|
MESSA
IN COENA DOMINI (1 APRILE 2010) |
Radio
Vaticana, 2.04.2010
Il
Papa alla Messa in Coena Domini: l'annuncio degli Apostoli
non potrà mai cessare nella storia
La
Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù: garanzia che
l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella
storia. Così Benedetto XVI, ieri pomeriggio, nella
Basilica di San Giovanni in Laterano durante la Messa in
Coena Domini, inizio del Triduo Pasquale. Nel corso della
celebrazione il Papa ha lavato i piedi a dodici sacerdoti,
rinnovando il gesto che Cristo compì verso i suoi
discepoli, mentre al momento dell’offertorio ha ricevuto
la somma raccolta dai fedeli che sarà devoluta per la
ricostruzione del seminario di Port-au-Prince in Haiti. Il
servizio è di Paolo Ondarza:
(canto)
La preghiera sacerdotale pronunciata da Cristo al
termine della lavanda dei piedi è stata il filo
conduttore dell’omelia di Benedetto XVI durante la Messa
in Coena Domini. “Non prego solo per questi – diceva
Gesù, riferendosi agli apostoli – ma anche per quelli
che crederanno in me mediante la loro parola: perché
tutti siano una sola cosa”:
“Che cosa chiede precisamente qui il Signore?
Innanzitutto Egli prega per i discepoli di quel tempo e di
tutti i tempi futuri. Guarda in avanti verso l’ampiezza
della storia futura. Vede i pericoli di essa e raccomanda
questa comunità al cuore del Padre. Egli chiede al Padre
la Chiesa e la sua unità. Così questa preghiera è
propriamente un atto fondante della Chiesa”.
“Il Signore ha chiesto la Chiesa al Padre – ha
spiegato il Papa – ha pregato perché l’annuncio dei
discepoli prosegua lungo i tempi”. Quindi le parole di
Gesù sono una garanzia: l’annuncio degli apostoli non
cesserà mai nella storia e susciterà sempre la fede e
raccoglierà nell’unità gli uomini”. Ma la preghiera
del Figlio di Dio – ha proseguito il Pontefice – è
sempre anche un esame di coscienza per tutti noi:
“In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu,
mediante la fede, nella comunione con me e così nella
comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te
stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei, forse,
con ciò colpevole della divisione, che oscura la mia
missione nel mondo, perché preclude agli uomini
l’accesso all’amore di Dio?”.
Aver visto tutto ciò che minaccia e distrugge l’unità
– ha detto Benedetto XVI – è stata e rimane una
componente della Passione di Gesù:
“Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore,
dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto
che siamo in contrasto con la sua preghiera, che facciamo
resistenza al suo amore, che ci opponiamo all’unità,
che deve essere per il mondo testimonianza della sua
missione”.
Gesù parla della vita eterna – ha proseguito il Papa
– vita autentica, vera, non semplicemente quella che
viene dopo la morte, ma che deve iniziare già in questo
mondo. Essa – ha spiegato il Santo Padre, parafrasando
il Vangelo - è conoscenza di Dio e di Gesù Cristo. Vita,
dunque, è relazione nella verità e nell’amore, la
relazione rende bella, piena la vita. Già nella filosofia
greca – ha ricordato Benedetto XVI – esisteva l’idea
che l’uomo può trovare la vita eterna se si attacca a
ciò che è indistruttibile: riempiendosi di verità,
dunque, può portare in sé la sostanza di eternità.
“Ma solo se la verità è persona - ha proseguito – può
portarmi attraverso la notte della morte. Ci aggrappiamo
al Risorto e siamo così portati da Colui che è la Vita
stessa”.
Secondo le Sacre Scritture – ha spiegato ancora
Benedetto XVI – conoscere è diventare una cosa sola con
l’altro, amarlo. La nostra vita, dunque, diventa eterna
se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di
ogni vita:
“Cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo
in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta,
diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che
amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo
veramente”.
Gesù porta a termine ciò che era iniziato con Mosè
presso il roveto ardente: mostra il suo Volto.
L’immagine del “Dio con noi” si manifesta
nell’incarnazione di Cristo, uomo – e quindi vicino -
ma anche Dio, eterno e infinito:
“In quest’ora deve invaderci la gioia e la
gratitudine, perché Egli si è mostrato, perché Egli -
l’Infinito e l’Inafferrabile per la nostra ragione -
è il Dio vicino che ama, il Dio che noi possiamo
conoscere ed amare”.
(canto)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
In modo
più ampio degli altri tre evangelisti, san Giovanni,
nella maniera a lui propria, ci riferisce nel suo Vangelo
circa i discorsi d’addio di Gesù, che appaiono quasi
come il suo testamento e come sintesi del nucleo
essenziale del suo messaggio. All’inizio di tali
discorsi c’è la lavanda dei piedi, in cui il servizio
redentore di Gesù per l’umanità bisognosa di
purificazione è riassunto in questo gesto di umiltà.
Alla fine, le parole di Gesù si trasformano in preghiera,
nella sua Preghiera sacerdotale, il cui sfondo gli esegeti
hanno individuato nel rituale della festa giudaica
dell’Espiazione. Ciò che era il senso di quella festa e
dei suoi riti – la purificazione del mondo, la sua
riconciliazione con Dio – avviene nell’atto del
pregare di Gesù, un pregare che, al tempo stesso,
anticipa la Passione, la trasforma in preghiera. Così
nella Preghiera sacerdotale si rende visibile in una
maniera del tutto particolare anche il mistero permanente
del Giovedì Santo: il nuovo sacerdozio di Gesù Cristo e
la sua continuazione nella consacrazione degli Apostoli,
nel coinvolgimento dei discepoli nel sacerdozio del
Signore. Da questo testo inesauribile, in quest’ora
vorrei scegliere tre parole di Gesù, che possono
introdurci più profondamente nel mistero del Giovedì
Santo.
Vi è
innanzitutto la frase: “Questa è la vita eterna: che
conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato,
Gesù Cristo” (Gv 17, 3). Ogni essere umano vuole
vivere. Desidera una vita vera, piena, una vita che valga
la pena, che sia una gioia. Con l’anelito alla vita è,
al contempo, collegata la resistenza contro la morte, che
tuttavia è ineluttabile. Quando Gesù parla della vita
eterna, Egli intende la vita autentica, vera, che merita
di essere vissuta. Non intende semplicemente la vita che
viene dopo la morte. Egli intende il modo autentico della
vita – una vita che è pienamente vita e per questo è
sottratta alla morte, ma che può di fatto iniziare già
in questo mondo, anzi, deve iniziare in esso: solo se
impariamo già ora a vivere in modo autentico, se
impariamo quella vita che la morte non può togliere, la
promessa dell’eternità ha senso. Ma come si realizza
questo? Che cosa è mai questa vita veramente eterna, alla
quale la morte non può nuocere? La risposta di Gesù,
l’abbiamo sentita: Questa è la vita vera, che conoscano
te – Dio – e il tuo Inviato, Gesù Cristo. Con nostra
sorpresa, lì ci viene detto che vita è conoscenza. Ciò
significa anzitutto: vita è relazione. Nessuno ha la vita
da se stesso e solamente per se stesso. Noi l’abbiamo
dall’altro, nella relazione con l’altro. Se è una
relazione nella verità e nell’amore, un dare e
ricevere, essa dà pienezza alla vita, la rende bella. Ma
proprio per questo, la distruzione della relazione ad
opera della morte può essere particolarmente dolorosa, può
mettere in questione la vita stessa. Solo la relazione con
Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la
mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi
vivo attraverso di esse. Già nella filosofia greca
esisteva l’idea che l’uomo può trovare una vita
eterna se si attacca a ciò che è indistruttibile –
alla verità che è eterna. Dovrebbe, per così dire,
riempirsi di verità per portare in sé la sostanza
dell’eternità. Ma solo se la verità è Persona, essa
può portarmi attraverso la notte della morte. Noi ci
aggrappiamo a Dio – a Gesù Cristo, il Risorto. E siamo
così portati da Colui che è la Vita stessa. In questa
relazione noi viviamo anche attraversando la morte, perché
non ci abbandona Colui che è la Vita stessa.
Ma
ritorniamo alla parola di Gesù: Questa è la vita eterna:
che conoscano te e il tuo Inviato. La conoscenza di Dio
diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza”
s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come
sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio
famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel
senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente
una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere
Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche
modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e
dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita
autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui
che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la
parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo
amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più!
Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita
retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo
persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora
viviamo veramente.
Due volte
nel corso della Preghiera sacerdotale Gesù parla della
rivelazione del nome di Dio. “Ho manifestato il tuo nome
agli uomini che mi hai dato dal mondo” (v. 6). “Io ho
fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere,
perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e
io in loro” (v. 26). Il Signore allude qui alla scena
presso il roveto ardente, dal quale Dio, alla domanda di
Mosè, aveva rivelato il suo nome. Gesù vuole quindi dire
che Egli porta a termine ciò che era iniziato presso il
roveto ardente; che in Lui Dio, che si era fatto conoscere
a Mosè, ora si rivela pienamente. E che con ciò Egli
compie la riconciliazione; che l’amore con cui Dio ama
suo Figlio nel mistero della Trinità, coinvolge ora gli
uomini in questa circolazione divina dell’amore. Ma che
cosa significa più precisamente che la rivelazione dal
roveto ardente viene portata a termine, raggiunge
pienamente la sua meta? L’essenziale dell’avvenimento
al monte Oreb non era stata la parola misteriosa, il
“nome”, che Dio aveva consegnato a Mosè, per così
dire, come segno di riconoscimento. Comunicare il nome
significa entrare in relazione con l’altro. La
rivelazione del nome divino significa dunque che Dio, che
è infinito e sussiste in se stesso, entra
nell’intreccio di relazioni degli uomini; che Egli, per
così dire, esce da se stesso e diventa uno di noi, uno
che è presente in mezzo a noi e per noi. Per questo in
Israele sotto il nome di Dio non si è visto solo un
termine avvolto di mistero, ma il fatto dell’essere-con-noi
di Dio. Il Tempio, secondo la Sacra Scrittura, è il luogo
in cui abita il nome di Dio. Dio non è racchiuso in
alcuno spazio terreno; Egli rimane infinitamente al di
sopra del mondo. Ma nel Tempio è presente per noi come
Colui che può essere chiamato – come Colui che vuol
essere con noi. Questo essere di Dio con il suo popolo si
compie nell’incarnazione del Figlio. In essa si completa
realmente ciò che aveva avuto inizio presso il roveto
ardente: Dio quale Uomo può essere da noi chiamato e ci
è vicino. Egli è uno di noi, e tuttavia è il Dio eterno
ed infinito. Il suo amore esce, per così dire, da se
stesso ed entra in noi. Il mistero eucaristico, la
presenza del Signore sotto le specie del pane e del vino
è la massima e più alta condensazione di questo nuovo
essere-con-noi di Dio. “Veramente tu sei un Dio
nascosto, Dio d’Israele”, ha pregato il profeta Isaia
(45,15). Ciò rimane sempre vero. Ma al tempo stesso
possiamo dire: veramente tu sei un Dio vicino, tu sei un
Dio-con-noi. Tu ci hai rivelato il tuo mistero e ci hai
mostrato il tuo volto. Tu hai rivelato te stesso e ti sei
dato nelle nostre mani… In quest’ora deve invaderci la
gioia e la gratitudine perché Egli si è mostrato; perché
Egli, l’Infinito e l’Inafferrabile per la nostra
ragione, è il Dio vicino che ama, il Dio che noi possiamo
conoscere ed amare.
La
richiesta più nota della Preghiera sacerdotale è la
richiesta dell’unità per i discepoli, per quelli di
allora e quelli futuri. Dice il Signore: “Non prego solo
per questi – cioè la comunità dei discepoli radunata
nel Cenacolo – ma anche per quelli che crederanno in me
mediante la loro parola: perché tutti siano una sola
cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai
mandato.” (v. 20s; cfr vv. 11 e 13). Che cosa chiede
precisamente qui il Signore? Innanzitutto, Egli prega per
i discepoli di quel tempo e di tutti i tempi futuri.
Guarda in avanti verso l’ampiezza della storia futura.
Vede i pericoli di essa e raccomanda questa comunità al
cuore del Padre. Egli chiede al Padre la Chiesa e la sua
unità. È stato detto che nel Vangelo di Giovanni
la Chiesa non compare - ed è vero che la parola ekklesia
non c’è – ma qui essa appare nelle sue
caratteristiche essenziali: come la comunità dei
discepoli che, mediante la parola apostolica, credono in
Gesù Cristo e così diventano una cosa sola. Gesù
implora la Chiesa come una ed apostolica. Così questa
preghiera è propriamente un atto fondante della Chiesa.
Il Signore chiede la Chiesa al Padre. Essa nasce dalla
preghiera di Gesù e mediante l’annuncio degli Apostoli,
che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli
uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede
dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i
tempi; che tale annuncio raccolga uomini i quali, in base
ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù
Cristo. Egli prega affinché gli uomini siano condotti
alla fede e, mediante la fede, all’amore. Egli chiede al
Padre che questi credenti “siano in noi” (v. 21); che
vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con
Gesù Cristo e che da questo essere interiormente nella
comunione con Dio si crei l’unità visibile. Due volte
il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il
mondo creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere
un’unità che si possa vedere – un’unità che vada
tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra
gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed
accreditare la missione di Gesù Cristo. La preghiera di
Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli
non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre
la fede e raccoglierà uomini nell’unità – in
un’unità che diventa testimonianza per la missione di
Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un esame
di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede:
vivi tu, mediante la fede, nella comunione con me e così
nella comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te
stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse
con ciò colpevole della divisione che oscura la mia
missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso
all’amore di Dio? È stata una componente della Passione
storica di Gesù e rimane una parte di quella sua Passione
che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il
vedere tutto ciò che minaccia, distrugge l’unità.
Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore, dobbiamo
anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo
in contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza
al suo amore; che ci opponiamo all’unità, che deve
essere per il mondo testimonianza della sua missione.
In
quest’ora, in cui il Signore nella Santissima Eucaristia
dona se stesso – il suo corpo e il suo sangue –, si dà
nelle nostre mani e nei nostri cuori, vogliamo lasciarci
toccare dalla sua preghiera. Vogliamo entrare noi stessi
nella sua preghiera, e così lo imploriamo: Sì, Signore,
donaci la fede in te, che sei una cosa sola con il Padre
nello Spirito Santo. Donaci di vivere nel tuo amore e così
diventare una cosa sola come tu sei una cosa sola con il
Padre, perché il mondo creda. Amen.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
|
|