VESPRI
DELLA SOLENNITA' DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO (25/01/2007)
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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 26 gennaio 2007
PORSI
INSIEME ALL’ASCOLTO DELLA PAROLA E DIALOGARE ONESTAMENTE
E LEALMENTE: SONO QUESTI I PRESUPPOSTI PER FAR CRESCERE
LA COMUNIONE FRA
I CRISTIANI. LO
HA DETTO BENEDETTO XVI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI
PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI, NELLA BASILICA DI
SAN PAOLO FUORI LE MURA
E’
Gesù che guarisce dalla incomunicabilità e dalla
divisione ed è l’ascolto della Parola di Dio
l’impegno ecumenico prioritario di ogni cristiano perché
si possa giungere all’unità della fede. E’ quanto ha
sottolineato ieri pomeriggio Benedetto XVI nell’omelia
dei Secondi Vespri della Solennità della Conversione di
San Paolo. La celebrazione, che si è svolta a Roma nella
Basilica di San Paolo Fuori le Mura, ha concluso
la Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani e vuole
ricordare che non c’è vero ecumenismo senza
conversione. Il servizio di Tiziana Campisi:
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Giunge
dal sud dell’Africa, dove imperversano il razzismo, la
povertà, il conflitto, lo sfruttamento e la sofferenza,
l’appello ad ascoltare
la Parola
di Dio, per superare “la divisione e l’incomunicabilità,
conseguenze del peccato” e “contrarie al disegno di
Dio”. A coglierlo è Benedetto XVI che ha preso spunto
dalle riflessioni preparate dalle comunità cristiane
della regione sudafricana di Umlazi,
per
la Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani, per
sottolineare che “l’ascolto obbediente della Parola di
Dio” è essenziale per il cammino ecumenico:
“Non
siamo infatti noi a fare o ad
organizzare l’unità della Chiesa.
La Chiesa
non fa se stessa e non vive di se stessa, ma della parola
che viene dalla bocca di Dio. Ascoltare
insieme la parola di Dio; praticare la lectio
divina della Bibbia, cioè la lettura legata alla
preghiera; lasciarsi sorprendere dalla novità, che mai
invecchia e mai si esaurisce, della parola di Dio;
superare la nostra sordità per quelle parole che non si
accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni;
ascoltare e studiare anche quelli che prima di noi hanno
ascoltato la parola di Dio, per imparare da loro e così
leggere la Bibbia in questa lunga e ricca tradizione
dell’ascolto; tutto ciò costituisce un cammino da
percorrere per raggiungere l’unità nella fede, come
risposta all’ascolto della Parola”.
E
l’ascolto della Parola di Dio porta poi a
“trasmetterla agli altri, ha aggiunto il Papa, a coloro
che non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha
dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni
e degli inganni del mondo”. Quindi il Santo Padre ha
posto un interrogativo:
“Dobbiamo
chiederci: noi cristiani, non siamo diventati forse troppo
muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e
di testimoniare… Il
nostro mondo ha bisogno di questa testimonianza; attende
soprattutto la testimonianza comune dei cristiani”.
Una
testimonianza che ha bisogno di determinati presupposti
per Benedetto XVI; fra i cristiani può esserci unità se
cresce il dialogo:
“L’ascolto
del Dio che parla implica anche l’ascolto reciproco, il
dialogo tra le Chiese e Comunità ecclesiali. Il dialogo
onesto e leale costituisce lo strumento tipico ed
imprescindibile della ricerca dell’unità”.
“Per
un dialogo che affronti, discuta e superi le divergenze
ancora esistenti fra i cristiani … bisogna parlare
correttamente e in modo comprensibile”, ha affermato il
Santo Padre che ha voluto precisare anche cosa deve
caratterizzare questo dialogo fra cristiani:
“Il
dialogo ecumenico comporta l’evangelica correzione
fraterna e conduce a un reciproco arricchimento spirituale
nella condivisione delle autentiche esperienze di fede e
di vita cristiana”.
Nella
sua omelia, Benedetto XVI ha rivolto infine un pensiero
particolare alle Chiese e alle Comunità ecclesiali che
hanno preso parte alla celebrazione, affidando
“all’intercessione di San Paolo, infaticabile
costruttore dell’unità della Chiesa”, i frutti dei
diversi incontri avuti con le Chiese d’Oriente e
d’Occidente:
“In
questi eventi è stato possibile percepire la gioia della
fraternità, insieme alla tristezza per le tensioni che
permangono, conservando sempre la speranza che ci infonde
il Signore”.
E
la preghiera del Papa si è conclusa con un’invocazione
a Maria, perché “faccia sì che quanto prima possa
realizzarsi l’ardente anelito di unità del suo divin
Figlio”.
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OMELIA
DEL SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle!
Durante
la “Settimana di preghiera”, che questa sera si
conclude, si è intensificata, nelle varie Chiese e
Comunità ecclesiali del mondo intero, la comune
invocazione al Signore per l’unità dei cristiani.
Abbiamo meditato insieme sulle parole del vangelo di Marco
proclamate poc’anzi: “Fa udire i sordi e fa parlare
i muti” (Mc 7,37), tema biblico proposto
dalle Comunità cristiane del Sud Africa. Le situazioni di
razzismo, di povertà, di conflitto, di sfruttamento, di
malattia, di sofferenza, nelle quali esse si trovano, per
la stessa impossibilità di farsi comprendere nei propri
bisogni, suscitano in loro un acuta esigenza di ascoltare
la parola di Dio e di parlare con coraggio. Essere
sordomuto, non poter cioè né ascoltare né parlare, non
può infatti essere un segno di mancanza di comunione e un
sintomo di divisione? La divisione e l’incomunicabilità,
conseguenza del peccato, sono contrarie al disegno di Dio.
L’Africa ci ha offerto quest’anno un tema di
riflessione di grande importanza religiosa e politica,
perché “parlare” e “ascoltare” sono
condizioni essenziali per costruire la civiltà
dell’amore.
Le parole
“Fa udire i sordi e fa parlare i muti”
costituiscono una buona notizia, che annuncia la venuta
del Regno di Dio e la guarigione dalla incomunicabilità e
dalla divisione. Questo messaggio si ritrova in tutta la
predicazione e l’opera di Gesù, il quale attraversava
villaggi, città e campagne, e dovunque giungeva
“ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di
potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti
lo toccavano guarivano” (Mc 6,56). La guarigione
del sordomuto, su cui abbiamo meditato in questi giorni,
avviene mentre Gesù, lasciata la regione di Tiro, si
dirige verso il lago di Galilea, attraversando la
cosiddetta “Decapoli”, territorio multi–etnico e
plurireligioso (cfr Mc 7,31). Una situazione
emblematica anche per i nostri giorni. Come altrove, pure
nella Decapoli presentano a Gesù un malato, un uomo sordo
e difettoso nel parlare (moghìlalon) e lo pregano
di imporgli le mani, perché lo considerano un uomo di
Dio. Gesù conduce il sordomuto lontano dalla folla, e
compie dei gesti che significano un contatto salvifico –
pone le dita nelle orecchie, tocca con la propria saliva
la lingua del malato –, e poi, volgendo lo sguardo al
cielo, comanda: “Apriti!”. Pronuncia questo comando in
aramaico (“Effatà”), verosimilmente la lingua
delle persone presenti e dello stesso sordomuto,
espressione che l’evangelista traduce in greco (dianoìchthēti).
Le orecchie del sordo si aprirono, si sciolse il nodo
della sua lingua: “e parlava correttamente” (orthōs).
Gesù raccomanda che non si dica nulla del miracolo. Ma più
lo raccomandava, “più essi ne parlavano” (Mc
7,36). Ed il commento meravigliato di quanti avevano
assistito ricalca la predicazione di Isaia per l’avvento
del Messia: “Fa udire i sordi e fa parlare i muti”
(Mc 7,37).
Il primo
insegnamento che traiamo da questo episodio biblico,
richiamato anche nel rito del battesimo, è che, nella
prospettiva cristiana, l’ascolto è prioritario. Al
riguardo Gesù afferma in modo esplicito: “Beati coloro
che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”
(Lc 11,28). Anzi, a Marta preoccupata per tante
cose, Egli dice che “una sola è la cosa di cui c’è
bisogno” (Lc 10,42). E dal contesto risulta che
questa unica cosa è l’ascolto ubbidiente della Parola.
Perciò l’ascolto della parola di Dio è prioritario per
il nostro impegno ecumenico. Non siamo infatti noi a fare
o ad organizzare l’unità della Chiesa. La Chiesa non fa
se stessa e non vive di se stessa, ma della parola
creatrice che viene dalla bocca di Dio. Ascoltare insieme
la parola di Dio; praticare la lectio divina della
Bibbia, cioè la lettura legata alla preghiera; lasciarsi
sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si
esaurisce, della parola di Dio; superare la nostra sordità
per quelle parole che non si accordano con i nostri
pregiudizi e le nostre opinioni; ascoltare e studiare,
nella comunione dei credenti di tutti i tempi; tutto ciò
costituisce un cammino da percorrere per raggiungere
l’unità nella fede, come risposta all’ascolto della
Parola.
Chi si
pone all’ascolto della parola di Dio può e deve poi
parlare e trasmetterla agli altri, a coloro che non
l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e
sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli
inganni del mondo (cfr Mt 13,22). Dobbiamo
chiederci: noi cristiani, non siamo diventati forse troppo
muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di
testimoniare come hanno fatto coloro che erano i testimoni
della guarigione del sordomuto nella Decapoli? Il nostro
mondo ha bisogno di questa testimonianza; attende
soprattutto la testimonianza comune dei cristiani. Perciò
l’ascolto del Dio che parla implica anche l’ascolto
reciproco, il dialogo tra le Chiese e le Comunità
ecclesiali. Il dialogo onesto e leale costituisce lo
strumento imprescindibile della ricerca dell’unità. Il
Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II ha
sottolineato che se i cristiani non si conoscono
reciprocamente non sono neppure immaginabili dei progressi
sulla via della comunione. Nel dialogo infatti ci si
ascolta e si comunica; ci si confronta e, con la grazia di
Dio, si può convergere sulla sua Parola accogliendone le
esigenze, che sono valide per tutti.
Nell’ascolto
e nel dialogo i Padri conciliari non hanno intravisto
un’utilità indirizzata esclusivamente al progresso
ecumenico, ma hanno aggiunto una prospettiva riferita alla
stessa Chiesa cattolica: “Da questo dialogo – afferma
il testo del Concilio - apparirà anche più chiaramente
quale sia la vera situazione della Chiesa cattolica”.
E’ indispensabile certo “esporre con chiarezza tutta
la dottrina” per un dialogo che affronti, discuta e
superi le divergenze esistenti tra i cristiani, ma al
tempo stesso “il modo ed il metodo di enunciare la fede
cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al
dialogo con i fratelli” (ibid., 11). Bisogna
parlare correttamente (orthōs) e in modo
comprensibile. Il dialogo ecumenico comporta
l’evangelica correzione fraterna e conduce a un
reciproco arricchimento spirituale nella condivisione
delle autentiche esperienze di fede e di vita cristiana.
Perché ciò avvenga occorre implorare senza stancarsi
l’assistenza della grazia di Dio e l’illuminazione
dello Spirito Santo. E’ quanto i cristiani del mondo
intero hanno fatto durante questa speciale
“Settimana”, o faranno nella Novena che precede la
Pentecoste, come pure in ogni circostanza opportuna,
elevando la loro fiduciosa preghiera affinché tutti i
discepoli di Cristo siano una cosa sola, e affinché,
nell’ascolto della Parola, possano dare una
testimonianza concorde agli uomini e alle donne del nostro
tempo.
In questo
clima di intensa comunione desidero rivolgere il mio
cordiale saluto a tutti i presenti: al Signor Cardinale
Arciprete di questa Basilica, al Signor Cardinale
Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione
dell’Unità dei Cristiani e agli altri Cardinali, ai
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel sacerdozio, ai
Monaci benedettini, ai religiosi e alle religiose, ai
laici che rappresentano l’intera comunità diocesana di
Roma. In modo speciale vorrei salutare i fratelli delle
altre Chiese e Comunità ecclesiali che prendono parte
alla celebrazione, rinnovando la significativa tradizione
di concludere insieme la “Settimana di Preghiera”, nel
giorno in cui commemoriamo la folgorante conversione di
san Paolo sulla via di Damasco. Sono lieto di sottolineare
che il sepolcro dell’Apostolo delle genti, presso il
quale ci troviamo, è stato recentemente oggetto di
indagini e di studi, in seguito ai quali si è voluto
renderlo visibile ai pellegrini, con un opportuno
intervento sotto l’altare maggiore. Per questa
importante iniziativa esprimo le mie congratulazioni.
All’intercessione di san Paolo, infaticabile costruttore
dell’unità della Chiesa, affido i frutti dell’ascolto
e della testimonianza comune che abbiamo potuto
sperimentare nei molti incontri fraterni e dialoghi
avvenuti nel corso del 2006, tanto con le Chiese
d’Oriente quanto con le Chiese e Comunità ecclesiali in
Occidente. In questi eventi è stato possibile percepire
la gioia della fraternità, insieme alla tristezza per le
tensioni che permangono, conservando sempre la speranza
che ci infonde il Signore. Ringraziamo quanti hanno
contribuito ad intensificare il dialogo ecumenico con la
preghiera, con l’offerta della loro sofferenza e con la
loro infaticabile azione. E’ soprattutto al nostro
Signore Gesù Cristo che rendiamo fervide grazie per
tutto. La Vergine Maria faccia sì che quanto prima possa
realizzarsi l’ardente anelito di unità del suo divin
Figlio: “Che tutti siano una cosa sola… affinché il
mondo creda” (Gv 17,21).
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