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UDIENZA
AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 8 gennaio 2007
LO
SGUARDO DI BENEDETTO XVI SUL PIANETA E GLI APPELLI PER IL
SUPERAMENTO DELLE VARIE CRISI POLITICHE, SOCIALI E
UMANITARIE: NEL TRADIZIONALE DISCORSO DI INIZIO ANNO AGLI
AMBASCIATORI DEL CORPO DIPLOMATICO PRESSO LA SANTA SEDE,
IL PAPA CHIEDE DI CONSOLIDARE CIO’ CHE DI POSITIVO
C’E’ NEL MONDO PER SUPERARE “CON SAGGEZZA E TENACIA
CIO’ CHE DEGRADA E UCCIDE L’UOMO”
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Lo
“scandalo” della fame e della miseria nel 21.mo
secolo, la pace tuttora “violata e derisa”, gli
attentati alla vita umana. E ancora: le crisi
politico-umanitarie in Africa, i segnali di rinascita
sociale in America Latina, l’espansione economica del
gigante asiatico, il rischio del nucleare iraniano e
coreano, gli appelli alla stabilità per il Medio Oriente,
la difesa delle radici cristiane nell’Europa comunitaria.
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Sono alcuni dei grandi temi dell’attualità
internazionale che hanno cadenzato il discorso rivolto
questa mattina da Benedetto XVI al Corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede - guidato dal decano,
l’ambasciatore della Repubblica di San Marino, Giovanni
Galassi - nella tradizionale udienza per lo scambio di
auguri all’inizio del nuovo anno. La cronaca nel
servizio di Alessandro De Carolis:
**********
Dieci
nazioni africane citate esplicitamente per le loro vicende
e più spesso per le loro traversie interne. Sette per
l’Asia, tre per l’America Latina, quattro per il Medio
Oriente. Uno sguardo soddisfatto all’Europa a 27 Stati,
che non dimentica però di sperare in un analogo esito per
i Paesi dei Balcani. Per una volta, i numeri estrapolati
dal lungo ma soprattutto capillare intervento di Benedetto
XVI al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede
danno la misura dell’attenzione del Papa alla situazione
internazionale e dello sforzo di valutarla nel suo
complesso e nel suo dettaglio. L’augurio iniziale di
pace e serenità del Pontefice ai diplomatici viene subito
mutato in solidarietà per quelli che non conoscono pace né
serenità per via dell’insoluto dramma di sempre, la
miseria, che ancora all’inizio del terzo millennio fa
mancare a “milioni di persone, specialmente donne e
bambini” – ha osservato Benedetto XVI - acqua, cibo,
un tetto:
“LE
SCANDALE DE LA FAIM, QUI TEND A S’AGGRAVER…
Lo
scandalo della fame, che tende ad aggravarsi, è
inaccettabile in un mondo che dispone dei beni, delle
conoscenze e dei mezzi per porvi fine (…) Invito di
nuovo i responsabili della nazioni più ricche a prendere
i provvedimenti necessari affinché i Paesi poveri, spesso
pieni di ricchezze naturali, possano beneficiare dei
frutti dei beni che appartengono loro in modo proprio”.
Sul
punto, il Papa ha invitato i Paesi che sostengono lo
sviluppo a non recedere dall’impegno di destinare lo 0,7
del proprio PIL all’aiuto internazionale, così da
sostenere meglio le organizzazioni che si occupano delle
crisi umanitarie.
Quasi
incalzando, la voce del Papa – che in un passaggio ha
fatto i “migliori auguri” di buon lavoro al nuovo
segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon - si è levata
per denunciare il moltiplicarsi di una “crisi
progressiva” nei negoziati sul disarmo, per contrasto
enfatizzata dall’aumento delle spese militari, ma anche
per condannare “fermamente” ancora una volta il
terrorismo e quindi i “continui attentati portati alla
vita”. Accade anche in continenti come l’Africa, dove
la vita è rispettata, ma dove – ha portato ad esempio
il Pontefice - si tenta “di banalizzare surretiziamente
l’aborto attraverso il Protocollo di Maputo”. E una
minaccia alla vita, ha proseguito il Papa, va considerata
la “relativizzazione” della famiglia fondata sul
matrimonio, come pure l’“aggressione” talvolta
commessa “sotto l’apparenza della ricerca
scientifica”, rilevabile nei “tentativi di legittimare
la clonazione umana”. Sono derive, ha osservato
Benedetto XVI, alimentate da una ricerca scientifica
tentata dal non riconoscere altre leggi all’infuori
“di quelle che vuole darsi”.
Quando
Benedetto XVI ha iniziato a scandagliare l’orizzonte
politico delle singole aree del pianeta, la sua prima
riflessione è stata venata di preoccupazione. In primo
luogo, ha detto, constatiamo che la “pace è spesso
fragile e derisa”. E l’Africa, punto di partenza della
sua analisi sui continenti, è l’emblema quasi di questo
assunto, a cominciare dal “dramma del Darfour, che ha
suscitato una netta presa di posizione del Pontefice:
“LA
COMMUNAUTE INTERNATIONALE SEMBLE IMPUISSANTE…
La
comunità internazionale sembra impotente da ormai quattro
anni, malgrado le iniziative destinate ad alleviare le
popolazioni provate e a dare una soluzione politica. E’
solamente attraverso una collaborazione attiva tra le
Nazioni Unite, l’Unione Africana, i governi
interessati e altri protagonisti che questi mezzi
potranno divenire efficaci. Invito tutti ad agire con
determinazione: non possiamo accettare che tanti innocenti
continuino a soffrire e a morire”.
Anche
la recente instabilità del Corno d’Africa ha indotto
Benedetto XVI a un appello alle parti in causa, proponendo
come simbolo di concordia il ricordo di suor Leonella
Sgorbati, la religiosa uccisa il 17 settembre 2006 a
Mogadiscio in Somalia. Il Papa ha speso parole per il
“progresso dei negoziati” in Uganda – terra bagnata
dal sangue di troppi bambini-soldato – affermando quindi
di guardare “con interesse e speranza” alla
transizione politica in Burundi e nella repubblica
Democratica del Congo. Sempre in Africa, Benedetto XVI ha
auspicato un presente migliore per Rwanda, Costa
d’Avorio e la parte australe del continente, dove
milioni di persone sono “ridotte ad una situazione di
grande vulnerabilità”.
“Non
dimentichiamo l’Africa”, ha chiosato il Papa, che è
poi andato con la mente a uno dei grandi appuntamenti
pastorali che lo riguarderanno tra qualche mese:
“LE
VOYAGE APOSTOLIQUE QUE J’ACCOMPLIRAI…
Il
viaggio apostolico che effettuerò nel prossimo mese di
maggio in Brasile mi dà l’occasione di volgere il mio
sguardo verso questo grande paese, che mi attende con
gioia, e verso tutta l’America Latina e i Caraibi. Il
miglioramento di alcuni indici economici, l’impegno
nella lotta contro il traffico di droga e contro la
corruzione, i diversi processi di integrazione, gli sforzi
per migliorare l’accesso all’educazione, per
combattere la disoccupazione e per ridurre le
disuguaglianze nella distribuzione dei redditi,
costituiscono degli indizi da rilevare con
soddisfazione”.
Accanto
a segnali positivi, convivono in America Latina annose e
talvolta gravi situazioni sociali e politiche come in
Colombia - per la quale il Pontefice ha sollecitato sforzi
di pacificazione - o per Haiti, vittima di povertà e
violenza, o ancora per Cuba, alla quale il Papa ha
indirizzato l’auspicio che fu di Giovanni Paolo II:
“Che Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba”.
Subito
dopo, Benedetto XVI si è soffermato sui grandi numeri
demografici ed economici dell’Asia che vanta, ha detto,
Paesi “in piena espansione” come la Cina e l’India.
Dopo aver salutato le “piccole ma vivaci” comunità
cattoliche del continente, in favore delle quali ha
invocato la possibilità di “vivere e agire in un clima
di libertà religiosa”, il Papa ha stigmatizzato una
“certa fragilità dei processi di democratizazione” in
Timor Est, ma anche la recrudescenza delle violenze in
Afghanistan e i “pericolosi focolai di tensione” nella
penisola coreana:
“L’OBJECTIF
DE LA RECONCILIATION DU PEUPLE COREEN…
L’obiettivo
della riconciliazione del popolo coreano e della
de-nuclearizzazione della Penisola, che avranno degli
effetti benefici in tutta la regione, devono essere
perseguiti nel quadro dei negoziati. Occorre evitare gesti
che possano compromettere le trattative, senza tuttavia
condizionare ai risultati gli aiuti umanitari destinati
agli strati più vulnerabili della popolazione”.
Un
difficile negoziato sul nucleare riguarda anche l’Iran.
Il Papa ne ha parlato come di un possibile fattore di
stabilizzazione per la sempre tesa area del Medio Oriente,
qualora Teheran “accettasse una risposta soddisfacente
alle preoccupazioni legittime della comunità
internazionale”. E le “grandi inquietudini”
suscitate dalla situazione in Terra Santa hanno stimolato
nuove e accorate parole da parte di Benedetto XVI:
“JE
RENOUVELLE MON APPEL PRESSANT A TOUTES LES PARTIES EN
CAUSE…
Rinnovo
il mio pressante appello a tutte le parti in causa nel
complesso scacchiere politico della regione, con la
speranza che si consolidino i segni positivi tra
Israeliani e Palestinesi registrati nel corso delle ultime
settimane (…) Per porre termine alla crisi e alle
sofferenze che essa causa nelle popolazioni, bisogna
procedere attraverso un approccio globale, che non escluda
nessuno dalla ricerca di una soluzione negoziata e che
tenga conto delle aspirazioni e degli interessi legittimi
dei diversi popoli coinvolti; in modo particolare, i
Libanesi hanno diritto a vedere rispettata l’integrità
e la sovranità del loro paese; gli Israeliani
hanno il diritto di vivere in pace nel loro Stato,
i Palestinesi hanno il diritto ad una patria libera e
sovrana”.
L’Europa,
infine. Il Papa si è rallegrato per il recentissimo
ingresso nelle strutture comunitarie di Bulgaria e Romania :
Paesi, ha detto, di lunga tradizione cristiana. Una
caratteristica, quest’ultima, che ha portato il
Pontefice a ribadire un concetto mai troppo ripetuto:
“ALORS
QUE L’ON S’APPRETE A CELEBRER…
Nel
momento in cui ci si appresta a celebrare il cinquantesimo
anniversario dei Trattati di Roma, una riflessione si
impone sul Trattato costituzionale. Mi auguro che i valori
fondamentali che sono alla base della dignità umana siano
pienamente protetti, in particolare la libertà religiosa
in tutte le sue dimensioni e i diritti istituzionali delle
Chiese. Allo stesso modo, non si può prescindere
dall’innegabile patrimonio cristiano di questo
continente, che ha largamente contribuito a modellare
l’Europa delle nazioni e l’Europa dei popoli”.
Anche
per i Balcani, Benedetto XVI ha auspicato non solo un
pieno radicamento della stabilità regionale – presto,
ha ricordato tra l’altro, sarà “definitivo”
lo statuto per il Kosovo - ma anche una futura
integrazione con le strutture comunitarie europee. Quindi,
un ultimo appello del Pontefice per quanti, nel Vecchio
Continente, sono tentati dal terrorismo”
- “una strada senza uscita”, secondo il Papa - e un
auspicio per quelli che ha definito “conflitti
congelati”, affinché – è la speranza di Benedetto
XVI – “possano trovare rapidamente una soluzione
definitiva”, così come quelle “tensioni ricorrenti,
legate ai nostri giorni soprattutto alle risorse
energetiche”.
“Le
situazioni che ho voluto evocare – ha osservato alla
fine il Papa - costituiscono una sfida che ci riguarda
tutti; si tratta di una sfida che consiste nel promuovere
e consolidare tutto ciò che c’è di positivo nel mondo
e a superare, con buona volontà, saggezza e tenacia,
tutto ciò che ferisce, degrada e uccide l’uomo. Solo
rispettando la persona umana - ha concluso - è possibile
promuovere la pace, e solo costruendo la pace si pongono
le basi per un autentico umanesimo integrale”.
**********
UDIENZA
AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
Signor
Decano,
Eccellenze,
Signore e Signori,
È con
piacere che vi accolgo oggi, per questa tradizionale
cerimonia di scambio degli auguri. Benché essa si rinnovi
ogni anno, non si tratta tuttavia di una semplice formalità,
ma di un’occasione per affermare la nostra speranza e
per impegnarci sempre di più al servizio della pace e
dello sviluppo delle persone e dei popoli.
In primo
luogo, desidero ringraziare il vostro Decano, il Signor
Ambasciatore Giovanni Galassi, per le gentili parole con
le quali ha espresso i vostri auguri. Rivolgo un saluto
particolare agli Ambasciatori che partecipano per la prima
volta a questo incontro. Offro a tutti i miei auguri più
cordiali e vi assicuro la mia preghiera, affinché il 2007
porti a voi, alle vostre famiglie, ai vostri
collaboratori, a tutti i popoli ed ai loro dirigenti la
felicità e la pace.
All’inizio
dell’anno, siamo invitati a dare uno sguardo alla
situazione internazionale per esaminare le sfide che siamo
chiamati ad affrontare insieme. Tra le questioni
essenziali, come non pensare ai milioni di persone,
specialmente alle donne e ai bambini, che mancano di
acqua, di cibo, di un tetto? Lo scandalo della fame, che
tende ad aggravarsi, è inaccettabile in un mondo che
dispone dei beni, delle conoscenze e dei mezzi per porvi
fine. Esso ci spinge a cambiare i nostri modi di vita, ci
richiama l’urgenza di eliminare le cause strutturali
delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere
i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire
il rispetto dell’ambiente e uno sviluppo umano integrale
per oggi e soprattutto per domani. Invito di nuovo i
Responsabili della Nazioni più ricche a prendere i
provvedimenti necessari affinché i paesi poveri, spesso
pieni di ricchezze naturali, possano beneficiare dei
frutti dei beni che appartengono loro in modo proprio. Da
questo punto di vista, il ritardo nella messa in opera
degli impegni presi dalla comunità internazionale nel
corso di tutti gli ultimi anni è fonte di preoccupazione.
E’ necessario augurarsi la ripresa dei negoziati
commerciali del «Doha Development Round»
dell’Organizzazione Mondiale del commercio, come il
proseguimento e l’accelerazione del processo di
cancellazione e di riduzione del debito dei paesi più
poveri, senza che questo sia condizionato a misure di
aggiustamento strutturale, nefaste per le popolazioni più
vulnerabili.
Nell’ambito
del disarmo, ugualmente, si moltiplicano sintomi di una
crisi progressiva, legata alle difficoltà di negoziati
sulle armi convenzionali così come sulle armi di
distruzione di massa e, d’altra parte, all’aumento
delle spese militari su scala mondiale. Le questioni di
sicurezza, aggravate dal terrorismo, che bisogna
condannare fermamente, devono essere trattate in un
approccio globale e lungimirante.
Per
quanto concerne le crisi umanitarie, occorre notare che le
Organizzazioni che le affrontano hanno bisogno di un più
forte sostegno, affinché siano in grado di fornire alle
vittime protezione e assistenza. Un'altra questione che
acquista sempre più rilievo è quella del movimento di
persone: milioni di uomini e di donne sono costretti a
lasciare le loro case e la loro patria a causa delle
violenze oppure per ricercare condizioni di vita più
dignitose. E’ illusorio pensare che i fenomeni migratori
potranno essere bloccati o controllati semplicemente
attraverso la forza. Le migrazioni e i problemi che esse
creano devono essere affrontati con umanità, giustizia e
compassione.
Come non
preoccuparsi dei continui attentati portati alla vita, dal
concepimento fino alla morte naturale? Non risparmiano
tali attentati anche quelle regioni dove la cultura del
rispetto della vita è tradizionale, come in Africa, dove
si tenta di banalizzare surrettiziamente l’aborto
attraverso il Protocollo di Maputo, così come attraverso
il Piano d’Azione adottato dai Ministri della Sanità
dell’Unione Africana, e che sarà tra poco sottoposto al
Summit dei capi di Stato e di Governo. Allo stesso modo si
sviluppano minacce contro la struttura naturale della
famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna,
e tentativi di relativizzarla conferendole lo stesso
statuto di forme di unione radicalmente diverse. Tutto ciò
costituisce una offesa alla famiglia e contribuisce a
destabilizzarla, violandone la specificità ed il ruolo
sociale unico. Altre forme di aggressione alla vita sono
talvolta commesse sotto l’apparenza della ricerca
scientifica. Si fa largo la convinzione che la ricerca non
abbia altre leggi all’infuori di quelle che vuole darsi
e che non abbia alcun limite alle proprie possibilità.
E’ il caso, per esempio, dei tentativi di legittimare la
clonazione umana per ipotetici fini terapeutici.
Questo
quadro preoccupante non impedisce però di percepire gli
elementi positivi che caratterizzano la nostra epoca.
Vorrei citare in primo luogo la presa di coscienza
crescente dell’importanza del dialogo tra le culture e
tra le religioni. Si tratta di una necessità vitale, in
particolare a motivo delle sfide comuni riguardanti la
famiglia e la società. Rilevo del resto le numerose
iniziative in questo senso, che mirano a costruire le basi
comuni per vivere nella concordia.
Si deve
anche notare lo sviluppo della presa di coscienza della
comunità internazionale nei confronti delle enormi sfide
del nostro tempo, così come gli sforzi perché si traduca
in atti concreti. In seno all’Organizzazione delle
Nazioni Unite, è stato creato l’anno scorso il
Consiglio dei Diritti dell’Uomo: occorre sperare che
esso impernierà la sua attività verso la difesa e la
promozione dei diritti fondamentali della persona, in
particolare il diritto alla vita e alla libertà
religiosa. Parlando delle Nazioni Unite, sento il dovere
di salutare con gratitudine S.E. il Signor Kofi Annan per
l’opera compiuta nel corso del suo mandato. Formulo i
migliori auguri per il suo successore S.E. il Signor Ban
Ki-moon, nel momento in cui assume le sue funzioni.
Nel
quadro dello sviluppo, sono state lanciate diverse
iniziative, alle quali la Santa Sede non ha mancato di
portare il suo sostegno, richiamando in pari tempo che
questi progetti non devono sopprimere l’impegno dei
paesi sviluppati a destinare lo 0,7% del loro prodotto
interno lordo all’aiuto internazionale. Un altro
elemento importante nello sforzo comune per
l’eliminazione della miseria richiede non solamente
un’assistenza, della quale non si può non desiderare
l’espansione, ma anche la presa di coscienza
dell’importanza della lotta alla corruzione e la
promozione del buon governo. Occorre anche incoraggiare e
proseguire gli sforzi al fine di assicurare
l’applicazione del diritto umanitario alle persone ed ai
popoli per una protezione più efficace delle popolazioni
civili.
Considerando
la situazione politica nei diversi continenti, troviamo
ancora motivi di preoccupazione e di speranza. Constatiamo
in primo luogo che la pace è spesso fragile e anche
derisa. Non possiamo dimenticare il Continente Africano.
il dramma del Darfour prosegue e si estende alle regioni
di confine del Tchad e della Repubblica Centroafricana. La
comunità internazionale sembra impotente da ormai quattro
anni, malgrado le iniziative destinate ad alleviare le
popolazioni provate e a dare una soluzione politica. E’
solamente attraverso una collaborazione attiva tra le
Nazioni Unite, l’Unione Africana, i Governi interessati
e altri protagonisti che questi mezzi potranno divenire
efficaci. Invito tutti ad agire con determinazione: non
possiamo accettare che tanti innocenti continuino a
soffrire e a morire.
La
situazione nel Corno d’Africa si è recentemente
aggravata con la ripresa delle ostilità e
l’internazionalizzazione del conflitto. Nel rivolgere un
appello a tutte le parti in causa ad abbandonare le armi e
a scegliere il negoziato, mi sia permesso di ricordare la
memoria di suor Leonella Sgorbati che ha donato la sua
vita al servizio dei più svantaggiati, invocando il
perdono per i suoi uccisori. Che il suo esempio e la sua
testimonianza possano ispirare tutti coloro che cercano
realmente il bene della Somalia!
In
Uganda, occorre auspicare il progresso dei negoziati tra
le parti, in vista della fine di un conflitto crudele che
vede persino l’arruolamento di numerosi bambini
costretti a farsi soldati. Ciò permetterà ai numerosi
profughi di ritornare nelle loro case e di ritrovare una
vita degna. Il contributo dei capi religiosi e la recente
designazione di un Rappresentante del Segretario Generale
delle Nazioni Unite sono di buon auspicio. Lo ripeto: non
dimentichiamo l’Africa e le sue numerose situazioni di
guerra e di tensione. Occorre ricordare che solo i
negoziati tra i diversi protagonisti possono aprire la
strada ad una giusta composizione dei conflitti e fare
intravedere dei progressi verso il consolidamento della
pace.
La
regione dei Grandi Laghi è stata insanguinata da anni da
guerre senza pietà. E’ con interesse e speranza che
occorre accogliere i recenti sviluppi positivi, in
particolare la conclusione della fase di transizione
politica nel Burundi e più recentemente nella Repubblica
Democratica del Congo. E’ tuttavia urgente che i Paesi
si impegnino per il ritorno al funzionamento delle
istituzioni dello stato di diritto, per porre un freno a
tutti gli arbitrii e per permettere lo sviluppo sociale.
Mi auguro che in Rwanda il lungo processo di
riconciliazione nazionale dopo il genocidio trovi il suo
sbocco nella giustizia, ma anche nella verità e nel
perdono. La Conferenza Internazionale sulla Regione dei
Grandi Laghi, con la partecipazione di una delegazione
della Santa Sede e dei rappresentanti di numerose
conferenze episcopali nazionali e regionali dell’Africa
centrale e orientale, lascia intravedere nuove speranze.
Infine, vorrei menzionare la Costa d’Avorio, esortando
le parti in causa a creare un clima di fiducia reciproca
che possa condurre al disarmo e alla pacificazione, come
pure l’Africa Australe: in questi paesi milioni di
persone sono ridotte ad una situazione di grande
vulnerabilità, che esige l’attenzione e l’appoggio
della comunità internazionale.
Segnali
positivi per l’Africa vengono anche dalla volontà
espressa dalla comunità internazionale di mantenere
questo continente al centro della sua attenzione, e anche
dal rafforzamento delle istituzioni continentali e
regionali, che testimoniano l’intenzione dei paesi
coinvolti di diventare sempre più responsabili del loro
proprio destino. Occorre anche lodare l’atteggiamento
degno delle persone che, ogni giorno, s’impegnano con
determinazione a promuovere progetti che contribuiscano
allo sviluppo e all’organizzazione della vita economica
e sociale.
Il
viaggio apostolico che effettuerò nel prossimo mese di
maggio in Brasile mi dà l’occasione di volgere il mio
sguardo verso questo grande paese, che mi attende con
gioia, e verso tutta l’America Latina e i Caraibi. Il
miglioramento di alcuni indici economici, l’impegno
nella lotta contro il traffico di droga e contro la
corruzione, i diversi processi di integrazione, gli sforzi
per migliorare l’accesso all’educazione, per
combattere la disoccupazione e per ridurre le
disuguaglianze nella distribuzione dei redditi,
costituiscono degli indizi da rilevare con soddisfazione.
Se queste evoluzioni dovessero consolidarsi, potrebbero
contribuire in maniera determinante a vincere la povertà
che affligge vasti settori della popolazione e ad
accrescere la stabilità istituzionale. Parlando delle
elezioni che si sono svolte l’anno scorso in molti
paesi, occorre sottolineare che la democrazia è chiamata
a considerare le aspirazioni dell’insieme dei cittadini,
a promuovere lo sviluppo nel rispetto di tutte le
componenti della società, secondo i principi della
solidarietà, della sussidiarietà e della giustizia.
Bisogna però mettere in guardia contro il rischio che
l’esercizio della democrazia si trasformi nella
dittatura del relativismo, proponendo modelli
antropologici incompatibili con la natura e la dignità
dell’uomo.
La mia
attenzione si volge in modo particolare verso alcuni
paesi, segnatamente la Colombia, dove il lungo conflitto
interno ha provocato una crisi umanitaria, soprattutto per
ciò che concerne i profughi. Si devono fare tutti gli
sforzi per pacificare il paese, per restituire alle
famiglie i loro parenti che sono stati rapiti, per ridare
sicurezza e una vita normale a milioni di persone. Tali
segni daranno fiducia a tutti, ivi compresi coloro che
sono stati coinvolti nella lotta armata. Il nostro sguardo
si rivolge anche verso Cuba. Auspicando che ciascuno dei
suoi abitanti possa realizzare le sue aspirazioni
legittime nell’impegno per il bene comune, permettetemi
di ripetere l’appello del mio venerato Predecessore:
"Che Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba".
L’apertura reciproca con gli altri paesi non potrà che
essere a beneficio di tutti. Non lontano da lì, il popolo
haitiano vive sempre in una grande povertà e nella
violenza. Formulo voti affinché l’interesse della
comunità internazionale, manifestato tra l’altro dalle
conferenze dei donatori che si sono tenute nel 2006,
conduca al consolidamento delle istituzioni e permetta al
popolo di diventare artefice del proprio sviluppo, in un
clima di riconciliazione e di concordia.
L’Asia
presenta prima di tutto paesi che sono caratterizzati da
una popolazione molto numerosa e da un grande sviluppo
economico. Penso alla Cina e all’India, paesi in piena
espansione, auspicando che la loro crescente presenza
sulla scena internazionale determini dei benefici per le
stesse popolazioni e per le altre nazioni. Così pure
formulo voti augurali al Viet-Nâm, rammentando la sua
recente adesione all’Organizzazione Mondiale del
Commercio. Il mio pensiero si volge ora alle comunità
cristiane. Nella maggior parte dei paesi dell’Asia si
tratta spesso di comunità piccole ma vivaci, che
desiderano legittimamente poter vivere e agire in un clima
di libertà religiosa. E’ al tempo stesso un diritto
naturale e una condizione che permetterà loro di
contribuire al progresso materiale e spirituale della
società, e di essere elemento di coesione e di concordia.
A Timor
Est, la Chiesa cattolica intende continuare ad offrire il
suo contributo in particolare nei settori
dell’educazione, della sanità e della riconciliazione
nazionale. La crisi politica attraversata da questo
giovane Stato, come del resto, anche da altri paesi della
regione, mette in evidenza una certa fragilità dei
processi di democratizzazione. Pericolosi focolai di
tensione covano nella penisola della Corea. L’obiettivo
della riconciliazione del popolo coreano e della
de-nuclearizzazione della Penisola, che avranno degli
effetti benefici in tutta la regione, devono essere
perseguiti nel quadro dei negoziati. Occorre evitare gesti
che possano compromettere le trattative, senza tuttavia
condizionare ai risultati gli aiuti umanitari destinati
agli strati più vulnerabili della popolazione.
Vorrei
attirare la vostra attenzione su altri due paesi asiatici
che sono motivo di preoccupazione. In Afghanistan, nel
corso degli ultimi mesi, occorre ahimè deplorare un
aumento notevole della violenza e degli attacchi
terroristici, che rendono difficile il cammino verso
l’uscita dalla crisi e che pesano gravemente sulla
popolazione locale. In Sri Lanka il fallimento dei
negoziati di Ginevra tra il Governo e il Movimento Tamil
ha prodotto una intensificazione del conflitto, che
provoca immense sofferenze tra la popolazione civile. Solo
la via del dialogo potrà assicurare un futuro migliore e
più sicuro per tutti.
Anche il
Medio Oriente è fonte di grandi inquietudini. Per questo
ho voluto indirizzare una lettera ai cattolici della
regione in occasione del Natale, per esprimere la mia
solidarietà e la mia vicinanza spirituale con tutti, e
per incoraggiarli a proseguire la loro presenza nella
regione, sicuro che la loro testimonianza sarà un aiuto e
un sostegno in vista di un futuro di pace e di fraternità.
Rinnovo il mio pressante appello a tutte le parti in causa
nel complesso scacchiere politico della regione, con la
speranza che si consolidino i segni positivi tra
Israeliani e Palestinesi registrati nel corso delle ultime
settimane. La Santa Sede non smetterà di ripetere che le
soluzioni militari non conducono a nulla, come si è
potuto vedere in Libano l’estate scorsa. Il futuro di
questo paese passa necessariamente attraverso l’unità
di tutte le sue componenti e attraverso le relazioni
fraterne tra i diversi gruppi religiosi e sociali. Ciò
costituisce un messaggio di speranza per tutti. Non è
possibile accontentarsi di soluzioni parziali o
unilaterali. Per porre termine alla crisi e alle
sofferenze che essa causa nelle popolazioni, bisogna
procedere attraverso un approccio globale, che non escluda
nessuno dalla ricerca di una soluzione negoziata e che
tenga conto delle aspirazioni e degli interessi legittimi
dei diversi popoli coinvolti; in modo particolare, i
Libanesi hanno diritto a vedere rispettata l’integrità
e la sovranità del loro paese; gli Israeliani hanno il
diritto di vivere in pace nel loro Stato, i Palestinesi
hanno il diritto ad una patria libera e sovrana. Se
ciascuno dei popoli della regione vede le sue aspettative
prese in considerazione e si sente meno minacciato, la
fiducia reciproca si rafforzerà. Questa stessa fiducia si
svilupperà se un paese come l’Iran, specialmente per
quanto concerne il suo programma nucleare, accettasse una
risposta soddisfacente alle preoccupazioni legittime della
comunità internazionale. Dei passi compiuti in questo
senso avranno senza alcun dubbio un effetto positivo per
la stabilizzazione di tutta la regione, e dell’Iraq in
particolare, mettendo fine alla spaventosa violenza che
insanguina questo paese, e offrendo la possibilità di
rilanciare la sua ricostruzione e la riconciliazione tra
tutti i suoi abitanti.
Più
vicino a noi, in Europa, nuovi paesi, la Bulgaria e la
Romania, paesi di lunga tradizione cristiana, hanno fatto
il loro ingresso nell’Unione europea. Nel momento in cui
ci si appresta a celebrare il cinquantesimo anniversario
dei Trattati di Roma, una riflessione si impone sul
Trattato costituzionale. Mi auguro che i valori
fondamentali che sono alla base della dignità umana siano
pienamente protetti, in particolare la libertà religiosa
in tutte le sue dimensioni e i diritti istituzionali delle
Chiese. Allo stesso modo, non si può prescindere
dall’innegabile patrimonio cristiano di questo
continente, che ha largamente contribuito a modellare
l’Europa delle nazioni e l’Europa dei popoli. Il
cinquantesimo anniversario dell’insurrezione di
Budapest, festeggiato nell’ottobre scorso, ci ha
ricordato gli avvenimenti drammatici del ventesimo secolo
che spingono tutti gli Europei a costruire un futuro
libero da ogni oppressione e condizionamento ideologico, a
tessere legami di amicizia e di fraternità, e a
manifestare sollecitudine e solidarietà verso i più
poveri e i più piccoli: allo stesso modo, è importante
purificare le tensioni del passato, promuovendo la
riconciliazione a tutti i livelli, perché essa sola
permette di costruire il futuro e di aprirsi alla
speranza. Faccio appello anche a tutti coloro che, nel
continente europeo, sono tentati dal terrorismo, a cessare
ogni attività di questo tipo, perché tali comportamenti,
che fanno prevalere la violenza e che provocano paura
presso le popolazioni, costituiscono una strada senza
uscita. Penso anche ai diversi «conflitti congelati»,
auspicando che possano trovare rapidamente una soluzione
definitiva, e alle tensioni ricorrenti, legati ai nostri
giorni soprattutto alle risorse energetiche.
Mi auguro
che la regione dei Balcani giunga alla stabilità che
tutti sperano, in particolare grazie all’integrazione
delle nazioni che la compongono nelle strutture
continentali e al sostegno della comunità internazionale.
L’allacciamento di relazioni diplomatiche con la
Repubblica del Montenegro, appena entrata pacificamente
nel concerto delle Nazioni, e l’Accordo di Base firmato
con la Bosnia Erzegovina, costituiscono delle prove
dell’attenzione costante della Santa Sede per la regione
dei Balcani. Mentre si avvicina il momento in cui sarà
definitivo lo statuto del Kosovo, la Santa Sede domanda a
tutti coloro che sono coinvolti uno sforzo di saggezza
lungimirante, di flessibilità e di moderazione affinché
sia trovata una soluzione rispettosa dei diritti e della
attese legittime di tutti.
Le
situazioni che ho voluto evocare costituiscono una sfida
che ci riguarda tutti; si tratta di una sfida che consiste
nel promuovere e consolidare tutto ciò che c’è di
positivo nel mondo e a superare, con buona volontà,
saggezza e tenacia, tutto ciò che ferisce, degrada e
uccide l’uomo. Solo rispettando la persona umana è
possibile promuovere la pace, e solo costruendo la pace si
pongono le basi per un autentico umanesimo integrale. Qui
si trova la risposta alla preoccupazione di tanti nostri
contemporanei sul futuro. Sì, l’avvenire potrà essere
sereno se lavoriamo insieme per l’uomo. L’uomo, creato
ad immagine di Dio, possiede una dignità incomparabile;
l’uomo è così degno d’amore agli occhi del Suo
Creatore, che Dio non ha esitato a donare per lui il suo
proprio Figlio. E’ questo il grande mistero del Natale,
che abbiamo appena celebrato e la cui atmosfera gioiosa si
estende anche al nostro incontro odierno. Nel suo impegno
al servizio dell’uomo e alla costruzione della pace, la
Chiesa si pone al fianco di tutte le persone di buona
volontà offrendo una collaborazione disinteressata. Che
insieme, ciascuno al suo posto e con i suoi propri
talenti, sappiamo lavorare alla costruzione di un
umanesimo integrale che solo può assicurare un mondo
pacifico, giusto e solidale. Questo augurio si accompagna
con la preghiera che elevo al Signore per voi, per le
vostre famiglie, per i vostri collaboratori e per i popoli
che rappresentate.
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