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Radio Vaticana 20 novembre 2010
La
vera autorità non è dominio ma servizio: così il
Papa nel Concistoro per la creazione di 24 cardinali
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Benedetto XVI ha
presieduto questa mattina, in una Basilica di San
Pietro gremita di fedeli, il Concistoro ordinario
pubblico, durante il quale ha creato 24 cardinali,
portandone il Collegio a 203 membri, 121 dei quali
elettori. Ai nuovi porporati, il Papa ha rammentato
che il loro essere “singolari e preziosi
collaboratori” del Successore di Pietro non è il
coronamento di “una propria ambizione”, bensì
un atto di umiltà e di servizio a Cristo e alla
Chiesa. La cronaca della cerimonia nel servizio di Alessandro
De Carolis:
Nella Chiesa non vale il modello umano del
dominio, ma la “logica del chinarsi a lavare i
piedi”, la “logica del servizio”. Con
un'omelia tutta improntata al senso del nuovo
ministero che da oggi sono chiamati ad assumere,
Benedetto XVI ha accolto nel Collegio cardinalizio i
24 nuovi porporati creati e pubblicati nel terzo
Concistoro del suo Pontificato, presieduto
solennemente nella Basilica di San Pietro.
(suono trombe – canto "Tu es Petrus")
Il suono delle “trombe d’argento” –
strumenti di antico uso liturgico in occasione di
cerimonie pontificie solenni e così chiamate per il
loro suono cristallino – hanno segnato assieme
alle note del “Tu es Petrus” l’ingresso di
Benedetto XVI nella Basilica vaticana, verso le
10.30. A semicerchio, ai lati dell’Altare della
Cattedra, i neo cardinali elettori: otto italiani
(Angelo Amato, Fortunato Baldelli, Velasio De Paolis,
Francesco Monterisi, Mauro Piacenza, Gianfranco
Ravasi, Paolo Romeo, Paolo Sardi), tre europei (lo
svizzero Kurt Koch, il tedesco Reinhard Marx e il
polacco Kazimierz Nykz), due statunitensi (Raymond
Leo Burke e Donald William Wurl), due
latinoamericani (il brasiliano Raymundo Damasceno
Assis e l’ecuadoriano Raúl Eduardo Vela Chiriboga),
quattro africani (Medardo Joseph Mazombwe della
Zambia, Pasinya Laurent Monsengwo della Repubblica
Democratica del Congo, l’egiziano Antonios Naguib
e il guineano Robert Sarah) e un asiatico (Albert M.
R. Patabendige Don dello Sri Lanka). Quattro invece
i neo cardinali non elettori: gli italiani Domenico
Bartolucci ed Elio Sgreccia, il tedesco Walter
Brandmuller e lo spagnolo José Manuel Estepa
Llaurens.
A loro, Benedetto XVI ha ricordato la radice di
quel vincolo di “speciale comunione e affetto”
che lega i nuovi porporati al Papa. La dignità
cardinalizia è sia il segno della
“sollecitudine” del Cristo pastore sia quella
del Dio sacrificatosi sulla Croce, che il rosso
della berretta imposta dal Pontefice sul capo dei
cardinali ricorda in modo vivido. Ispirandosi al
Vangelo proclamato in Basilica, dove Gesù spiega ai
discepoli il senso del primato secondo Dio,
Benedetto XVI ha affermato:
“Ogni ministero ecclesiale è sempre
risposta ad una chiamata di Dio, non è mai frutto
di un proprio progetto o di una propria ambizione,
ma è conformare la propria volontà a quella del
Padre che è nei Cieli, come Cristo al Getsèmani.
Nella Chiesa nessuno è padrone, ma tutti sono
chiamati, tutti sono inviati, tutti sono raggiunti e
guidati dalla grazia divina”.
La disputa tra Giacomo e Giovanni per il primato
e l’indignazione degli altri Apostoli, ha
osservato ancora il Papa, “sollevano una questione
centrale a cui Gesù vuole rispondere: chi è
grande, chi è ‘primo’ per Dio?”. Quello che
segue non è l’idea di predominio tipica di chi
governa uno Stato, ma l’“altra logica”
testimoniata da Cristo:
“Il criterio della grandezza e del primato
secondo Dio non è il dominio, ma il servizio; la
diaconia è la legge fondamentale del discepolo e
della comunità cristiana, e ci lascia intravedere
qualcosa della ‘Signoria di Dio’ (...) E’ un
messaggio che vale per gli Apostoli, vale per tutta
la Chiesa, vale soprattutto per coloro che hanno
compiti di guida nel Popolo di Dio. Non è la logica
del dominio, del potere secondo i criteri umani, ma
la logica del chinarsi per lavare i piedi, la logica
del servizio, la logica della Croce che è alla base
di ogni esercizio dell’autorità”.
“La missione a cui Dio vi chiama” e che vi
“abilita ad un servizio ecclesiale ancora più
carico di responsabilità”, ha terminato
l’omelia Benedetto XVI, “richiede una volontà
sempre maggiore di assumere lo stile del Figlio di
Dio”, venuto in mezzo a noi “come colui che
serve”:
“Si tratta di seguirlo nella sua donazione
d’amore umile e totale alla Chiesa sua sposa,
sulla Croce: è su quel legno che il chicco di
frumento, lasciato cadere dal Padre sul campo del
mondo, muore per diventare frutto maturo. Per questo
occorre un radicamento ancora più profondo e saldo
in Cristo”.
(canto)
Alle parole del Papa, per 24 volte si è ripetuto
il rito dell’imposizione della berretta rossa, con
il neo cardinale inginocchiato davanti al Pontefice
a riceverla insieme con la bolla contenente il
Titolo o la Diaconia assegnata al porporato. Infine,
a suggello della cerimonia, l’abbraccio di pace
tra il Papa e il cardinale appena creato, un
abbraccio ripetuto subito dopo con gli altri
confratelli del Collegio del quale d’ora in avanti
faranno parte.
(canto)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Signori
Cardinali,
venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari
fratelli e sorelle!
Il
Signore mi dona la gioia di compiere, ancora una
volta, questo solenne atto, mediante il quale il
Collegio Cardinalizio si arricchisce di nuovi
Membri, scelti dalle diverse parti del mondo: si
tratta di Pastori che governano con zelo importanti
Comunità diocesane, di Presuli preposti ai
Dicasteri della Curia Romana, o che hanno servito
con esemplare fedeltà la Chiesa e la Santa Sede. Da
oggi, essi entrano a far parte di quel coetus
peculiaris, che presta al Successore di Pietro
una collaborazione più immediata e assidua,
sostenendolo nell’esercizio del suo ministero
universale. A loro, anzitutto, rivolgo il mio
affettuoso saluto, rinnovando l’espressione della
mia stima e del mio vivo apprezzamento per la
testimonianza che rendono alla Chiesa e al mondo. In
particolare, saluto l’Arcivescovo Angelo Amato e
lo ringrazio per le gentili espressioni che mi ha
indirizzato. Porgo, poi, il mio cordiale benvenuto
alle Delegazioni ufficiali di vari Paesi, alle
Rappresentanze di numerose diocesi, e a quanti sono
qui convenuti per partecipare a questo evento,
durante il quale questi venerati e cari Fratelli
ricevono il segno della dignità cardinalizia con
l’imposizione della berretta e l’assegnazione
del Titolo di una chiesa di Roma.
Il
vincolo di speciale comunione e affetto, che lega
questi nuovi Cardinali al Papa, li rende singolari e
preziosi cooperatori dell’alto mandato affidato da
Cristo a Pietro, di pascere le sue pecore (cfr Gv
21,15-17), per riunire i popoli con la sollecitudine
della carità di Cristo. E’ proprio da questo
amore che è nata la Chiesa, chiamata a vivere e
camminare secondo il comandamento del Signore, nel
quale si riassumono tutta la legge e i profeti.
Essere uniti a Cristo nella fede e in comunione con
Lui significa essere "radicati e fondati nella
carità" (Ef 3,17), il tessuto che
unisce tutte le membra del Corpo di Cristo.
La
parola di Dio appena proclamata ci aiuta a meditare
proprio su questo aspetto così fondamentale. Nel
brano del Vangelo (Mc 10,32-45) viene posta
davanti ai nostri occhi l’icona di Gesù come il
Messia - preannunziato da Isaia (cfr Is 53) -
che non è venuto per farsi servire, ma per servire:
il suo stile di vita diventa la base dei nuovi
rapporti all’interno della comunità cristiana e
di un modo nuovo di esercitare l’autorità. Gesù
è in cammino verso Gerusalemme e preannunzia per la
terza volta, indicandola ai discepoli, la via
attraverso la quale intende portare a compimento
l’opera affidatagli dal Padre: è la via
dell’umile dono di sé fino al sacrificio della
vita, la via della Passione, la via della Croce.
Eppure, anche dopo questo annuncio, come è avvenuto
per i precedenti, i discepoli rivelano tutta la loro
fatica a comprendere, a operare il necessario
"esodo" da una mentalità mondana alla
mentalità di Dio. In questo caso sono i due figli
di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che chiedono a Gesù
di sedere ai primi posti accanto a lui nella
"gloria", manifestando attese e progetti
di grandezza, di autorità, di onore secondo il
mondo. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo, non
rimane turbato per questa richiesta, ma ne mette
subito in luce la portata profonda: "voi non
sapete quello che chiedete"; poi guida i due
fratelli a comprendere che cosa comporta mettersi
alla sua sequela.
Qual
è allora la via che deve percorrere chi vuole
essere discepolo? E’ la via del Maestro, è la via
della totale obbedienza a Dio. Per questo Gesù
chiede a Giacomo e a Giovanni: siete disposti a
condividere la mia scelta di compiere fino in fondo
la volontà del Padre? Siete disposti a percorrere
questa strada che passa per l’umiliazione, la
sofferenza e la morte per amore? I due discepoli,
con la loro risposta sicura, "lo
possiamo", mostrano, ancora una volta, di non
aver capito il senso reale di ciò che prospetta
loro il Maestro. E di nuovo Gesù, con pazienza, fa
compiere loro un passo ulteriore: neppure
sperimentare il calice della sofferenza e il
battesimo della morte dà diritto ai primi posti,
perché ciò è "per coloro per i quali è
stato preparato", è nelle mani del Padre
Celeste; l’uomo non deve calcolare, deve
semplicemente abbandonarsi a Dio, senza pretese,
conformandosi alla sua volontà.
L’indignazione
degli altri discepoli diventa occasione per
estendere l’insegnamento all’intera comunità.
Anzitutto Gesù "li chiamò a sé": è il
gesto della vocazione originaria, alla quale li
invita a ritornare. E’ molto significativo questo
riferirsi al momento costitutivo della vocazione dei
Dodici, allo "stare con Gesù" per essere
inviati, perché ricorda con chiarezza che ogni
ministero ecclesiale è sempre risposta ad una
chiamata di Dio, non è mai frutto di un proprio
progetto o di una propria ambizione, ma è
conformare la propria volontà a quella del Padre
che è nei Cieli, come Cristo al Getsèmani (cfr Lc
22,42). Nella Chiesa nessuno è padrone, ma tutti
sono chiamati, tutti sono inviati, tutti sono
raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è
anche la nostra sicurezza! Solo riascoltando la
parola di Gesù, che chiede "vieni e seguimi",
solo ritornando alla vocazione originaria è
possibile intendere la propria presenza e la propria
missione nella Chiesa come autentici discepoli.
La
richiesta di Giacomo e Giovanni e l’indignazione
degli "altri dieci" Apostoli sollevano una
questione centrale a cui Gesù vuole rispondere: chi
è grande, chi è "primo" per Dio?
Anzitutto lo sguardo va al comportamento che corrono
il rischio di assumere "coloro i quali sono
considerati i governanti delle nazioni":
"dominare ed opprimere". Gesù indica ai
discepoli un modo completamente diverso: "Tra
voi, però, non è così". La sua comunità
segue un’altra regola, un’altra logica, un altro
modello: "Chi vuole diventare grande tra di voi
sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo
tra di voi sarà schiavo di tutti". Il criterio
della grandezza e del primato secondo Dio non è il
dominio, ma il servizio; la diaconia è la legge
fondamentale del discepolo e della comunità
cristiana, e ci lascia intravedere qualcosa della
"Signoria di Dio". E Gesù indica anche il
punto di riferimento: il Figlio dell’uomo, che è
venuto per servire; sintetizza cioè la sua missione
sotto la categoria del servizio, inteso non in senso
generico, ma in quello concreto della Croce, del
dono totale della vita come "riscatto",
come redenzione per molti, e lo indica come
condizione per la sequela. E’ un messaggio che
vale per gli Apostoli, vale per tutta la Chiesa,
vale soprattutto per coloro che hanno compiti di
guida nel Popolo di Dio. Non è la logica del
dominio, del potere secondo i criteri umani, ma la
logica del chinarsi per lavare i piedi, la logica
del servizio, la logica della Croce che è alla base
di ogni esercizio dell’autorità. In ogni tempo la
Chiesa è impegnata a conformarsi a questa logica e
a testimoniarla per far trasparire la vera
"Signoria di Dio", quella dell’amore.
Venerati
Fratelli eletti alla dignità cardinalizia, la
missione, a cui Dio vi chiama quest’oggi e che vi
abilita ad un servizio ecclesiale ancora più carico
di responsabilità, richiede una volontà sempre
maggiore di assumere lo stile del Figlio di Dio, che
è venuto in mezzo a noi come colui che serve (cfr Lc
22,25-27). Si tratta di seguirlo nella sua donazione
d’amore umile e totale alla Chiesa sua sposa,
sulla Croce: è su quel legno che il chicco di
frumento, lasciato cadere dal Padre sul campo del
mondo, muore per diventare frutto maturo. Per questo
occorre un radicamento ancora più profondo e saldo
in Cristo. Il rapporto intimo con Lui, che trasforma
sempre di più la vita in modo da poter dire con san
Paolo "non vivo più io, ma Cristo vive in
me" (Gal 2,20), costituisce l’esigenza
primaria perché il nostro servizio sia sereno e
gioioso e possa dare il frutto che si attende da noi
il Signore.
Cari
fratelli e sorelle, che oggi fate corona ai nuovi
Cardinali: pregate per loro! Domani, in questa
Basilica, durante la concelebrazione nella solennità
di Cristo Re dell’universo, consegnerò loro
l’anello. Sarà un’ulteriore occasione nella
quale "lodare il Signore, che rimane fedele per
sempre" (Sal 145), come abbiamo ripetuto
nel Salmo responsoriale. Il suo Spirito sostenga i
nuovi Porporati nell’impegno di servizio alla
Chiesa, seguendo il Cristo della Croce anche, se
necessario, usque ad effusionem sanguinis,
pronti sempre – come ci diceva san Pietro nella
lettura proclamata – a rispondere a chiunque ci
domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt
3,15). A Maria, Madre della Chiesa, affido i nuovi
Cardinali e il loro servizio ecclesiale, affinché,
con ardore apostolico, possano proclamare a tutte le
genti l’amore misericordioso di Dio. Amen.
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