tempo alla
parrocchia. E, direi, nella vita del giovane le dimensioni
del tempo sono diverse dalla vita di un adulto. I tre
anni, dall'anno sedicesimo al diciannovesimo, sono almeno
così lunghi e importanti come gli anni tra i quaranta e i
cinquanta. Proprio qui, infatti, si forma la personalità:
è un cammino interiore di grande importanza, di grande
estensione esistenziale. In questo senso, direi che tre
anni per un vice parroco è un bel tempo per formare una
generazione di giovani; e così, dall'altra parte, può
anche conoscere altri contesti, imparare in altre
parrocchie altre situazioni, arricchire il suo bagaglio
umano. Questo è sempre un tempo non tanto breve per una
certa continuità, un cammino educativo dell'esperienza
comune, dell'imparare l'essere uomo. Peraltro, come ho
detto, nella gioventù tre anni sono un tempo decisivo e
lunghissimo, perché qui si forma realmente la personalità
futura. Mi sembra, quindi, che si potrebbero conciliare i
due bisogni: da una parte, che il sacerdote giovane abbia
possibilità di esperienze diverse per arricchire il suo
bagaglio di esperienza umana; dall'altra, la necessità di
stare un determinato tempo con i giovani per introdurli
realmente nella vita, per insegnare loro a essere persone
umane. In questo senso, penso a una conciliabilità dei
due aspetti: esperienze diverse per un giovane sacerdote,
continuità dell'accompagnamento dei giovani per guidarli
nella vita. Ma non so che cosa il Cardinale Vicario ci
potrà dire in questo senso.
Cardinale
Vicario:
Padre
Santo, naturalmente condivido queste due esigenze, la
composizione tra le due esigenze. A me sembra, per quel
poco che ho potuto conoscere, che a Roma in qualche modo
si conservi una certa stabilità dei giovani sacerdoti
presso le parrocchie per almeno alcuni anni, salvo
eccezioni. Possono sempre esserci delle eccezioni. Ma il
vero problema talvolta nasce da gravi esigenze o da
situazioni concrete, soprattutto nelle relazioni tra
parroco e vicario parrocchiale — e qui tocco un nervo
scoperto — e poi anche dalla scarsezza di giovani
sacerdoti. Come ho avuto anche modo di dirle quando mi ha
ricevuto in udienza, uno dei gravi problemi della nostra
Diocesi è proprio il numero delle vocazioni al
sacerdozio. Personalmente sono convinto che il Signore
chiama, che continua a chiamare. Forse noi dovremmo fare
anche di più. Roma può dare vocazioni, le darà, sono
convinto. Ma in tutta questa complessa materia talvolta
interferiscono molti aspetti. Sicuramente una certa
stabilità credo sia stata garantita e anche io, per
quello che potrò, nelle linee che ci ha indicato il Santo
Padre, mi regolerò.
4) Santità,
sono Don Giampiero Ialongo, uno dei tanti parroci che
svolge il suo ministero nella periferia di Roma,
fisicamente a Torre Angela, al confine con Torbellamonaca,
Borghesiana, Borgata Finocchio, Colle Prenestino.
Periferie, queste, come tante altre, spesso dimenticate e
trascurate dalle istituzioni. Sono felice che questo
pomeriggio ci abbia convocato il presidente del Municipio:
vedremo che cosa potrà scaturire da questo incontro con
la municipalità. E, forse, più di altre zone della
nostra città, le nostre periferie avvertono veramente
forte il disagio che la crisi economica internazionale
inizia proprio a far pesare sulle condizioni concrete di
vita di non poche famiglie. Come Caritas parrocchiale, ma
soprattutto anche come Caritas diocesana, portiamo avanti
tante iniziative che sono volte prima di tutto
all'ascolto, ma anche poi a un aiuto materiale, concreto,
verso quanti — senza distinzione di razza, di culture,
di religioni — a noi si rivolgono. Nonostante ciò, ci
andiamo sempre più rendendo conto che ci troviamo dinanzi
una vera e propria emergenza. Mi sembra che tante, troppe
persone — non solo pensionati ma anche chi ha un
regolare impiego, un contratto a tempo indeterminato —
trovino grandi difficoltà a far quadrare il proprio
bilancio familiare. Pacchi-viveri, come noi facciamo, un
po' di indumenti, talvolta dei concreti aiuti economici
per pagare le bollette o l'affitto, possono essere sì un
aiuto ma non credo una soluzione. Sono convinto che come
Chiesa dovremmo interrogarci di più su cosa possiamo
fare, ma ancor più sui motivi che hanno portato a questa
generalizzata situazione di crisi. Dovremmo avere il
coraggio di denunciare un sistema economico e finanziario
ingiusto nelle sue radici. E non credo che dinanzi a
queste sperequazioni, introdotte da questo sistema, basti
soltanto un po' di ottimismo. Serve una parola autorevole,
una parola libera, che aiuti i cristiani, come già in
qualche modo ha detto, Santo Padre, a gestire con sapienza
evangelica e con responsabilità i beni che Dio ha donato
e ha donato per tutti e non solo per pochi. Questa parola,
come già ha fatto altre volte — perché altre volte
abbiamo ascoltato la sua parola su questo — sarei
desideroso di ascoltare ancora una volta in questo
contesto. Grazie, Santità!
R.
Innanzitutto vorrei ringraziare il Cardinale Vicario per
la parola di fiducia: Roma può dare più candidati per la
messe del Signore. Dobbiamo soprattutto pregare il Signore
della messe, ma anche fare la nostra parte per
incoraggiare i giovani a dire sì al Signore. E,
naturalmente, proprio i giovani sacerdoti sono chiamati a
dare l'esempio alla gioventù di oggi che è bene lavorare
per il Signore. In questo senso, siamo pieni di speranza.
Preghiamo il Signore e facciamo il nostro.
Adesso
questa questione che tocca il nervo dei problemi del
nostro tempo. Io distinguerei due livelli. Il primo è il
livello della macroeconomia, che poi si realizza e va fino
all'ultimo cittadino, il quale sente le conseguenze di una
costruzione sbagliata. Naturalmente, denunciare questo è
un dovere della Chiesa. Come sapete, da molto tempo
prepariamo un'Enciclica su questi punti. E nel cammino
lungo vedo com'è difficile parlare con competenza, perché
se non è affrontata con competenza una certa realtà
economica non può essere credibile. E, d'altra parte,
occorre anche parlare con una grande consapevolezza etica,
diciamo creata e svegliata da una coscienza formata dal
Vangelo. Quindi bisogna denunciare questi errori
fondamentali che sono adesso mostrati nel crollo delle
grandi banche americane, gli errori nel fondo. Alla fine,
è l'avarizia umana come peccato o, come dice la Lettera
ai Colossesi, avarizia come idolatria. Noi dobbiamo
denunciare questa idolatria che sta contro il vero Dio e
la falsificazione dell'immagine di Dio con un altro Dio,
«mammona». Dobbiamo farlo con coraggio ma anche con
concretezza. Perché i grandi moralismi non aiutano se non
sono sostanziati con conoscenze delle realtà, che aiutano
anche a capire che cosa si può in concreto fare per
cambiare man mano la situazione. E, naturalmente, per
poterlo fare è necessaria la conoscenza di questa verità
e la buona volontà di tutti.
Qui siamo
al punto forte: esiste realmente il peccato originale? Se
non esistesse potremmo far appello alla ragione lucida,
con argomenti che a ognuno sono accessibili e
incontestabili, e alla buona volontà che esiste in tutti.
Semplicemente così potremmo andare avanti bene e
riformare l'umanità. Ma non è così: la ragione —
anche la nostra — è oscurata, lo vediamo ogni giorno.
Perché l'egoismo, la radice dell'avarizia, sta nel voler
soprattutto me stesso e il mondo per me. Esiste in tutti
noi. Questo è l'oscuramento della ragione: essa può
essere molto dotta, con argomenti scientifici bellissimi,
e tuttavia è oscurata da false premesse. Così va con
grande intelligenza e con grandi passi avanti sulla strada
sbagliata. Anche la volontà è, diciamo, curvata, dicono
i Padri: non è semplicemente disponibile a fare il bene
ma cerca soprattutto se stesso o il bene del proprio
gruppo. Perciò trovare realmente la strada della ragione,
della ragione vera, è già una cosa non facile e si
sviluppa difficilmente in un dialogo. Senza la luce della
fede, che entra nelle tenebre del peccato originale, la
ragione non può andare avanti. Ma proprio la fede trova
poi la resistenza della nostra volontà. Questa non vuol
vedere la strada, che costituirebbe anche una strada di
rinuncia a se stessi e di una correzione della propria
volontà in favore dell'altro e non per se stessi.
Perciò
occorre, direi, la denuncia ragionevole e ragionata degli
errori, non con grandi moralismi, ma con ragioni concrete
che si fanno comprensibili nel mondo dell'economia di
oggi. La denuncia di questo è importante, è un mandato
per la Chiesa da sempre. Sappiamo che nella nuova
situazione creatasi con il mondo industriale, la dottrina
sociale della Chiesa, cominciando da Leone XIII, cerca di
fare queste denunce — e non solo le denunce, che non
sono sufficienti — ma anche di mostrare le strade
difficili dove, passo per passo, si esige l'assenso della
ragione e l'assenso della volontà, insieme alla
correzione della mia coscienza, alla volontà di
rinunciare in un certo senso a me stesso per poter
collaborare a quello che è il vero scopo della vita
umana, dell'umanità.
Detto
questo, la Chiesa ha sempre il compito di essere
vigilante, di cercare essa stessa con le migliori forze
che ha le ragioni del mondo economico, di entrare in
questo ragionamento e di illuminare questo ragionamento
con la fede che ci libera dall'egoismo del peccato
originale. È compito della Chiesa entrare in questo
discernimento, in questo ragionamento, farsi sentire,
anche ai diversi livelli nazionali e internazionali, per
aiutare e correggere. E questo non è un lavoro facile,
perché tanti interessi personali e di gruppi nazionali si
oppongono a una correzione radicale. Forse è pessimismo,
ma a me sembra realismo: fino a quando c'è il peccato
originale non arriveremo mai a una correzione radicale e
totale. Tuttavia dobbiamo fare di tutto per correzioni
almeno provvisorie, sufficienti per far vivere l'umanità
e per ostacolare la dominazione dell'egoismo, che si
presenta sotto pretesti di scienza e di economia nazionale
e internazionale.
Questo è
il primo livello. L'altro è essere realisti. E vedere che
questi grandi scopi della macroscienza non si realizzano
nella microscienza — la macroeconomia nella
microeconomia — senza la conversione dei cuori. Se non
ci sono i giusti, anche la giustizia non c'è. Dobbiamo
accettare questo. Perciò l'educazione alla giustizia è
uno scopo prioritario, potremmo dire anche la priorità.
Perché san Paolo dice che la giustificazione è l'effetto
dell'opera di Cristo, non è un concetto astratto,
riguardante peccati che oggi non ci interessano, ma si
riferisce proprio alla giustizia integrale. Dio solo può
darcela, ma ce la dà con la nostra cooperazione su
diversi livelli, in tutti i livelli possibili.
La
giustizia non si può creare nel mondo solo con modelli
economici buoni, che sono necessari. La giustizia si
realizza solo se ci sono i giusti. E i giusti non ci sono
se non c'è il lavoro umile, quotidiano, di convertire i
cuori. E di creare giustizia nei cuori. Solo così si
estende anche la giustizia correttiva. Perciò il lavoro
dei parroco è così fondamentale non solo per la
parrocchia, ma per l'umanità. Perché se non ci sono i
giusti, come ho detto, la giustizia rimane astratta. E le
strutture buone non si realizzano se si oppone l'egoismo
anche di persone competenti.
Questo
nostro lavoro, umile, quotidiano, è fondamentale per
arrivare ai grandi scopi dell'umanità. E dobbiamo
lavorare insieme su tutti i livelli. La Chiesa universale
deve denunciare, ma anche annunciare che cosa si può fare
e come si può fare. Le conferenze episcopali e i vescovi
devono agire. Ma tutti dobbiamo educare alla giustizia. Mi
sembra che sia ancora oggi vero e realistico il dialogo di
Abramo con Dio (Genesi, 18, 22-33), quando il primo dice:
davvero distruggerai la città? forse ci sono cinquanta
giusti, forse dieci giusti. E dieci giusti sono
sufficienti per far sopravvivere la città. Ora, se
mancano dieci giusti, con tutta la dottrina economica, la
società non sopravvive. Perciò dobbiamo fare il
necessario per educare e garantire almeno dieci giusti, ma
se possibile molti di più. Proprio con il nostro annuncio
facciamo sì che ci siano tanti giusti, che sia realmente
presente la giustizia nel mondo.
Come
effetto, i due livelli sono inseparabili. Se, da una
parte, non annunciamo la macrogiustizia quella micro non
cresce. Ma, d'altra parte, se non facciamo il lavoro molto
umile della microgiustizia anche quella macro non cresce.
E sempre, come ho detto nella mia prima Enciclica, con
tutti i sistemi che possono crescere nel mondo, oltre la
giustizia che cerchiamo rimane necessaria la carità.
Aprire i cuori alla giustizia e alla carità è educare
alla fede, è guidare a Dio.
5) Santo
Padre, sono Don Marco Valentini, vicario presso la
parrocchia Sant'Ambrogio. Quando ero in formazione non mi
rendevo conto, come ora, dell'importanza della liturgia.
Certamente le celebrazioni non mancavano, ma non capivo
molto come essa sia «il culmine verso cui tende l'azione
della Chiesa e la fonte da cui promana tutta la sua
energia» (Sacrosanctum Concilium, 10). La consideravo,
piuttosto, un fatto tecnico per la buona riuscita di una
celebrazione o una pratica pia e non piuttosto un contatto
con il mistero che salva, un lasciarsi conformare a Cristo
per essere luce del mondo, una fonte di teologia, un mezzo
per realizzare la tanto auspicata integrazione tra ciò
che si studia e la vita spirituale. D'altro canto pensavo
che la liturgia non fosse strettamente necessaria per
essere cristiani o salvi e che bastasse sforzarsi di
mettere in pratica le Beatitudini. Ora mi chiedo cosa
sarebbe la carità senza la liturgia e se senza di essa la
nostra fede non si ridurrebbe ad una morale, un'idea, una
dottrina, un fatto del passato e noi sacerdoti non
sembreremmo più insegnanti o consiglieri che mistagoghi
che introducano le persone nel mistero. La stessa Parola
di Dio è un annuncio che si realizza nella liturgia e che
con essa ha un rapporto sorprendente: Sacrosanctum
Concilium 6; Praenotanda del Lezionario 4 e 10. E pensiamo
anche al brano di Emmaus o del funzionario etiope (Atti,
8). Perciò arrivo alla domanda. Senza nulla togliere alla
formazione umana, filosofica, psicologica, nelle università
e nei seminari, vorrei capire se la nostra specificità
non richieda una maggiore formazione liturgica, oppure se
l'attuale prassi e struttura degli studi già soddisfino
sufficientemente la Costituzione Sacrosanctum Concilium
16, quando dice che la liturgia va computata tra le
materie necessarie e più importanti, principali, e va
insegnata sotto l'aspetto teologico, storico, spirituale,
pastorale e giuridico e che i professori delle altre
materie abbiano cura che la connessione con la liturgia
risulti chiara. Ho fatto tale domanda perché, prendendo
spunto dal proemio del decreto Optatam totius, mi sembra
che le molteplici azioni della Chiesa nel mondo e la
nostra stessa efficacia pastorale, dipendano molto
dall'autocoscienza che abbiamo dell'inesauribile mistero
del nostro essere battezzati, crismati e sacerdoti.
R.
Dunque, se ho capito bene, si tratta della questione:
quale sia, nell'insieme del nostro lavoro pastorale,
molteplice e con tante dimensioni, lo spazio e il luogo
dell'educazione liturgica e della realtà del celebrare il
mistero. In questo senso, mi sembra, è anche una
questione sull'unità del nostro annuncio e del nostro
lavoro pastorale, che ha tante dimensioni. Dobbiamo
cercare che cosa è il punto unificante, affinché queste
tante occupazioni che abbiamo siano tutte insieme un
lavoro del pastore. Se ho capito bene, lei è del parere
che il punto unificante, che crea la sintesi di tutte le
dimensioni del nostro lavoro e della nostra fede, potrebbe
proprio essere la celebrazione dei misteri. E, quindi, la
mistagogia, che ci insegna a celebrare.
Per me è
importante realmente che i sacramenti, la celebrazione
eucaristica dei sacramenti, non sia una cosa un po' strana
accanto a lavori più contemporanei come l'educazione
morale, economica, tutte le cose che abbiamo già detto.
Può accadere facilmente che il sacramento rimanga un po'
isolato in un contesto più pragmatico e divenga una realtà
non del tutto inserita nella totalità del nostro essere
umano. Grazie per la domanda, perché realmente noi
dobbiamo insegnare a essere uomo. Dobbiamo insegnare
questa grande arte: come essere un uomo. Questo esige,
come abbiamo visto, tante cose: dalla grande denuncia del
peccato originale nelle radici della nostra economia e nei
tanti rami della nostra vita, fino a concrete guide alla
giustizia, fino all'annuncio ai non credenti. Ma i misteri
non sono una cosa esotica nel cosmo delle realtà più
pratiche. Il mistero è il cuore dal quale viene la nostra
forza e al quale ritorniamo per trovare questo centro. E
perciò penso che la catechesi diciamo mistagogica è
realmente importante. Mistagogica vuol dire anche
realistica, riferita alla vita di noi uomini di oggi. Se
è vero che l'uomo in sé non ha la sua misura — che
cosa è giusto e che cosa non lo è — ma trova la sua
misura fuori di sé, in Dio, è importante che questo Dio
non sia lontano ma sia riconoscibile, sia concreto, entri
nella nostra vita e sia realmente un amico con il quale
possiamo parlare e che parla con noi. Dobbiamo imparare a
celebrare l'Eucaristia, imparare a conoscere Gesù Cristo,
il Dio con il volto umano, da vicino, entrare realmente
con Lui in contatto, imparare ad ascoltarLo e imparare a
lasciarLo entrare in noi. Perché la comunione
sacramentale è proprio questa interpenetrazione tra due
persone. Non prendo un pezzo di pane o di carne, prendo o
apro il mio cuore perché entri il Risorto nel contesto
del mio essere, perché sia dentro di me e non solo fuori
di me, e così parli dentro di me e trasformi il mio
essere, mi dia il senso della giustizia, il dinamismo
della giustizia, lo zelo per il Vangelo.
Questa
celebrazione, nella quale Dio si fa non solo vicino a noi,
ma entra nel tessuto della nostra esistenza, è
fondamentale per poter realmente vivere con Dio e per Dio
e portare la luce di Dio in questo mondo. Non entriamo
adesso in troppi dettagli. Ma è sempre importante che la
catechesi sacramentale sia una catechesi esistenziale.
Naturalmente, pur accettando e imparando sempre più
l'aspetto misterico — là dove finiscono le parole e i
ragionamenti — essa è totalmente realistica, perché
porta me a Dio e Dio a me. Mi porta all'altro perché
l'altro riceve lo stesso Cristo, come me. Quindi se in lui
e in me c'è lo stesso Cristo, anche noi due non siamo più
individui separati. Qui nasce la dottrina del Corpo di
Cristo, perché siamo tutti incorporati se riceviamo bene
l'Eucaristia nello stesso Cristo. Quindi il prossimo è
realmente prossimo: non siamo due «io» separati, ma
siamo uniti nello stesso «io» di Cristo. Con altre
parole, la catechesi eucaristica e sacramentale deve
realmente arrivare al vivo della nostra esistenza, essere
proprio educazione ad aprirmi alla voce di Dio, a
lasciarmi aprire perché rompa questo peccato originale
dell'egoismo e sia apertura della mia esistenza in
profondità, tale che possa divenire un vero giusto. In
questo senso, mi sembra che tutti dobbiamo imparare sempre
meglio la liturgia, non come una cosa esotica, ma come il
cuore del nostro essere cristiani, che non si apre
facilmente a un uomo distante, ma è proprio, dall'altra
parte, l'apertura verso l'altro, verso il mondo. Dobbiamo
tutti collaborare per celebrare sempre più profondamente
l'Eucaristia: non solo come rito, ma come processo
esistenziale che mi tocca nella mia intimità, più che
ogni altra cosa, e mi cambia, mi trasforma. E trasformando
me, dà inizio anche alla trasformazione del mondo che il
Signore desidera e per la quale vuol farci suoi strumenti.
6)
Beatissimo Padre, sono padre Lucio Maria Zappatore,
carmelitano, parroco della parrocchia di santa Maria
Regina Mundi, a Torrespaccata.
Per
giustificare il mio intervento, mi riallaccio a quanto lei
ha detto domenica scorsa, durante la preghiera
dell'Angelus, a proposito del ministero petrino. Lei ha
parlato del ministero singolare e specifico del vescovo di
Roma, il quale presiede alla comunione universale della
carità. Io le chiedo di continuare questa riflessione
allargandola alla Chiesa universale: qual è il il carisma
singolare della Chiesa di Roma e quali sono le
caratteristiche che fanno, per un dono misterioso della
Provvidenza, unica al mondo? L'avere come vescovo il Papa
della Chiesa universale, cosa comporta nella sua missione,
oggi in particolare? Non vogliamo conoscere i nostri
privilegi: una volta si diceva: Parochus in urbe,
episcopus in orbe; ma vogliamo sapere come vivere questo
carisma, questo dono di vivere come preti a Roma e cosa si
aspetta lei da noi parroci romani.
Fra pochi
giorni lei si recherà al Campidoglio per incontrare le
autorità civili di Roma e parlerà dei problemi materiali
della nostra città: oggi le chiediamo di parlare a noi
dei problemi spirituali di Roma e della sua Chiesa. E, a
proposito della sua visita al Campidoglio, mi sono
permesso di dedicarle un sonetto in romanesco, chiedendole
la compiacenza di ascoltarlo.
Er Papa
che salisce al Campidojo / è un fatto che te lassa senza
fiato / perchè 'sta vortas sòrte for dar sojo, / pe
creanza che tiè 'n bon vicinato. / Er sindaco e la giunta
con orgojo / jànno fatto 'n invito , er più accorato, /
perchè Roma, se sà, vojo o nun vojo /nun po' fa' proprio
a meno der papato. / Roma, tu ciài avuto drento ar petto
/ la forza pè portà la civirtà. / Quanno Pietro t'ha
messo lo zicchetto / eterna Dio t'ha fatto addiventà. /
Accoji allora er Papa Benedetto / che sale a beneditte e a
ringrazià!
R.
Grazie. Abbiamo sentito parlare il cuore romano, che è un
cuore di poesia. È molto bello sentir parlare un po' in
romanesco e sentire che la poesia è profondamente
radicata nel cuore romano. Questo forse è un privilegio
naturale che il Signore ha dato ai romani. È un carisma
naturale che precede quelli ecclesiali.
La sua
domanda, se ho capito bene, si compone di due parti.
Anzitutto, cosa è la responsabilità concreta del vescovo
di Roma oggi. Ma poi lei estende giustamente il privilegio
petrino a tutta la Chiesa di Roma — così era
considerato anche nella Chiesa antica — e chiede quali
siano gli obblighi della Chiesa di Roma per rispondere a
questa sua vocazione.
Non è
necessario sviluppare qui la dottrina del primato, la
conoscete tutti molto bene. Importante è soffermarci sul
fatto che realmente il Successore di Pietro, il ministero
di Pietro, garantisce l'universalità della Chiesa, questa
trascendenza di nazionalismi e di altre frontiere che
esistono nell'umanità di oggi, per essere realmente una
Chiesa nella diversità e nella ricchezza delle tante
culture.
Vediamo
come anche le altre comunità ecclesiali, le altre Chiese
avvertano il bisogno di un punto unificante per non cadere
nel nazionalismo, nell'identificazione con una determinata
cultura, per essere realmente aperti, tutti per tutti e
per essere quasi costretti ad aprirsi sempre verso tutti
gli altri. Mi sembra che questo sia il ministero
fondamentale del Successore di Pietro: garantire questa
cattolicità che implica molteplicità, diversità,
ricchezza di culture, rispetto delle diversità e che,
nello stesso tempo, esclude assolutizzazione e unisce
tutti, li obbliga ad aprirsi, ad uscire dall'assolutizzazione
del proprio per trovarsi nell'unità della famiglia di Dio
che il Signore ha voluto e per la quale garantisce il
Successore di Pietro, come unità nella diversità.
Naturalmente
la Chiesa del Successore di Pietro deve portare, con il
suo vescovo, questo peso, questa gioia del dono della sua
responsabilità. Nell'apocalisse il vescovo appare infatti
come angelo della sua Chiesa, cioè un po' come
l'incorporazione della sua Chiesa, alla quale deve
rispondere l'essere della Chiesa stessa. Quindi la Chiesa
di Roma, insieme con il Successore di Pietro e come sua
Chiesa particolare, deve garantire proprio questa
universalità, questa apertura, questa responsabilità per
la trascendenza dell'amore, questo presiedere nell'amore
che esclude particolarismi. Deve anche garantire la fedeltà
alla Parola del Signore, al dono della fede, che non
abbiamo inventato noi ma che è realmente il dono che solo
da Dio stesso poteva venire. Questo è e sarà sempre il
dovere, ma anche il privilegio, della Chiesa di Roma,
contro le mode, contro i particolarismi, contro l'assolutizzazione
di alcuni aspetti, contro eresie che sono sempre
assolutizzazioni di un aspetto. Anche il dovere di
garantire l'universalità e la fedeltà all'integralità,
alla ricchezza della sua fede, del suo cammino nella
storia che si apre sempre al futuro. E insieme con questa
testimonianza della fede e dell'universalità,
naturalmente deve dare l'esempio della carità.
Così ci
dice sant'Ignazio, identificando in questa parola un po'
enigmatica, il sacramento dell'Eucaristia, l'azione
dell'amare gli altri. E questo, per tornare al punto
precedente, è molto importante: cioè questa
identificazione con l'Eucaristia che è agape, è carità,
è la presenza della carità che si è donata in Cristo.
Deve sempre essere carità, segno e causa di carità
nell'aprirsi verso gli altri, di questo donarsi agli
altri, di questa responsabilità verso i bisognosi, verso
i poveri, verso i dimenticati. Questa è una grande
responsabilità.
Al
presiedere nell'Eucaristia segue il presiedere nella carità,
che può essere testimoniata solo dalla comunità stessa.
Questo mi sembra il grande compito, la grande domanda per
la Chiesa di Roma: essere realmente esempio e punto di
partenza della carità. In questo senso è presidio della
carità.
Nel
presbiterio di Roma siamo di tutti i continenti, di tutte
le razze, di tutte le filosofie e di tutte le culture.
Sono lieto che proprio il presbiterio di Roma esprima
l'universalità, nell'unità della piccola Chiesa locale
la presenza della Chiesa universale. Più difficile ed
esigente è essere anche e realmente portatori della
testimonianza, della carità, dello stare tra gli altri
con il nostro Signore. Possiamo solo pregare il Signore
che ci aiuti nelle singole parrocchie, nelle singole
comunità, e che tutti insieme possiamo essere realmente
fedeli a questo dono, a questo mandato: presiedere la
carità.
7) Santo
Padre, sono padre Guillermo M. Cassone, della comunità
dei padri di Schoenstatt a Roma, vicario parrocchiale
nella parrocchia dei santi Patroni d'Italia, San Francesco
e Santa Caterina, in Trastevere.
Dopo il
Sinodo sulla Parola di Dio, riflettendo sulla Proposizione
55, «Maria Mater Dei et Mater fidei», mi sono chiesto
come migliorare il rapporto fra la Parola di Dio e la pietà
mariana, sia nella vita spirituale sacerdotale e sia
nell'azione pastorale. Due immagini mi aiutano:
l'annunciazione per l'ascolto, e la visitazione per
l'annuncio. Vorrei chiederle, Santità, di illuminarci con
il suo insegnamento su questo tema. La ringrazio per
questo dono.
R. Mi
sembra che lei ci abbia dato anche la risposta alla sua
domanda. Realmente Maria è la donna dell'ascolto: lo
vediamo nell'incontro con l'Angelo e lo rivediamo in tutte
le scene della sua vita, dalle nozze di Cana, fino alla
croce e fino al giorno di Pentecoste, quando è in mezzo
agli apostoli proprio per accogliere lo Spirito. È il
simbolo dell'apertura, della Chiesa che attende la venuta
dello Spirito Santo.
Nel
momento dell'annuncio possiamo cogliere già
l'atteggiamento dell'ascolto — un ascolto vero, un
ascolto da interiorizzare, che non dice semplicemente sì,
ma assimila la Parola, prende la Parola — e poi far
seguire la vera obbedienza, come se fosse una Parola
interiorizzata, cioè divenuta Parola in me e per me,
quasi forma della mia vita. Questo mi sembra molto bello:
vedere questo ascolto attivo, un ascolto cioè che attira
la Parola in modo che entri e diventi in me Parola,
riflettendola e accettandola fino all'intimo del cuore.
Così la Parola diventa incarnazione.
Lo stesso
vediamo nel Magnificat. Sappiamo che è un tessuto fatto
di parole dell'Antico Testamento. Vediamo che Maria
realmente è una donna di ascolto, che conosceva nel cuore
la Scrittura. Non conosceva solo alcuni testi, ma era così
identificata con la Parola che le parole dell'Antico
Testamento diventano, sintetizzate, un canto nel suo cuore
e nelle sua labbra. Vediamo che realmente la sua vita era
penetrata della Parola; era entrata nella Parola, l'aveva
assimilata ed era divenuta vita in sé, trasformandosi poi
di nuovo in Parola di lode e di annuncio della grandezza
di Dio.
Mi sembra
che san Luca, riferendosi a Maria, dica almeno tre volte,
forse quattro volte, che ha assimilato e conservato nel
suo cuore le Parole. Era, per i Padri, il modello della
Chiesa, il modello del credente che conserva la Parola,
porta in sé la Parola; non solo la legge, la interpreta
con l'intelletto per sapere cosa è stata in quel tempo,
quali sono i problemi filologici. Tutto questo è
interessante, importante, ma è più importante sentire la
Parola che va conservata e che diventa Parola in me, vita
in me e presenza del Signore. Perciò mi sembra importante
il nesso tra mariologia e teologia della Parola, del quale
anche hanno parlato i Padri sinodali e del quale parleremo
nel documento post-sinodale.
È ovvio:
Madonna è parola dell'ascolto, parola silenziosa, ma
anche parola della lode, dell'annuncio, perché la Parola
nell'ascolto diventa di nuovo carne e diventa così
presenza della grandezza di Dio.
8) Santo
Padre, sono Pietro Riggi e sono un salesiano che opera al
Borgo ragazzi Don Bosco, le volevo chiedere: il Concilio
Vaticano ii ha portato tante importatissime novità nella
Chiesa, ma non ha abolito le cose che già vi erano. Mi
sembra che diversi sacerdoti o teologi vorrebbero far
passare come spirito del Concilio ciò che invece non
c'entra con il Concilio stesso. Ad esempio le indulgenze.
Esiste il Manuale delle indulgenze della Penitenzieria
apostolica, attraverso le indulgenze si attinge al tesoro
della Chiesa e si possono suffragare le anime del
Purgatorio. Esiste un calendario liturgico in cui si dice
quando e come si possono lucrare le indulgenze plenarie,
ma tanti sacerdoti non ne parlano più, impedendo di fare
arrivare suffragi importantissimi alle anime del
Purgatorio. Le benedizioni. Vi è il Manuale delle
benedizioni in cui si prevede la benedizione di persone,
ambienti, oggetti e prefino di alimenti. Ma molti
sacerdoti sconoscono queste cose, altri le ritengono
preconciliari, così mandano via quei fedeli che chiedono
quello che per diritto dovrebbero avere.
Le
pratiche di pietà più conosciute. I primi venerdì del
mese non sono stati aboliti dal Concilio Vaticano II, ma
tanti sacerdoti non ne parlano più, oppure, addirittura,
ne parlano male. Oggi vi è un senso di avversione a tutto
questo, perché le vedono antiche e dannose, come cose
vecchie e preconciliari, mentre ritengo che tutte queste
preghiere e pratiche cristiane sono attualissime e molto
importanti, che vanno riprese e spiegate adeguatamente al
Popolo di Dio, nel sano equilibrio e nella verità a
completezza del Vaticano II.
Volevo
anche chiederle: una volta lei parlando di Fatima ha detto
che vi è un legame tra Fatima e Akita, le lacrimazioni
della Madonna in Giappone. Sia Paolo vi che Giovanni Paolo
II hanno celebrato a Fatima una messa solenne ed hanno
utilizzato lo stesso brano della sacra Scrittura,
Apocalisse 12, la donna vestita di sole che lotta una
battaglia decisiva contro il serpente antico, il diavolo,
satana. C'è affinità tra Fatima e Apocalisse 12?
Concludo:
l'anno scorso un sacerdote le ha regalato un quadro, io
non so dipingere ma volevo anch'io farle un regalo, così
ho pensato di farle dono di tre libri che ho scritto di
recente, spero che le piacciano.
R. Sono
realtà delle quali il Concilio non ha parlato, ma che
suppone come realtà nella Chiesa. Esse vivono nella
Chiesa e si sviluppano. Adesso non è il momento per
entrare nel grande tema delle indulgenze. Paolo vi ha
riordinato questo tema e ci indica il filo per capirlo.
Direi che si tratta semplicemente di uno scambio di doni,
cioè quanto nella Chiesa esiste di bene, esiste per
tutti. Con questa chiave dell'indulgenza possiamo entrare
in questa comunione dei beni della Chiesa. I protestanti
si oppongono affermando che l'unico tesoro è Cristo. Ma
per me la cosa meravigliosa è che Cristo — il quale
realmente è più che sufficiente nel suo amore infinito,
nella sua divinità e umanità — voleva aggiungere, a
quanto ha fatto lui, anche la nostra povertà. Non ci
considera solo come oggetti della sua misericordia, ma ci
fa soggetti della misericordia e dell'amore insieme con
Lui, quasi che — anche se non quantitativamente, almeno
in senso misterico — ci volesse aggiungere al grande
tesoro del corpo di Cristo. Voleva essere il Capo con il
corpo. E voleva che con il corpo fosse completato il
mistero della sua redenzione. Gesù voleva avere la Chiesa
come suo corpo, nel quale si realizza tutta la ricchezza
di quanto ha fatto. Da questo mistero risulta proprio che
esiste un tesaurus ecclesiae, che il corpo, come il
capo, dona tanto e noi possiamo avere l'uno dall'altro e
possiamo donare l'uno all'altro.
E così
vale anche per le altre cose. Per esempio, i venerdì del
sacro Cuore: è una cosa molto bella nella Chiesa. Non
sono cose necessarie, ma cresciute nella ricchezza della
meditazione del mistero. Così il Signore ci offre nella
Chiesa queste possibilità. Non mi sembra adesso il
momento di entrare in tutti i dettagli. Ognuno può più o
meno capire cosa è meno importante di un'altra; ma
nessuno dovrebbe disprezzare questa ricchezza, cresciuta
nei secoli come offerta e come moltiplicazione delle luci
nella Chiesa. Unica è la luce di Cristo. Appare in tutti
i suoi colori e offre la conoscenza della ricchezza del
suo dono, l'interazione tra capo e corpo, l'interazione
tra le membra, così che possiamo essere veramente insieme
un organismo vivente, nel quale ognuno dona a tutti, e
tutti donano il Signore, il quale ci ha donato tutto se
stesso.