UDIENZA
AL NUOVO PATRIARCA MARONITA (14 APRILE 2011)
|
Radio
Vaticana 14 aprile 2011
Il
cristiano non crede in qualcosa ma in Qualcuno: così il
Papa al concerto offerto dal presidente Napolitano
“La
fede cristiana non dice ‘Io credo in qualcosa’, bensì
‘Io credo in Qualcuno’, nel Dio che si è rivelato in
Gesù”: è quanto ha affermato il Papa ieri sera al
termine del concerto offerto dal presidente italiano
Giorgio Napolitano per il sesto anniversario del
Pontificato di Benedetto XVI. L’Orchestra e il Coro del
Teatro dell’Opera di Roma, diretti dai Maestri Jesús López
Cobos e Roberto Gabbiani, hanno eseguito il Credo di
Vivaldi e lo Stabat Mater di Rossini, “due sommi
musicisti – ha detto il Papa - di cui l’Italia, che
celebra i 150 anni dell’unificazione politica, deve
essere fiera”. Servizio di Francesca Sabatinelli:
(musica)
La parola Credo ha vari significati ma quando viene
pronunciata nel Credo, ossia nella professione di fede
della Chiesa, ne assume uno più profondo. E Benedetto XVI
lo ha spiegato al termine del concerto. Credo, ha detto,
afferma con fiducia il senso vero della realtà che ci
sostiene, significa accogliere questo senso come il solido
terreno su cui possiamo stare senza timore. La parola
Amen, quella che conclude il Credo di Vivaldi, riprende lo
stesso concetto, spiega il Papa, il fiducioso poggiare
sulla base solida, Dio. Benedetto XVI si è poi soffermato
su tre aspetti del brano di Vivaldi:
“Vivaldi vuole esprimere il ‘noi’ della fede.
Il ‘Credo’ è il ‘noi’ della Chiesa che canta,
nello spazio e nel tempo, come comunità di credenti, la
sua fede; il ‘mio’ affermare ‘credo’ è inserito
nel ‘noi’ della comunità. Poi vorrei rilevare i due
splendidi quadri centrali: Et incarnatus est e Crucifixus.
Vivaldi si sofferma, come era prassi, sul momento in cui
il Dio che sembrava lontano si fa vicino, si incarna e
dona se stesso sulla Croce. Qui il ripetersi delle parole,
le modulazioni continue rendono il senso profondo dello
stupore di fronte a questo Mistero e ci invitano alla
meditazione, alla preghiera”.
Lo Stabat Mater ha proseguito il Papa parlando del
capolavoro di Rossini, è una grande meditazione sul
mistero della morte di Gesù e sul dolore profondo di
Maria:
“Quella di Rossini è una religiosità che esprime
una ricca gamma di sentimenti di fronte ai misteri di
Cristo, con una forte tensione emotiva. Ma penso che due
vere perle di quest’opera siano i due brani ‘a
cappella’, l’Eja mater fons amoris e il Quando corpus
morietur. Qui il Maestro torna alla lezione della grande
polifonia, con un’intensità emotiva che diventa
preghiera accorata: ‘Quando il mio corpo morirà, fa’
che all’anima sia data la gloria del Paradiso’”.
Prima del concerto, il presidente Napolitano nel suo
saluto aveva parlato della vicinanza tra Italia e
Vaticano, messa in luce dal Papa nel giudizio storico
formulato in occasione dei 150 anni di unità nazionale.
Napolitano ha ricordato con emozione di aver condiviso la
profonda coralità nel memorabile evento della
Beatificazione di Giovanni Paolo II, e facendo poi
riferimento all’immigrazione ha lanciato un monito
all’Unione Europea a non chiudersi nel suo benessere,
ricordando come la voce del Papa di fronte ai fatti in
Nord Africa e in Medio Oriente, si sia levata indicando a
tutto il mondo i principi dell’accoglienza e della
solidarietà, in nome della pace e della dignità umana,
perché crescano nel mondo la giustizia e il rispetto dei
diritti, non da ultimo quello della libertà religiosa.
(musica)
PAROLE
DEL SANTO PADRE AL TERMINE DEL CONCERTO
Aula Paolo VI
Giovedì, 5 maggio
2011
Signor
Presidente della Repubblica,
Signori Cardinali,
Onorevoli Ministri e Autorità,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
Gentili Signori e Signore!
Anche
quest’anno, con la consueta e squisita cortesia, il
Presidente della Repubblica Italiana, Onorevole Giorgio
Napolitano, ha voluto farci vivere un momento di
elevazione musicale per l’anniversario dell’inizio del
mio Pontificato. Mentre La saluto con deferenza, Signor
Presidente, unitamente alla Sua gentile Signora, esprimo
vivo ringraziamento per questo gradito omaggio e per le
cordiali parole che mi ha rivolto, manifestando anche la
vicinanza del caro popolo italiano al Vescovo di Roma e
ricordando l’indimenticabile momento della beatificazione
di Giovanni Paolo II. Saluto anche le altre Autorità
dello Stato italiano, i Signori Ambasciatori, le varie
Personalità, il Comune di Roma, e tutti voi. Un
particolare ringraziamento al Direttore, ai Solisti,
all’Orchestra e al Coro del Teatro dell’Opera di Roma
per la splendida esecuzione dei due capolavori di Antonio
Vivaldi e di Gioacchino Rossini, due sommi musicisti di
cui l’Italia, che celebra i 150 anni dell’unificazione
politica, deve essere fiera. Un grazie anche a tutti
coloro che hanno reso possibile questo evento.
“Credo”,
“Amen”: sono le due parole con cui inizia e si
conclude il “Credo”, la “Professione di fede”
della Chiesa, che abbiamo ascoltato. Che cosa vuol dire credo?
E’ una parola che ha vari significati: indica accogliere
qualcosa tra le proprie convinzioni, prestare fiducia a
qualcuno, essere certi. Quando, però, la diciamo nel
“Credo”, essa assume un significato più profondo: è
affermare con fiducia il senso vero della realtà che ci
sostiene, che sostiene il mondo; significa accogliere
questo senso come il solido terreno su cui possiamo stare
senza timore; è sapere che il fondamento di tutto, di noi
stessi, non può essere fatto da noi, ma può essere solo
ricevuto. E la fede cristiana non dice “Io credo in
qualcosa”, bensì “Io credo in Qualcuno”, nel Dio
che si è rivelato in Gesù, in Lui percepisco il vero
senso del mondo; e questo credere coinvolge tutta la
persona, che è in cammino verso di Lui. La parola
“Amen”, poi, che in ebraico ha la stessa radice della
parola “fede”, riprende lo stesso concetto: il
fiducioso poggiare sulla base solida, Dio.
E veniamo
al brano di Vivaldi, grande rappresentante del Settecento
veneziano. Purtroppo di lui si conosce poco la musica
sacra, che racchiude tesori preziosi: ne abbiamo avuto un
esempio nel brano di stasera, composto probabilmente nel
1715. Vorrei fare tre annotazioni. Anzitutto un fatto
anomalo nella produzione vocale vivaldiana: l’assenza
dei solisti, c’è solo il coro. In questo modo, Vivaldi
vuole esprimere il “noi” della fede. Il “Credo” è
il “noi” della Chiesa che canta, nello spazio e nel
tempo, come comunità di credenti, la sua fede; il
“mio” affermare “credo” è inserito nel “noi”
della comunità. Poi vorrei rilevare i due splendidi
quadri centrali: Et incarnatus est e Crucifixus.
Vivaldi si sofferma, come era prassi, sul momento in cui
il Dio che sembrava lontano si fa vicino, si incarna e
dona se stesso sulla Croce. Qui il ripetersi delle parole,
le modulazioni continue rendono il senso profondo dello
stupore di fronte a questo Mistero e ci invitano alla
meditazione, alla preghiera. Un’ultima osservazione.
Carlo Goldoni, grande esponente del teatro veneziano, nel
suo primo incontro con Vivaldi notava: “Lo trovai
circondato di musica e con il Breviario in mano”.
Vivaldi era sacerdote e la sua musica nasce dalla sua
fede.
Il
secondo capolavoro di questa sera, lo “Stabat Mater”
di Gioacchino Rossini, è una grande meditazione sul
mistero della morte di Gesù e sul dolore profondo di
Maria. Rossini aveva concluso la fase operistica della sua
carriera a soli 37 anni, nel 1829, con il Guillaume
Tell. Da questo momento non scrisse più pezzi di
vaste proporzioni, con due sole eccezioni, entrambe di
musica sacra: lo “Stabat Mater” e la “Petite
Messe Solennelle”. Quella di Rossini è una
religiosità che esprime una ricca gamma di sentimenti di
fronte ai misteri di Cristo, con una forte tensione
emotiva. Dal grande affresco iniziale dello “Stabat
Mater” dolente e affettuoso, ai brani in cui emerge
la cantabilità rossiniana e italiana, ma sempre carica di
tensione drammatica, fino alla doppia fuga finale con il
poderoso Amen, che esprime la fermezza della fede,
e l’In sempiterna saecula, che sembra voler dare
il senso dell’eternità. Ma penso che due vere perle di
quest’opera siano i due brani “a cappella”, l’Eja
mater fons amoris e il Quando corpus morietur.
Qui il Maestro torna alla lezione della grande polifonia,
con un’intensità emotiva che diventa preghiera
accorata: “Quando il mio corpo morirà, fa’ che
all’anima sia data la gloria del Paradiso”. Rossini a
71 anni, dopo aver composto la “Petite Messe
Solennelle” scrive: “Buon Dio, eccola terminata
questa povera Messa… Sai bene che sono nato per
l’opera buffa! Poca scienza, un po’ di cuore, tutto
qui. Sii dunque benedetto e concedimi il paradiso”. Una
fede semplice e genuina.
Cari
amici, spero che i brani di questa sera abbiano nutrito
anche la nostra fede. Al Signor Presidente della
Repubblica Italiana, ai solisti, ai complessi del teatro
dell’Opera di Roma, al maestro, agli organizzatori e a
tutti i presenti rinnovo la mia gratitudine e chiedo un
ricordo nella preghiera per il mio ministero nella vigna
del Signore. Egli continui a benedire voi e i vostri cari.
Grazie.
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