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MESSA
IN COENA DOMINI (9 APRILE 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 10 aprile 2009
Messa
in Coena Domini. Il Papa: preghiamo affinché diventiamo
capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo
“Preghiamo
per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero,
luminoso e buono, affinché diventiamo capaci di vedere la
presenza di Dio nel mondo”. Ieri sera nella Basilica di
San Giovanni in Laterano, il Papa ha aperto con queste
parole la Messa in Coena Domini, che dà il via alle
celebrazioni del Triduo Pasquale. Ricordando l’Ultima
Cena, il Santo Padre ha ribadito la centralità
dell’Eucaristia. Alessandro Guarasci:
Un mandato richiesto da Cristo per essere al servizio
dei fratelli. E’ questo il senso della lavanda dei
piedi, che il Papa ha compiuto nei confronti di dodici
presbiteri. Un atto simbolico, ma carico di significato,
per invitare ogni Cristiano a trovare un gesto, che
esprima la carità fraterna del discepolo del Signore.
L’omelia è stata tutta centrata sul significato dell’Eurcarestia.
Annunciando infatti, la morte di Cristo e proclamando la
sua resurrezione, offriamo al Padre il sacrificio che
salva il mondo:
“Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se
stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente
anche alla sua morte, all’amore sino alla morte. Egli
distribuisce se stesso, il vero ‘pane per la vita del
mondo’ ”.
E ancora:
“Il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle
minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso –
il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale
tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo
amore".
Tramite quel gesto, il Papa ribadisce, Dio crea una
consanguineità tra sé e noi:
"Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo
sempre di più la grandezza di questo mistero! Affinché
esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro
intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di
Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione
gli uni con gli altri”.
“Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e
soprattutto il cuore”:
“A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose
del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così
a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore
chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché
non accolgano e lascino entrare in noi le ‘vanitates’
– le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza.
Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il
male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma
vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano
tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché
diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel
mondo”.
Nella preghiera dei fedeli, una richiesta per tutte le
Chiese d’Oriente e Occidente: “perché memori della
preghiera di Gesù per la loro unità, trovino vie di
perdono e di riconciliazione reciproca e arrivino alla
comunione visibile”. Poi uno sguardo agli uomini che
soffrono:
“Rezemos por todas as pessoas, sobretudo pelas que
sofrem…”
Preghiamo per tutti gli uomini, sopratutto per quelli
che soffrono: perché, guardando al Servo che porta le
nostre infermità e le nostre sofferenze, conoscano la
compassione e la vicinanza di Dio e sappiano fare del loro
dolore una via di amore".
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica di San
Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 9 aprile 2009
Cari
fratelli e sorelle!
Qui,
pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est
hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone
della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la
Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della
preghiera la parola “oggi”, sottolineando con ciò la
dignità particolare di questa giornata. È stato
“oggi” che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se
stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo
Sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della
Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone
entriamo in questo “oggi”. Il nostro oggi viene a
contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la
parola “oggi”, la Liturgia della Chiesa vuole indurci
a porre grande attenzione interiore al mistero di questa
giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo
dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto
dell’istituzione così come la Chiesa, in base
alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha
formulato.
Come
prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione
non è una frase autonoma, ma comincia con un pronome
relativo: qui pridie. Questo “qui”
aggancia l’intero racconto alla precedente parola della
preghiera, “… diventi per noi il corpo e il sangue del
tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”.
In questo modo, il racconto è connesso con la preghiera
precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso
preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui
inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a
sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È
preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto
sacerdotale della consacrazione che diventa
trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane
e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo
momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con
l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù
viene descritto con le parole: “gratias agens
benedixit – rese grazie con la preghiera di
benedizione”. Con questa espressione, la Liturgia romana
ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha
è una parola sola, nel greco invece appare nei due
termini eucharistía ed eulogía. Il Signore
ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è
dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con
ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e
del lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da
Lui. Ringraziare diventa benedire. Ciò che è stato dato
nelle mani di Dio, ritorna da Lui benedetto e trasformato.
La Liturgia romana ha ragione, quindi, nell’interpretare
il nostro pregare in questo momento sacro mediante le
parole: “offriamo”, “supplichiamo”, “chiediamo
di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto
questo si nasconde nella parola “eucharistia”
C’è
un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione
riportato nel Canone Romano, che vogliamo meditare in
quest’ora. La Chiesa orante guarda alle mani e agli
occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire
il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora
singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire,
anche attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue
mani sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con
cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha
benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli
uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e
che per sempre porteranno le stimmate come segni del suo
amore pronto a morire. Ora siamo incaricati noi di fare ciò
che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché
mediante la preghiera eucaristica sia trasformato.
Nell’Ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state
unte, affinché diventino mani di benedizione. Preghiamo
in quest’ora il Signore che le nostre mani servano
sempre di più a portare la salvezza, a portare la
benedizione, a rendere presente la sua bontà!
Dall’introduzione
alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1),
il Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al
cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…” Il Signore ci
insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A
sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo,
ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a
risollevarci. In un inno della preghiera delle ore
chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché
non accolgano e non lascino entrare in noi le “vanitates”
– le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza.
Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il
male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma
vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano
tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché
diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo.
Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di
amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i
fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono
in attesa della nostra parola e della nostra azione.
Benedicendo,
il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai
discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di
famiglia che si preoccupa dei suoi e dà loro ciò di cui
hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto
dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene
accolto nella famiglia e gli viene concessa una
partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è
unire. Mediante il condividere si crea comunione. Nel pane
spezzato, il Signore distribuisce se stesso. Il gesto
dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua
morte, all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se
stesso, il vero “pane per la vita del mondo” (cfr Gv
6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha
bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e
benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane
terreno, ma la comunione con se stesso. Questa
trasformazione, però, vuol essere l’inizio della
trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di
risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di
trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che
prendono inizio nel pane consacrato, trasformato,
transustanziato.
Abbiamo
detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione,
dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto
stesso è già accennata l’intima natura
dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso
corporeo. Nella parola “agape” i significati di
Eucaristia e amore si compènetrano. Nel gesto di Gesù
che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha
raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia
spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito riconosciamo
il mistero del chicco di grano, che muore e così porta
frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani,
che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà
sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che
l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione
liturgica. È completa solo, se l’agape liturgica
diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due
cose diventano una – l’essere gratificati dal Signore
nell’atto cultuale e il culto dell’amore nei confronti
del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore la
grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero
dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio
la trasformazione del mondo.
Dopo il
pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano
qualifica il calice, che il Signore dà ai discepoli, come
“praeclarus calix” (come calice glorioso),
alludendo con ciò al Salmo 23 [22], quel Salmo
che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si
legge: “Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli
occhi dei miei nemici … Il mio calice trabocca” – è
calix praeclarus. Il Canone romano interpreta
questa parola del Salmo come una profezia, che si
adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la
mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il
calice glorioso – il calice della grande gioia, della
vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo
del vino del suo amore. Il calice significa le nozze:
adesso è arrivata l’“ora”, alla quale le nozze di
Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì,
l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di
nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione di
Dio sino alla morte. Nelle parole dell’Ultima Cena di
Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle
nozze si cela sotto l’espressione “novum
Testamentum”. Questo calice è il nuovo Testamento
– “la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo
riferisce la parola di Gesù sul calice nella seconda
lettura di oggi (1 Kor 11, 25). Il Canone romano
aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per
esprime l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con
l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni
della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento,
sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che
qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita
distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova
ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due parti
uguali, ma mero dono di Dio che ci lascia in eredità il
suo amore – se stesso. E certo, mediante questo dono del
suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi
veramente “partner” e si realizza il mistero nuziale
dell’amore.
Per poter
comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo
ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia
e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono
che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri
di Israele, “ratificare un’alleanza” significa
“entrare con altri in un legame basato sul sangue,
ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed
entrare così un una comunione di diritti l’uno con
l’altro”. In questo modo si crea una consanguineità
reale benché non materiale. I partner diventano in
qualche modo “fratelli dalla stessa carne e dalle stesse
ossa”. L’alleanza opera un’insieme che significa
pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci
almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora
dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta
che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente
stabilisce con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea
una “consanguineità” tra sé e noi. Mediante
l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato
siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale
con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è
il suo amore, nel quale la vita divina e quella umana sono
divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché
comprendiamo sempre di più la grandezza di questo
mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza
trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo
veramente consanguinei di Gesù, pervasi dalla sua pace e
così anche in comunione gli uni con gli altri.
Ora, però,
emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo
dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se
stesso nella totalità della sua persona. Ma può farlo?
È ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di
fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù
realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel
discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi toglie la mia
vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il
potere di riprenderla di nuovo…” (Gv 10, 18).
Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera
decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la
risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire,
fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella
libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la
riprende nella risurrezione per poterla condividere per
sempre.
Signore,
oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci
con il tuo amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici
strumenti della tua pace! Amen.
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