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CONVEGNO
DIOCESANO DI ROMA (15 GIUGNO 2010) |
Radio
Vaticana, 16.06.2010
Benedetto
XVI al Convegno diocesano di Roma: Eucaristia e carità
vissuta per cambiare la mentalità degli uomini e la
società
◊
La centralità
dell’Eucaristia e la testimonianza della carità al
centro del discorso di Benedetto XVI che ieri sera nella
Basilica di San Giovanni in Laterano ha aperto i lavori
del Convegno diocesano che conclude l’anno pastorale.
Titolo dell’incontro, che si concluderà domani: “Si
aprirono loro gli occhi, lo riconobbero e lo annunziarono.
L’Eucaristia domenicale e la testimonianza della carità”.
Due aspetti fondamentali, questi, che sono stati
approfonditi nell’anno appena trascorso. Il servizio di Debora
Donnini
(canto)
L’Eucaristia è il memoriale della morte e
risurrezione di Cristo. Una parola, "memoriale",
che viene dal verbo ebraico zakar, che significa
non semplice ricordo di qualcosa che è accaduto nel
passato, ma “celebrazione che attualizza quell’evento
in modo da riprodurne l’efficacia salvifica”. Lo ha
sottolineato Benedetto XVI nel suo discorso di apertura
del Convegno diocesano di Roma. Nell’antichità,
infatti, si offrivano in sacrificio alle divinità animali
o frutti della terra. Gesù, invece, offre se stesso,
diventa quel sacrificio che la liturgia offre nella Santa
Messa, ha ricordato il Papa. Infatti, il pane e il vino
diventano il suo vero Corpo e Sangue.
Benedetto XVI chiede quindi che negli itinerari di
educazione alla fede di bambini e giovani e nei centri di
ascolto della Parola si sottolinei questa presenza reale.
E’ necessario che “nella liturgia emerga con chiarezza
la dimensione trascendente, quella del Mistero” che
“illumina anche quella orizzontale”, ossia il legame
di comunione fra quanti appartengono alla Chiesa. Infatti,
ha spiegato il Pontefice, quando prevale quest’ultima
non si comprende pienamente la bellezza del mistero
celebrato. Quindi, il Papa si è soffermato
sull’importanza di partecipare alla Messa:
“E’ molto importante, per noi cristiani, seguire
questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci con il Risorto
nella domenica e così ‘prendere’ con noi questa sua
presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo”.
Il Papa invita quindi i sacerdoti a celebrare la Messa
con intensa partecipazione interiore e tutti a riscoprire
la fecondità dell’adorazione eucaristica.
L’Eucaristia è quella che trasforma un semplice gruppo
in comunità ecclesiale e deve essere la struttura
portante della vita di ogni comunità parrocchiale.
“Esorto tutti a curare al meglio, anche
attraverso appositi gruppi liturgici, la preparazione e la
celebrazione dell’Eucaristia, perché quanti vi
partecipano possano incontrare il Signore”.
Nutrendoci di Lui, prosegue il Papa, siamo
liberati dai vincoli dell’individualismo, e diventiamo
una cosa sola. Così si superano le differenze di
professione, ceto, nazionalità. Ci sentiamo figli di Dio.
Il nutrimento del Corpo di Cristo porta anche ad
accogliere la vita di Dio. Quindi, possiamo abbandonare la
logica del mondo e seguire quella del dono e della gratuità.
“La carità è in grado di generare un
cambiamento autentico e permanente della società, agendo
nei cuori e nelle menti degli uomini, e quando è vissuta
nella verità ‘è la principale forza propulsiva per il
vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità
intera’”.
Roma chiede una più chiara e limpida
testimonianza della carità. Per questo il Papa si è
detto grato a quanti si impegnano per i poveri e gli
emarginati. Una celebrazione eucaristica, ha sottolineato,
che non conduce ad incontrare gli uomini lì dove essi
vivono, lavorano e soffrono per portare loro l’amore di
Dio non manifesta la verità che racchiude. Bisogna dunque
offrire i nostri corpi in sacrificio spirituale gradito a
Dio in quelle circostanze che richiedono di far morire il
nostro io. “In un tempo di crisi economica e sociale
bisogna dunque essere solidali con coloro che vivono
nell’indigenza, per offrire a tutti la speranza di un
domani migliore e degno dell’uomo”. Ma la natura
dell’amore richiede anche scelte di vita definitive e
irrevocabili. Benedetto XVI ha dunque esortato i giovani a
non avere paura di amare Cristo nel sacerdozio e nel
formare famiglie cristiane “che vivono l’amore fedele,
indissolubile e aperto alla vita.
Prima del discorso di Benedetto XVI,
l’indirizzo di saluto del cardinale vicario Agostino
Vallini che, a nome della diocesi di Roma, ha manifestato
affetto al Papa per la sofferenza di questi ultimi mesi e
gratitudine per il richiamo evangelico a combattere il
peccato, il male spirituale che – ha detto – a volte
purtroppo contagia anche i membri della Chiesa.
APERTURA DEL
CONVEGNO ECCLESIALE
DELLA DIOCESI DI ROMA SUL TEMA:
«"SI APRIRONO LORO GLI OCCHI, LO RICONOBBERO
E LO ANNUNZIARONO". L’EUCARESTIA DOMENICALE
E LA TESTIMONIANZA DELLA CARITÀ»
(15-17 GIUGNO 2010)
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Martedì, 15
giugno 2010
Cari
fratelli e sorelle!
Dice il
Salmo: “Ecco, com’è bello e com’è dolce / che i
fratelli vivano insieme!” (Sal 133,1). È proprio
così: è per me motivo di profonda gioia ritrovarmi con
voi e condividere il tanto bene che le parrocchie e le
altre realtà ecclesiali di Roma hanno realizzato in
questo anno pastorale. Saluto con fraterno affetto il
Cardinale Vicario e lo ringrazio per le cortesi parole che
mi ha indirizzato e per l’impegno che quotidianamente
pone nel governo della Diocesi, nel sostegno ai sacerdoti
e alle comunità parrocchiali. Saluto i Vescovi Ausiliari,
l’intero Presbiterio e ciascuno di voi. Rivolgo un
pensiero cordiale a quanti sono ammalati e in particolari
difficoltà, assicurando loro la mia preghiera.
Come ha
ricordato il Cardinale Vallini, ci stiamo impegnando,
dallo scorso anno, nella verifica della pastorale
ordinaria. Questa sera riflettiamo su due punti di
primaria importanza: “Eucaristia domenicale e
testimonianza della carità”. Sono a conoscenza del
grande lavoro che le parrocchie, le associazioni e i
movimenti hanno realizzato, attraverso incontri di
formazione e di confronto, per approfondire e vivere
meglio queste due componenti fondamentali della vita e
della missione della Chiesa e di ogni singolo credente. Ciò
ha anche favorito quella corresponsabilità pastorale che,
nella diversità dei ministeri e dei carismi, deve sempre
più diffondersi se desideriamo realmente che il Vangelo
raggiunga il cuore di ogni abitante di Roma. Tanto è
stato fatto, e ne rendiamo grazie al Signore; ma ancora
molto, sempre con il suo aiuto, rimane da fare.
La fede
non può mai essere presupposta, perché ogni generazione
ha bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio
del Vangelo e di conoscere la verità che Cristo ci ha
rivelato. La Chiesa, pertanto, è sempre impegnata a
proporre a tutti il deposito della fede; in esso è
contenuta anche la dottrina sull’Eucaristia – mistero
centrale in cui “è racchiuso tutto il bene spirituale
della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua” (Conc.
Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum
ordinis, 5) –; dottrina che oggi, purtroppo, non
è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e
nella sua rilevanza per l’esistenza dei credenti. Per
questo è importante che una conoscenza più approfondita
del mistero del Corpo e del Sangue del Signore sia
avvertita come un’esigenza dalle diverse comunità della
nostra diocesi di Roma. Al tempo stesso, nello spirito
missionario che vogliamo alimentare, è necessario che si
diffonda l’impegno di annunciare tale fede eucaristica,
perché ogni uomo incontri Gesù Cristo che ci ha rivelato
il Dio “vicino”, amico dell’umanità, e di
testimoniarla con una eloquente vita di carità.
In tutta
la sua vita pubblica Gesù, mediante la predicazione del
Vangelo e i segni miracolosi, ha annunciato la bontà e la
misericordia del Padre verso l’uomo. Questa missione ha
raggiunto il culmine sul Golgota, dove Cristo crocifisso
ha rivelato il volto di Dio, perché l’uomo,
contemplando la Croce, possa riconoscere la pienezza
dell’amore (cfr BENEDETTO XVI, Enc. Deus
caritas est, 12). Il Sacrificio del Calvario viene
mistericamente anticipato nell’Ultima Cena, quando Gesù,
condividendo con i Dodici il pane e il vino, li trasforma
nel suo corpo e nel suo sangue, che poco dopo avrebbe
offerto come Agnello immolato. L’Eucaristia è il
memoriale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, del
suo amore fino alla fine per ciascuno di noi, memoriale
che Egli ha voluto affidare alla Chiesa perché fosse
celebrato nei secoli. Secondo il significato del verbo
ebraico zakar, il “memoriale” non è semplice
ricordo di qualcosa che è avvenuto nel passato, ma
celebrazione che attualizza quell’evento, in modo da
riprodurne la forza e l’efficacia salvifica. Così “si
rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha
offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in
favore dell’umanità” (Compendio
del Catechismo della Chiesa Cattolica, 280). Cari
fratelli e sorelle, nel nostro tempo la parola sacrificio
non è amata, anzi essa sembra appartenere ad altre epoche
e a un altro modo di intendere la vita. Essa, però, ben
compresa, è e rimane fondamentale, perché ci rivela di
quale amore Dio, in Cristo, ci ama.
Nell’offerta
che Gesù fa di se stesso troviamo tutta la novità del
culto cristiano. Nell’antichità gli uomini offrivano in
sacrificio alle divinità gli animali o le primizie della
terra. Gesù, invece, offre se stesso, il suo corpo e
l’intera sua esistenza: Egli stesso in persona diventa
quel sacrificio che la liturgia offre nella Santa Messa.
Infatti, con la consacrazione il pane e il vino diventano
il suo vero corpo e sangue. Sant’Agostino invitava i
suoi fedeli a non soffermarsi su ciò che appariva alla
loro vista, ma ad andare oltre: “Riconoscete nel pane
– diceva – quello stesso corpo che pendette sulla
croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal
suo fianco” (Disc. 228 B, 2). Per spiegare questa
trasformazione, la teologia ha coniato la parola
“transustanziazione”, parola che risuonò per la prima
volta in questa Basilica durante il IV Concilio
Lateranense, di cui fra cinque anni ricorrerà l’VIII
centenario. In quell’occasione furono inserite nella
professione di fede le seguenti espressioni: “il suo
corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel
sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del
vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il
vino nel sangue per divino potere” (DS, 802). È
dunque fondamentale che negli itinerari di educazione alla
fede dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, come
pure nei “centri di ascolto” della Parola di Dio, si
sottolinei che nel sacramento dell’Eucaristia Cristo è
veramente, realmente e sostanzialmente presente.
La Santa
Messa, celebrata nel rispetto delle norme liturgiche e con
un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e
dei gesti, favorisce e promuove la crescita della fede
eucaristica. Nella celebrazione eucaristica noi non
inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci
precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche
passato, futuro e presente. Questa apertura universale,
questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la
grandezza dell’Eucaristia: andiamo incontro alla realtà
di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi.
Quindi, le prescrizioni liturgiche dettate dalla Chiesa
non sono cose esteriori, ma esprimono concretamente questa
realtà della rivelazione del corpo e sangue di Cristo e
così la preghiera rivela la fede secondo l’antico
principio lex orandi - lex credendi. E per
questo possiamo dire che “la migliore catechesi
sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata”
(BENEDETTO XVI, Esort. ap. post-sinod. Sacramentum
caritatis, 64). È necessario che nella liturgia
emerga con chiarezza la dimensione trascendente, quella
del Mistero, dell’incontro con il Divino, che illumina
ed eleva anche quella “orizzontale”, ossia il legame
di comunione e di solidarietà che esiste fra quanti
appartengono alla Chiesa. Infatti, quando prevale
quest’ultima non si comprende pienamente la bellezza, la
profondità e l’importanza del mistero celebrato. Cari
fratelli nel sacerdozio, a voi il Vescovo ha affidato, nel
giorno dell’Ordinazione sacerdotale, il compito di
presiedere l’Eucaristia. Abbiate sempre a cuore
l’esercizio di questa missione: celebrate i divini
misteri con intensa partecipazione interiore, perché gli
uomini e le donne della nostra Città possano essere
santificati, messi in contatto con Dio, verità assoluta e
amore eterno.
E teniamo
anche presente che l’Eucaristia, legata alla croce alla
risurrezione del Signore, ha dettato una nuova struttura
al nostro tempo. Il Risorto si era manifestato il giorno
dopo il sabato, il primo giorno della settimana, giorno
del sole e della creazione. Dall’inizio i cristiani
hanno celebrato il loro incontro con il Risorto,
l’Eucaristia, in questo primo giorno, in questo nuovo
giorno del vero sole della storia, il Cristo Risorto. E
così il tempo inizia sempre di nuovo con l’incontro con
il Risorto e questo incontro dà contenuto e forza alla
vita di ogni giorno. Perciò è molto importante per noi
cristiani, seguire questo ritmo nuovo del tempo,
incontrarci col Risorto nella domenica e così
“prendere” con noi questa sua presenza, che ci
trasformi e trasformi il nostro tempo. Inoltre, invito
tutti a riscoprire la fecondità dell’adorazione
eucaristica: davanti al Santissimo Sacramento
sperimentiamo in modo del tutto particolare quel
“rimanere” di Gesù, che Egli stesso, nel Vangelo di
Giovanni, pone come condizione necessaria per portare
molto frutto (cfr Gv 15,5) ed evitare che la nostra
azione apostolica si riduca a uno sterile attivismo, ma
sia invece testimonianza dell’amore di Dio.
La
comunione con Cristo è sempre anche comunione con il suo
corpo che è la Chiesa, come ricorda l’apostolo Paolo
dicendo: “Il pane che noi spezziamo, non è forse
comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo
pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti
infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor
10,16-17). È, infatti, l’Eucaristia che trasforma un
semplice gruppo di persone in comunità ecclesiale:
l’Eucaristia fa Chiesa. È dunque fondamentale che la
celebrazione della Santa Messa sia effettivamente il
culmine, la “struttura portante” della vita di ogni
comunità parrocchiale. Esorto tutti a curare al meglio,
anche attraverso appositi gruppi liturgici, la
preparazione e la celebrazione dell’Eucaristia, perché
quanti vi partecipano possano incontrare il Signore. È
Cristo risorto, che si rende presente nel nostro oggi e ci
raduna intorno a sé. Nutrendoci di Lui siamo liberati dai
vincoli dell’individualismo e, per mezzo della comunione
con Lui, diventiamo noi stessi, insieme, una cosa sola, il
suo Corpo mistico. Vengono così superate le differenze
dovute alla professione, al ceto, alla nazionalità, perché
ci scopriamo membri di un’unica grande famiglia, quella
dei figli di Dio, nella quale a ciascuno è donata una
grazia particolare per l’utilità comune. Il mondo e gli
uomini non hanno bisogno di un’ulteriore aggregazione
sociale, ma hanno bisogno della Chiesa, che è in Cristo
come un sacramento, “cioè segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il
genere umano” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Lumen
gentium, 1), chiamata a far risplendere su tutte
le genti la luce del Signore risorto.
Gesù è
venuto per rivelarci l’amore del Padre, perché
“l’uomo senza amore non può vivere” (GIOVANNI PAOLO
II, Enc. Redemptor
hominis, 10). L’amore è, infatti,
l’esperienza fondamentale di ogni essere umano, ciò che
dà significato al vivere quotidiano. Nutriti
dall’Eucaristia anche noi, sull’esempio di Cristo,
viviamo per Lui, per essere testimoni dell’amore.
Ricevendo il Sacramento, noi entriamo in comunione di
sangue con Gesù Cristo. Nella concezione ebraica, il
sangue indica la vita; così possiamo dire che nutrendoci
del Corpo di Cristo noi accogliamo la vita di Dio e
impariamo a guardare la realtà con i suoi occhi,
abbandonando la logica del mondo per seguire quella divina
del dono e della gratuità. Sant’Agostino ricorda che
durante una visione gli parve di udire la voce del
Signore, il quale gli diceva: “Io sono il nutrimento
degli adulti. Cresci, e mi mangerai, senza per questo
trasformarmi in te, come il nutrimento della tua carne; ma
tu ti trasformerai in me” (cfr Confessioni VII,10,16).
Quando riceviamo Cristo, l’amore di Dio si espande nel
nostro intimo, modifica radicalmente il nostro cuore e ci
rende capaci di gesti che, per la forza diffusiva del
bene, possono trasformare la vita di coloro che ci sono
accanto. La carità è in grado di generare un cambiamento
autentico e permanente della società, agendo nei cuori e
nelle menti degli uomini, e quando è vissuta nella verità
“è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo
di ogni persona e dell’umanità intera” (BENEDETTO XVI,
Enc. Caritas
in veritate, 1). La testimonianza della carità
per il discepolo di Gesù non è un sentimento passeggero,
ma al contrario è ciò che plasma la vita in ogni
circostanza. Incoraggio tutti, in particolare la Caritas
e i Diaconi, a impegnarsi nel delicato e fondamentale
campo dell’educazione alla carità, come dimensione
permanente della vita personale e comunitaria.
Questa
nostra Città chiede ai discepoli di Cristo, con un
rinnovato annuncio del Vangelo, una più chiara e limpida
testimonianza della carità. È con il linguaggio
dell’amore, desideroso del bene integrale dell’uomo,
che la Chiesa parla agli abitanti di Roma. In questi anni
del mio ministero quale vostro Vescovo, ho avuto modo di
visitare vari luoghi dove la carità è vissuta in modo
intenso. Sono grato a quanti si impegnano nelle diverse
strutture caritative, per la dedizione e la generosità
con le quali servono i poveri e gli emarginati. I bisogni
e la povertà di tanti uomini e donne ci interpellano
profondamente: è Cristo stesso che ogni giorno, nei
poveri, ci chiede di essere sfamato e dissetato, visitato
negli ospedali e nelle carceri, accolto e vestito.
L’Eucaristia celebrata ci impone e al tempo stesso ci
rende capaci di diventare, a nostra volta, pane spezzato
per i fratelli, venendo incontro alle loro esigenze e
donando noi stessi. Per questo una celebrazione
eucaristica che non conduce ad incontrare gli uomini lì
dove essi vivono, lavorano e soffrono, per portare loro
l’amore di Dio, non manifesta la verità che racchiude.
Per essere fedeli al mistero che si celebra sugli altari
dobbiamo, come ci esorta l’apostolo Paolo, offrire i
nostri corpi, noi stessi, in sacrificio spirituale gradito
a Dio (cfr Rm 12,1) in quelle circostanze che
richiedono di far morire il nostro io e costituiscono il
nostro “altare” quotidiano. I gesti di condivisione
creano comunione, rinnovano il tessuto delle relazioni
interpersonali, improntandole alla gratuità e al dono, e
permettono la costruzione della civiltà dell’amore. In
un tempo come il presente di crisi economica e sociale,
siamo solidali con coloro che vivono nell’indigenza per
offrire a tutti la speranza di un domani migliore e degno
dell’uomo. Se realmente vivremo come discepoli del
Dio-Carità, aiuteremo gli abitanti di Roma a scoprirsi
fratelli e figli dell’unico Padre.
La natura
stessa dell’amore richiede scelte di vita definitive e
irrevocabili. Mi rivolgo in particolare a voi, carissimi
giovani: non abbiate paura di scegliere l’amore come la
regola suprema della vita. Non abbiate paura di amare
Cristo nel sacerdozio e, se nel cuore avvertite la
chiamata del Signore, seguitelo in questa straordinaria
avventura di amore, abbandonandovi con fiducia a Lui! Non
abbiate paura di formare famiglie cristiane che vivono
l’amore fedele, indissolubile e aperto alla vita!
Testimoniate che l’amore, così come lo ha vissuto
Cristo e lo insegna il Magistero della Chiesa, non toglie
nulla alla nostra felicità, ma al contrario dona quella
gioia profonda che Cristo ha promesso ai suoi discepoli.
La
Vergine Maria accompagni con la sua materna intercessione
il cammino della nostra Chiesa di Roma. Maria, che in modo
del tutto singolare visse la comunione con Dio e il
sacrificio del proprio Figlio sul Calvario, ci ottenga di
vivere sempre più intensamente, piamente e
consapevolmente il mistero dell’Eucaristia, per
annunciare con la parola e la vita l’amore che Dio nutre
per ogni uomo. Cari amici, vi assicuro la mia preghiera e
imparto di cuore a tutti voi la Benedizione Apostolica.
Grazie.
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