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INCONTRO
CON I COLLABORATORI DELLA CURIA ROMANA (22 DICEMBRE 2005) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana, 22 dicembre 2005
BENEDETTO
XVI INCONTRA I SUOI COLLABORATORI DELLA CURIA ROMANA PER
GLI AUGURI NATALIZI: IL PAPA PARLA DEL NATALE ORMAI
IMMINENTE, DI GIOVANNI PAOLO II, DELLA GIORNATA MONDIALE
DELLA GIOVENTU’ DI COLONIA, DELL’ANNO EUCARISTICO E
DEL CONCILIO VATICANO II A 40 ANNI DALLA SUA CONCLUSIONE
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Tradizionale
incontro stamane nella Sala Clementina in Vaticano
tra il Papa e la Curia Romana per lo scambio degli
auguri natalizi. Dopo il saluto del cardinale Decano
Angelo Sodano, Benedetto XVI
si è rivolto ai suoi collaboratori con un
lungo discorso partendo proprio dal Mistero del
Natale: ha quindi ricordato i principali avvenimenti
di quest’anno: la scomparsa di Giovanni Paolo II,
la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia,
l’Anno dell’Eucaristia e il Sinodo sul mistero
eucaristico. |
Infine
ampio spazio ha dedicato al Concilio Vaticano II nel 40°
anniversario della sua conclusione. Ma ascoltiamo il
servizio di Sergio Centofanti:
**********
“Svegliati,
uomo, poiché per te Dio si è fatto uomo”. Con quest’invito
di Sant’Agostino a cogliere il senso autentico del
Natale di Cristo, Benedetto XVI ha aperto il suo incontro
con i collaboratori della Curia Romana:
“Iddio
si è fatto uomo per noi: è questo il messaggio che ogni
anno dalla silenziosa grotta di Betlemme si diffonde sin
nei più sperduti angoli della terra. Il Natale è festa
di luce e di pace, è giorno di interiore stupore e di
gioia che si espande nell’universo, perché “Dio si è
fatto uomo”. Dall’umile grotta di Betlemme l’eterno
Figlio di Dio, divenuto piccolo Bambino, si rivolge a
ciascuno di noi: ci interpella, ci invita a rinascere in
lui perché, insieme a lui, possiamo vivere eternamente
nella comunione della Santissima Trinità”.
Il
Papa ha quindi parlato di Giovanni Paolo II e soprattutto
della lezione che ci ha dato “dalla cattedra della
sofferenza e del silenzio” negli ultimi momenti della
sua vita. Proprio a partire dalla
sua esperienza – ha detto – Giovanni Paolo II
si è posto il problema del male, del “male eretto a
sistema”, un male di “proporzioni gigantesche” come
si è visto nel secolo scorso. Ma ecco: “il potere che
al male mette un limite – diceva Papa Wojtyla -
è la misericordia di Dio”. “L’agnello è più
forte del drago”:
“Il
limite del potere del male, la potenza che, in definitiva,
lo vince è – così egli ci dice – la sofferenza di
Dio, la sofferenza del Figlio di Dio sulla Croce: La
sofferenza di Dio crocifisso non è soltanto una forma di
sofferenza accanto alle altre… Cristo, soffrendo per
tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza,
l'ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo
ordine: quello dell'amore… La passione di Cristo sulla
Croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza,
l'ha trasformata dal di dentro… È la sofferenza che
brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore… Ogni
sofferenza umana, ogni dolore, ogni infermità racchiude
una promessa di salvezza”.
Quindi
Benedetto XVI ha parlato della straordinaria esperienza
della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia: oltre
un milione di giovani guardando al di là del quotidiano
si sono messi alla ricerca della verità ponendosi
in adorazione di Cristo:
“Prima di ogni
attività e di ogni mutamento del mondo deve esserci
l'adorazione. Solo essa ci rende veramente liberi; essa
soltanto ci dà i criteri per il nostro agire. Proprio in
un mondo in cui progressivamente vengono meno i criteri di
orientamento ed esiste la minaccia che ognuno faccia di se
stesso il proprio criterio, è fondamentale sottolineare
l'adorazione”.
E
parlando dell’Anno dell’Eucaristia e del recente
Sinodo ha sottolineato come sia commovente vedere che
nella Chiesa si sta risvegliando la gioia
dell’adorazione eucaristica. “E proprio in questo atto
personale di incontro col Signore – ha affermato –
matura poi anche la missione sociale che nell'Eucaristia
è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra
il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che
ci separano gli uni dagli altri”.
Sul
Concilio Vaticano II ha parlato dei contrasti sulla sua
interpretazione. Due ermeneutiche, cioè due diverse
interpretazioni – ha notato il Pontefice - “si sono
trovate a confronto e hanno litigato tra loro”:
“L'una
ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre
più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste
un'interpretazione che vorrei chiamare ermeneutica della
discontinuità e della rottura; essa non di rado si è
potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di
una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è
l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella
continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci
ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si
sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto
del Popolo di Dio in cammino. L'ermeneutica della
discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa
preconciliare e Chiesa postconciliare”.
“Il
Concilio – ha detto il Papa – doveva determinare in
modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna” e in
certo modo ha manifestato una discontinuità rispetto al
passato ma senza abbandonare “la continuità nei
principi”:
“Il
Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del
rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi
essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche
corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente
discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua
intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto
prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una,
santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i
tempi; essa prosegue ‘il suo pellegrinaggio fra le
persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio’,
annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga”.
Benedetto XVI ha
poi fatto riferimento alla propria elezione:
“Devo
forse ancora far memoria di quel 19 aprile di quest'anno,
in cui il Collegio Cardinalizio, con mio non piccolo
spavento, mi ha eletto a successore di Papa Giovanni Paolo
II, a successore di San Pietro sulla cattedra del Vescovo
di Roma. Un tale compito stava del tutto fuori di ciò che
avrei mai potuto immaginare come mia vocazione. Così, fu
soltanto con un grande atto di fiducia in Dio che potei
dire nell'obbedienza il mio “sì” a questa scelta.
Come allora, così chiedo anche oggi a tutti Voi la
preghiera, sulla cui forza e sostegno io conto. Al
contempo desidero ringraziare di cuore in quest'ora tutti
coloro che mi hanno accolto e mi accolgono tuttora con
tanta fiducia, bontà e comprensione, accompagnandomi
giorno per giorno con la loro preghiera”.
Infine ha rivolto il suo ultimo pensiero
al Natale che si avvicina:
“Il
Natale è ormai vicino. Il Signore Dio alle minacce della
storia non si è opposto con il potere esteriore, come noi
uomini, secondo le prospettive di questo nostro mondo, ci
saremmo aspettati. L'arma sua è la bontà. Si è rivelato
come bimbo, nato in una stalla. È proprio così che
contrappone il suo potere completamente diverso alle
potenze distruttive della violenza. Proprio così Egli ci
salva”.
**********
Da
sempre i Papi si sono avvalsi dell’aiuto di
collaboratori nel loro Ministero, ma solo nel 1538
Sisto V, con la
Costituzione apostolica «Immensa Aeterni Dei»,
diede alla Curia Romana la sua formale
configurazione, istituendo 15 dicasteri. L’ultima
riforma della Curia risale a Giovanni Paolo II che nel
1988 con la Costituzione apostolica Pastor Bonus ha inteso
conformarla ai principi del Concilio Vaticano II. “La
Curia romana – scrive Papa Wojtyla - è l'insieme dei
dicasteri e degli organismi che coadiuvano il romano
Pontefice nell'esercizio del suo supremo ufficio pastorale
per il bene e il servizio della Chiesa universale e delle
Chiese particolari, esercizio col quale si rafforzano
l'unità di fede e la comunione del Popolo di Dio e si
promuove la missione propria della Chiesa nel mondo”. La
Curia Romana oggi è composta dalla Segreteria di Stato,
da 9 Congregazioni, 11 Pontifici Consigli, 3 Tribunali, 7
Pontificie Commissioni, 7 Accademie Pontificie e vari
altri uffici, organismi e istituzioni collegate.
DISCORSO
DEL PAPA
-
dal Vatican Information Service -
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
"Expergiscere,
homo: quia pro te Deus factus est homo -Svegliati,
uomo, poiché per te Dio si è fatto uomo" (S.
Agostino, Discorsi, 185). Con quest’invito di
Sant’Agostino a cogliere il senso autentico del Natale
di Cristo, apro il mio incontro con voi, cari
collaboratori della Curia Romana, in prossimità ormai
delle festività natalizie. A ciascuno rivolgo il mio
saluto più cordiale, ringraziandovi per i sentimenti di
devozione e di affetto, di cui si è fatto efficace
interprete il Cardinale Decano, al quale va il mio
pensiero riconoscente. Iddio si è fatto uomo per noi: è
questo il messaggio che ogni anno dalla silenziosa grotta
di Betlemme si diffonde sin nei più sperduti angoli della
terra. Il Natale è festa di luce e di pace, è giorno di
interiore stupore e di gioia che si espande
nell’universo, perché "Dio si è fatto uomo".
Dall’umile grotta di Betlemme l’eterno Figlio di Dio,
divenuto piccolo Bambino, si rivolge a ciascuno di noi: ci
interpella, ci invita a rinascere in lui perché, insieme
a lui, possiamo vivere eternamente nella comunione della
Santissima Trinità.
Con il
cuore colmo della gioia che deriva da questa
consapevolezza, riandiamo col pensiero alle vicende
dell’anno che volge al suo tramonto. Stanno alle nostre
spalle grandi avvenimenti, che hanno segnato profondamente
la vita della Chiesa. Penso innanzitutto alla dipartita
del nostro amato Santo Padre Giovanni Paolo II, preceduta
da un lungo cammino di sofferenza e di graduale perdita
della parola. Nessun Papa ci ha lasciato una quantità di
testi pari a quella che ci ha lasciato lui; nessun Papa in
precedenza ha potuto visitare, come lui, tutto il mondo e
parlare in modo diretto agli uomini di tutti i continenti.
Ma, alla fine, gli è toccato un cammino di sofferenza e
di silenzio. Restano indimenticabili per noi le immagini
della Domenica delle Palme quando, col ramo di olivo nella
mano e segnato dal dolore, egli stava alla finestra e ci
dava la benedizione del Signore in procinto di
incamminarsi verso la Croce. Poi l'immagine di quando
nella sua cappella privata, tenendo in mano il Crocifisso,
partecipava alla Via Crucis nel Colosseo, dove tante volte
aveva guidato la processione portando egli stesso la
Croce. Infine la muta benedizione della Domenica di
Pasqua, nella quale, attraverso tutto il dolore, vedevamo
rifulgere la promessa della risurrezione, della vita
eterna. Il Santo Padre, con le sue parole e le sue opere,
ci ha donato cose grandi; ma non meno importante è la
lezione che ci ha dato dalla cattedra della sofferenza e
del silenzio. Nel suo ultimo libro "Memoria e
Identità" (Rizzoli 2005) ci ha lasciato
un’interpretazione della sofferenza che non è una
teoria teologica o filosofica, ma un frutto maturato lungo
il suo personale cammino di sofferenza, da lui percorso
col sostegno della fede nel Signore crocifisso. Questa
interpretazione, che egli aveva elaborato nella fede e che
dava senso alla sua sofferenza vissuta in comunione con
quella del Signore, parlava attraverso il suo muto dolore
trasformandolo in un grande messaggio. Sia all'inizio come
ancora una volta alla fine del menzionato libro, il Papa
si mostra profondamente toccato dallo spettacolo del
potere del male che, nel secolo appena terminato, ci è
stato dato di sperimentare in modo drammatico. Dice
testualmente: "Non è stato un male in edizione
piccola… È stato un male di proporzioni gigantesche, un
male che si è avvalso delle strutture statali per
compiere la sua opera nefasta, un male eretto a
sistema" (pag. 198). Il male è forse invincibile? È
la vera ultima potenza della storia? A causa
dell'esperienza del male, la questione della redenzione,
per Papa Woytiła, era diventata l'essenziale e
centrale domanda della sua vita e del suo pensare come
cristiano. Esiste un limite contro il quale la potenza del
male s'infrange? Sì, esso esiste, risponde il Papa in
questo suo libro, come anche nella sua Enciclica sulla
redenzione. Il potere che al male mette un limite è la
misericordia divina. Alla violenza, all'ostentazione del
male si oppone nella storia – come "il totalmente
altro" di Dio, come la potenza propria di Dio – la
divina misericordia. L'agnello è più forte del drago,
potremmo dire con l'Apocalisse.
Alla fine
del libro, nello sguardo retrospettivo sull'attentato del
13 maggio 1981 ed anche sulla base dell'esperienza del suo
cammino con Dio e con il mondo, Giovanni Paolo II ha
approfondito ulteriormente questa risposta. Il limite del
potere del male, la potenza che, in definitiva, lo vince
è – così egli ci dice – la sofferenza di Dio, la
sofferenza del Figlio di Dio sulla Croce: "La
sofferenza di Dio crocifisso non è soltanto una forma di
sofferenza accanto alle altre… Cristo, soffrendo per
tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza,
l'ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo
ordine: quello dell'amore… La passione di Cristo sulla
Croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza,
l'ha trasformata dal di dentro… È la sofferenza che
brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore… Ogni
sofferenza umana, ogni dolore, ogni infermità racchiude
una promessa di salvezza… Il male… esiste nel mondo
anche per risvegliare in noi l'amore, che è dono di sé…
a chi è visitato dalla sofferenza… Cristo è il
Redentore del mondo: ‘Per le sue piaghe noi siamo stati
guariti’ (Is 53, 5)" (pag. 198 ss.). Tutto
questo non è semplicemente teologia dotta, ma espressione
di una fede vissuta e maturata nella sofferenza. Certo,
noi dobbiamo fare del tutto per attenuare la sofferenza ed
impedire l'ingiustizia che provoca la sofferenza degli
innocenti. Tuttavia dobbiamo anche fare del tutto perché
gli uomini possano scoprire il senso della sofferenza, per
essere così in grado di accettare la propria sofferenza e
unirla alla sofferenza di Cristo. In questo modo essa si
fonde insieme con l'amore redentore e diventa, di
conseguenza, una forza contro il male nel mondo. La
risposta che si è avuta in tutto il mondo alla morte del
Papa è stata una manifestazione sconvolgente di
riconoscenza per il fatto che egli, nel suo ministero, si
è offerto totalmente a Dio per il mondo; un
ringraziamento per il fatto che egli, in un mondo pieno di
odio e di violenza, ci ha insegnato nuovamente l'amare e
il soffrire a servizio degli altri; ci ha mostrato, per
così dire, dal vivo il Redentore, la redenzione, e ci ha
dato la certezza che, di fatto, il male non ha l'ultima
parola nel mondo.
Due altri
avvenimenti, avviati ancora da Papa Giovanni Paolo II,
vorrei ora menzionare, se pur brevemente: si tratta della
Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Colonia e
del Sinodo dei Vescovi sull'Eucaristia che ha concluso
anche l'Anno dell’Eucaristia, inaugurato da Papa
Giovanni Paolo II.
La
Giornata Mondiale della Gioventù è rimasta nella memoria
di tutti coloro che erano presenti come un grande dono.
Oltre un milione di giovani si radunarono nella Città di
Colonia, situata sul fiume Reno, e nelle città vicine per
ascoltare insieme la Parola di Dio, per pregare insieme,
per ricevere i sacramenti della Riconciliazione e
dell'Eucaristia, per cantare e festeggiare insieme, per
gioire dell’esistenza e per adorare e ricevere il
Signore eucaristico durante i grandi incontri del sabato
sera e della domenica. Durante tutti quei giorni regnava
semplicemente la gioia. A prescindere dai servizi
d'ordine, la polizia non ebbe niente da fare – il
Signore aveva radunato la sua famiglia, superando
sensibilmente ogni frontiera e barriera e, nella grande
comunione tra di noi, ci aveva fatto sperimentare la sua
presenza. Il motto scelto per quelle giornate –
"Andiamo ad adorarlo" – conteneva due grandi
immagini che, fin dall'inizio, favorirono l'approccio
giusto. Vi era innanzitutto l'immagine del pellegrinaggio,
l'immagine dell'uomo che, guardando al di là dei suoi
affari e del suo quotidiano, si mette alla ricerca della
sua destinazione essenziale, della verità, della vita
giusta, di Dio. Questa immagine dell'uomo in cammino verso
la meta della vita racchiudeva in se ancora due
indicazioni chiare. C'era innanzitutto l’invito a non
vedere il mondo che ci circonda soltanto come la materia
grezza con cui noi possiamo fare qualcosa, ma a cercare di
scoprire in esso la "calligrafia del Creatore",
la ragione creatrice e l'amore da cui è nato il mondo e
di cui ci parla l'universo, se noi ci rendiamo attenti, se
i nostri sensi interiori si svegliano e acquistano
percettività per le dimensioni più profonde della realtà.
Come secondo elemento si aggiungeva poi l'invito a
mettersi in ascolto della rivelazione storica che, sola,
può offrirci la chiave di lettura per il silenzioso
mistero della creazione, indicandoci concretamente la via
verso il vero Padrone del mondo e della storia che si
nasconde nella povertà della stalla di Betlemme. L'altra
immagine contenuta nel motto della Giornata Mondiale della
Gioventù era l'uomo in adorazione: "Siamo venuti per
adorarlo". Prima di ogni attività e di ogni
mutamento del mondo deve esserci l'adorazione. Solo essa
ci rende veramente liberi; essa soltanto ci dà i criteri
per il nostro agire. Proprio in un mondo in cui
progressivamente vengono meno i criteri di orientamento ed
esiste la minaccia che ognuno faccia di se stesso il
proprio criterio, è fondamentale sottolineare
l'adorazione. Per tutti coloro che erano presenti rimane
indimenticabile l’intenso silenzio di quel milione di
giovani, un silenzio che ci univa e sollevava tutti quando
il Signore nel Sacramento era posto sull'altare. Serbiamo
nel cuore le immagini di Colonia: sono una indicazione che
continua ad operare. Senza menzionare singoli nomi, vorrei
in questa occasione ringraziare tutti coloro che hanno
reso possibile la Giornata Mondiale della Gioventù;
soprattutto, però, ringraziamo insieme il Signore, perché
in definitiva solo Lui poteva donarci quelle giornate nel
modo in cui le abbiamo vissute.
La parola
"adorazione" ci porta al secondo grande
avvenimento di cui vorrei parlare: il Sinodo dei Vescovi e
l'Anno dell’Eucaristia. Papa Giovanni Paolo II, con
l'Enciclica Ecclesia de Eucharistia e con la
Lettera apostolica Mane nobiscum Domine ci aveva già
donato le indicazioni essenziali e al contempo, con la sua
esperienza personale della fede eucaristica, aveva
concretizzato l'insegnamento della Chiesa. Inoltre, la
Congregazione per il Culto Divino, in stretto collegamento
con l'Enciclica, aveva pubblicato l'istruzione Redemptionis
Sacramentum come aiuto pratico per la giusta
realizzazione della Costituzione conciliare sulla liturgia
e della riforma liturgica. Oltre tutto ciò, era veramente
possibile dire ancora qualcosa di nuovo, sviluppare
ulteriormente l’insieme della dottrina? Proprio questa
fu la grande esperienza del Sinodo quando, nei contributi
dei Padri, si è vista rispecchiarsi la ricchezza della
vita eucaristica della Chiesa di oggi e si è manifestata
l'inesauribilità della sua fede eucaristica. Quello che i
Padri hanno pensato ed espresso dovrà essere presentato,
in stretto collegamento con le Propositiones del
Sinodo, in un documento post-sinodale. Vorrei qui solo
sottolineare ancora una volta quel punto che, poco fa,
abbiamo già registrato nel contesto della Giornata
Mondiale della Gioventù: l'adorazione del Signore
risorto, presente nell'Eucaristia con carne e sangue, con
corpo e anima, con divinità e umanità. È commovente per
me vedere come dappertutto nella Chiesa si stia
risvegliando la gioia dell'adorazione eucaristica e si
manifestino i suoi frutti. Nel periodo della riforma
liturgica spesso la Messa e l'adorazione fuori di essa
erano viste come in contrasto tra loro: il Pane
eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere
contemplato, ma per essere mangiato, secondo
un’obiezione allora diffusa. Nell'esperienza di
preghiera della Chiesa si è ormai manifestata la mancanza
di senso di una tale contrapposizione. Già Agostino aveva
detto: "… nemo autem illam carnem manducat, nisi
prius adoraverit;… peccemus non adorando - Nessuno
mangia questa carne senza prima adorarla; … peccheremmo
se non la adorassimo" (cfr Enarr. in Ps 98,9
CCL XXXIX 1385). Di fatto, non è che nell'Eucaristia
riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è
l'incontro e l'unificazione di persone; la persona, però,
che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio
di Dio. Una tale unificazione può soltanto realizzarsi
secondo la modalità dell'adorazione. Ricevere
l'Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo.
Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola
con Lui. Perciò, lo sviluppo dell'adorazione eucaristica,
come ha preso forma nel corso del Medioevo, era la più
coerente conseguenza dello stesso mistero eucaristico:
soltanto nell'adorazione può maturare un'accoglienza
profonda e vera. E proprio in questo atto personale di
incontro col Signore matura poi anche la missione sociale
che nell'Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le
barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e
soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli
altri.
L'ultimo
evento di quest’anno su cui vorrei soffermarmi in questa
occasione è la celebrazione della conclusione del
Concilio Vaticano II quarant'anni fa. Tale memoria suscita
la domanda: Qual è stato il risultato del Concilio? È
stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione
del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o
sbagliato? Che cosa resta ancora da fare? Nessuno può
negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del
Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche
non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni
la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san
Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio
di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel
buio della tempesta, dicendo fra l'altro: "Il grido
rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno
contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il
rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai
quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto,
la retta dottrina della fede …" (De Spiritu
Sancto, XXX, 77; PG 32, 213 A; SCh 17bis, pag. 524).
Non vogliamo applicare proprio questa descrizione
drammatica alla situazione del dopo-Concilio, ma qualcosa
tuttavia di quanto avvenuto vi si riflette. Emerge la
domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi
parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così
difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta
interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi –
dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di
lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono
nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono
trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha
causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più
visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte
esiste un'interpretazione che vorrei chiamare
"ermeneutica della discontinuità e della
rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere
della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della
teologia moderna. Dall'altra parte c'è
l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento
nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il
Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo
e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico
soggetto del Popolo di Dio in cammino. L'ermeneutica della
discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa
preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che
i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la
vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il
risultato di compromessi nei quali, per raggiungere
l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e
riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in
questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito
del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che
sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il
vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in
conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio
perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto
il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe
necessario andare coraggiosamente al di là dei testi,
facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe
l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta,
del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i
testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo,
ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come
allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si
concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si
fraintende in radice la natura di un Concilio come tale.
In questo modo, esso viene considerato come una specie di
Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne
crea una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un
mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè
del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri
non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato
loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la
costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e
ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la
vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in
grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo
stesso. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno
ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono
"amministratori dei misteri di Dio" (1 Cor
4,1); come tali devono essere trovati "fedeli e
saggi" (cfr Lc 12,41-48). Ciò significa che
devono amministrare il dono del Signore in modo giusto,
affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma
porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire
all'amministratore: "Poiché sei stato fedele nel
poco, ti darò autorità su molto" (cfr Mt
25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole
evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che
interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende
anche evidente, come in un Concilio dinamica e fedeltà
debbano diventare una cosa sola.
All'ermeneutica
della discontinuità si oppone l'ermeneutica della
riforma, come l'hanno presentata dapprima Papa Giovanni
XXIII nel suo discorso d'apertura del Concilio l'11
ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di
conclusione del 7 dicembre 1965. Vorrei qui citare
soltanto le parole ben note di Giovanni XXIII, in cui
questa ermeneutica viene espressa inequivocabilmente
quando dice che il Concilio "vuole trasmettere pura
ed integra la dottrina, senza attenuazioni o
travisamenti", e continua: "Il nostro dovere non
è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se
ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di
dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera,
che la nostra età esige… È necessario che questa
dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente
rispettata, sia approfondita e presentata in modo che
corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è
infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute
nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo
col quale esse sono enunciate, conservando ad esse
tuttavia lo stesso senso e la stessa portata" (S.
Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes,
1974, pp. 863-865). È chiaro che questo impegno di
esprimere in modo nuovo una determinata verità esige una
nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale
con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare
soltanto se nasce da una comprensione consapevole della
verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione
sulla fede esige anche che si viva questa fede. In questo
senso il programma proposto da Papa Giovanni XXIII era
estremamente esigente, come appunto è esigente la sintesi
di fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione
è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del
Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati
frutti nuovi. Quarant’anni dopo il Concilio possiamo
rilevare che il positivo è più grande e più vivo di
quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni
intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur
sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così
anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta
dal Concilio.
Paolo VI,
nel suo discorso per la conclusione del Concilio, ha poi
indicato ancora una specifica motivazione per cui
un'ermeneutica della discontinuità potrebbe sembrare
convincente. Nella grande disputa sull'uomo, che
contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva
dedicarsi in modo particolare al tema dell'antropologia.
Doveva interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la sua
fede, da una parte, e l'uomo ed il mondo di oggi,
dall'altra (ibid., pp. 1066 s.). La questione
diventa ancora più chiara, se in luogo del termine
generico di "mondo di oggi" ne scegliamo un
altro più preciso: il Concilio doveva determinare in modo
nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo
rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il
processo a Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando
Kant definì la "religione entro la pura
ragione" e quando, nella fase radicale della
rivoluzione francese, venne diffusa un'immagine dello
Stato e dell'uomo che alla Chiesa ed alla fede
praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo
scontro della fede della Chiesa con un liberalismo
radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano di
abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino
ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere
superflua l’"ipotesi Dio", aveva provocato
nell'Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre
e radicali condanne di tale spirito dell'età moderna.
Quindi, apparentemente non c'era più nessun ambito aperto
per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano
pure i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i
rappresentanti dell'età moderna. Nel frattempo, tuttavia,
anche l'età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci
si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva
offerto un modello di Stato moderno diverso da quello
teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda
fase della rivoluzione francese. Le scienze naturali
cominciavano, in modo sempre più chiaro, a riflettere sul
proprio limite, imposto dallo stesso loro metodo che, pur
realizzando cose grandiose, tuttavia non era in grado di
comprendere la globalità della realtà. Così, tutte e
due le parti cominciavano progressivamente ad aprirsi
l’una all'altra. Nel periodo tra le due guerre mondiali
e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale, uomini
di Stato cattolici avevano dimostrato che può esistere
uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro
riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti
etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale
cattolica, via via sviluppatasi, era diventata un modello
importante tra il liberalismo radicale e la teoria
marxista dello Stato. Le scienze naturali, che senza
riserva facevano professione di un proprio metodo in cui
Dio non aveva accesso, si rendevano conto sempre più
chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità
della realtà e aprivano quindi nuovamente le porte a Dio,
sapendo che la realtà è più grande del metodo
naturalistico e di ciò che esso può abbracciare. Si
potrebbe dire che si erano formati tre cerchi di domande,
che ora, nell'ora del Vaticano II, attendevano una
risposta. Innanzitutto occorreva definire in modo nuovo la
relazione tra fede e scienze moderne; ciò riguardava, del
resto, non soltanto le scienze naturali, ma anche la
scienza storica perché, in una certa scuola, il metodo
storico-critico reclamava per sé l'ultima parola nella
interpretazione della Bibbia e, pretendendo la piena
esclusività per la sua comprensione delle Sacre
Scritture, si opponeva in punti importanti
all’interpretazione che la fede della Chiesa aveva
elaborato. In secondo luogo, era da definire in modo nuovo
il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva
spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie,
comportandosi verso queste religioni in modo imparziale e
assumendo semplicemente la responsabilità per una
convivenza ordinata e tollerante tra i cittadini e per la
loro libertà di esercitare la propria religione. Con ciò,
in terzo luogo, era collegato in modo più generale il
problema della tolleranza religiosa – una questione che
richiedeva una nuova definizione del rapporto tra fede
cristiana e religioni del mondo. In particolare, di fronte
ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in
genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia
difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il
rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele.
Sono
tutti temi di grande portata - erano i grandi temi della
seconda parte del Concilio - su cui non è possibile
soffermarsi più ampiamente in questo contesto. È chiaro
che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano
un unico problema, poteva emergere una qualche forma di
discontinuità e che, in un certo senso, si era
manifestata di fatto una discontinuità, nella quale
tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete
situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non
abbandonata la continuità nei principi – fatto questo
che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in
questo insieme di continuità e discontinuità a livelli
diversi che consiste la natura della vera riforma. In
questo processo di novità nella continuità dovevamo
imparare a capire più concretamente di prima che le
decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti –
per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di
interpretazione liberale della Bibbia – dovevano
necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto
perché riferite a una determinata realtà in se stessa
mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali
decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo,
rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di
dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme
concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono
quindi essere sottoposte a mutamenti. Così le decisioni
di fondo possono restare valide, mentre le forme della
loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare. Così,
ad esempio, se la libertà di religione viene considerata
come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la
verità e di conseguenza diventa canonizzazione del
relativismo, allora essa da necessità sociale e storica
è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è
così privata del suo vero senso, con la conseguenza di
non poter essere accettata da colui che crede che l'uomo
è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla
dignità interiore della verità, è legato a tale
conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il
considerare la libertà di religione come una necessità
derivante dalla convivenza umana, anzi come una
conseguenza intrinseca della verità che non può essere
imposta dall'esterno, ma deve essere fatta propria
dall’uomo solo mediante il processo del convincimento.
Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il
Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale
dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio
più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole
di trovarsi con ciò in piena sintonia con l'insegnamento
di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la
Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi. La
Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli
imperatori e per i responsabili politici considerando
questo un suo dovere (cfr 1 Tm 2,2); ma, mentre
pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di
adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione
di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per
la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù
Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà
di coscienza e per la libertà di professione della
propria fede – una professione che da nessuno Stato può
essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo
con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza. Una
Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo
messaggio a tutti i popoli, deve necessariamente
impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole
trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed
assicura al contempo i popoli e i loro governi di non
voler distruggere con ciò la loro identità e le loro
culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro
intimo, aspettano – una risposta con cui la molteplicità
delle culture non si perde, ma cresce invece l'unità tra
gli uomini e così anche la pace tra i popoli.
Il
Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del
rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi
essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche
corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente
discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua
intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto
prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una,
santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i
tempi; essa prosegue "il suo pellegrinaggio fra le
persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio",
annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga (cfr
Lumen gentium, 8). Chi si era aspettato che con
questo "sì" fondamentale all'età moderna tutte
le tensioni si dileguassero e l’"apertura verso il
mondo" così realizzata trasformasse tutto in pura
armonia, aveva sottovalutato le interiori tensioni e anche
le contraddizioni della stessa età moderna; aveva
sottovalutato la pericolosa fragilità della natura umana
che in tutti i periodi della storia e in ogni
costellazione storica è una minaccia per il cammino
dell'uomo. Questi pericoli, con le nuove possibilità e
con il nuovo potere dell'uomo sulla materia e su se
stesso, non sono scomparsi, ma assumono invece nuove
dimensioni: uno sguardo sulla storia attuale lo dimostra
chiaramente. Anche nel nostro tempo la Chiesa resta un
"segno di contraddizione" (Lc 2,34) –
non senza motivo Papa Giovanni Paolo II, ancora da
Cardinale, aveva dato questo titolo agli Esercizi
Spirituali predicati nel 1976 a Papa Paolo VI e alla Curia
Romana. Non poteva essere intenzione del Concilio abolire
questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei
pericoli e degli errori dell'uomo. Era invece senz'altro
suo intendimento accantonare contraddizioni erronee o
superflue, per presentare a questo nostro mondo l'esigenza
del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza. Il passo
fatto dal Concilio verso l'età moderna, che in modo assai
impreciso è stato presentato come "apertura verso il
mondo", appartiene in definitiva al perenne problema
del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in
sempre nuove forme. La situazione che il Concilio doveva
affrontare è senz'altro paragonabile ad avvenimenti di
epoche precedenti. San Pietro, nella sua prima lettera,
aveva esortato i cristiani ad essere sempre pronti a dar
risposta (apo-logia) a chiunque avesse loro chiesto
il logos, la ragione della loro fede (cfr
3,15). Questo significava che la fede biblica doveva
entrare in discussione e in relazione con la cultura greca
ed imparare a riconoscere mediante l'interpretazione la
linea di distinzione, ma anche il contatto e l'affinità
tra loro nell'unica ragione donata da Dio. Quando nel XIII
secolo, mediante filosofi ebrei ed arabi, il pensiero
aristotelico entrò in contatto con la cristianità
medievale formata nella tradizione platonica, e fede e
ragione rischiarono di entrare in una contraddizione
inconciliabile, fu soprattutto san Tommaso d'Aquino a
mediare il nuovo incontro tra fede e filosofia
aristotelica, mettendo così la fede in una relazione
positiva con la forma di ragione dominante nel suo tempo.
La faticosa disputa tra la ragione moderna e la fede
cristiana che, in un primo momento, col processo a
Galileo, era iniziata in modo negativo, certamente conobbe
molte fasi, ma col Concilio Vaticano II arrivò l’ora in
cui si richiedeva un ampio ripensamento. Il suo contenuto,
nei testi conciliari, è tracciato sicuramente solo a
larghe linee, ma con ciò è determinata la direzione
essenziale, cosicché il dialogo tra ragione e fede, oggi
particolarmente importante, in base al Vaticano II ha
trovato il suo orientamento. Adesso questo dialogo è da
sviluppare con grande apertura mentale, ma anche con
quella chiarezza nel discernimento degli spiriti che il
mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo
momento. Così possiamo oggi con gratitudine volgere il
nostro sguardo al Concilio Vaticano II: se lo leggiamo e
recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può
essere e diventare sempre di più una grande forza per il
sempre necessario rinnovamento della Chiesa.
Infine,
devo forse ancora far memoria di quel 19 aprile di quest'anno,
in cui il Collegio Cardinalizio, con mio non piccolo
spavento, mi ha eletto a successore di Papa Giovanni Paolo
II, a successore di san Pietro sulla cattedra del Vescovo
di Roma? Un tale compito stava del tutto fuori di ciò che
avrei mai potuto immaginare come mia vocazione. Così, fu
soltanto con un grande atto di fiducia in Dio che potei
dire nell'obbedienza il mio "sì" a questa
scelta. Come allora, così chiedo anche oggi a tutti Voi
la preghiera, sulla cui forza e sostegno io conto. Al
contempo desidero ringraziare di cuore in quest'ora tutti
coloro che mi hanno accolto e mi accolgono tuttora con
tanta fiducia, bontà e comprensione, accompagnandomi
giorno per giorno con la loro preghiera.
Il Natale
è ormai vicino. Il Signore Dio alle minacce della storia
non si è opposto con il potere esteriore, come noi
uomini, secondo le prospettive di questo nostro mondo, ci
saremmo aspettati. L'arma sua è la bontà. Si è rivelato
come bimbo, nato in una stalla. È proprio così che
contrappone il suo potere completamente diverso alle
potenze distruttive della violenza. Proprio così Egli ci
salva. Proprio così ci mostra ciò che salva. Vogliamo,
in questi giorni natalizi, andargli incontro pieni di
fiducia, come i pastori, come i sapienti dell'Oriente.
Chiediamo a Maria di condurci al Signore. Chiediamo a Lui
stesso di far brillare il suo volto su di noi.
Chiediamogli di vincere Egli stesso la violenza nel mondo
e di farci sperimentare il potere della sua bontà. Con
questi sentimenti imparto di cuore a tutti Voi la
Benedizione Apostolica.
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