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VISITA
COMUNITA' LUTERANA DI ROMA (14
MARZO 2010) |
Radio
Vaticana, 15 marzo 2010
Benedetto
XVI in visita alla comunità luterana di Roma: guardare
con fiducia a Cristo per proseguire sulla via
dell’ecumenismo
◊ Un’unità
spezzata in tanti cammini: è questa la realtà dei
cristiani, una realtà che tuttavia non deve indurre alla
tristezza, piuttosto ad elevare a Dio preghiere perché
tutti siano una cosa sola. E’ la riflessione che
Benedetto XVI ha svolto ieri pomeriggio nella visita alla
chiesa luterana di Roma. Non si può essere cristiani
senza comunità, ha sottolineato ancora il Papa parlando a
braccio in tedesco, e se ancora manca l’unità c’è
tuttavia da sperare, da proseguire la strada
dell’ecumenismo guardando a Cristo. Il servizio di Tiziana
Campisi:
E’ l’uomo ad aver distrutto quel cammino tracciato
da Cristo che per primo si è fatto chicco di grano
morendo per tutti. Siamo noi che abbiamo diviso in tanti
cammini quell’unico cammino dell’amore: il donarsi
senza riserve per l’altro. Benedetto XVI ha descritto
così quell’unità che ancora manca fra i cristiani,
quell’unità che ancora deve fare progressi, che è
stata spezzata dall’incapacità di imitare la via
indicata da Gesù.
E invece è accettare la croce la via di Cristo, è
saper far convivere speranza e dolore, proiettandosi
continuamente verso il prossimo, in un amore smisurato;
proprio come quello che Gesù ha dimostrato. Un amore che
l’evangelista Giovanni descrive rivolto a chiunque,
senza preferenza alcuna.
“Dass wir miteinander mit Ihm gehen…
Per essere cristiani bisogna essere un noi, comunità
- ha spiegato il Papa - ma è una comunità che ha subito
divisioni quella cristiana, ed è da qui che nasce
l’ecumenismo, quel tentativo di riprendere il cammino
insieme.
Cattolici e luterani percorrono strade diverse dal XVI
secolo, quando Lutero affermò che l’uomo si salva
soltanto per la grazia di Dio, quindi per fede,
dissentendo dalla dottrina cattolica per la quale la
salvezza viene dalla grazia divina e dai meriti acquisiti
con le opere buone. La Dichiarazione congiunta
cattolico-luterana sulla giustificazione del 31 ottobre
1999 ha aperto il cammino ecumenico affermando che fede e
opere sono riassunte nella parola “grazia”.
“Dass Er zuletzt sie schenken kann…
Solamente Dio può donare l’unità - ha rimarcato
Benedetto XVI -, costruita dai soli uomini sarebbe
fragile. Per questo c’è da pregare, da chiederla a Dio.
E se non stare attorno allo stesso calice può indurre
tristezza, ha riflettuto il Pontefice, c’è da
perseverare, come suggerisce la domenica del Laetare -
celebrata ieri - la domenica della gioia, quella che ai
cristiani immersi nel cammino della Quaresima, invita a
guardare Dio al di là di ogni preoccupazione, perché il
suo amore, nella Pasqua, ci ha mostrato la vita oltre la
morte.
Ed è stato accolto con gioia Benedetto XVI nella
Christuskirche. Doris Esch, presidente della comunità
luterana, ha ricordato i passi che hanno riavvicinato
cattolici e luterani: la visita di Giovanni Paolo II 25
anni fa e la firma della Dichiarazione congiunta, 10 anni
or sono.
"Beide Jubiläm, beide Erinnerungen..."
Entrambe le esperienze sono vive e importanti nella
nostra comunità – ha detto Doris Esch – e ci
incoraggiano a continuare a camminare sulla via
dell’ecumenismo.
Anche il pastore Jens-Martin Kruse ha parlato di gioia
sottolineando che quella del cristiano consiste nella
fiducia in Dio.
"Wer oder was sollte glaubwürdiger, verlässlicher..."
Chi o che cosa dovrebbe essere più credibile, più
affidabile, più capace di sopportare carichi di un Dio
– sono le parole del pastore Kruse - che comincia dove
cominciamo anche noi, ma che non smette dove finiscono le
nostre possibilità e forze?
“Può darsi - ha proseguito - che l’amore di Dio,
nella realtà di questo mondo, fallisca sulla croce”; ma
“Dio, mantenendo il rapporto col Gesù crocifisso
attraverso e oltre la morte, e risvegliandolo la mattina
di Pasqua, ha dimostrato di essere un Dio di vita che,
dove noi vediamo solo morte e rovina, crea vita nuova”.
Divisi, dunque, cattolici e luterani, ma rivolti
insieme verso Cristo, tanto che, ha aggiunto il pastore
Kruse “… se, nel dolore, siamo qui gli uni per gli
altri e condividiamo insieme e celebriamo la gioia nella
fede, allora questo sarà anche un passo fondamentale per
rendere visibile ed efficace l’unità di cui viviamo”.
Gli ha fatto eco Benedetto XVI che scorge già l’unità
in questo incontro con i luterani. C’è unità, ha
concluso, perché guardiamo tutti insieme all’unico
Cristo. La via dell’ecumenismo va dunque proseguita, ha
incoraggiato Benedetto XVI:
"Dass er damit uns wirklich..."Preghiamo
perché il Signore ci doni l’unità, affinché il mondo
creda.
PAROLE
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Care
Sorelle e cari Fratelli,
desidero
ringraziare di cuore tutta la comunità, i vostri
responsabili, in particolare il parroco Kruse, per avermi
invitato a celebrare con voi questa domenica Laetare,
questo giorno in cui l’elemento determinante è
speranza, che guarda alla luce che dalla resurrezione di
Cristo irrompe nelle tenebre della nostra quotidianità,
nelle questioni irrisolte della nostra vita. Ella, caro
parroco Kruse, ci ha esposto il messaggio di speranza
di san Paolo. Il Vangelo, dal dodicesimo capitolo di
Giovanni, che io vorrei cercare di spiegare, è anche un
Vangelo della speranza e, nello stesso tempo, è un
Vangelo della Croce. Queste due dimensioni vanno insieme:
poiché il Vangelo si riferisce alla Croce, parla della
speranza, e poiché dona speranza, deve parlare della
Croce.
Giovanni
ci narra che Gesù era salito a Gerusalemme per celebrare
la Pasqua e poi dice: “C'erano anche alcuni greci
che erano saliti per il culto”. Erano sicuramente uomini
del gruppo dei cosiddetti phoboumenoi ton Theon, i
“timorati di Dio”, che, al di là del politeismo del
loro mondo, erano alla ricerca del Dio autentico che è
veramente Dio, alla ricerca dell’unico Dio, al quale
appartiene il mondo intero e che è il Dio di tutti gli
uomini. E avevano trovato quel Dio, che chiedevano e
cercavano, al quale ogni uomo anela in silenzio, nella
Bibbia di Israele, riconoscendovi quel Dio che ha creato
il mondo. Egli è il Dio di tutti gli uomini e, allo
stesso tempo, ha scelto un popolo concreto e un luogo per
essere da lì presente tra noi. Sono cercatori di Dio, e
sono venuti a Gerusalemme per adorare l'unico Dio, per
sapere qualcosa del suo mistero. Inoltre, l'evangelista ci
narra che queste persone sentono parlare di Gesù, vanno
da Filippo, l'apostolo proveniente da Betsaida, in cui per
metà si parlava in greco, e dicono: “Vogliamo vedere
Gesù”. Il loro desiderio di conoscere Dio li spinge a
voler vedere Gesù e attraverso di lui conoscere più da
vicino Dio. “Vogliamo vedere Gesù”: un’espressione
che ci commuove, poiché noi tutti vorremmo sempre più
veramente vederlo e conoscerlo. Penso che quei greci ci
interessano per due motivi: da una parte, la loro
situazione è anche la nostra, anche noi siamo pellegrini
con la domanda su Dio, alla ricerca di Dio. E anche noi
vorremmo conoscere Gesù più da vicino, vederlo
veramente. Tuttavia è anche vero che, come Filippo
e Andrea, dovremmo essere amici di Gesù, amici che lo
conoscono e possono aprire agli altri il cammino che porta
a lui. E perciò penso che in quest’ora dovremmo pregare
così: Signore, aiutaci a essere uomini in cammino verso
di te. Signore, donaci di poterti vedere sempre di più.
Aiutaci a essere tuoi amici, che aprono agli altri
la porta verso di te. Se ciò portò effettivamente ad un
incontro fra Gesù e quei greci, san Giovanni non lo
narra. La risposta di Gesù, che egli ci riferisce, va
molto al di là di quel momento contingente. Si tratta di
una doppia risposta: parla della glorificazione di Gesù
che ora iniziava: “È venuta l’ora che il Figlio
dell'uomo sia glorificato” (Gv 12,23). Il Signore
spiega questo concetto della glorificazione con la
parabola del chicco di grano: “In verità, in verità io
vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore,
rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (v.
24). In effetti, il chicco di grano deve morire, in certo
qual modo spezzarsi nel terreno, per assorbire in sé le
forze della terra e così divenire stelo e frutto.
Per quanto riguarda il Signore, questa è la parabola del
suo proprio mistero. Egli stesso è il chicco di grano
venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia
cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella
morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così
portare frutto nella vastità del mondo. Non si tratta più
solo di un incontro con questa o quella persona per un
momento. Ora, in quanto risorto, è “nuovo” e
oltrepassa i limiti spaziali e temporali. Adesso raggiunge
veramente i greci. Ora si mostra a loro e parla con loro,
ed essi parlano con lui e in tal modo nasce la fede,
cresce la Chiesa a partire da tutti i popoli, la
comunità di Gesù Cristo risorto, che diventerà il suo
corpo vivo, frutto del chicco di grano. In questa parabola
possiamo trovare anche un riferimento al mistero
dell'Eucaristia: Egli, che è il chicco di grano, cade
nella terra e muore.
Così
nasce la santa moltiplicazione del pane dell'Eucaristia,
nella quale egli diviene pane per gli uomini di tutti i
tempi e di tutti i luoghi.
Ciò, che
qui, in questa parabola cristologica, il Signore dice di sé,
lo applica a noi in due altri versetti: “Chi ama la
propria vita, la perde e chi odia la propria vita in
questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (v.
25). Penso che quando ascoltiamo ciò, in un primo
momento, non ci piace. Vorremmo dire al Signore: Ma cosa
ci stai dicendo, Signore? Dobbiamo odiare la nostra vita,
noi stessi? La nostra vita non è forse un dono di Dio?
Non siamo stati creati a tua immagine? Non dovremmo essere
grati e lieti perché ci ha donato la vita? Ma la parola
di Gesù ha un altro significato. Naturalmente il Signore
ci ha donato la vita, e di questo siamo grati. Gratitudine
e gioia sono atteggiamenti fondamentali dell’esistenza
cristiana. Sì, possiamo essere lieti perché sappiamo che
questa mia vita è da Dio. Non è un caso privo di senso.
Io sono voluto e sono amato. Quando Gesù dice che
dovremmo odiare la nostra propria vita, intende dire
tutt’altro. Pensa qui a due atteggiamenti fondamentali.
Uno è quello per cui io vorrei tenere per me la mia vita,
per cui considero la mia vita come mia proprietà,
considero me stesso come mia proprietà, per cui vorrei
sfruttare il più possibile questa vita presente, così da
aver vissuto molto vivendo per me stesso. Chi lo fa, chi
vive per se stesso e considera e vuole solo se stesso, non
si trova, si perde. È proprio il contrario: non prendere
la vita, ma darla. Questo ci dice il Signore. E non è che
prendendo la vita per noi, noi la riceviamo, ma è
donandola, andando oltre noi stessi, non guardando a noi,
ma dandosi all’altro nell’umiltà dell’amore,
donando la nostra vita a lui e agli altri. Così diveniamo
ricchi allontanandoci da noi stessi, liberandoci da noi
stessi. Donando la vita, e non prendendola, riceviamo
veramente vita.
Il
Signore prosegue e afferma, in un secondo versetto: “Se
uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà
anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo
onorerà” (v. 26). Questo donarsi, che in realtà è
l’essenza dell’amore, è identico alla Croce. Infatti,
la Croce non è altro che questa legge fondamentale del
chicco di grano morto, la legge fondamentale dell’amore:
che noi diveniamo noi stessi solo quando ci doniamo. Ma il
Signore aggiunge che questo donarsi, questo accettare la
Croce, questo allontanarsi da sé, è un andare con lui,
in quanto noi, andando dietro a lui e seguendo la via del
chicco di grano, troviamo la via dell’amore, che subito
sembra una via di tribolazione e di fatica, ma proprio per
questo è la via della salvezza. Della via della Croce,
che è la via dell’amore, del perdersi e del donarsi, fa
parte la sequela, l’andare con lui, che è, Egli stesso,
la via, la verità e la vita. Questo concetto include
anche il fatto che questa sequela si realizza nel
“noi”, che nessuno di noi ha il proprio Cristo, il
proprio Gesù, che lo possiamo seguire soltanto se
camminiamo tutti insieme con lui, entrando in questo
“noi” e imparando con lui il suo amore che dona. La
sequela si realizza in questo “noi”. Fa parte
dell’essere cristiani l’ “essere noi” nella
comunità dei suoi discepoli. E questo ci pone la
questione dell’ecumenismo: la tristezza per aver
spezzato questo “noi”, per aver suddiviso l’unica
via in tante vie, e così viene offuscata la testimonianza
che dovremmo dare in tal modo, e l’amore non può
trovare la sua piena espressione. Che cosa dovremmo dire
al riguardo? Oggi ascoltiamo molte lamentele sul fatto che
l’ecumenismo sarebbe giunto a un punto di stallo, accuse
vicendevoli; tuttavia penso che dovremmo anzitutto essere
grati che vi sia già tanta unità. È bello che oggi,
domenica Laetare, noi possiamo pregare insieme,
intonare gli stessi inni, ascoltare la stessa parola di
Dio, insieme spiegarla e cercare di capirla; che noi
guardiamo all’unico Cristo che vediamo e al quale
vogliamo appartenere, e che, in questo modo, già rendiamo
testimonianza che Egli è l’Unico, colui che ci ha
chiamati tutti e al quale, nel più profondo, noi tutti
apparteniamo. Credo che dovremmo mostrare al mondo
soprattutto questo: non liti e conflitti di ogni sorta, ma
gioia e gratitudine per il fatto che il Signore ci dona
questo e perché esiste una reale unità, che può
diventare sempre più profonda e che deve divenire sempre
più una testimonianza della parola di Cristo, della via
di Cristo in questo mondo. Naturalmente non ci dobbiamo
accontentare di ciò, anche se dobbiamo essere pieni di
gratitudine per questa comunanza. Tuttavia, il fatto che
in cose essenziali, nella celebrazione della santa
Eucaristia non possiamo bere allo stesso calice, non
possiamo stare intorno allo stesso altare, ci deve
riempire di tristezza perché portiamo questa colpa, perché
offuschiamo questa testimonianza. Ci deve rendere
interiormente inquieti, nel cammino verso una maggiore
unità, nella consapevolezza che, in fondo, solo il
Signore può donarcela perché un’unità concordata da
noi sarebbe opera umana e quindi fragile, come tutto ciò
che gli uomini realizzano. Noi ci doniamo a lui, cerchiamo
sempre più di conoscerlo e di amarlo, di vederlo, e
lasciamo a lui che ci conduca così, veramente, all’unità
piena, per la quale lo preghiamo con ogni urgenza in
questo momento.
Cari
amici, ancora una volta desidero ringraziarvi per questo
invito, che mi avete rivolto, per la cordialità, con la
quale mi avete accolto – anche per le sue parole,
gentile signora Esch. Ringraziamo per aver potuto pregare
e cantare insieme. Preghiamo gli uni per gli altri,
preghiamo insieme affinché il Signore ci doni l’unità
e aiuti il mondo affinché creda. Amen.
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