Radio
Vaticana, 27 maggio 2009
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Laici
corresponsabili non collaboratori del clero: così il Papa
al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma. Ripartire
dalla comunione ecclesiale per testimoniare la carità
La
Chiesa, Popolo di Dio e Corpo di Cristo, il ruolo dei
laici corresponsabili dell’agire pastorale, la
concezione della Chiesa secondo il Concilio Vaticano II e
la testimonianza della carità che convince il mondo: sono
i temi toccati dal Papa ieri sera aprendo l’annuale
Convegno ecclesiale della diocesi di Roma nella Basilica
di San Giovanni in Laterano. “Appartenenza ecclesiale e
corresponsabilità pastorale” il tema del Convegno che
si concluderà venerdì prossimo. Oggi il confronto nelle
varie prefetture romane. Il servizio di Debora Donnini.
L’abbraccio del Pastore con la sua diocesi nella
cattedrale della sua città, Roma. Ieri il Papa è stato
accolto con grande calore dai tanti fedeli, religiosi,
sacerdoti, presenti nella Basilica di San Giovanni in
Laterano. Il suo discorso ha aperto il convegno della
diocesi di Roma, un Convegno particolare, diverso dagli
anni passati, come ha sottolineato il cardinale vicario
Agostino Vallini nel suo saluto perché non riflette su un
tema specifico, ma introduce la verifica del cammino
pastorale percorso a Roma negli ultimi dieci anni per
trarne poi orientamenti efficaci per la vita ecclesiale.
“Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità
pastorale” il tema a cui il Papa risponde con un
discorso denso e ricco di spunti. Si parte dal Concilio
Vaticano II: la Chiesa come mistero di “comunione di
persone” che per azione dello Spirito santo formano il
“Popolo di Dio” e il “Corpo di Cristo”. Il
concetto “Popolo di Dio” - ha affermato - esprime un
senso di continuità perché Dio per entrare nella storia
ha eletto un popolo particolare, perché sia il suo
popolo: il popolo di Israele. Un’intenzione particolare,
dunque, che si apre all’universale. Il concetto di
“Corpo di Cristo” esprime infatti l’universalità.
È Cristo che abbattendo il muro di separazione di popoli
e culture realizza un popolo solo, nella sua Croce e
Risurrezione. In Cristo diventiamo realmente Popolo di
Dio:
“Quindi il concetto ‘Popolo di Dio’ e ‘Corpo
di Cristo’ si completano: in Cristo diventiamo realmente
il Popolo di Dio. E ‘Popolo di Dio’ significa quindi
‘tutti’: dal Papa fino all’ultimo bambino
battezzato”.
All’indomani del Concilio Vaticano II, spiega il
Papa, questa dottrina ecclesiologica ha trovato vasta
accoglienza con tanti buoni frutti, ma l’assimilazione
nel tessuto della coscienza ecclesiale non è avvenuta
sempre e dovunque senza difficoltà e secondo una giusta
interpretazione. Il pensiero del Concilio Vaticano II sul
Popolo di Dio va correttamente interpretato. Se da una
parte c’è stata una tendenza a identificare la Chiesa
con la gerarchia, dall’altra c’è stata una visione
sociologica che, appellandosi ad un presunto spirito del
Concilio Vaticano II, lo ha concepito come punto di
rottura, addirittura facendo una contrapposizione fra
prima e dopo e travalicando i confini esistenti fa
ministero gerarchico e responsabilità dei laici. Un
taglio quasi esclusivamente orizzontale, che escludeva il
riferimento verticale a Dio:
“Posizione, questa, in aperto contrasto con la
parola e con lo spirito del Concilio, il quale non ha
voluto una rottura, un’altra Chiesa, ma un vero e
profondo rinnovamento, nella continuità dell'unico
soggetto Chiesa, che cresce nel tempo e si sviluppa,
rimanendo però sempre identico, unico soggetto del Popolo
di Dio in pellegrinaggio”.
Il risveglio delle energie, dunque, non ha sempre
prodotto l’incremento desiderato, ma talvolta un tempo
di affievolimento, anche di resistenza e contrapposizione
fra la dottrina conciliare e diversi concetti formulati in
nome del Concilio ma in realtà opposti al suo spirito e
alla sua lettera. Quindi, poiché ci si è accorti che le
pagine del Concilio sul ruolo dei laici non erano ancora
state sufficientemente realizzate nelle coscienze dei
cattolici e nella prassi pastorale, il Sinodo del 1987 si
è concentrato proprio sul ruolo dei laici. Quindi il Papa
punta sul concreto della sua diocesi, quella di Roma: a
che punto è, si chiede, la diocesi di Roma, in che misura
favorisce la corresponsabilità pastorale di tutti,
specialmente dei laici? Nei primi secoli del cristianesimo
la comunità cristiana ha annunciato il Vangelo agli
abitanti di Roma: bisogna tornare a farlo, è la forte e
chiara esortazione del Papa. Troppi battezzati, infatti,
hanno smarrito la via della Chiesa e non si sentono parte
della comunità ecclesiale. O si rivolgono alle parrocchie
per ricevere servizi religiosi solo in alcune circostanze.
Tanti non cristiani non conoscono la bellezza della fede.
La missione cittadina in preparazione al Giubileo del 2000
ha invece mostrato nei fatti che il mandato ad
evangelizzare spetta a tutti i battezzati. Un’esperienza
molto importante che ha contribuito a far maturare nelle
parrocchie, nelle comunità religiose, nei movimenti la
consapevolezza di appartenere all’unico Popolo di Dio:
“Ciò esige un cambiamento di mentalità
riguardante particolarmente i laici, passando dal
considerarli ‘collaboratori’ del clero a riconoscerli
realmente ‘corresponsabili’ dell’essere e dell'agire
della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato
maturo ed impegnato”.
Cosa fare, dunque, più concretamente, si chiede
Benedetto XVI, perché non possiamo rassegnarci
all’esistente. Anzitutto ci vuole una formazione più
attenta alla visione della Chiesa, bisogna migliorare
l’impostazione pastorale e promuovere, nel rispetto
delle vocazioni e gradualmente, la corresponsabilità dei
membri del Popolo di Dio. Ma questo non diminuisce la
responsabilità dei parroci: a voi, ha detto, tocca
promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti
sono già attivi. Bisogna quindi educare le comunità
all’ascolto orante della Parola di Dio, cioè la lectio
divina. Ma centrale è la fede che oltre a essere una
personale relazione con Dio ha anche un’essenziale
componente comunitaria. Questa viene in aiuto ai giovani
che sono maggiormente esposti all’individualismo con
l’indebolimento di legami interpersonali. Inoltre, è
importante curare la liturgia dell’Eucaristia, che non
è mero estetismo, ma il modo in cui l’amore di Dio in
Cristo ci affascina e ci rapisce. La comunione nasce
dall’Eucaristia. Dobbiamo sempre imparare a custodire
l’unità della Chiesa, spiega il Papa, da rivalità, da
contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le
comunità ecclesiali. Benedetto XVI si
rivolge, quindi, a movimenti e comunità sorti dopo il
Concilio, un dono prezioso di cui ringraziare il Signore,
e raccomanda di curare i loro itinerari formativi per
aiutare i membri a maturare un senso di appartenenza alla
comunità ecclesiale. Centro della vita della parrocchia
è l’Eucaristia, particolarmente la celebrazione
domenicale:
“La crescita spirituale ed apostolica della
comunità porta poi a promuoverne l’allargamento
attraverso una convinta azione missionaria. Prodigatevi
pertanto a ridar vita in ogni parrocchia, come ai tempi
della Missione cittadina, ai piccoli gruppi o centri di
ascolto di fedeli che annunciano Cristo e la sua Parola,
luoghi dove sia possibile sperimentare la fede, esercitare
la carità, organizzare la speranza. Questo articolarsi
delle grandi parrocchie urbane attraverso il moltiplicarsi
di piccole comunità permette un respiro missionario più
largo, che tiene conto della densità della popolazione,
della sua fisionomia sociale e culturale, spesso
notevolmente diversificata”.
Il Papa sottolinea anche l’importanza di utilizzare
questo metodo pastorale nei luoghi di lavoro, creando
gruppi missionari con una pastorale degli ambienti ben
pensata. Bisogna dunque ripartire dall’evangelizzazione.
È chiaro in questo il Papa, che afferma: il futuro del
Cristianesimo dipende dalla testimonianza di ciascuno di
noi, ma anche ricorda che è la testimonianza della carità
ad aver sedotto gli uomini fin dagli albori del
Cristianesimo:
“Alla domanda come si spieghi il successo del
Cristianesimo dei primi secoli, l’ascesa da una presunta
setta ebrea alla religione dell’Impero, gli storici
rispondono che fu particolarmente l’esperienza della
carità dei cristiani che ha convinto il mondo. Vivere la
carità è la forma primaria della missionarietà”.
“Siate buoni samaritani”, esorta quindi il
Pontefice. E a proteggere la sua Chiesa il Pontefice
invoca l’aiuto della Vergine Maria, Salus popoli romani,
venerata a Santa Maria Maggiore.
All’arrivo nella Basilica lateranense, il saluto del
cardinale vicario Agostino Vallini che ha spiegato al Papa
che “la Chiesa di Roma ha sofferto nei mesi passati nel
vedere interpretati in modo distorto alcuni suoi
pronunciamenti o decisioni pastorali”. La diocesi, ha
detto fra gli applausi il cardinale Vallini, le esprime
affetto e riconoscenza per il suo Magistero.
APERTURA DEL
CONVEGNO PASTORALE DELLA DIOCESI DI ROMA
SUL TEMA: "APPARTENENZA ECCLESIALE E CORRESPONSABILITÀ
PASTORALE"
DISCORSO
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
Basilica di San
Giovanni in Laterano
Martedì, 26 maggio 2009
Signor
Cardinale,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari religiosi e religiose,
cari fratelli e sorelle!
Seguendo
una ormai felice consuetudine, sono lieto di aprire anche
quest'anno il Convegno diocesano pastorale. A ciascuno di
voi, che qui rappresentate l'intera comunità diocesana,
rivolgo con affetto il mio saluto e un sentito
ringraziamento per il lavoro pastorale che svolgete. Per
vostro tramite, estendo a tutte le parrocchie il mio
saluto cordiale con le parole dell'apostolo Paolo: «A
quanti sono in Roma, diletti da Dio e santi per vocazione,
grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore
Gesù Cristo» (Rm 1,7). Ringrazio di cuore il
Cardinale Vicario per le incoraggianti parole che mi ha
rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti, e per
l'aiuto che, unitamente ai Vescovi Ausiliari, mi offre nel
quotidiano servizio apostolico a cui il Signore mi ha
chiamato come Vescovo di Roma.
E' stato
appena ricordato che, nel corso del passato decennio,
l'attenzione della Diocesi si è concentrata per tre anni
inizialmente sulla famiglia; poi, per un successivo
triennio, sull'educazione alla fede delle nuove
generazioni, cercando di rispondere a quella «emergenza
educativa», che è per tutti una sfida non facile; e da
ultimo, sempre con riferimento all'educazione, sollecitati
dalla Lettera enciclica Spe
salvi, avete preso in considerazione il tema
dell'educare alla speranza. Mentre ringrazio con voi il
Signore del tanto bene che ci ha dato di compiere —
penso in particolare ai parroci e ai sacerdoti che non si
risparmiano nel guidare le comunità loro affidate —
desidero esprimere il mio apprezzamento per la scelta
pastorale di dedicare tempo ad una verifica del cammino
percorso, con lo scopo di mettere a fuoco, alla luce
dell'esperienza vissuta, alcuni ambiti fondamentali della
pastorale ordinaria, al fine di meglio precisarli, e
renderli più condivisi. A fondamento di questo impegno,
al quale attendete già da alcuni mesi in tutte le
parrocchie e nelle altre realtà ecclesiali, ci deve
essere una rinnovata presa di coscienza del nostro essere
Chiesa e della corresponsabilità pastorale che, in nome
di Cristo, tutti siamo chiamati ad esercitare. E proprio
su questo aspetto vorrei ora soffermarmi.
Il Concilio
Vaticano II, volendo trasmettere pura e integra la
dottrina sulla Chiesa maturata nel corso di duemila anni,
ha dato di essa «una più meditata definizione»,
illustrandone anzitutto la natura misterica, cioè di «realtà
imbevuta di divina presenza, e perciò sempre capace di
nuove e più profonde esplorazioni» (Paolo VI, Discorso
di apertura della seconda sessione, 29 settembre
1963). Orbene, la Chiesa, che ha origine nel Dio
trinitario, è un mistero di comunione. In quanto
comunione, la Chiesa non è una realtà soltanto
spirituale, ma vive nella storia, per così dire, in carne
e ossa. Il Concilio
Vaticano II la descrive «come un sacramento, o segno
e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di
tutto il genere umano». (Lumen
gentium, 1). E l'essenza del sacramento è proprio
che si tocca nel visibile l’invisibile, che il visibile
toccabile apre la porta a Dio stesso. La Chiesa, abbiamo
detto, è una comunione, una comunione di persone che, per
l'azione dello Spirito Santo, formano il Popolo di Dio,
che è al tempo stesso il Corpo di Cristo. Riflettiamo un
po' su queste due parole-chiave. Il concetto “Popolo di
Dio” è nato e si è sviluppato nell'Antico Testamento:
per entrare nella realtà della storia umana, Dio ha
eletto un popolo determinato, il popolo di Israele, perché
sia il suo popolo. L'intenzione di questa scelta
particolare è di arrivare, per il tramite di pochi, ai
molti, e dai molti a tutti. L'intenzione, con altre
parole, dell'elezione particolare è l'universalità. Per
il tramite di questo Popolo, Dio entra realmente in modo
concreto nella storia. E questa apertura all'universalità
si è realizzata nella croce e nella risurrezione di
Cristo. Nella croce Cristo, così dice San Paolo, ha
abbattuto il muro di separazione. Dandoci il suo Corpo,
Egli ci riunisce in questo suo Corpo per fare di noi una
cosa sola. Nella comunione del “Corpo di Cristo” tutti
diventiamo un solo popolo, il Popolo di Dio, dove - per
citare di nuovo san Paolo - tutti sono una cosa sola e non
c'è più distinzione, differenza, tra greco e giudeo,
circonciso e incirconciso, barbaro, scita, schiavo, ebreo,
ma Cristo è tutto in tutti. Ha abbattuto il muro della
distinzione di popoli, di razze, di culture: tutti siamo
uniti in Cristo. Così vediamo che i due concetti –
“Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” - si
completano e formano insieme il concetto neotestamentario
di Chiesa. E mentre “Popolo di Dio” esprime la
continuità della storia della Chiesa, “Corpo di
Cristo” esprime l'universalità inaugurata nella croce e
nella risurrezione del Signore. Per noi cristiani, quindi,
“Corpo di Cristo” non è solo un'immagine, ma un vero
concetto, perché Cristo ci fa il dono del suo Corpo
reale, non solo di un'immagine. Risorto, Cristo ci unisce
tutti nel Sacramento per farci un unico corpo. Quindi il
concetto “Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” si
completano: in Cristo diventiamo realmente il Popolo di
Dio. E “Popolo di Dio” significa quindi “tutti”:
dal Papa fino all'ultimo bambino battezzato. La prima
Preghiera eucaristica, il cosiddetto Canone romano scritto
nel IV secolo, distingue tra servi – “noi servi
tuoi” - e “plebs tua sancta”; quindi, se si
vuol distinguere, si parla di servi e plebs sancta,
mentre il termine “Popolo di Dio” esprime tutti
insieme nel loro comune essere la Chiesa.
All'indomani
del Concilio
questa dottrina ecclesiologica ha trovato vasta
accoglienza, e grazie a Dio tanti buoni frutti sono
maturati nella comunità cristiana. Dobbiamo però anche
ricordare che la recezione di questa dottrina nella prassi
e la conseguente assimilazione nel tessuto della coscienza
ecclesiale, non sono avvenute sempre e dovunque senza
difficoltà e secondo una giusta interpretazione. Come ho
avuto modo di chiarire nel discorso
alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una
corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito
del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e
addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la
Chiesa dopo il Concilio,
travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente
esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità
dei laici nella Chiesa. La nozione di «Popolo di Dio»,
in particolare, venne da alcuni interpretata secondo una
visione puramente sociologica, con un taglio quasi
esclusivamente orizzontale, che escludeva il riferimento
verticale a Dio. Posizione, questa, in aperto contrasto
con la parola e con lo spirito del Concilio,
il quale non ha voluto una rottura, un'altra Chiesa, ma un
vero e profondo rinnovamento, nella continuità dell'unico
soggetto Chiesa, che cresce nel tempo e si sviluppa,
rimanendo però sempre identico, unico soggetto del Popolo
di Dio in pellegrinaggio.
In
secondo luogo, va riconosciuto che il risveglio di energie
spirituali e pastorali nel corso di questi anni non ha
prodotto sempre l'incremento e lo sviluppo desiderati. Si
deve in effetti registrare in talune comunità ecclesiali
che, ad un periodo di fervore e di iniziativa, è
succeduto un tempo di affievolimento dell'impegno, una
situazione di stanchezza, talvolta quasi di stallo, anche
di resistenza e di contraddizione tra la dottrina
conciliare e diversi concetti formulati in nome del Concilio,
ma in realtà opposti al suo spirito e alla sua lettera.
Anche per questa ragione, al tema della vocazione e
missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, è stata
dedicata l'assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nel
1987. Questo fatto ci dice che le luminose pagine dedicate
dal Concilio
al laicato non erano ancora state sufficientemente
tradotte e realizzate nella coscienza dei cattolici e
nella prassi pastorale. Da una parte esiste ancora la
tendenza a identificare unilateralmente la Chiesa con la
gerarchia, dimenticando la comune responsabilità, la
comune missione del Popolo di Dio, che siamo in Cristo noi
tutti. Dall'altra, persiste anche la tendenza a concepire
il Popolo di Dio come ho già detto, secondo un'idea
puramente sociologica o politica, dimenticando la novità
e la specificità di quel popolo che diventa popolo solo
nella comunione con Cristo.
Cari
fratelli e sorelle, viene ora da domandarsi: la nostra
Diocesi di Roma a che punto sta? In che misura viene
riconosciuta e favorita la corresponsabilità pastorale di
tutti, particolarmente dei laici? Nei secoli passati,
grazie alla generosa testimonianza di tanti battezzati che
hanno speso la vita per educare alla fede le nuove
generazioni, per curare gli ammalati e soccorrere i
poveri, la comunità cristiana ha annunciato il Vangelo
agli abitanti di Roma. Questa stessa missione è affidata
a noi oggi, in situazioni diverse, in una città dove non
pochi battezzati hanno smarrito la via della Chiesa e
quelli che non sono cristiani non conoscono la bellezza
della nostra fede. Il Sinodo Diocesano, voluto dal mio
amato predecessore Giovanni
Paolo II, è stato un'effettiva receptio della
dottrina conciliare, e il Libro del Sinodo ha
impegnato la Diocesi a diventare sempre più Chiesa viva e
operosa nel cuore della città, attraverso l'azione
coordinata e responsabile di tutte le sue componenti. La Missione
cittadina, che ne seguì in preparazione al Grande
Giubileo del 2000, ha consentito alla nostra comunità
ecclesiale di prendere coscienza del fatto che il mandato
di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i
battezzati. E' stata una salutare esperienza che ha
contribuito a far maturare nelle parrocchie, nelle comunità
religiose, nelle associazioni e nei movimenti la
consapevolezza di appartenere all'unico Popolo di Dio, che
— secondo le parole dell'apostolo Pietro — «Dio si è
acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui»
(1 Pt 2,9). E di ciò questa sera vogliamo rendere
grazie.
Molta
strada tuttavia resta ancora da percorrere. Troppi
battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale
e vivono ai margini di essa, rivolgendosi alle parrocchie
solo in alcune circostanze per ricevere servizi religiosi.
Pochi sono ancora i laici, in proporzione al numero degli
abitanti di ciascuna parrocchia che, pur professandosi
cattolici, sono pronti a rendersi disponibili per lavorare
nei diversi campi apostolici. Certo, non mancano le
difficoltà di ordine culturale e sociale, ma, fedeli al
mandato del Signore, non possiamo rassegnarci alla
conservazione dell'esistente. Fiduciosi nella grazia dello
Spirito, che Cristo risorto ci ha garantito, dobbiamo
riprendere con rinnovata lena il cammino. Quali vie
possiamo percorrere? Occorre in primo luogo rinnovare lo
sforzo per una formazione più attenta e puntuale alla
visione di Chiesa della quale ho parlato, e questo da
parte tanto dei sacerdoti quanto dei religiosi e dei
laici. Capire sempre meglio che cosa è questa Chiesa,
questo Popolo di Dio nel Corpo di Cristo. E' necessario,
al tempo stesso, migliorare l'impostazione pastorale, così
che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei
consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la
corresponsabilità dell'insieme di tutti i membri del
Popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità
riguardante particolarmente i laici, passando dal
considerarli «collaboratori» del clero a riconoscerli
realmente «corresponsabili» dell'essere e dell'agire
della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato
maturo ed impegnato. Questa coscienza comune di tutti i
battezzati di essere Chiesa non diminuisce la
responsabilità dei parroci. Tocca proprio a voi, cari
parroci, promuovere la crescita spirituale e apostolica di
quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie:
essi sono il nucleo della comunità che farà da fermento
per gli altri. Affinché tali comunità, anche se qualche
volta numericamente piccole, non smarriscano la loro
identità e il loro vigore, è necessario che siano
educate all'ascolto orante della Parola di Dio, attraverso
la pratica della lectio divina, ardentemente
auspicata dal recente Sinodo dei Vescovi. Nutriamoci
realmente dell'ascolto, della meditazione della Parola di
Dio. A queste nostre comunità non deve venir meno la
consapevolezza che sono «Chiesa» perché Cristo, Parola
eterna del Padre, le convoca e le fa suo Popolo. La fede,
infatti, è da una parte una relazione profondamente
personale con Dio, ma possiede una essenziale componente
comunitaria e le due dimensioni sono inseparabili.
Potranno così sperimentare la bellezza e la gioia di
essere e di sentirsi Chiesa anche i giovani, che sono
maggiormente esposti al crescente individualismo della
cultura contemporanea, la quale comporta come inevitabili
conseguenze l'indebolimento dei legami interpersonali e
l'affievolimento delle appartenenze. Nella fede in Dio
siamo uniti nel Corpo di Cristo e diventiamo tutti uniti
nello stesso Corpo e così, proprio credendo
profondamente, possiamo esperire anche la comunione tra di
noi e superare la solitudine dell'individualismo.
Se è la
Parola a convocare la Comunità, è l'Eucaristia a farla
essere un corpo: «Poiché c'è un solo pane — scrive
san Paolo —, noi, pur essendo molti, siamo un corpo
solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane» (1
Cor 10,17). La Chiesa dunque non è il risultato di
una somma di individui, ma un'unità fra coloro che sono
nutriti dall'unica Parola di Dio e dall'unico Pane di
vita. La comunione e l'unità della Chiesa, che nascono
dall'Eucaristia, sono una realtà di cui dobbiamo avere
sempre maggiore consapevolezza, anche nel nostro ricevere
la santa comunione, sempre più essere consapevoli che
entriamo in unità con Cristo e così diventiamo noi, tra
di noi, una cosa sola. Dobbiamo sempre nuovamente imparare
a custodire e difendere questa unità da rivalità, da
contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le
comunità ecclesiali. In particolare, vorrei chiedere ai
movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano
II, che anche all'interno della nostra Diocesi sono un
dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il
Signore, vorrei chiedere a questi movimenti, che ripeto
sono un dono, di curare sempre che i loro itinerari
formativi conducano i membri a maturare un vero senso di
appartenenza alla comunità parrocchiale. Centro della
vita della parrocchia, come ho detto, è l'Eucaristia, e
particolarmente la Celebrazione domenicale. Se l'unità
della Chiesa nasce dall'incontro con il Signore, non è
secondario allora che l'adorazione e la celebrazione
dell'Eucaristia siano molto curate, dando modo a chi vi
partecipa di sperimentare la bellezza del mistero di
Cristo. Dato che la bellezza della liturgia «non è mero
estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di
Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce» (Sacramentum
caritatis n. 35), è importante che la
Celebrazione eucaristica manifesti, comunichi, attraverso
i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini
e alle donne di questa città il vero volto della Chiesa.
La
crescita spirituale ed apostolica della comunità porta
poi a promuoverne l'allargamento attraverso una convinta
azione missionaria. Prodigatevi pertanto a ridar vita in
ogni parrocchia, come ai tempi della Missione cittadina,
ai piccoli gruppi o centri di ascolto di fedeli che
annunciano Cristo e la sua Parola, luoghi dove sia
possibile sperimentare la fede, esercitare la carità,
organizzare la speranza. Questo articolarsi delle grandi
parrocchie urbane attraverso il moltiplicarsi di piccole
comunità permette un respiro missionario più largo, che
tiene conto della densità della popolazione, della sua
fisionomia sociale e culturale, spesso notevolmente
diversificata. Sarebbe importante se questo metodo
pastorale trovasse efficace applicazione anche nei luoghi
di lavoro, oggi da evangelizzare con una pastorale di
ambiente ben pensata, poiché per l'elevata mobilità
sociale la popolazione vi trascorre gran parte della
giornata.
Infine,
non va dimenticata la testimonianza della carità, che
unisce i cuori e apre all'appartenenza ecclesiale. Alla
domanda come si spieghi il successo del Cristianesimo dei
primi secoli, l'ascesa da una presunta setta ebrea alla
religione dell'Impero, gli storici rispondono che fu
particolarmente l'esperienza della carità dei cristiani
che ha convinto il mondo. Vivere la carità è la forma
primaria della missionarietà. La Parola annunciata e
vissuta diventa credibile se si incarna in comportamenti
di solidarietà, di condivisione, in gesti che mostrano il
volto di Cristo come di vero Amico dell'uomo. La
silenziosa e quotidiana testimonianza della carità,
promossa dalle parrocchie grazie all'impegno di tanti
fedeli laici, continui ad estendersi sempre di più, perché
chi vive nella sofferenza senta vicina la Chiesa e
sperimenti l'amore del Padre, ricco di misericordia.
Siate, dunque, «buoni samaritani» pronti a curare le
ferite materiali e spirituali dei vostri fratelli. I
diaconi, conformati con l'ordinazione a Cristo servo,
potranno svolgere un utile servizio nel promuovere una
rinnovata attenzione verso le vecchie e le nuove forme di
povertà. Penso inoltre ai giovani: carissimi, vi invito a
porre a servizio di Cristo e del Vangelo il vostro
entusiasmo e la vostra creatività, facendovi apostoli dei
vostri coetanei, disposti a rispondere generosamente al
Signore, se vi chiama a seguirlo più da vicino, nel
sacerdozio o nella vita consacrata.
Cari
fratelli e sorelle, il futuro del cristianesimo e della
Chiesa a Roma dipende anche dall'impegno e dalla
testimonianza di ciascuno di noi. Invoco per questo la
materna intercessione della Vergine Maria, venerata da
secoli nella Basilica di Santa Maria Maggiore come Salus
populi romani. Come fece con gli Apostoli nel Cenacolo
in attesa della Pentecoste, accompagni anche noi e ci
incoraggi a guardare con fiducia al domani. Con questi
sentimenti, mentre vi ringrazio per il vostro diuturno
lavoro, imparto di cuore a tutti una speciale Benedizione
Apostolica.
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