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IL
PAPA AL CONVEGNO ECCLESIALE DELLA DIOCESI DI ROMA
(9
GIUGNO 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 10 giugno 2008
Educhiamoci
alla speranza “nella preghiera, nell’azione, nella
sofferenza”, l'esortazione di Benedetto XVI al Convegno
ecclesiale della diocesi di Roma
Educhiamoci
ogni giorno alla speranza che matura nella sofferenza: è
stato questo il grande richiamo che Benedetto XVI ha
rivolto ieri pomeriggio alla diocesi di Roma, nel
presiedere l'apertura del convegno ecclesiale sul tema:
“Gesù è Risorto. Educare alla speranza nella
preghiera, nell’azione, nella sofferenza”. Il Papa ha
parlato nella Basilica di San Giovanni in Laterano ai
sacerdoti, ai religiosi e ai laici delle associazioni e
dei Movimenti della Chiesa capitolina, impegnati nei tre
giorni del Convegno finalizzato ad elaborare un programma
pastorale per il prossimo anno. Il servizio di Francesca
Sabatinelli:
Educhiamoci ogni giorno alla speranza che matura nella
sofferenza, è il grande richiamo di Benedetto XVI alla
diocesi di Roma. L’educazione nell’ottica della
speranza teologale, che si nutre della fede e della
fiducia in Dio, che in Gesù si è rivelato come il vero
amico dell’uomo. E’ l’obiettivo della diocesi di
Roma per il prossimo anno pastorale. La speranza di chi
crede in Dio non solo si protende verso la vita eterna,
spiega il Papa, ma investe, anima e trasforma la
quotidiana esistenza terrena, dà un significato alle
piccole speranze, in una società e in una cultura, come
anche quella della città di Roma, dove non è facile
vivere nel segno della speranza cristiana. La sensazione
diffusa, continua il Papa, è che per le nuove generazioni
si profili un destino di incertezza e di precarietà.
Sfiducia, delusione e rassegnazione, contraddicono la
grande speranza della fede, ma anche le piccole speranze
della vita quotidiana che poggiano sul vuoto quando
mettono tra parentesi Dio, quando arrivano perfino a
negare la sua esistenza. Quando Dio è lasciato da parte
nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare
una stabile collocazione:
“Per educare alla speranza, come ci proponiamo in
questo Convegno nel prossimo anno pastorale è, dunque,
anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la
nostra intelligenza e tutta la nostra vita per essere così,
in mezzo ai nostri fratelli suoi credibili testimoni”.
Bisogna quindi educare alla speranza, attraverso anche
l’educazione alla preghiera, che non fa mai essere
totalmente soli. Pregare purifica, libera dalle menzogne
segrete, apre a Dio e al prossimo. Il Papa richiama quindi
ad uno sforzo comune per affrontare i mali e i problemi di
Roma: occorrono - dice- educazione e formazione della
persona ma anche spirito costruttivo per affrontare
problemi concreti di chi ci vive:
“Cercheremo in particolare di promuovere una
cultura e un’organizzazione sociale più favorevoli alla
famiglia e all’accoglienza della vita, oltre che alla
valorizzazione delle persone anziane, tanto numerose tra
la popolazione di Roma. Lavoreremo per dare risposta a
quei bisogni primari che sono il lavoro e la casa,
soprattutto per i giovani. Condivideremo l’impegno per
rendere la nostra città più sicura e vivibile, ma
opereremo perché essa lo sia per tutti, in particolare
per i più poveri e perché non sia escluso l’immigrato
che viene tra noi con l’intenzione di trovare uno spazio
di vita nel rispetto delle nostre leggi”.
Umiltà, grande fiducia, tenacia e coraggio sono gli
elementi che caratterizzano colui che pone la sua speranza
anzitutto in Dio, continua il Papa. Il credente sa che la
sua vita, il suo operare non sono mai senza frutto e privi
di senso perché custoditi nel potere indistruttibile
dell’amore di Dio. Si può così capire come la speranza
cristiana viva anche nella sofferenza, e ne venga a sua
volta educata e fortificata. Non potendo eliminare la
sofferenza dal mondo, spiega il Papa, la grande verità
cristiana ci spiega come a guarire l’uomo non sia la
fuga, ma accettare il dolore e maturare in esso,
trovandovi un senso mediante l’unione a Cristo. Il grado
di umanità si misura dalla capacità di rapportarsi
all’altrui dolore e il merito della fede cristiana è
proprio quello di aver suscitato nell’uomo la capacità
di condividere anche interiormente la sofferenza
dell’altro. Crescere nella speranza avviene anche
attraverso l’aiuto concreto e la vicinanza alla
sofferenza del prossimo, e anche offrendo a Dio le piccole
fatiche dell’esistenza quotidiana. La speranza dei
credenti non può fermarsi a mondo terreno, ma deve
orientarsi verso la comunione piena ed eterna con il
Signore.
APERTURA DEL
CONVEGNO ECCLESIALE DELLA DIOCESI DI ROMA
SUL TEMA: "GESÙ È
RISORTO: EDUCARE ALLA SPERANZA
NELLA PREGHIERA, NELL'AZIONE, NELLA SOFFERENZA"
DISCORSO
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
Basilica di San
Giovanni in Laterano
Lunedì, 9 giugno 2008
Cari
fratelli e sorelle,
è questa
la quarta volta nella quale ho la gioia di essere con voi
in occasione del Convegno che riunisce annualmente le
molteplici energie vive della Diocesi di Roma, per dare
continuità e indicare mete condivise alla nostra
pastorale. Rivolgo un saluto affettuoso e cordiale a
ciascuno di voi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e
religiose, persone consacrate, laici delle comunità
parrocchiali, delle associazioni e movimenti ecclesiali,
famiglie, giovani, persone impegnate a vario titolo
nell’opera formativa ed educativa. Ringrazio di cuore il
Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto a nome
di tutti voi.
Dopo aver
dedicato per tre anni speciale attenzione alla famiglia,
già da due anni abbiamo posto al centro il tema
dell’educazione delle nuove generazioni. E’ un tema
che coinvolge anzitutto le famiglie, ma riguarda molto
direttamente anche la Chiesa, la scuola e la società
intera. Cerchiamo di rispondere così a quella
“emergenza educativa” che rappresenta per tutti una
grande e ineludibile sfida. L’obiettivo che ci siamo
proposti per il prossimo anno pastorale, e sul quale
rifletteremo in questo Convegno, fa ancora riferimento
all’educazione, nell’ottica della speranza teologale,
che si nutre della fede e della fiducia nel Dio che in Gesù
Cristo si è rivelato come il vero amico dell’uomo.
“Gesù è risorto: educare alla speranza nella
preghiera, nell’azione, nella sofferenza” sarà dunque
il tema di questa nostra serata. Gesù risorto dai morti
è veramente il fondamento indefettibile su cui poggia la
nostra fede e la nostra speranza. Lo è fin dall’inizio,
fin dagli Apostoli, che sono stati testimoni diretti della
sua risurrezione e l’hanno annunciata al mondo a prezzo
della loro vita. Lo è oggi e lo sarà sempre. Come scrive
l’Apostolo Paolo nel capitolo XV della prima Lettera ai
Corinzi, “se Cristo non è risuscitato, allora è vana
la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”
(v.14), se “noi abbiamo avuto speranza in Cristo
soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di
tutti gli uomini” (v. 19). Ripeto a voi ciò che dissi
il 19 ottobre 2006 al Convegno ecclesiale di Verona: “La
risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia,
di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo
creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un
semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più
grande «mutazione» mai accaduta, il «salto» decisivo
verso una dimensione di vita profondamente nuova,
l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che
riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi,
tutta la famiglia umana, la storia e l’intero
universo”.
Nella
luce di Gesù risorto dai morti possiamo dunque
comprendere le vere dimensioni della fede cristiana, come
“speranza che trasforma e sorregge la nostra vita”
(Enciclica Spe
salvi, 10), liberandoci da quegli equivoci e da
quelle false alternative che nel corso dei secoli hanno
ristretto e indebolito il respiro della nostra speranza.
In concreto, la speranza di chi crede nel Dio che ha
risuscitato Gesù dai morti si protende con tutta se
stessa verso quella felicità e quella gioia piena e
totale che noi chiamiamo vita eterna, ma proprio per
questo investe, anima e trasforma la nostra quotidiana
esistenza terrena, dà un orientamento e un significato
non effimero alle nostre piccole speranze come agli sforzi
che noi compiamo per cambiare e rendere meno ingiusto il
mondo nel quale viviamo. Analogamente, la speranza
cristiana riguarda certo in modo personale ciascuno di
noi, la salvezza eterna del nostro io e la sua vita in
questo mondo, ma è anche speranza comunitaria, speranza
per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, è cioè
“sempre essenzialmente anche speranza per gli altri;
solo così essa è veramente speranza anche per me” (ibid.,
48).
Nella
società e nella cultura di oggi, e quindi anche in questa
nostra amata città di Roma, non è facile vivere nel
segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti,
prevalgono spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e
rassegnazione, che contraddicono non soltanto la “grande
speranza” della fede, ma anche quelle “piccole
speranze” che normalmente ci confortano nello sforzo di
raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana. E’
diffusa cioè la sensazione che, per l’Italia come per
l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e
che un destino di precarietà e di incertezza attenda le
nuove generazioni. Dall’altra parte, le aspettative di
grandi novità e miglioramenti si concentrano sulle
scienze e le tecnologie, quindi sulle forze e le scoperte
dell’uomo, come se solo da esse potesse venire la
soluzione dei problemi. Sarebbe insensato negare o
minimizzare l’enorme contributo delle scienze e
tecnologie alla trasformazione del mondo e delle nostre
concrete condizioni di vita, ma sarebbe altrettanto miope
ignorare che i loro progressi mettono nelle mani
dell’uomo anche abissali possibilità di male e che, in
ogni caso, non sono le scienze e le tecnologie a poter
dare un senso alla nostra vita e a poterci insegnare a
distinguere il bene dal male. Perciò, come ho scritto
nella Spe
salvi, non è la scienza ma l’amore a redimere
l’uomo e questo vale anche nell’ambito terreno e
intramondano (n. 26).
Ci
avviciniamo così al motivo più profondo e decisivo della
debolezza della speranza nel mondo in cui viviamo. Questo
motivo alla fine non è diverso da quello indicato
dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, quando
ricordava loro che, prima di incontrare Cristo, erano
“senza speranza e senza Dio nel mondo” (Ef
2,12). La nostra civiltà e la nostra cultura, che pure
hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni e
specialmente qui a Roma sarebbero irriconoscibili senza la
sua presenza, tendono tuttavia troppo spesso a mettere Dio
tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita
personale e sociale, ed anche a ritenere che di Dio non si
possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua
esistenza. Ma quando Dio è lasciato da parte nessuna
delle cose che veramente ci premono può trovare una
stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole
speranze poggiano sul vuoto. Per “educare alla
speranza”, come ci proponiamo in questo Convegno e nel
prossimo anno pastorale, è dunque anzitutto necessario
aprire a Dio il nostro cuore, la nostra intelligenza e
tutta la nostra vita, per essere così, in mezzo ai nostri
fratelli, suoi credibili testimoni.
Nei
nostri precedenti Convegni diocesani abbiamo già
riflettuto sulle cause dell’attuale emergenza educativa
e sulle proposte che possono servire a superarla. Nei mesi
scorsi, anche attraverso la mia lettera sul compito
urgente dell’educazione, abbiamo inoltre cercato di
coinvolgere l’intera città, in particolare le famiglie
e le scuole, in questa impresa comune. Non è quindi
necessario ritornare ora su questi aspetti. Vediamo
piuttosto come educarci concretamente alla speranza,
rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni “luoghi” del
suo pratico apprendimento ed effettivo esercizio, che ho
già individuato nella Spe
salvi. Tra questi luoghi trova posto anzitutto la
preghiera, con la quale ci apriamo e ci rivolgiamo a Colui
che è l’origine e il fondamento della nostra speranza.
La persona che prega non è mai totalmente sola perché
Dio è l’unico che, in ogni situazione e in qualunque
prova, è sempre in grado di ascoltarla e di aiutarla.
Attraverso la perseveranza nella preghiera il Signore
allarga il nostro desiderio e dilata il nostro animo,
rendendoci più capaci di accoglierlo in noi. Il giusto
modo di pregare è pertanto un processo di purificazione
interiore. Dobbiamo esporci allo sguardo di Dio, a Dio
stesso e così nella luce del volto di Dio cadono le
menzogne, le ipocrisie. Questo esporsi nella preghiera al
volto di Dio è realmente una purificazione che ci
rinnova, ci libera e ci apre non solo a Dio, ma anche ai
fratelli. E’ dunque l’opposto di una fuga dalle nostre
responsabilità verso il prossimo. Al contrario,
attraverso la preghiera impariamo a tenere il mondo aperto
a Dio e a diventare ministri della speranza per gli altri.
Perché parlando con Dio vediamo tutta la comunità della
Chiesa, comunità umana, tutti i fratelli, e impariamo così
la responsabilità per gli altri e anche la speranza che
Dio ci aiuta nel nostro cammino. Educare alla preghiera,
apprendere “l’arte della preghiera” dalle labbra del
Maestro divino, come i primi discepoli che gli chiedevano
“Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1), è
pertanto un compito essenziale. Imparando la preghiera,
impariamo a vivere e dobbiamo sempre con la Chiesa e con
il Signore in cammino pregare meglio per viver meglio.
Come ci ricordava l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II
nella Lettera apostolica Novo
millennio ineunte, “le nostre comunità
cristiane devono diventare autentiche «scuole» di
preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprime
soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento
di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto,
ardore di affetti, fino ad un vero «invaghimento» del
cuore” (n. 33): così la speranza cristiana crescerà in
noi. E crescerà con la speranza l’amore di Dio e del
prossimo.
Nell’Enciclica
Spe
salvi ho scritto: “Ogni agire serio e retto
dell’uomo è speranza in atto” (n. 35). Come discepoli
di Gesù partecipiamo dunque con gioia allo sforzo per
rendere più bello, più umano e fraterno il volto di
questa nostra città, per rinvigorire la sua speranza e la
gioia di un’appartenenza comune. Cari fratelli e
sorelle, proprio la consapevolezza acuta e diffusa dei
mali e dei problemi che Roma porta dentro di sé sta
risvegliando la volontà di un tale sforzo comune: è
nostro compito darvi il nostro specifico contributo, a
cominciare da quello snodo decisivo che è l’educazione
e la formazione della persona, ma affrontando con spirito
costruttivo anche i molti altri problemi concreti che
rendono spesso faticosa la vita di chi abita in questa
città. Cercheremo, in particolare, di promuovere una
cultura e un’organizzazione sociale più favorevoli alla
famiglia e all’accoglienza della vita, oltre che alla
valorizzazione delle persone anziane, tanto numerose tra
la popolazione di Roma. Lavoreremo per dare risposta a
quei bisogni primari che sono il lavoro e la casa,
soprattutto per i giovani. Condivideremo l’impegno per
rendere la nostra città più sicura e “vivibile”, ma
opereremo perché essa lo sia per tutti, in particolare
per i più poveri, e perché non sia escluso l’immigrato
che viene tra noi con l’intenzione di trovare uno spazio
di vita nel rispetto delle nostre leggi.
Non ho
bisogno di entrare più concretamente in queste
problematiche, che voi ben conoscete, perché le vivete
quotidianamente. Desidero sottolineare piuttosto quell’atteggiamento
e quello stile con cui lavora e si impegna colui che pone
la sua speranza anzitutto in Dio. E’ in primo luogo un
atteggiamento di umiltà, che non pretende di avere sempre
successo, o di essere in grado di risolvere ogni problema
con le proprie forze. Ma è anche, e per lo stesso motivo,
un atteggiamento di grande fiducia, di tenacia e di
coraggio: il credente sa infatti che, nonostante tutte le
difficoltà e i fallimenti, la sua vita, il suo operare e
la storia nel suo insieme sono custoditi nel potere
indistruttibile dell’amore di Dio; che essi pertanto non
sono mai senza frutto e privi di senso. In questa
prospettiva possiamo comprendere più facilmente che la
speranza cristiana vive anche nella sofferenza, anzi, che
proprio la sofferenza educa e fortifica a titolo speciale
la nostra speranza. Dobbiamo certamente “fare tutto il
possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per
quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i
dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche” (Spe
salvi, 36) e grandi progressi sono stati
effettivamente compiuti, in particolare nella lotta contro
il dolore fisico. Non possiamo però eliminare del tutto
la sofferenza dal mondo, perché non è in nostro potere
prosciugare le sue fonti: la finitezza del nostro essere e
il potere del male e della colpa. Di fatto, la sofferenza
degli innocenti e anche i disagi psichici tendono
purtroppo a crescere nel mondo. In realtà, l’esperienza
umana di oggi e di sempre, in particolare l’esperienza
dei Santi e dei Martiri, conferma la grande verità
cristiana che non la fuga davanti al dolore guarisce
l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e
di maturare in essa, trovandovi un senso mediante
l’unione a Cristo. Nel rapporto con la sofferenza e con
le persone sofferenti si determina pertanto la misura
della nostra umanità, per ciascuno di noi come per la
società in cui viviamo. Alla fede cristiana spetta questo
merito storico, di aver suscitato nell’uomo, in maniera
nuova e a una profondità nuova, la capacità di
condividere anche interiormente la sofferenza
dell’altro, che così non è più solo nella sua
sofferenza, e anche di soffrire per amore del bene, della
verità e della giustizia: tutto questo sta molto al di
sopra delle nostre forze, ma diventa possibile a partire
dal com-patire di Dio per amore dell’uomo nella passione
di Cristo.
Cari
fratelli e sorelle, educhiamoci ogni giorno alla speranza
che matura nella sofferenza. Siamo chiamati a farlo in
primo luogo quando siamo personalmente colpiti da una
grave malattia o da qualche altra dura prova. Ma
cresceremo ugualmente nella speranza attraverso l’aiuto
concreto e la vicinanza quotidiana alla sofferenza sia dei
nostri vicini e familiari sia di ogni persona che è il
nostro prossimo, perché ci accostiamo a lei con
atteggiamento di amore. E ancora, impariamo ad offrire al
Dio ricco di misericordia le piccole fatiche
dell’esistenza quotidiana, inserendole umilmente nel
grande “com-patire” di Gesù, in quel tesoro di
compassione di cui ha bisogno il genere umano. La speranza
dei credenti in Cristo non può, comunque, fermarsi a
questo mondo, ma è intrinsecamente orientata verso la
comunione piena ed eterna con il Signore. Perciò verso la
fine della mia Enciclica mi sono soffermato sul Giudizio
di Dio come luogo di apprendimento e di esercizio della
speranza. Ho cercato così di rendere di nuovo in qualche
modo familiare e comprensibile all’umanità e alla
cultura del nostro tempo la salvezza che ci è promessa
nel mondo al di là della morte, sebbene di quel mondo non
possiamo avere quaggiù una vera e propria esperienza. Per
restituire all’educazione alla speranza le sue vere
dimensioni e la sua motivazione decisiva, noi tutti, a
cominciare dai sacerdoti e dai catechisti, dobbiamo
rimettere al centro della proposta della fede questa
grande verità, che ha la sua “primizia” in Gesù
Cristo risorto dai morti (cfr 1 Cor 15,20-23).
Cari
fratelli e sorelle, termino questa riflessione
ringraziando ciascuno di voi per la generosità e la
dedizione con cui lavorate nella vigna del Signore e vi
chiedo di custodire sempre dentro di voi, di alimentare e
rafforzare anzitutto con la preghiera il grande dono della
speranza cristiana. Lo chiedo in modo speciale a voi
giovani, che siete chiamati a fare vostro questo dono
nella libertà e nella responsabilità, per vivificare
attraverso di esso il futuro della nostra amata città.
Affido a Maria Santissima, Stella della speranza, ognuno
di voi e tutta la Chiesa di Roma. La mia preghiera, il mio
affetto e la mia benedizione vi accompagnano in questo
Convegno e nell’anno pastorale che ci attende.
©
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