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“Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto
è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la
loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore
mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono
indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche
nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo.
Per questo, (applauso) vorrei in quest’ora
ringraziare di cuore il Signore e tutti voi”.
Sono le parole che chiudono un’omelia nella quale la
corrente della gratitudine a Dio, alla propria famiglia e
agli amici - gratitudine per il dono del ministero
sacerdotale e apostolico, per chi lo ha preceduto sulla
cattedra petrina - legano ogni pensiero, tra ricordi e
commozione. I ricordi Benedetto XVI li ha condivisi con la
grande folla che ha riempito Piazza San Pietro in versione
quasi estiva per esprimergli il proprio affetto e i propri
auguri. Il pensiero, il primo, è stato per chi volle
dedicare alla Divina Misericordia l’Ottava di Pasqua e
che all’ombra di quella Festa partì per il cielo e per
riaffacciarsi dalla finestra della casa del Padre,
Giovanni Paolo II.
Benedetto XVI ha spiegato come il cuore di Papa Wojtyla -
“che visse sotto due regimi dittatoriali”, a contatto
”con necessità, povertà e violenza” - “sperimentò
profondamente” tanto la “forza delle tenebre”, che
ancora oggi, ha detto, insidiano il mondo, quanto “la
presenza di Dio” che a quelle forze oppone un argine con
il suo potere “totalmente diverso e divino”, il potere
della misericordia:
“È la misericordia che pone un limite al male. In
essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la
sua santità, il potere della verità e dell’amore. Due
anni orsono, dopo i primi Vespri di questa Festività,
Giovanni Paolo II terminava la sua esistenza terrena.
Morendo egli è entrato nella luca della Divina
Misericordia di cui, al di là della morte e a partire da
Dio, ora ci parla in modo totalmente nuovo. Abbiate
fiducia - egli ci dice - nella Divina Misericordia!
Diventate giorno per giorno uomini e donne della
misericordia di Dio!”.
Riandando con la memoria agli avvenimenti salienti dei
suoi 80 anni, Benedetto XVI ha ripetuto con insistenza la
parola “Ringrazio Dio”: per l’esperienza della
paternità spirituale e della “bontà materna”, per
gli amici e i consiglieri che lo hanno aiutato, e per
quella singolarità di essere nato nel periodo
spiritualmente più significativo per un battezzato:
“Ho sempre considerato un grande dono che la
nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così
dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio
della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato
membro della mia propria famiglia e della grande famiglia
di Dio. (...) Ringrazio in modo particolare perché, fin
dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella
grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato
il confine tra vita e morte, tra cielo e terra”.
E un dono certamente è stata la chiamata al sacerdozio,
quando nel 1951 il 24.enne Joseph Ratzinger si prostrò
sul pavimento della cattedrale di Frisinga, a Monaco, per
ricevere il Sacramento dell’Ordine. La personale
limitatezza avvertita allora davanti allo schiudersi del
ministero fu alleviata, ha raccontato Benedetto XVI, dalla
consolazione della presenza dei Santi invocata nelle
litanie. La storia che cominciava allora, poi culminata
nell’elezione pontificia, non gli ha fatto dimenticare
la forza dell’"ombra di Pietro", ricordata
dalla liturgia di oggi:
"L’ombra di Pietro, mediante la comunità
della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin
dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona -
un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in
definitiva da Cristo stesso. Pietro era un uomo con tutte
le debolezze di un essere umano, ma soprattutto era un
uomo pieno di una fede appassionata in Cristo, pieno di
amore per Lui. Per il tramite della sua fede e del suo
amore la forza risanatrice di Cristo, la sua forza
unificante, è giunta agli uomini pur frammista a tutta la
debolezza di Pietro. Cerchiamo anche oggi l’ombra di
Pietro, per stare nella luce di Cristo!”
L’evento speciale celebrato dalla liturgia di questa
mattina si è avvalso anche di speciali ornamenti sacri,
come la croce processionale in smalto realizzata dal
Laboratorio di oreficeria dell’Abbazia benedettina di
Silos, in Spagna, o come l’evangeliario ornato da
formelle d'oro e pietre preziose, donato al Papa dal
cardinale di Monaco di Baviera, Friedrich Wetter. Tra i
saluti di Benedetto XVI ai moltissimi rappresentanti della
Curia e del mondo ecclesiale, diplomatico e politico, di
rilievo le parole che il Papa ha rivolto al Patriarca
ecumenico Bartolomeo I, per il tramite del suo inviato
personale, il Metropolita di Pergamo, Ioannis, al quale ha
espresso l’auspicio “che il dialogo teologico
cattolico-ortodosso possa proseguire con lena
rinnovata”.
Al Regina Caeli recitato dopo la Messa, Benedetto
XVI ha aggiunto un concetto a quanto già espresso in
precedenza: il desiderio della pace, lasciata come
“benedizione” da Cristo a “tutti gli uomini e a
tutti i popoli”, frutto della Divina Misericordia. E
salutando i molti pellegrini polacchi ha aggiunto:
“Pozdrawiam serdecznie rodaków Jana Pawła II...
Saluto cordialmente tutti i connazionali di Papa
Giovanni Paolo II. Cinque anni fa, a Cracovia, egli affidò
il mondo intero alla Divina Misericordia, della quale
l’umanità ha così tanto bisogno oggigiorno. Domandiamo
che questo dono di Dio sia elargito soprattutto in quelle
nazioni dove dominano la sopraffazione, l’odio e la
tragedia della guerra. Che il Divino Amore sconfigga il
peccato e che il bene vinca il male. Dobbiamo essere
testimoni della misericordia. Auguro a tutti voi la vera
gioia pasquale”.
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OMELIA
DEL SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle,
secondo
una vecchia tradizione, l’odierna domenica prende il
nome di Domenica "in Albis". In questo giorno, i
neofiti della veglia pasquale indossavano ancora una volta
la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore
aveva loro donato nel Battesimo. In seguito avrebbero poi
deposto la veste bianca, ma la nuova luminosità ad essi
comunicata la dovevano introdurre nella loro quotidianità;
la fiamma delicata della verità e del bene che il Signore
aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente
per portare così in questo nostro mondo qualcosa della
luminosità e della bontà di Dio.
Il Santo
Padre Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse
celebrata come la Festa della Divina Misericordia: nella
parola "misericordia", egli trovava riassunto e
nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero
mistero della Redenzione. Egli visse sotto due regimi
dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e
violenza, sperimentò profondamente la potenza delle
tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo
nostro tempo. Ma sperimentò pure, e non meno fortemente,
la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze con
il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere
della misericordia. È la misericordia che pone un limite
al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di
Dio – la sua santità, il potere della verità e
dell’amore. Due anni orsono, dopo i primi Vespri di
questa Festività, Giovanni Paolo II terminava la sua
esistenza terrena. Morendo egli è entrato nella luce
della Divina Misericordia di cui, al di là della morte e
a partire da Dio, ora ci parla in modo nuovo. Abbiate
fiducia – egli ci dice – nella Divina Misericordia!
Diventate giorno per giorno uomini e donne della
misericordia di Dio! La misericordia è la veste di luce
che il Signore ci ha donato nel Battesimo. Non dobbiamo
lasciare che questa luce si spenga; al contrario essa deve
crescere in noi ogni giorno e così portare al mondo il
lieto annuncio di Dio.
Proprio
in questi giorni particolarmente illuminati dalla luce
della divina misericordia, cade una coincidenza per me
significativa: posso volgere indietro lo sguardo su 80
anni di vita. Saluto quanti sono qui convenuti per
celebrare con me questa ricorrenza. Saluto innanzitutto i
Signori Cardinali, con un particolare pensiero di
gratitudine al Decano del Collegio cardinalizio, il Signor
Cardinale Angelo Sodano, che s’è fatto autorevole
interprete dei comuni sentimenti. Saluto gli Arcivescovi e
Vescovi, tra i quali gli Ausiliari della Diocesi di Roma,
della mia Diocesi; saluto i Prelati e gli altri membri del
Clero, i Religiosi e le Religiose e tutti i fedeli
presenti. Un pensiero deferente e grato rivolgo inoltre
alle Personalità politiche e ai membri del Corpo
Diplomatico, che hanno voluto onorarmi con la loro
presenza. Saluto infine, con fraterno affetto, l’inviato
personale del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, Sua
Eminenza Ioannis, Metropolita di Pergamo, esprimendo
apprezzamento per il gesto gentile e auspicando che il
dialogo teologico cattolico-ortodosso possa proseguire con
lena rinnovata.
Siamo qui
raccolti per riflettere sul compiersi di un non breve
periodo della mia esistenza. Ovviamente, la liturgia non
deve servire per parlare del proprio io, di se stesso;
tuttavia, la propria vita può servire per annunciare la
misericordia di Dio. "Venite, ascoltate, voi tutti
che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto",
dice un Salmo (65 [66], 16). Ho sempre considerato un
grande dono della Misericordia Divina che la nascita e la
rinascita siano state a me concesse, per così dire
insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio
della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato
membro della mia propria famiglia e della grande famiglia
di Dio. Sì, ringrazio Dio perché ho potuto fare
l’esperienza di che cosa significa "famiglia";
ho potuto fare l’esperienza di che cosa vuol dire
paternità, cosicché la parola su Dio come Padre mi si è
resa comprensibile dal di dentro; sulla base
dell’esperienza umana mi si è schiuso l’accesso al
grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui
noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo
Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia
traspare sempre la misericordia e la bontà con cui
accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che
man mano possiamo imparare a camminare diritti. Ringrazio
Dio perché ho potuto fare l’esperienza profonda di che
cosa significa bontà materna, sempre aperta a chi cerca
rifugio e proprio così in grado di darmi la libertà.
Ringrazio Dio per mia sorella e mio fratello che, con il
loro aiuto, mi sono stati fedelmente vicini lungo il corso
della vita. Ringrazio Dio per i compagni incontrati nel
mio cammino, per i consiglieri e gli amici che Egli mi ha
donato. Ringrazio in modo particolare perché, fin dal
primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande
comunità dei credenti, nella quale è spalancato il
confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per
aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza
di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo
le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza
di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in
essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la
Sapienza eterna.
Nella
prima lettura di questa domenica ci viene raccontato che,
agli albori della Chiesa nascente, la gente portava i
malati nelle piazze, perché, quando Pietro passava, la
sua ombra li coprisse: a quest’ombra si attribuiva una
forza risanatrice. Quest’ombra, infatti, proveniva dalla
luce di Cristo e perciò recava in sé qualcosa del potere
della sua bontà divina. L’ombra di Pietro, mediante la
comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita
fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra
buona – un’ombra risanatrice, perché, appunto,
proviene in definitiva da Cristo stesso. Pietro era un
uomo con tutte le debolezze di un essere umano, ma
soprattutto era un uomo pieno di una fede appassionata in
Cristo, pieno di amore per Lui. Per il tramite della sua
fede e del suo amore la forza risanatrice di Cristo, la
sua forza unificante, è giunta agli uomini pur frammista
a tutta la debolezza di Pietro. Cerchiamo anche oggi
l’ombra di Pietro, per stare nella luce di Cristo!
Nascita e
rinascita; famiglia terrena e grande famiglia di Dio –
è questo il grande dono delle molteplici misericordie di
Dio, il fondamento sul quale ci appoggiamo. Proseguendo
nel cammino della vita mi venne incontro poi un dono nuovo
ed esigente: la chiamata al ministero sacerdotale. Nella
festa dei santi Pietro e Paolo del 1951, quando noi –
c’erano oltre quaranta compagni – ci trovammo nella
cattedrale di Frisinga prostrati sul pavimento e su di noi
furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della
povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi
pesava. Sì, era una consolazione il fatto che la
protezione dei santi di Dio, dei vivi e dei morti, venisse
invocata su di noi. Sapevo che non sarei rimasto solo. E
quale fiducia infondevano le parole di Gesù, che poi
durante la liturgia dell’Ordinazione potemmo ascoltare
dalle labbra del Vescovo: "Non vi chiamo più servi,
ma amici". Ho potuto farne un’esperienza profonda:
Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico.
Egli ha posto la sua mano su di me e non mi lascerà.
Queste parole venivano allora pronunciate nel contesto del
conferimento della facoltà di amministrare il Sacramento
della riconciliazione e così, nel nome di Cristo, di
perdonare i peccati. È la stessa cosa che oggi abbiamo
ascoltato nel Vangelo: il Signore alita sui suoi
discepoli. Egli concede loro il suo Spirito – lo Spirito
Santo: "A chi rimetterete i peccati saranno
rimessi…". Lo Spirito di Gesù Cristo è potenza di
perdono. È potenza della Divina Misericordia. Dà la
possibilità di iniziare da capo – sempre di nuovo.
L’amicizia di Gesù Cristo è amicizia di Colui che fa
di noi persone che perdonano, di Colui che perdona anche a
noi, ci risolleva di continuo dalla nostra debolezza e
proprio così ci educa, infonde in noi la consapevolezza
del dovere interiore dell’amore, del dovere di
corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà.
Nel brano
evangelico di oggi abbiamo anche ascoltato il racconto
dell’incontro dell’apostolo Tommaso col Signore
risorto: all’apostolo viene concesso di toccare le sue
ferite e così egli lo riconosce – lo riconosce, al di là
dell’identità umana del Gesù di Nazaret, nella sua
vera e più profonda identità: "Mio Signore e mio
Dio!" (Gv 20,28). Il Signore ha portato con sé
le sue ferite nell’eternità. Egli è un Dio ferito; si
è lasciato ferire dall’amore verso di noi. Le ferite
sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si
lascia ferire dall’amore verso di noi. Queste sue ferite
– come possiamo noi toccarle nella storia di questo
nostro tempo! Egli, infatti, si lascia sempre di nuovo
ferire per noi. Quale certezza della sua misericordia e
quale consolazione esse significano per noi! E quale
sicurezza ci danno circa quello che Egli è: "Mio
Signore e mio Dio!" E come costituiscono per noi un
dovere di lasciarci ferire a nostra volta per Lui!
Le
misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno.
Basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle
percepire. Siamo troppo inclini ad avvertire solo la
fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata
imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora
possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente
quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi
proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere
quelle grandi. Con il peso accresciuto della responsabilità,
il Signore ha portato anche nuovo aiuto nella mia vita.
Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande
la schiera di coloro che mi sostengono con la loro
preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi
aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti
con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di
Pietro la luce benefica di Gesù Cristo. Per questo vorrei
in quest’ora ringraziare di cuore il Signore e tutti
voi. Vorrei concludere questa omelia con la preghiera del
santo Papa Leone Magno, quella preghiera che, proprio
trent’anni fa, scrissi sull’immagine-ricordo della mia
consacrazione episcopale: "Pregate il nostro buon
Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la
fede, moltiplicare l’amore e aumentare la pace. Egli
renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito
e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno
svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo
donato, cresca la mia dedizione. Amen".
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