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CONVEGNO
ECCLESIALE DELLA DIOCESI DI ROMA (11 GIUGNO 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 12 giugno 2007
L'educazione
cristiana è formazione all'autentica libertà nella
scoperta del vero senso della vita: così il Papa al
Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma
Nella
società di oggi che fa del relativismo il proprio credo e
dove la formazione della persona è influenzata da
messaggi che si ispirano al consumismo e alla profanazione
del corpo e della sessualità, i cristiani possono offrire
il modello educativo del Dio che è amore e dà senso
all’esistenza. Lo ha detto il Papa ieri sera, aprendo
nella Basilica di San Giovanni in Laterano il Convegno
ecclesiale della diocesi di Roma sul tema: “Gesù è il
Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla
testimonianza”. A rivolgere il saluto al Papa il
cardinale vicario Camillo Ruini. Il servizio di Tiziana
Campisi:
Per “far uscire la società in cui viviamo dalla
crisi educativa che la affligge, mettendo un argine alla
sfiducia e a quello strano ‘odio di sé’” che la
caratterizza, la Chiesa può offrire il proprio contributo
avvicinando “a Cristo e al Padre la nuova generazione
che vive in un mondo per gran parte lontano da Dio”.
Questo ha sottolineato Benedetto XVI, che ha descritto così
la realtà di oggi:
“In una società e in una cultura che troppo
spesso fanno del relativismo il proprio credo, viene a
mancare la luce della verità, anzi si considera
pericoloso parlare di verità e si finisce per dubitare
della bontà della vita e della validità dei rapporti e
degli impegni che la costituiscono”.
E non soddisfa, ha proseguito il Papa, il tentativo di
“appagare il desiderio di felicità delle nuove
generazioni colmandole di oggetti di consumo e di
gratificazioni effimere”, perché così si “lascia da
parte lo scopo essenziale dell’educazione, che è la
formazione della persona per renderla capace di vivere in
pienezza e di dare il proprio contributo al bene della
comunità”:
“Oggi più che nel passato l’educazione e la
formazione della persona sono influenzate da quei messaggi
e da quel clima diffuso che vengono veicolati dai grandi
mezzi di comunicazione e che si ispirano ad una mentalità
e cultura caratterizzate dal relativismo, dal consumismo e
da una falsa e distruttiva esaltazione, o meglio
profanazione, del corpo e della sessualità”.
“Per l’educazione e formazione cristiana – ha
detto poi il Santo Padre – è decisiva anzitutto la
preghiera e la nostra amicizia personale con Gesù”,
perchè “solo chi conosce e ama Gesù Cristo può
introdurre i fratelli in un rapporto vitale con Lui”. E
necessaria è anche la consapevolezza che non può essere
solo opera delle forze umane “condurre i fanciulli, gli
adolescenti e i giovani ad incontrare Gesù Cristo e a
stabilire con Lui un rapporto duraturo e profondo”:
“Sono necessarie la luce e la grazia che vengono
da Dio e agiscono nell’intimo dei cuori e delle
coscienze”.
E “l’educazione cristiana, l’educazione cioè a
plasmare la propria vita secondo il modello del Dio che è
amore”, ha specificato Benedetto XVI, “ha bisogno di
quella vicinanza che è propria dell’amore”. Decisivo,
dunque, è “l’accompagnamento personale, che dà a chi
cresce la certezza di essere amato, compreso ed
accolto”, “soprattutto oggi, quando l’isolamento e
la solitudine sono una condizione diffusa, alla quale non
pongono un reale rimedio il rumore e il conformismo di
gruppo”:
“In concreto, questo accompagnamento deve far
toccare con mano che la nostra fede non è qualcosa del
passato, che essa può essere vissuta oggi e che vivendola
troviamo realmente il nostro bene. Così i ragazzi e i
giovani possono essere aiutati a liberarsi da pregiudizi
diffusi e possono rendersi conto che il modo di vivere
cristiano è realizzabile e ragionevole, anzi, di gran
lunga il più ragionevole”.
Ad educare e a formare alla fede, Benedetto XVI ha
chiamato anzitutto le famiglie. E di fronte a quelle
impreparate, a quelle che sembrano non interessate, “se
non contrarie, all’educazione cristiana dei propri
figli”, e lì dove si fanno sentire “le conseguenze
della crisi di tanti matrimoni”, devono entrare in gioco
“parrocchie, oratori, comunità giovanili”; per
sostenere e assistere le famiglie “nell’educazione dei
figli, aiutandole così a ritrovare il senso e lo scopo
della vita di coppia”. Il Papa ha poi spiegato che “il
rapporto educativo è un incontro di libertà e che la
stessa educazione cristiana è formazione all’autentica
libertà”:
“Non c’è infatti vera proposta educativa che
non stimoli a una decisione, per quanto rispettosamente e
amorevolmente, e proprio la proposta cristiana interpella
a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla
conversione”.
Riguardo ai giovani il Papa ha evidenziato che
sollecitati e spesso confusi dalla molteplicità di
informazioni e dal contrasto delle idee e delle
interpretazioni che vengono loro proposte, essi conservano
tuttavia dentro di sé un grande bisogno di verità e sono
aperti dunque a Gesù Cristo:
“Aiuteremo così i giovani ad allargare gli
orizzonti della loro intelligenza, aprendosi al mistero di
Dio, nel quale si trova il senso e la direzione
dell’esistenza, e superando i condizionamenti di una
razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere
oggetto di esperimento e di calcolo”.
Essenziale in questo senso, ha proseguito Benedetto XVI
è la testimonianza:
“Quando si tratta di educare alla fede, è
centrale la figura del testimone e il ruolo della
testimonianza. Il testimone di Cristo non trasmette
semplicemente informazioni, ma è coinvolto personalmente
con la verità che propone e attraverso la coerenza della
propria vita diventa attendibile punto di riferimento.
Egli non rimanda però a se stesso, ma a Qualcuno che è
infinitamente più grande di lui, di cui si è fidato ed
ha sperimentato l’affidabile bontà. L’autentico
educatore cristiano è dunque un testimone che trova il
proprio modello in Gesù Cristo, il testimone del Padre
che non diceva nulla da se stesso ma parlava così come il
Padre gli aveva insegnato”.
Il Papa ha ricordato anche l’importante compito della
scuola cattolica che nel suo progetto educativo “pone al
centro il Vangelo”, e che cerca “di promuovere
quell’unità tra la fede, la cultura e la vita che è
obiettivo fondamentale dell’educazione cristiana”. Nel
loro compito educativo, ha affermato poi Benedetto XVI,
pure le scuole statali, possono essere sostenute da
insegnanti credenti e da alunni cristianamente formati:
“La sana laicità della scuola, come delle altre
istituzioni dello Stato, non implica infatti una chiusura
alla Trascendenza e una falsa neutralità rispetto a quei
valori morali che sono alla base di un’autentica
formazione della persona”.
Infine Benedetto XVI ha esortato i fedeli a pregare per
le vocazioni, che necessitano in particolare
dell’esempio di vita dei sacerdoti e delle anime
consacrate. “In maniera sempre delicata e rispettosa, ma
anche chiara e coraggiosa – ha concluso il Santo Padre
– dobbiamo rivolgere un peculiare invito alla sequela di
Gesù a quei giovani e a quelle giovani che appaiono più
attratti e affascinati dall’amicizia con Lui”.
APERTURA DEL
CONVEGNO DELLA DIOCESI DI ROMA
NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Lunedì, 11
giugno 2007
Cari
fratelli e sorelle,
per il
terzo anno consecutivo il Convegno della nostra Diocesi mi
offre la possibilità di incontrarvi e di rivolgermi a voi
tutti, affrontando la tematica sulla quale la Chiesa di
Roma si concentrerà nel prossimo anno pastorale, in
stretta continuità con il lavoro svolto nell’anno che
si sta concludendo. Saluto con affetto ciascuno di voi,
Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici
che partecipate con generosità alla missione della
Chiesa. Ringrazio in particolare il Cardinale Vicario per
le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi.
Il tema
del Convegno è “Gesù è il Signore. Educare alla
fede, alla sequela, alla testimonianza”: un tema che
ci riguarda tutti, perché ogni discepolo confessa che Gesù
è il Signore ed è chiamato a crescere nell’adesione a
Lui, dando e ricevendo aiuto dalla grande compagnia dei
fratelli nella fede. Il verbo “educare”, posto nel
titolo del Convegno, sottintende però una speciale
attenzione ai bambini, ai ragazzi e ai giovani e mette in
evidenza quel compito che è proprio anzitutto della
famiglia: rimaniamo così all’interno di quel percorso
che ha caratterizzato negli ultimi anni la pastorale della
nostra Diocesi. E’ importante soffermarci anzitutto
sull’affermazione iniziale, che dà il tono e il senso
del nostro Convegno: “Gesù è il Signore”. La
ritroviamo già nella solenne dichiarazione che conclude
il discorso di Pietro a Pentecoste, dove il primo degli
Apostoli ha detto: “Sappia dunque con certezza tutta la
casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo
quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 2,36).
Analoga è la conclusione del grande inno a Cristo
contenuto nella Lettera di Paolo ai Filippesi:
“Ogni lingua proclami che Gesù è il Signore, a gloria
di Dio Padre” (2,11). Ancora San Paolo, nel saluto
finale della Prima Lettera ai Corinzi, esclama:
“Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Maranà
tha: vieni, o Signore” (1 Cor 16,22),
tramandandoci così l’antichissima invocazione in lingua
aramaica di Gesù come Signore. Si potrebbero aggiungere
diverse altre citazioni: penso al dodicesimo capitolo
della stessa Lettera ai Corinzi, dove san Paolo
dice: “Nessuno può dire: «Gesù è il Signore» se non
sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor
12,3). E così dichiara che questa è la confessione
fondamentale della Chiesa, guidata dallo Spirito Santo.
Potremmo pensare anche al decimo capitolo della Lettera
ai Romani, dove l’Apostolo dice: “Confesserai con
la tua bocca che Gesù è il Signore” (Rm 10,9),
ricordando anche ai cristiani di Roma che questa parola -
«Gesù è il Signore» - è la confessione comune della
Chiesa, il fondamento sicuro di tutta la vita della
Chiesa. Da queste parole si è sviluppata tutta la
confessione del Credo Apostolico, del Credo Niceno. Anche
in un altro passo della Prima Lettera ai Corinzi
Paolo afferma: “Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel
cielo sia sulla terra… ” – e sappiamo che anche oggi
ci sono tanti cosiddetti dèi sulla terra – per noi c’è
un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi
siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù
del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per
lui” (1 Cor 8,5-6). Così, fin dall’inizio, i
discepoli hanno riconosciuto in Gesù risorto colui che è
nostro fratello in umanità, ma fa anche tutt’uno con
Dio; colui che con la sua venuta nel mondo e in tutta la
sua vita, la sua morte e risurrezione ci ha portato Dio,
ha reso in maniera nuova e unica Dio presente nel mondo,
colui dunque che dà significato e speranza alla nostra
vita: in lui incontriamo infatti il vero volto di Dio, ciò
di cui abbiamo realmente bisogno per vivere.
Educare
alla fede, alla sequela e alla testimonianza vuol dire
aiutare i nostri fratelli, o meglio aiutarci
scambievolmente, ad entrare in un rapporto vivo con Cristo
e con il Padre. E’ questo, fin dall’inizio, il compito
fondamentale della Chiesa, come comunità dei credenti,
dei discepoli e degli amici di Gesù. La Chiesa, corpo di
Cristo e tempio dello Spirito Santo, è quella compagnia
affidabile nella quale siamo generati ed educati per
diventare, in Cristo, figli ed eredi di Dio. In lei
riceviamo quello Spirito “per mezzo del quale gridiamo
«Abbà, Padre!»” (Rm 8,14-17). Abbiamo
sentito ora nell’omelia di sant’Agostino che Dio non
è lontano, è divenuto “via” e la “via” stessa è
venuta a noi. Egli dice: “Alzati, pigro, e comincia a
camminare!”. Cominciare a camminare vuol dire inoltrarsi
sulla “via” che è Cristo stesso, nella compagnia dei
credenti; vuol dire camminare aiutandoci reciprocamente a
divenire realmente amici di Gesù Cristo e figli di Dio.
L’esperienza
quotidiana ci dice – e lo sappiamo tutti - che educare
alla fede proprio oggi non è un’impresa facile. Oggi,
in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare
sempre più ardua e precaria. Si parla perciò di una
grande “emergenza educativa”, della crescente
difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove
generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto
comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia
la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si
prefigga scopi educativi. Possiamo aggiungere che si
tratta di un’emergenza inevitabile: in una società e in
una cultura che troppo spesso fanno del relativismo il
proprio credo - il relativismo è diventato una sorta di
dogma -, in una simile società viene a mancare la luce
della verità, anzi si considera pericoloso parlare di
verità, lo si considera “autoritario”, e si finisce
per dubitare della bontà della vita – è bene essere
uomo? è bene vivere? - e della validità dei rapporti e
degli impegni che costituiscono la vita. Come
sarebbe possibile, allora, proporre ai più giovani e
trasmettere di generazione in generazione qualcosa di
valido e di certo, delle regole di vita, un autentico
significato e convincenti obiettivi per l’umana
esistenza, sia come persone sia come comunità? Perciò
l’educazione tende ampiamente a ridursi alla
trasmissione di determinate abilità, o capacità di fare,
mentre si cerca di appagare il desiderio di felicità
delle nuove generazioni colmandole di oggetti di consumo e
di gratificazioni effimere. Così sia i genitori sia gli
insegnanti sono facilmente tentati di abdicare ai propri
compiti educativi e di non comprendere nemmeno più quale
sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata.
Ma proprio così non offriamo ai giovani, alle nuove
generazioni, quanto è nostro compito trasmettere loro.
Noi siamo debitori nei loro confronti anche dei veri
valori che danno fondamento alla vita.
Ma questa
situazione evidentemente non soddisfa, non può
soddisfare, perché lascia da parte lo scopo essenziale
dell’educazione, che è la formazione della persona per
renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio
contributo al bene della comunità. Cresce perciò, da più
parti, la domanda di un’educazione autentica e la
riscoperta del bisogno di educatori che siano davvero
tali. Lo chiedono i genitori, preoccupati e spesso
angosciati per il futuro dei propri figli, lo chiedono
tanti insegnanti che vivono la triste esperienza del
degrado delle loro scuole, lo chiede la società nel suo
complesso, in Italia come in molte altre nazioni, perché
vede messe in dubbio dalla crisi dell’educazione le basi
stesse della convivenza. In un simile contesto l’impegno
della Chiesa per educare alla fede, alla sequela e alla
testimonianza del Signore Gesù assume più che mai anche
il valore di un contributo per far uscire la società in
cui viviamo dalla crisi educativa che la affligge,
mettendo un argine alla sfiducia e a quello strano “odio
di sé” che sembra diventato una caratteristica della
nostra civiltà.
Tutto
questo non diminuisce però le difficoltà che incontriamo
nel condurre i fanciulli, gli adolescenti e i giovani ad
incontrare Gesù Cristo e a stabilire con Lui un rapporto
duraturo e profondo. Eppure proprio questa è la sfida
decisiva per il futuro della fede, della Chiesa e del
cristianesimo ed è quindi una priorità essenziale del
nostro lavoro pastorale: avvicinare a Cristo e al Padre la
nuova generazione, che vive in un mondo per gran parte
lontano da Dio. Cari fratelli e sorelle, dobbiamo sempre
essere consapevoli che una simile opera non può essere
realizzata con le nostre forze, ma soltanto con la potenza
dello Spirito. Sono necessarie la luce e la grazia che
vengono da Dio e agiscono nell’intimo dei cuori e delle
coscienze. Per l’educazione e formazione cristiana,
dunque, è decisiva anzitutto la preghiera e la nostra
amicizia personale con Gesù: solo chi conosce e ama Gesù
Cristo può introdurre i fratelli in un rapporto vitale
con Lui. E proprio mosso da questa necessità ho pensato:
sarebbe utile scrivere un libro che aiuti a conoscere Gesù.
Non dimentichiamoci mai della parola di Gesù: “Vi ho
chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre
l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma
io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e
portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv
15,15-16). Perciò le nostre comunità potranno lavorare
con frutto ed educare alla fede e alla sequela di Cristo
essendo esse stesse autentiche “scuole” di preghiera (cfr
Lett. ap. Novo
millennio ineunte, 33), nelle quali si vive il
primato di Dio.
L’educazione
inoltre, e specialmente l’educazione cristiana,
l’educazione cioè a plasmare la propria vita secondo il
modello del Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8.16), ha
bisogno di quella vicinanza che è propria dell’amore.
Soprattutto oggi, quando l’isolamento e la solitudine
sono una condizione diffusa, alla quale non pongono un
reale rimedio il rumore e il conformismo di gruppo,
diventa decisivo l’accompagnamento personale, che dà a
chi cresce la certezza di essere amato, compreso ed
accolto. In concreto, questo accompagnamento deve far
toccare con mano che la nostra fede non è qualcosa del
passato, che essa può essere vissuta oggi e che vivendola
troviamo realmente il nostro bene. Così i ragazzi e i
giovani possono essere aiutati a liberarsi da pregiudizi
diffusi e possono rendersi conto che il modo di vivere
cristiano è realizzabile e ragionevole, anzi, di gran
lunga il più ragionevole. L’intera comunità cristiana,
nelle sue molteplici articolazioni e componenti, è
chiamata in causa dal grande compito di condurre le nuove
generazioni all’incontro con Cristo: su questo terreno,
pertanto, deve esprimersi e manifestarsi con particolare
evidenza la nostra comunione con il Signore e tra noi, la
nostra disponibilità e prontezza a lavorare insieme, a
“fare rete”, a realizzare con animo aperto e sincero
ogni utile sinergia, cominciando dal contributo prezioso
di quelle donne e di quegli uomini che hanno consacrato la
propria vita all’adorazione di Dio e all’intercessione
per i fratelli.
E’ del
tutto evidente, però, che nell’educazione e nella
formazione alla fede una missione propria e fondamentale
ed una responsabilità primaria competono alla famiglia. I
genitori infatti sono coloro attraverso i quali il bambino
che si affaccia alla vita fa la prima e decisiva
esperienza dell’amore, di un amore che in realtà non è
soltanto umano ma è un riflesso dell’amore che Dio ha
per lui. Perciò tra la famiglia cristiana, piccola
“Chiesa domestica” (cfr Lumen
gentium, 11), e la più grande famiglia della
Chiesa deve svilupparsi la collaborazione più stretta,
anzitutto riguardo all’educazione dei figli. Tutto
quello che è maturato nei tre anni che la nostra
pastorale diocesana ha dedicato specificamente alla
famiglia va dunque non solo messo a frutto ma incrementato
ulteriormente. Ad esempio, i tentativi di coinvolgere
maggiormente i genitori e gli stessi padrini e madrine
prima e dopo il battesimo, per aiutarli a capire e ad
attuare la loro missione di educatori della fede, hanno già
dato risultati apprezzabili e meritano di essere
continuati e di diventare patrimonio comune di ciascuna
parrocchia. Lo stesso vale per la partecipazione delle
famiglie alla catechesi e a tutto l’itinerario di
iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti.
Sono
molte, certamente, le famiglie impreparate a un tale
compito e non mancano quelle che sembrano non interessate,
se non contrarie, all’educazione cristiana dei propri
figli: si fanno sentire qui anche le conseguenze della
crisi di tanti matrimoni. Raramente si incontrano però
genitori del tutto indifferenti riguardo alla formazione
umana e morale dei figli, e quindi non disponibili a farsi
aiutare in un’opera educativa che essi avvertono come
sempre più difficile. Si apre pertanto uno spazio di
impegno e di servizio per le nostre parrocchie, oratori,
comunità giovanili, e anzitutto per le stesse famiglie
cristiane, chiamate a farsi prossimo di altre famiglie per
sostenerle ed assisterle nell’educazione dei figli,
aiutandole così a ritrovare il senso e lo scopo della
vita di coppia. Passiamo adesso ad altri soggetti
dell’educazione alla fede.
Man mano
che i ragazzi crescono aumenta naturalmente in loro il
desiderio di autonomia personale, che diventa facilmente,
soprattutto nell’adolescenza, presa di distanza critica
dalla propria famiglia. Si rivela allora particolarmente
importante quella vicinanza che può essere assicurata dal
sacerdote, dalla religiosa, dal catechista o da altri
educatori capaci di rendere concreto per il giovane il
volto amico della Chiesa e l’amore di Cristo. Per
generare effetti positivi che durino nel tempo, la nostra
vicinanza deve essere consapevole che il rapporto
educativo è un incontro di libertà e che la stessa
educazione cristiana è formazione all’autentica libertà.
Non c’è infatti vera proposta educativa che non stimoli
a una decisione, per quanto rispettosamente e
amorevolmente, e proprio la proposta cristiana interpella
a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla
conversione. Come ho detto al Convegno ecclesiale di
Verona, “un’educazione vera ha bisogno di risvegliare
il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono
considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà,
ma in realtà sono indispensabili per crescere e
raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare
per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza:
quindi per dare consistenza e significato alla stessa
libertà” (Discorso
del 19 ottobre 2006). Quando avvertono di essere
rispettati e presi sul serio nella loro libertà, gli
adolescenti e i giovani, pur con la loro incostanza e
fragilità, non sono affatto indisponibili a lasciarsi
interpellare da proposte esigenti: anzi, si sentono
attratti e spesso affascinati da esse. Vogliono anche
mostrare la loro generosità nella dedizione ai grandi
valori che sono perenni e costituiscono il fondamento
della vita.
L’educatore
autentico prende ugualmente sul serio la curiosità
intellettuale che esiste già nei fanciulli e con il
passare degli anni assume forme più consapevoli.
Sollecitato e spesso confuso dalla molteplicità di
informazioni e dal contrasto delle idee e delle
interpretazioni che gli vengono continuamente proposte, il
giovane di oggi conserva tuttavia dentro di sé un grande
bisogno di verità: è aperto quindi a Gesù Cristo che,
come ci ricorda Tertulliano (De virginibus velandis,
I,1), “ha affermato di essere la verità, non la
consuetudine”. E’ nostro compito cercare di rispondere
alla domanda di verità ponendo senza timori la proposta
della fede a confronto con la ragione del nostro tempo.
Aiuteremo così i giovani ad allargare gli orizzonti della
loro intelligenza, aprendosi al mistero di Dio, nel quale
si trova il senso e la direzione dell’esistenza, e
superando i condizionamenti di una razionalità che si
fida soltanto di ciò che può essere oggetto di
esperimento e di calcolo. E’ quindi molto importante
sviluppare quella che già lo scorso anno abbiamo chiamato
“pastorale dell’intelligenza”.
Il lavoro
educativo passa attraverso la libertà, ma ha anche
bisogno di autorevolezza. Perciò, specialmente quando si
tratta di educare alla fede, è centrale la figura del
testimone e il ruolo della testimonianza. Il testimone di
Cristo non trasmette semplicemente informazioni, ma è
coinvolto personalmente con la verità che propone e
attraverso la coerenza della propria vita diventa
attendibile punto di riferimento. Egli non rimanda però a
se stesso, ma a Qualcuno che è infinitamente più grande
di lui, di cui si è fidato ed ha sperimentato
l’affidabile bontà. L’autentico educatore cristiano
è dunque un testimone che trova il proprio modello in Gesù
Cristo, il testimone del Padre che non diceva nulla da se
stesso, ma parlava così come il Padre gli aveva insegnato
(cfr Gv 8,28). Questo rapporto con Cristo e con il
Padre è per ciascuno di noi, cari fratelli e sorelle, la
condizione fondamentale per essere efficaci educatori alla
fede.
Il nostro
Convegno parla molto giustamente di educazione non solo
alla fede e alla sequela, ma anche alla testimonianza di
Gesù Signore. La testimonianza attiva da rendere a Cristo
non riguarda dunque soltanto i sacerdoti, le religiose, i
laici che hanno nelle nostre comunità compiti di
formatori, ma gli stessi ragazzi e giovani e tutti coloro
che vengono educati alla fede. La consapevolezza di essere
chiamati a diventare testimoni di Cristo non è pertanto
qualcosa che si aggiunge dopo, una conseguenza in qualche
modo esterna alla formazione cristiana, come purtroppo
spesso si è pensato e anche oggi si continua a pensare,
ma al contrario è una dimensione intrinseca ed essenziale
dell’educazione alla fede e alla sequela, così come la
Chiesa è missionaria per sua stessa natura (cfr Ad
gentes, 2). Fin dall’inizio della formazione dei
fanciulli, per arrivare, con un cammino progressivo, alla
formazione permanente dei cristiani adulti, bisogna quindi
che mettano radici nell’animo dei credenti la volontà e
la convinzione di essere partecipi della vocazione
missionaria della Chiesa, in tutte le situazioni e
circostanze della propria vita: non possiamo infatti
tenere per noi la gioia della fede, dobbiamo diffonderla e
trasmetterla, e così rafforzarla anche nel nostro cuore.
Se la fede realmente diviene gioia di aver trovato la
verità e l’amore, è inevitabile provare desiderio di
trasmetterla, di comunicarla agli altri. Passa di qui, in
larga misura, quella nuova evangelizzazione a cui il
nostro amato Papa Giovanni Paolo II ci ha chiamati.
Un’esperienza concreta, che potrà far crescere nei
giovani delle parrocchie e delle varie aggregazioni
ecclesiali la volontà di testimoniare la propria fede, è
la “Missione giovani” che state progettando, dopo il
felice risultato della grande “Missione cittadina”.
Nell’educazione
alla fede un compito molto importante è affidato alla
scuola cattolica. Essa infatti adempie alla propria
missione basandosi su un progetto educativo che pone al
centro il Vangelo e lo tiene come decisivo punto di
riferimento per la formazione della persona e per tutta la
proposta culturale. In convinta sinergia con le famiglie e
con la comunità ecclesiale, la scuola cattolica cerca
dunque di promuovere quell’unità tra la fede, la
cultura e la vita che è obiettivo fondamentale
dell’educazione cristiana. Anche le scuole statali,
secondo forme e modi diversi, possono essere sostenute nel
loro compito educativo dalla presenza di insegnanti
credenti – in primo luogo, ma non esclusivamente, i
docenti di religione cattolica – e di alunni
cristianamente formati, oltre che dalla collaborazione di
tante famiglie e della stessa comunità cristiana. La sana
laicità della scuola, come delle altre istituzioni dello
Stato, non implica infatti una chiusura alla Trascendenza
e una falsa neutralità rispetto a quei valori morali che
sono alla base di un’autentica formazione della persona.
Un discorso analogo vale naturalmente per le Università
ed è davvero di buon auspicio che a Roma la pastorale
universitaria abbia potuto svilupparsi in tutti gli
Atenei, tanto tra i docenti che tra gli studenti, e sia in
atto una feconda collaborazione tra le istituzioni
accademiche civili e pontificie.
Oggi più
che nel passato l’educazione e la formazione della
persona sono influenzate da quei messaggi e da quel clima
diffuso che vengono veicolati dai grandi mezzi di
comunicazione e che si ispirano ad una mentalità e
cultura caratterizzate dal relativismo, dal consumismo e
da una falsa e distruttiva esaltazione, o meglio
profanazione, del corpo e della sessualità. Perciò,
proprio per quel grande “sì” che come credenti in
Cristo diciamo all’uomo amato da Dio, non possiamo certo
disinteressarci dell’orientamento complessivo della
società a cui apparteniamo, delle tendenze che la animano
e degli influssi positivi o negativi che essa esercita
sulla formazione delle nuove generazioni. La presenza
stessa della comunità dei credenti, il suo impegno
educativo e culturale, il messaggio di fede, di fiducia e
di amore di cui è portatrice sono in realtà un servizio
inestimabile verso il bene comune e specialmente verso i
ragazzi e i giovani che si stanno formando e preparando
alla vita.
Cari
fratelli e sorelle, c’è un ultimo punto sul quale
desidero attirare la vostra attenzione: esso è sommamente
importante per la missione della Chiesa e chiede il nostro
impegno e anzitutto la nostra preghiera. Mi riferisco alle
vocazioni a seguire più da vicino il Signore Gesù nel
sacerdozio ministeriale e nella vita consacrata. La
Diocesi di Roma negli ultimi decenni è stata allietata
dal dono di molte ordinazioni sacerdotali, che hanno
consentito di colmare le lacune del periodo precedente e
anche di venire incontro alle richieste di non poche
Chiese sorelle bisognose di clero; ma i segnali più
recenti sembrano meno favorevoli e stimolano tutta la
nostra comunità diocesana a rinnovare al Signore, con
umiltà e fiducia, la richiesta di operai per la sua messe
(cfr Mt 9,37-38; Lc 10,2). In maniera sempre
delicata e rispettosa, ma anche chiara e coraggiosa,
dobbiamo rivolgere un peculiare invito alla sequela di Gesù
a quei giovani e a quelle giovani che appaiono più
attratti e affascinati dall’amicizia con Lui. In questa
prospettiva la Diocesi destinerà qualche nuovo sacerdote
specificamente alla cura delle vocazioni, ma sappiamo bene
che in questo campo sono decisivi la preghiera e la qualità
complessiva della nostra testimonianza cristiana,
l’esempio di vita dei sacerdoti e delle anime
consacrate, la generosità delle persone chiamate e delle
famiglie da cui esse provengono.
Cari
fratelli e sorelle, vi affido queste riflessioni come
contributo per il dialogo di queste serate e per il lavoro
del prossimo anno pastorale. Il Signore ci doni sempre la
gioia di credere in Lui, di crescere nella sua amicizia,
di seguirlo nel cammino della vita e di rendergli
testimonianza in ogni situazione, così che possiamo
trasmettere a chi verrà dopo di noi l’immensa ricchezza
e bellezza della fede in Gesù Cristo. Il mio affetto e la
mia benedizione vi accompagnano nel vostro lavoro. Grazie
per la vostra attenzione!
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